lunedì 7 settembre 2015

Uomini e topi #Lunedì narrativa

Uomini e topi è un romanzo breve di John Steinbeck, pubblicato nel 1937 e tradotto in Italia da Cesare Pavese, che racchiude in sé quei temi precipui che lo scrittore americano affronterà anche in altri romanzi.



Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Che differenza c’è tra gli uomini e i topi?
Due braccianti in cerca di fortuna nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da fare.

” Mi piace carezzare le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i topi, ma solo quando non trovavo altro.”
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.

” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”
Soledad
L’ambientazione del romanzo si colloca tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge prevalentemente l’intera vicenda.

Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine, ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr, per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.

Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare, Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.
 
” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ” George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.
Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo: “proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.


La casa dei conigli
La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti, George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…
Ciò che spinge avanti George e Lennie è il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del proprio lavoro e allevare conigli.
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie, che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano non esiste più, è un’illusione, è morto.
 
George disse sommesso: “…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho creduto fosse possibile.”
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.
Conclusioni
La potenza drammatica di questa storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine, è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta universale.

Uomini e topi è un romanzo verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo: se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.


Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Voto: ★★★★★

giovedì 3 settembre 2015

Settembre 2015 #Uscite in libreria




Le vacanze sono finite e si torna alla solita vita di tutti i giorni. Per fortuna esistono i libri, e anche settembre ne vede di nuovi.



venerdì 21 agosto 2015

Gotico americano #I brividi del venerdì

È veramente esistito un G. Gordon Gregg.
Gli studenti di storia americana possono riconoscerlo come Herman W. Mudgett, sebbene lui preferisse lo pseudonimo allitterativo di H.H. Holmes.
( Dalla postfazione di Gotico americano )



Siamo nel 1893, l’anno della Fiera Mondiale Colombiana _ una sorta di antenato del moderno Expo _ , inaugurata a Chicago per festeggiare i 400 anni dalla scoperta dell’America.
Nei pressi della Fiera, G. Gordon Gregg ha fatto costruire “il Castello”, un palazzo dalle fattezze di un maniero, adibito al contempo come farmacia e albergo. Il Castello possiede infatti numerose stanze, alcune delle quali del tutto celate alla vista, collegate fra loro tramite ingegnosi passaggi segreti. Una stravaganza calcolata dal suddetto farmacista per mettere in atto indisturbato i suoi crimini: il dottor Gregg, infatti, è un sadico assassino, oltre che un avido truffatore.
Così, per una serie di eventi, la giovane giornalista Crystal fa la sua conoscenza con il presunto dottore e, dopo aver indagato sul suo passato, comincia a collegare tra loro le scomparse di alcune donne e a sospettare dell’uomo.
Crystal decide di investigare in prima persona, anche se la cosa si rivelerà più complicata del previsto, nonché più pericolosa.


I mostri non esistono
Non è la prima volta che Robert Bloch prende spunto dalla realtà per i personaggi delle sue storie; in Psycho, il romanzo più famoso dell’autore, l’altalenante figura di Norman Bates era stata ispirata da Ed Gein, il “Macellaio di Plainfield”, noto per aver “addobbato” la sua casa con parti di corpi umani.
Il protagonista di Gotico americano risponde invece alla figura di un altro famoso serial killer, H.H. Holmes, il cui vero nome era Herman Webster Mudgett, al quale vengono attribuiti più di un centinaio di omicidi.
Esattamente come accade nel libro, Holmes fece costruire un palazzo di tre piani, denominato “il Castello”, dove passaggi segreti, labirinti e cunicoli senza uscita fungevano da vere e proprie trappole mortali per le sue vittime.

H.H. Holmes e il suo "Castello".
H.H. Holmes e il suo “Castello”.
Ma contrariamente ad Holmes, la finalità dell’omicidio per Gregg non è esclusivamente il piacere sadico e perverso che ne ricava (sebbene poi conservi i cuori delle sue vittime sotto vetro), ma il profitto economico che ne può guadagnare.
Altra differenza rispetto al vero serial killer, sta nel comportamento e nelle peculiarità del personaggio fittizio: uomo estremamente affascinante e galante, il dr Gregg può contare anche sulle sue doti di eccellente ipnotista che, oltre ai suoi modi da perfetto gentleman, gli permettono di attirare facilmente le sue vittime, per lo più donne, che seduce con false promesse di matrimonio e amore eterno; ma come un moderno Barbablù, le future mogli vengono opportunamente eliminate nel momento in cui Gregg ha raggiunto il suo scopo, ovvero svuotarne il conto in banca.


Conclusioni
Da una vicenda reale intrigante, per quanto macabra, Bloch ne ha ricavato una trama piuttosto insipida, con personaggi fastidiosamente ridicoli, a tratti stereotipati, dotati di una caratterizzazione psicologica alquanto spicciola e banale, il tutto accompagnato da uno stile narrativo puerile.
I sospetti, le deduzioni e le scoperte di Crystal riguardo il dottore sono dettate esclusivamente dalla volontà dell’autore che non sa come fare per avviare la storia, ma non vengono supportate da fatti concreti.


Insomma, prometteva bene ma si è rivelato un fiasco. Questa volta, per me, Bloch ha toppato.
Molto meglio i racconti.


Voto: ★★

giovedì 13 agosto 2015

La Maschera della Morte Rossa #Il Fumetto

Avete presente il racconto “La mascherata della morte rossa” di Edgar Allan Poe?
Ecco, allora potete leggere l’omonima graphic novel, edita Kleiner Flug, scritta da Marco Rocchi e disegnata da Giuseppe Dell’Olio.

Ispirato al racconto dell’autore noir per eccellenza, questo fumetto ne riprende le fila per evolverne la trama e mostrare gli avvenimenti che si susseguono all’interno del castello del principe Prospero durante l’isolamento coatto per sfuggire alla temibile epidemia di peste, nota con il nome di Morte Rossa.

 

Per intrattenere i suoi ospiti e sfuggire alla noia della prolungata clausura, Prospero organizza una grande festa, suddivisa in sette stanze: ogni stanza è dedicata a un dato piacere e colore, ed è presieduta da uno dei sette lord più fedeli del sovrano.
Piaceri discutibili, piaceri promiscui e perversi ai quali lasciarsi impunemente andare, mentre aldilà delle mura cintate impervia la morte.
Non tutti però sono dediti ai festeggiamenti; c’è infatti un giovane menestrello in cerca di una vendetta che non esiterà a compiere, grazie al patto con la Morte Rossa stessa.

In questa rivisitazione moderna, il principe Prospero e la sua corte vengono ritratti ancora più malvagi e senza remore di come non sia in realtà nel racconto di Poe.

Le sette stanze dedicate a sette piaceri diversi, rappresentano chiaramente i sette vizi capitali.
Rispetto al racconto, più velato, più misterioso e poetico, il fumetto perde la sua delicatezza grazie alle esplicite scene disegnate e ad una trama resa ancora più dark e, in senso lato, più ‘volgare’.
I disegni ‘sporchi’, volutamente spuri, grotteschi, e le tonalità scure e cupe, contribuiscono a rendere l’atmosfera del racconto illustrato ulteriormente macabra.




 
Conclusioni
L’idea di fondo è buona, i disegni sono apprezzabili, congeniali alla cupezza della storia.
Ma, c’è un ma; la trama e la sua trasposizione grafica, condensata in una novantina di pagine, l’ho trovata troppo frettolosa, grezza, a tratti grossolana.
In definitiva, lascia poco. Poteva uscirne qualcosa di più ricercato con un po’ di studio in più.
Al costo di 17 euro, lo consiglio per i veri appassionati.


Voto: ★★★

lunedì 13 luglio 2015

Buio a mezzogiorno #Lunedì narrativa

Sulla conturbante scena del Novecento, numerosi sono i romanzi che hanno fatto la differenza; Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler è sicuramente da ritenersi uno di questi.
Il titolo, di per sé eloquente, se non addirittura esegetico, racchiude l’intero pensiero dell’autore e del suo protagonista, Rubasciov.

“Il vecchio male” pensò Rubasciov. “I rivoluzionari non dovrebbero pensare con la mente degli altri.
“O dovrebbero, invece? Sicuramente?
“Come si può cambiare il mondo, se ci si identifica con chiunque?
“Come si potrebbe diversamente cambiarlo?
“Colui che comprende e perdona…dove può trovare un motivo per agire?
“Dove non lo troverebbe?”


È piena notte quando Rubasciov viene prelevato dal suo appartamento e trasferito in carcere. Con un’accusa di tradimento non meglio specificata, Nicolaj Salmanovic Rubasciov, personaggio importante del partito comunista, viene arrestato e rinchiuso nella cella dove avrà inizio il suo personale calvario etico-spirituale.
Durante la sua prigionia, Rubasciov ha modo di ripensare al movimento al quale ha dedicato la sua intera esistenza, analizzandone i processi evolutivi, i suoi meccanismi più intrinsechi, evidenziandone le debolezze e le mancanze, il tutto con una lucida criticità che ne ripercorre, passo dopo passo, i cambiamenti e i fenomeni che hanno portato all’attuale sistema, al cui vertice si trova inossidabile il N°1.
Tra prese di posizione e debilitazioni fisiche, assistiamo al mutamento interiore di Rubasciov, dove alla logica ferrea del partito viene a sostituirsi una coscienza morale, rimasta dormiente e assoggettata ai compiti e i desideri del fine ultimo del partito, e che adesso riemerge in tutta la sua potenza nella ‘finzione grammaticale’.
Il risultato è un’amara capitolazione.


La politica del N°1
“Dunque, aveva fatto la Guerra civile, dopo tutto” pensò Rubasciov. Ma eran cose d’altri tempi, ormai, e non facevano più differenza.
Sebbene il personaggio di Rubasciov sia fittizio, la sua vicenda si rifà ad eventi realmente accaduti durante il regime staliniano, noto anche come Grande terrore, caratterizzato dalle cosiddette ‘purghe’, nel quale un qualsiasi parere avverso a quello del regime poteva trasformarsi in un’accusa di tradimento. Nel romanzo, poi, Koestler descrive come queste accuse vengano avvalorate da false prove, costruite per lo più sulla base di un’austera logica di causa-effetto, di supposizioni consequenziali, poco importa se nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti.
Tutto questo perché “ ciò che viene presentato come giusto deve risplendere come oro, ciò che viene presentato come erroneo deve essere nero come la pece. “. Il comunismo, sotto le fila di Stalin, diventa più di un movimento politico, esso si sostituisce completamente alla religione, diventando esso stesso una religione, con i suoi dogmi e i suoi credo incontrovertibili; chiunque non rispetti ciecamente la volontà del partito, chiunque non abbia abbastanza fede, viene automaticamente epurato, eliminato, in virtù di un bene più grande: il mantenimento del potere del comunismo, per far sì che la Rivoluzione non venga rovesciata in alcun modo.
Non importa se si è servito il partito per tutta la vita, non importano i sacrifici fatti sino a quel momento: i ritratti degli ex componenti del partito, di coloro che hanno fatto la Rivoluzione ed hanno contribuito alla sua vittoria, vengono cancellati dalle fotografie una volta appese al muro; i libri ritenuti contrari all’ideologia dominante, banditi dalle biblioteche; tutto può ribaltarsi in un istante, in quel fatidico istante in cui si inizia a pensare con la propria testa _ impossibile non pensare al 1984 di Orwell _.


La finzione grammaticale
Tanto peggio per colui che prendeva sul serio quella commedia e che vedeva solo quanto avveniva sul palcoscenico e non il meccanismo dietro le quinte.
Durante la sua carriera politica all’interno del partito, Rubasciov ha spesso eseguito incarichi scomodi, liquidando membri del movimento accusati di controrivoluzione e, nonostante la palese montatura dell’accusa, il non ancora ex commissario del popolo, ha sempre obbedito agli ordini, pur talvolta non ritenendoli personalmente giusti, senza obiettare; questo perché nella politica del comunismo non c’è spazio per i moralismi: l’unica morale che conta è quella del partito, una morale quindi riarticolata in base alle esigenze di quest’ultimo. Nel comunismo prevale infatti un’etica che ricorda in qualche misura l’Utilitarismo, per cui il giusto equivale all’utile ed il male al dannoso.
In una tale ottica si perde di conseguenza il valore dell’individuo, in quanto si agisce in virtù di un simbolico popolo, ” una moltitudine di un milione divisa per un milione “.
Un’etica rivoluzionaria, per citare Weber, in cui per il bene ultimo (l’utopia di un mondo comunista) l’uso della violenza è legittimato e vale il principio machiavelliano de “il fine giustifica i mezzi”.
La coscienza verso il singolo non esiste, in quanto la propria responsabilità è verso il principio.


Ma durante la prigionia, i ricordi di Rubasciov riemergono prepotenti e con essi quella che lui chiama ‘finzione grammaticale’, che altro non è che il suo inconscio, la sua coscienza, il suo ‘io’ più intimo. Manifestandosi negli improvvisi flashback, nel gesto meccanico di strofinarsi il pince-nez sulla manica e con un pulsante mal di denti, Rubasciov inizialmente cerca di combattere con tutte le sue forze questa verità latente, che adesso vuole emergere, rimettendo le sue azioni ad un giudizio più grande di quello degli uomini, ovvero a quello della Storia.
“La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni”, aveva detto a uno di quegli sventurati. “Scorre, inerte e infallibile, verso la sua meta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non
ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito”.
Finché, al grido disperato del suo amico Bogrov mentre viene portato via per essere fucilato, la razionalità cede il posto alla presa di coscienza. Il lamento di quel singolo uomo porta Rubasciov a capovolgere completamente il suo pensiero. Ecco che il bene ultimo perde la sua logica se a discapito del singolo, che riacquista quindi la sua importanza, il suo valore intrinseco ed inviolabile.

Stremato dalle torture psicofisiche a cui viene sottoposto ed intrapreso il nuovo percorso dell”io’, Rubasciov ammette di essere colpevole, non di attività controrivoluzionarie, ma di aver dato adito alla sua coscienza interiore, di aver anteposto la sua riscoperta dell’individuo alla cieca fede nel partito, per il quale l’individuo non ha alcuna importanza, non esiste.
Intrappolato in una sorta di crisi esistenziale, tra la sua nuova posizione ed il credo di tutta una vita, Rubasciov, consapevole che la vecchia generazione della sua epoca è ormai finita in favore dei nuovi uomini di Neanderthal, si arrende all’inevitabile, scoprendosi desideroso solamente di dormire, per sempre.


Conclusioni

Scritto nel 1940, Buio a mezzogiorno è un romanzo di denuncia degli orrori e dei meccanismi che si trovano dietro i processi staliniani, per altro attualissimi a quell’epoca.
Allo stesso tempo Koestler affronta quel problema di fondo tra l’ideale comunista e la sua messa in pratica nel regime stalinista, tra la dignità del singolo e la ragione della Storia.
Il dibattito principale riguarda l’etica all’interno della politica, e numerosi sono i riferimenti filosofici, da Hegel a Weber.
Un romanzo complesso quindi, ma terribilmente valido e importante, arricchito da uno stile narrativo impeccabile, fluente ma allo stesso tempo sapiente, affatto noioso o pedante.
Inutile aggiungere che lo consiglio caldamente.


Voto: ★★★★★

lunedì 15 giugno 2015

L’uomo dal vestito grigio #Lunedì narrativa

Dopo avere abitato per sette anni nella piccola casa di Greentree Avenue, a Westport, nel Connecticut, la detestavano entrambi.
Così si apre l’incipit del primo romanzo di Sloan Wilson, L’uomo dal vestito grigio, anno 1955, che ha rispecchiato, volente o nolente, quella generazione di uomini accomunati da un vestito di flanella grigia nell’America degli anni ’50.
Autore prolifico degli Stati Uniti, è meno conosciuto in Italia, dove la sua produzione si riduce solamente a due testi, il romanzo sopracitato ed il, forse, più famoso Scandalo al sole.
È un peccato dover rinunciare all’opera omnia di questo scrittore Americano, con la ‘a’ maiuscola, ma d’altronde siamo in Italia, si sa come va qui da noi.




Tom e Betsy Rath, sposati e con tre figli, vivono in un tranquillo quartiere residenziale, nella periferia del Connecticut; la moglie Betsy bada alla casa e ai bambini, il marito Tom prende il treno ogni mattina per recarsi in ufficio nella fondazione in cui lavora da nove anni.
Una vita placida, una vita ordinaria, una vita piatta.

Era strano pensare che una casa con la crepa a forma di punto interrogativo e le macchie di inchiostro sulla tappezzeria dovesse rappresentare, con ogni probabilità, il termine del loro personale cammino. Era impossibile crederlo. In un modo o nell’altro, qualcosa doveva cambiare.
Appunto. Qualcosa doveva cambiare.
Tom viene a conoscenza di un posto vacante nella grande azienda della United Broadcasting e decide di tentare la sorte; il nuovo lavoro significherebbe possibilità di carriera, comporterebbe un aumento di stipendio e la possibilità di andarsene da quel sobborgo dai villini tutti uguali, ormai tanto odiato.
Contro ogni previsione, Tom viene assunto come stretto collaboratore del dirigente in persona, Richard Hopkins, uno degli uomini più importanti e ricchi nel mondo degli affari.
Ma assieme ad un futuro presumibilmente più roseo, inaspettatamente riemerge il passato più oscuro di Tom, quello che l’uomo aveva relegato nel cassetto più recondito della sua memoria: quello della guerra, e con esso, quello di Maria.

Ad aggiungere scompiglio avviene la morte della nonna novantenne di Tom, l’unica parente rimasta in vita, che con la sua dipartita lascerà al nipote la sua immensa e decadente proprietà nella ridente cittadina di South Bay.
Tom si ritrova in bilico tra un presente incerto ed un passato doloroso da dover affrontare: il lavoro alla United Broadcasting non si rivela così sicuro e stabile come sperava, i debiti, l’ipoteca sulla proprietà della defunta, la vendita frettolosa della casa in Greentree Avenue, l’incontro con l’ex commilitone Cesare Gardella e con lui la pressante, seppur lontana, presenza di Maria, risucchiano Tom in un vortice di preoccupazioni senza sosta, mentre Betsy, ignara di tutto, continua a ripetere la sua fede nel futuro.

Tom si guardò intorno nella casa in preda al caos e di colpo questa gli fu indicibilmente cara. La crepa simile a un punto interrogativo sulla parete della stanza di soggiorno, i mobili modesti, il linoleum logoro in cucina: tutto sembrava fare parte di un che di prezioso che stesse affondando rapidamente, di qualcosa che era già colato a picco e non sarebbe stato possibile recuperare.
Nell’attimo stesso in cui il suo equilibrio viene messo in pericolo, Tom si accorge di rimpiangere quella vita monotona ma sicura. Perché essere un uomo dal vestito grigio forse non era poi così male. O no?
Combattuto tra ciò che deve essere e ciò che è realmente, Tom capisce che l’unico modo per salvarsi, l’unico modo per emergere da quella massa di uomini in grigio, è essere onesto, seguire la sua coscienza e dire la verità, a qualunque costo.


La flanella pizzica 
[…] Non c’è più nulla che sembri divertente. Non c’è niente che non vada in questa casa, e non c’è niente che non vada in Greentree Avenue, o in Tom o in me. È solo che nulla è più divertente; ed è spaventoso perché, una volta detto questo, non c’è altro da aggiungere… Ma perché? » si domandò.
 Ne L’uomo dal vestito grigio, soprattutto nella prima parte, riecheggia in qualche modo, seppur con enormi differenze, un altro romanzo con la medesima ambientazione: Revolutionary road.
Questo bisogno di una vita perfetta, omologata, rispettata che finisce col rivelarsi solo un misero cliché e, di conseguenza, quell’urgenza di andare oltre le apparenze, la quotidianità, il conformismo, sono tutti temi che accomunano non solo i due romanzi, ma un’intera generazione di individui formati con lo stampino che, ad un certo punto della loro vita, decidono di cercare disperatamente la loro strada.
La differenza principale sta in come si decide di percorrerla, questa strada.
In Revolutionary road i due coniugi si lasciano trascinare impotenti dalle loro nevrosi, fino ad un finale tragico, cupo e senza speranza; ne L’uomo dal vestito grigio Tom e Betsy scelgono invece di non lasciarsi travolgere, ma di combattere per quello in cui credono e alla fine riescono a vincere.


Conclusioni
Quello di Sloan Wilson è un romanzo delizioso che ti permette di rivivere quell’America degli anni ’50, immortalata nel suo quadretto idilliaco con le sue casette bianche e le donne in abiti da cocktail, con i padri di famiglia che fanno i pendolari ed indossano sempre un completo di flanella grigia.
Un romanzo delicato, ma anche profondo, amaro, quando scopri che sulla giacca color fumo manca un bottone, o c’è un buco nella tasca.
Un romanzo che grida all’America, a quell’America dorata degli anni Cinquanta, con i suoi splendori e i suoi stereotipi, ma anche un romanzo di memorie, di smembramento, della lotta personale di un uomo contro il suo stesso conformismo.
D’altronde

« Non ha nessuna importanza. Sarà interessante stare a vedere che cosa accadrà. »
Voto: ★★★★
Gregory Peck in una scena dell'omonimo film del 1956.
Gregory Peck in una scena dell’omonimo film del 1956.

domenica 17 maggio 2015

Morrison’s Hotel, Dublino #I classici della domenica

Morrison’s Hotel, Dublino è il titolo della raccolta di racconti scritti da George Moore proposti in questa edizione della Tranchida, e del racconto omonimo, probabilmente il più famoso dell’autore, anche noto col titolo di Albert Nobbs.
Il volume raccoglie cinque racconti tratti dalle due raccolte originali: Celibate Lives e The Untilled Field.




Morrison’s Hotel, Dublino/Albert Nobbs
Albert Nobbs è il migliore cameriere del Morrison Hotel di Dublino; efficiente ed alacre lavoratore, Albert è una figura impenetrabile, sulla quale aleggia un alone di mistero all’interno dell’albergo: durante i suoi dieci anni di servizio, infatti, l’uomo non ha mai stretto amicizie importanti né si è mai interessato ad alcuna donna. Per Albert Nobbs esiste solo il lavoro.
Poi però qualcosa cambia.
Una sera in cui le camere sono al completo, il riservato cameriere si ritrova costretto ad ospitare nel suo letto Hubert Page, un cliente stagionale dell’hotel. Pur refrattario, dopo aver snocciolato inspiegabili scuse, Albert cede alle insistenze della padrona ed accetta di dividere il suo letto con l’uomo. Durante la notte, credendo di non essere visto, Albert si spoglia, provocando un sincero sconcerto nel suo ospite, risvegliatosi in tempo per assistere alla mutazione di Albert Nobbs. La donna di fronte ad Hubert lo scongiura di non rivelare il suo segreto alla padrona e comincia a raccontargli la sua storia: rimasta orfana, con poche speranze di farcela, Albert ha deciso di rinunciare alla sua femminilità per indossare panni maschili ed affrontare il mondo nella maniera più sicura: come un uomo. Non più donna, ma neanche uomo, Albert conduce un’esistenza estremamente solitaria, lo scotto da pagare per una vita indipendente.
Commosso dalla storia di Albert, Hubert decide di svelarle a sua volta il suo segreto: anche lui in realtà è una donna; Hubert racconta ad Albert di come sia scappata da un matrimonio di abusi, abbia intrapreso la sua carriera di uomo ed infine si sia sposata con Kitty, con la quale convive. Albert vorrebbe più risposte alle sue domande, ma i due finiscono per addormentarsi, ed il giorno dopo Hubert è sparito.
La rivelazione di Hubert Page comincia ad assillare Albert; non solo anche Hubert è una donna, ma si è anche sposata. Il matrimonio per Albert significherebbe un’esistenza di comprensione ed amicizia alla quale per tanti anni ha dovuto rinunciare. Da semplice fantasia il matrimonio diventa il sogno di Albert che viene preso dalla smania di accumulare sempre più denaro in vista del matrimonio. A provocare un certo sbalordimento tra i dipendenti del Morrison Hotel è l’improvviso interesse di Albert per Helen, nuova lavapiatti dell’albergo; Albert ha deciso che sarà lei sua moglie e comincia a corteggiarla, portandola a fare lunghe passeggiate e comprandole regali. Ma Albert Nobbs non è come gli altri uomini e ciò è evidente ad Helen. Albert vorrebbe dirle la verità, ma non riesce a trovare il coraggio necessario per la sua scottante confessione, ed Helen, ormai persuasa che in Albert ci sia qualcosa di strano, decide di troncare le loro uscite.
Albert non si riprenderà più.

Glenn Close in una scena dell’omonimo film ispirato ad Albert Nobbs.
Folletti e trifogli senza speranza
Un racconto che potrebbe passare per una semplice storia di travestitismo è in realtà un’inusuale sguardo sulle difficoltà delle donne nell’Irlanda del XIX secolo; la scelta di Albert di farsi passare per uomo non ha niente a che vedere con la sfera sessuale: essere un uomo, in una società governata da uomini, rappresenta quell’emancipazione di fatto negata alle donne. È una pretesa di libertà quella che Albert Nobbs compie, sia economica (gli uomini guadagnavano più delle donne) che sociale.
Ma anche la libertà ha il suo prezzo da pagare, e quello di Albert è la rinuncia alla compagnia, alla vita familiare, alla vita in generale.
Così, quando Hubert Page mostra ad Albert che esiste un’alternativa alla sua condizione di ermafrodita coatto, il bisogno di amicizia e la speranza di una possibilità di armonia con un altro essere vivente, prorompono in tutta la loro potenza nella mente di Albert.


Nell’incapacità di Albert di svelare il suo segreto ad Helen riecheggia quella che sarà una delle tematiche principali di Joyce, la paralisi: quell’impossibilità che caratterizza il popolo irlandese, chiuso nella sua disperazione e solitudine, descritto dai suoi autori.
Only the Brave.
E come in Gente di Dublino, il finale non può che essere la sconfitta: Albert passerà il resto della sua vita disillusa, mentre Hubert, alla morte della moglie, deciderà di tornare, nella sua identità di donna, da quel marito dal quale era fuggita.


Parallelamente alla solitudine dei personaggi, nei sui racconti Moore analizza quel rapporto di amore/odio peculiare alla sua gente; all’amore per la patria si affianca la povertà economica e morale di un Paese dal quale non resta altro che fuggire, magari verso l’America, terra di promesse. Ma anche allora, nonostante la ricchezza, nonostante la libertà, la nostalgia per il paese natio assale inevitabilmente colui che è fuggito, rendendolo così perennemente in conflitto, apolide senza identità, straniero nella sua stessa terra.

Conclusioni
L’Irlanda descritta da George Moore ripresenta quegli aspetti comuni nei racconti di James Joyce, dove la solitudine, la miseria, l’isolamento e la sconfitta personale sono all’ordine del giorno, ma mentre Joyce, il cui stile è infinitamente superiore, si concentrerà sulla vita cittadina, Moore è tendenzialmente orientato a quella campestre.
Se con Joyce scopriamo le taverne piene di avventori, i vicoli sporchi e le case di mattoni rossi di Dublino, con Moore ci ritroviamo sperduti nelle stradine sterrate, nelle fattorie solitarie e scollegate, nei campi e nei verdi pascoli della campagna irlandese.


George Moore ritratto da Manet (1879)

Nonostante le premesse siano buone, lo stile dell’autore è troppo prosaico, poco scorrevole, poco accattivante. In definitiva, lo consiglierei più che altro ad uno studioso o un appassionato di letteratura irlandese, altrimenti passate tranquillamente oltre, passate a Joyce.

Voto: ★★½