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lunedì 7 settembre 2015

Uomini e topi #Lunedì narrativa

Uomini e topi è un romanzo breve di John Steinbeck, pubblicato nel 1937 e tradotto in Italia da Cesare Pavese, che racchiude in sé quei temi precipui che lo scrittore americano affronterà anche in altri romanzi.



Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Che differenza c’è tra gli uomini e i topi?
Due braccianti in cerca di fortuna nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da fare.

” Mi piace carezzare le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i topi, ma solo quando non trovavo altro.”
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.

” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”
Soledad
L’ambientazione del romanzo si colloca tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge prevalentemente l’intera vicenda.

Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine, ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr, per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.

Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare, Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.
 
” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ” George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.
Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo: “proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.


La casa dei conigli
La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti, George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…
Ciò che spinge avanti George e Lennie è il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del proprio lavoro e allevare conigli.
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie, che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano non esiste più, è un’illusione, è morto.
 
George disse sommesso: “…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho creduto fosse possibile.”
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.
Conclusioni
La potenza drammatica di questa storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine, è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta universale.

Uomini e topi è un romanzo verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo: se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.


Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Voto: ★★★★★

venerdì 21 agosto 2015

Gotico americano #I brividi del venerdì

È veramente esistito un G. Gordon Gregg.
Gli studenti di storia americana possono riconoscerlo come Herman W. Mudgett, sebbene lui preferisse lo pseudonimo allitterativo di H.H. Holmes.
( Dalla postfazione di Gotico americano )



Siamo nel 1893, l’anno della Fiera Mondiale Colombiana _ una sorta di antenato del moderno Expo _ , inaugurata a Chicago per festeggiare i 400 anni dalla scoperta dell’America.
Nei pressi della Fiera, G. Gordon Gregg ha fatto costruire “il Castello”, un palazzo dalle fattezze di un maniero, adibito al contempo come farmacia e albergo. Il Castello possiede infatti numerose stanze, alcune delle quali del tutto celate alla vista, collegate fra loro tramite ingegnosi passaggi segreti. Una stravaganza calcolata dal suddetto farmacista per mettere in atto indisturbato i suoi crimini: il dottor Gregg, infatti, è un sadico assassino, oltre che un avido truffatore.
Così, per una serie di eventi, la giovane giornalista Crystal fa la sua conoscenza con il presunto dottore e, dopo aver indagato sul suo passato, comincia a collegare tra loro le scomparse di alcune donne e a sospettare dell’uomo.
Crystal decide di investigare in prima persona, anche se la cosa si rivelerà più complicata del previsto, nonché più pericolosa.


I mostri non esistono
Non è la prima volta che Robert Bloch prende spunto dalla realtà per i personaggi delle sue storie; in Psycho, il romanzo più famoso dell’autore, l’altalenante figura di Norman Bates era stata ispirata da Ed Gein, il “Macellaio di Plainfield”, noto per aver “addobbato” la sua casa con parti di corpi umani.
Il protagonista di Gotico americano risponde invece alla figura di un altro famoso serial killer, H.H. Holmes, il cui vero nome era Herman Webster Mudgett, al quale vengono attribuiti più di un centinaio di omicidi.
Esattamente come accade nel libro, Holmes fece costruire un palazzo di tre piani, denominato “il Castello”, dove passaggi segreti, labirinti e cunicoli senza uscita fungevano da vere e proprie trappole mortali per le sue vittime.

H.H. Holmes e il suo "Castello".
H.H. Holmes e il suo “Castello”.
Ma contrariamente ad Holmes, la finalità dell’omicidio per Gregg non è esclusivamente il piacere sadico e perverso che ne ricava (sebbene poi conservi i cuori delle sue vittime sotto vetro), ma il profitto economico che ne può guadagnare.
Altra differenza rispetto al vero serial killer, sta nel comportamento e nelle peculiarità del personaggio fittizio: uomo estremamente affascinante e galante, il dr Gregg può contare anche sulle sue doti di eccellente ipnotista che, oltre ai suoi modi da perfetto gentleman, gli permettono di attirare facilmente le sue vittime, per lo più donne, che seduce con false promesse di matrimonio e amore eterno; ma come un moderno Barbablù, le future mogli vengono opportunamente eliminate nel momento in cui Gregg ha raggiunto il suo scopo, ovvero svuotarne il conto in banca.


Conclusioni
Da una vicenda reale intrigante, per quanto macabra, Bloch ne ha ricavato una trama piuttosto insipida, con personaggi fastidiosamente ridicoli, a tratti stereotipati, dotati di una caratterizzazione psicologica alquanto spicciola e banale, il tutto accompagnato da uno stile narrativo puerile.
I sospetti, le deduzioni e le scoperte di Crystal riguardo il dottore sono dettate esclusivamente dalla volontà dell’autore che non sa come fare per avviare la storia, ma non vengono supportate da fatti concreti.


Insomma, prometteva bene ma si è rivelato un fiasco. Questa volta, per me, Bloch ha toppato.
Molto meglio i racconti.


Voto: ★★

venerdì 17 aprile 2015

L’inquilino del terzo piano #I brividi del venerdì

Nel 1962, il trio composto da Roland Topor, i registi Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, diede vita al cosiddetto “Movimento panico”, una sorta di controcorrente (o sottocorrente) del surrealismo classico, atta a stravolgere l’assurdo con l’assurdo, nelle sue venature più strampalate e dark, e direi che L’inquilino del terzo piano rispecchia pienamente lo spirito del collettivo.

Grottesco, onirico, kafkiano, il romanzo dell’allora ventiseienne Roland Topor è un viaggio all’interno dell’assurdo; scritto nel 1964, racconta la vicenda surreale e orrifica del povero Trelkovsky, protagonista del libro.

L’inquilino stregato
Trelkovsky, uomo mite e apprensivo, trova alloggio nell’appartamento precedentemente appartenuto a Simonetta Choule, morta suicida gettandosi dalla finestra di quella stessa abitazione. Sotto le pressanti insistenze degli amici per inaugurare l’appartamento, organizza una festicciola che finisce per disturbare i vicini. Ripreso dal padrone di casa, Trelkovsky inizia a sviluppare un’ansia maniacale nel timore di provocare anche il più piccolo rumore; succube del silenzio imposto dai vicini, Trelkovsky comincia a interrogarsi sulla vita dell’ex-inquilina. Chi era Simonetta Choule? E perché si è suicidata senza apparente motivo?
Col passare del tempo le stranezze attorno alla donna e al condominio in cui abitava si manifestano sempre più chiaramente; senza accorgersene Trelkovsky ha cominciato a trasformarsi: il suo quotidiano caffè viene sostituito dalla cioccolata di Simonetta, le sigarette da lui fumate sono quelle della Choule, finché un giorno si risveglia truccato da donna e con un molare in meno, proprio come la donna suicida che ha vissuto nel suo appartamento.
Per Trelkovsky diventa chiara la trappola in cui è finito dentro: una macchinazione incomprensibile quanto inarrestabile ad opera dei vicini per tramutarlo a tutti i costi in Simonetta Choule. Il panico e l’angoscia di Trelkovsky crescono impotenti di fronte al complotto ordito contro di lui, contro la sua stessa identità: i vicini sono dei sadici mostri, il cui unico scopo è quello di spingere, per l’ennesima volta, Simonetta Choule dalla finestra.


L’eterno ritorno di Simonetta Choule
Il filo essenziale dell’intera vicenda si compone delle due scene dell’ospedale che, come in una manifestazione nietzschiana dell’eterno ritorno, aprono e chiudono la storia: Trelkovsky che si reca all’ospedale per visitare la moribonda Simonetta, fasciata di bende, irriconoscibile se non per l’assenza del molare; la fine di Trelkovsky, ricoverato in quello stesso ospedale, con le stesse bende, con lo stesso dente mancante e con un altro Trelkovsky lì in visita. Una prospettiva diversa che rievoca la stessa situazione, in un eterno rifluire di eventi che provoca nel lettore un indelebile sconcerto.

Molteplici le interpretazioni possibili: Tralkovsky è semplicemente paranoico; Trelkovsky comincia ad avere allucinazioni a causa delle vessazioni dei vicini; Trelkovsky non è mai esistito realmente, è un sogno, una creazione della stessa Simone, o una fantasia basata sull’uomo che va a visitarla in ospedale (di conseguenza, l’intera linea narrativa sarebbe fittizia, esclusa la breve scena introduttiva).
Infine l’ultima, la più probabile nella sua inquietante semplicità: Trelkovsky è ciò che ci viene narrato. La particolarità che rende grandioso, nel suo genere, questo romanzo va oltre le sue caratteristiche paradossali, oltre le sue plurime decodificazioni, bensì risiede nell’accettazione della realtà dei fatti, così com’è, per quanto illogica e grottesca, come uno spettro della stessa realtà reso tangibile nel suo opposto, l’assurdo.


Durante la lettura del romanzo viene da chiedersi se non si tratti tutto di un enorme, macabro scherzo; perché questo insensato accanimento su Trelkovsky? Cos’ha fatto per meritarsi tale trattamento? Non ha fatto niente, se non esistere. Basta la sua sola esistenza per provocare l’odio nei vicini, i quali sono altro che una rappresentazione di quest’assurdo di cui l’esistenza si compone.

Conclusioni
Lo stile narrativo è preciso ed essenziale; la cadenza regolare di una situazione iniziale normale e perfettamente possibile, si evolve, man mano che si prosegue nella lettura, in un ritmo serrato, sempre più frenetico e vorticoso, in un crescendo di visioni mostruose, chimeriche, per arrivare ad un finale straordinario e destabilizzante, vero punto di forza del romanzo.
Le accezioni negative e sinistre, che rasentano il grandguignol, sono atti deliberati di Topor, volti a scioccare e inorridire chi legge, nonché a disorientarlo. Attraverso il disgusto e il nonsense, arrivare all’estasi e alla bellezza: questo il processo creativo che vi è dietro.


Il mio voto è relativamente basso dato l’elemento rappresentativo dell’opera; si legge sicuramente bene in una mezza giornata, grazie allo stile scorrevole, alla trama insolita e alla lunghezza del testo, e il valore letterario è indubbiamente all’altezza del movimento culturale che interpreta.
Tuttavia si tratta pur sempre di un romanzo atipico, e il surrealismo rientra poco nelle mie corde, per quanto, ripeto, questo sia un libro spettacolare per la sua natura ed il suo genere.


Voto: ★★★½
Da questo libro è stato tratto l'omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.
Da questo libro è stato tratto l’omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.

venerdì 29 agosto 2014

L’ombra dello scorpione #I brividi del venerdì

Finalmente, dopo tre lunghe settimane, sono riuscita a finire L’ombra dello scorpione, un tomo di oltre 900 pagine, scritto da Stephen King.
Di cosa parla questo mammut? Ora ve lo dico.




La trama
Per un fatale errore, un terribile virus geneticamente modificato, fuoriesce dalla base segreta in cui è stato creato e si propaga velocemente in tutto il mondo; ha i sintomi di una normale influenza e, a causa dell’ostinata e forzata segretezza voluta dalle autorità, inizialmente la situazione viene presa sottogamba, ma con lo spropositato aumento delle morti cominciano a generarsi il panico ed il caos totale.
Alcune persone, però, sono immuni a tale virus e finiscono col ritrovarsi a dover popolare un mondo di morti. Cosa fare dunque? La soluzione più logica è quella di andare alla ricerca di altri sopravvissuti, sperando che vi siano altri sopravvissuti.
Durante il viaggio di ricerca di una qualche forma di civiltà rimasta, le notti dei viaggiatori vengono gremite da strani sogni/incubi; due sono le figure che ne emergono costantemente, diametralmente agli antipodi: una vecchia donna di colore di nome Mother Abagail, e lui…l’uomo nero.
Le strade da percorrere sono quindi due: raggiungere la cara vecchietta che irradia luce e calore, oppure seguire le orme di Randall Flagg, Colui che cammina, verso la sua scalata al potere, fatta di sangue e morte. Il bene e il male. Il bene o il male.


La Bibbia di King
All’inizio, il romanzo mantiene dei connotati realistici, molto verosimili, tremendamente possibili: la creazione di un agente patogeno, presumibilmente concepito come arma batteriologica, capziosamente innocuo ma dai risvolti mortali, sulla cui erronea diffusione vige il segreto di stato; l’orripilante coercizione utilitaristica dei responsabili nel voler tenere celata la cosa, ad ogni costo, per poi dover ammettere l’evidente perdita di controllo della situazione, con il conseguente degenerare nel caos dettato dal panico di massa; infine la morte.
Una ricostruzione lucida e meticolosa, dunque, di quanto può realmente accadere quando l’uomo gioca a fare Dio.


Quello in cui ci ritroviamo è quindi uno scenario post-apocalittico, dove subentra però la parte fantasy, religiosa, mistica della storia; entrano così in gioco Randall Flagg, Colui che cammina, l’uomo nero, demone figlio del Male, e Mother Abagail, che invece è la luce, il Bene, profetessa divina. Numerosi, poi, sono i riferimenti biblici, nella fattispecie ricorrono molto spesso i nomi di Mosè e Giobbe.
Come emerge nel libro, è come se King si chiedesse cosa sia avvenuto ai figli di Noè dopo il Diluvio universale, come sia avvenuta la ricostruzione del mondo e quali ostacoli abbiano dovuto superare i pochi sopravvissuti.
Bene, per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio”, un’epidemia mortale, alla quale sono vissuti solo in pochi. Adesso, perché non complicare le cose e far combattere ai disgraziati rimasti una lotta tra bene e male?
Il Dio a cui si rifà King, è il Dio biblico, il Dio severo, oscuro, sadico, spietato nella sua volontà. Perché, a ragion di logica, se a causa del libero arbitrio l’uomo è fautore della sua stessa distruzione, perché alcuni sono rimasti immuni all’epidemia se non per volere divino (dato che non si conoscono le cause scientifiche della loro immunità)? E se Dio ha scelto di salvare i pochi eletti, perché ha lasciato in vita anche gli empi, se tanto alla fine dovevano essere puniti anche loro? Ma a che scopo, poi, se tanto il male non potrà mai essere del tutto sconfitto, in quanto parte di noi?
Per Mother Abagail, Dio è un giocherellone, il cui volere resta ermeticamente celato, ma la cui volontà viene sempre fatta. Il Dio biblico appunto. Tutto torna.


I sogni, che sono una peculiarità nelle storie di King per aiutare il protagonista a risolvere il suo problema, questa volta assumono essi stessi quest’aurea di misticismo che permea il romanzo; qui i sogni non sono soltanto il solito artificio di King, ma sono soprattutto delle manifestazioni psichiche e sovrannaturali che guidano i superstiti per la loro strada.
Boulder diventa così la nuova “terra promessa”, mentre Las Vegas può essere paragonata ad una moderna Sodoma e Gomorra.


I personaggi
I personaggi principali sono numerosi, e tutti con una loro importanza. Troviamo quindi Larry Underwood, ex cantante di discreto successo, tossicomane occasionale; Frances Goldsmith e Stuart Redman; il sordomuto Nick Andros ed il mentalmente ritardato Tom Cullen; il sociologo Glen Bateman e l’allegro Ralph Brentner; l’adolescente Harold Lauder e la misteriosa Nadine Cross. Infine Mother Abagail ed il suo avversario spirituale, Randall Flagg, assieme ai suoi scagnozzi Lloyd Henreid e Quello delle pattumiere.
Tanti personaggi quindi, ognuno con la sua storia ed il suo percorso.
C’è da dire che indubbiamente si riscontra una sostanziale differenza tra il prima e il dopo, un enorme cambiamento dei personaggi durante l’evolversi della vicenda: Larry Underwood, che inizia il suo percorso non esattamente come “un bravo ragazzo”, finisce in realtà per redimersi completamente, vincendo la sua parte egoistica col sacrificio per gli altri; Nick Andros, un ragazzo sordomuto dalla nascita, sebbene molto avveduto fin dall’inizio, si trasforma in un vero e proprio leader grazie alla sua perspicacia e intelligenza, acquisendo una precoce maturità mentale.
C’è poi Nadine Cross, il cui cambiamento appare quasi senza senso; la conosciamo come una donna sensata e sensibile, la cui morale sembra essere assolutamente votata al rispetto degli altri, per poi trasformarsi dal nulla, per Randall Flagg, in una persona totalmente diversa e, lasciatemelo dire, odiosa: apparentemente incapace di ritrarsi dall’influsso di Flag, Nadine cade nel vittimismo, addossando la responsabilità delle sue azioni sugli altri. Nadine diventa una donna viziosa, usando il suo corpo per raggiungere il suo scopo, o meglio, quello dell’uomo nero.
Il cambiamento di Harold Lauder è invece più sensato: adolescente obeso e brufoloso, respinto nel suo amore da Frances, decide di seguire il percorso dell’odio a quello dell’amore.


Lo stile
Lo stile di King è gradevole, coinvolgente, ma anche tremendamente logorroico, quando ci si mette, e qui ci si è messo.
Il romanzo è diviso in tre parti, ma sono cinque i nuclei narrativi principali: l’epidemia di Capitan Trips – la sopravvivenza dei superstiti – Boulder – la lotta all’uomo nero – l’epilogo.
Tralasciando la prima parte, che necessariamente deve essere bella corposa per permettere al lettore di seguire passo dopo passo gli sviluppi e le conseguenze dell’epidemia, il resto delle 620 pagine è semplicemente un brodo allungato. Prima di giungere finalmente a Boulder, i personaggi ce ne mettono di tempo per arrivare, e King, con dovizia di particolari, non tralascia niente, descrivendo quasi giorno per giorno le attività di viaggio. Anche la parte di Boulder è troppo pedante, incentrata principalmente sulla ricostruzione di una società “post-apocalittica”.
La parte più interessante, ovvero lo scontro finale con Randal Flagg, è anche quella più breve. Quando si arriva al momento clou ci si ritrova col chiedersi: ” Tutto ‘sto casino per ‘ste tre pagine?!”. E a questo punto si potrebbe pensare che, vabbè, ormai è andata e siamo alla fine. Ma no. Adesso ci si deve sorbire un centinaio di pagine sul ritorno a casa. E che cavolo. Veramente, qui i tempi sono mal distribuiti, se non addirittura esasperanti in certi casi.


La narrazione, dove abbonda la presenza di onomatopee (altra caratteristica di King), è costituita, soprattutto all’inizio, da diversi punti di vista per permettere al lettore di fare la conoscenza dei vari personaggi; i salti narrativi sono quindi numerosi ma piuttosto consistenti nella loro durata.

Conclusioni
Il mio malsano tempismo ha fatto sì che in concomitanza alla lettura del libro scoppiasse l’ebola. Immaginate quindi il risultato: paranoia pura! Della serie, come autoimparanoiarsi a mille.
Ciò nonostante ho continuato imperterrita con la mia lettura.
La prima parte, quella che tratta del propagarsi dell’epidemia, è molto vivida e riuscita; i meccanismi che si celano dietro disastri del genere vengono estremizzati in ogni loro possibile conseguenza, rendendo quindi la lettura molto suggestiva e interessante.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il resto della storia; come ho detto prima è davvero troppo lunga, diventando a tratti molto pesante, se non noiosa. Sia chiaro, parti interessanti ce ne sono, ma data la mole dell’opera, nella sua totalità risultano un po’ troppo scarse per i miei gusti.
In definitiva, non ritengo L’ombra dello scorpione uno dei migliori lavori in assoluto di King, ma se siete suoi fan sfegatati, beh…


Comunque, nel caso voleste farvi un’idea del clima apocalittico post disastro virale, sappiate che l’idea di un’epidemia mortale denominata Capitan Trips si trova anche nel racconto Risacca notturna (contenuto nella raccolta A volte ritornano), un racconto giovanile di King, prototipo del futuro romanzo.

Voto: ★★★

venerdì 7 marzo 2014

Sconosciuti in treno #I brividi del venerdì

Questo post è pieno di spoiler, soprattutto nell’epilogo, prendete le vostre precauzioni, io ve l’ho detto.
Comunque…




Questo libro è un gran bel libro.
La trama è geniale: due uomini, completamente estranei, che si conoscono per puro caso su un treno, una proposta assurda quanto agghiacciante e…BAM! Basta questo per unire definitivamente i loro destini nel filo nero della morte.


Da una parte c’è Guy, giovane architetto, classico bravo ragazzo, che vedrà strapparsi via la felicità tanto laboriosamente costruita per cadere in un vortice di ansia, persecuzione e soffocamento; dall’altra c’è Bruno, ricco, alcolizzato cronico, morbosamente affascinante sebbene (o proprio perché) squilibrato fin nel midollo.

Sul treno
Guy sta tornano al suo paese natio, nel Texas. Ha una questione importante da risolvere: chiedere il divorzio alla fedifraga moglie Miriam. Guy ha sposato Miriam in gioventù; a quel tempo l’amava molto e avrebbe continuato ad amarla se lei non l’avesse tradito. Guy se ne è andato, ha ricominciato una nuova vita, ha una splendida carriera dinanzi a sé e un nuovo amore, Anne, con la quale vuole risposarsi. Ma Miriam potrebbe fare storie…
Sul treno verso Metcalf tiene un libro in mano ma è assente, guarda fuori dal finestrino, perso nei suoi pensieri. Alzando lo sguardo incontra quello di Bruno, un estraneo, un altro passeggero, come lui. Un urto involontario contro il piede dell’altro. Delle scuse. Dei convenevoli. Delle domande – “dov’è diretto?” -, domande innocenti, ma che man mano diventano sempre più personali.
Quel treno, quell’incontro, quell’uomo, saranno la rovina di Guy.


Bruno
Charles Anthony Bruno è un giovane ricco annoiato. I soldi gli hanno permesso di fare la bella vita, provare ogni cosa, ha già sperimentato e visto tutto e inevitabilmente è sempre alla ricerca di nuove emozioni: la guida da bendato, il furto in un appartamento, qualsiasi cosa, per il semplice gusto di farlo.
Alcolista incallito, Bruno è sempre ubriaco, la sua salute è instabile così come il suo umore; alto e pallido, appare una figura nervosa e nevrotica, la sua gestualità smodata, i suoi tic, i suoi scatti, sono caratteristiche intrinseche e distintive del suo carattere.


Paranoico e spocchioso, Bruno cova un odio profondo verso il padre che non vuole più assecondare la vita sregolata del figlio. Il Capitano, come lo chiama Bruno, vorrebbe che il figlio smettesse di crogiolarsi nell’ozio e andasse a lavorare nell’azienda di famiglia, cosa che Bruno, da bravo erede viziato, non è di certo intenzionato a fare, ragion per cui il padre rifiuta a Bruno la sua rendita.
Il Capitano ce l’ha con Bruno, è contro di lui, gli nega ciò che è suo di diritto,
è ingiusto!
Il padre allora non è più una persona, bensì un intralcio nella vita di Bruno. L’odio viscerale che prova il giovane va al di là della ragione: è un odio puerile ed egoista.


Poi c’è la madre di Bruno, la classica ochetta dell’alta società, una gatta morta che si preoccupa solamente del suo aspetto e di godersi la vita nel lusso e nel divertimento. Il figlio per lei è più come un animaletto da compagnia. Ma per Bruno la madre, così bella, così simpatica, incarna l’ideale della donna perfetta. Sempre insieme a lei, va oltre l’essere un “mammone”, ha un rapporto quasi morboso con la donna.
L’ammirazione, se non venerazione, che prova per la madre da un lato, sfocia nella misoginia dall’altro: non c’è nessuna come sua madre, tutte le altre donne sono solo delle puttane.


Appassionato di romanzi polizieschi, nella sua mente malata e annoiata prende forma l’idea di compiere un omicidio.
Uccidere il padre diventa il chiodo fisso di Bruno, ma sa bene che se il padre morisse, i sospetti ricadrebbero su di lui. Così inizia a pensare in modo maniacale al delitto perfetto; studia nei minimi particolari ciò che deve essere fatto per farla franca, finché non arriva a una soluzione: uno scambio. Trovare una persona, preferibilmente estranea, che come lui desideri sbarazzarsi di qualcuno, compiere ognuno al posto dell’altro il crimine prefissato, e sparire l’uno dalla vita dell’altro. Un piano geniale. Non fosse che Bruno non ha idea di chi interpellare per attuare quell’idea così ben architettata. E’ una questione delicata, e non tutti potrebbero reagire bene a una tale proposta.
Ma ecco che il destino pare accontentare la sua follia.
Su un treno qualunque, Bruno nota quel passeggero davanti a lui, comincia a parlargli e a indagare sulla sua vita. Giovane architetto con la testa a posto, l’esatto contrario di lui. Forse proprio per questa diversità Bruno sente un’affinità con Guy, un desiderio di amicizia e complicità, e decide che deve essere lui l’altra chiave del suo piano.
Guy è giustamente infastidito dalla proposta scandalosa dell’altro, ma Bruno pare non accorgersene, o non importargli, tanto si è fissato di aver finalmente trovato il suo complice. Ormai non ha più importanza cosa dica Guy, Bruno ha già deciso tutto.


Trovata Miriam inizia a seguirla. La donna è con un gruppo di amici al lunapark. Bruno non la perde di vista. Non sa ancora come la ucciderà, ma la cosa non lo preoccupa; coglierà l’ispirazione sul momento. E il momento arriva. Miriam e i suoi amici affittano una barca e raggiungono un isolotto sul lago. E’ completamente buio. Rimasta un po’ indietro Miriam è sola. Ecco, è il momento.
Se in un primo istante Bruno è refrattario all’idea del contatto con la donna, man mano che sente la vita di Miriam scorrere via prova un senso di eccitazione, di esaltazione tale da ben poterlo identificare come uno psicopatico criminale.
La sua parte è stata fatta, adesso tocca a Guy.


Passa il tempo e non succede niente. I due omicidi non devono compiersi in periodi ravvicinati, non devono venire collegati in alcun modo. Ma l’impazienza di Bruno è tangibile, e quando Guy viene a conoscenza dell’assassinio di sua moglie teme, in fondo al suo animo, lo zampino del giovane stralunato. Bruno cerca un contatto, manda lettere, poi telefona, diventa sempre più ardito, petulante, finché non comincia a tampinare e perseguire Guy, ricordandogli il loro patto.
E così Bruno si fa sempre più presente nella vita dell’architetto. Lo assilla, lo supplica, lo minaccia. Si autoinvita in casa sua, fa conoscenza della moglie, diventa un “amico” di famiglia. Bruno è ossessionato da Guy. Lo vuole trascinare a tutti i costi nella sua spirale di follia omicida. E ci riesce.


Guy
Guy Daniel Haines è un giovane e promettente architetto, un uomo qualunque, responsabile e con la testa sulle spalle. La sua vita scorre ormai tranquilla dopo gli anni invischiati in un burrascoso matrimonio, al quale ha finalmente deciso di mettere la parola fine.
L’incontro con Bruno sconvolgerà la sua esistenza. Tutti i suoi progetti per l’avvenire, le sue aspettative e le sue speranze vengono distrutte per colpa di un uomo viziato e sbandato. Dalla semplice antipatia che prova per Bruno, Guy si ritroverà con l’odiarlo aspramente, cercando disperatamente di troncare ogni contatto con lui. Ma la trappola claustrofobica in cui cade non gli lascia via di scampo. Ogni giorno un biglietto, una chiamata, una presenza di troppo, asfissiante, angustiante. Non trova pace nel suo ufficio, non trova riparo in casa sua, non trova neanche più riposo nella sua mente. Un incubo in carne e ossa.
Il suo senso etico ripugna un’idea tanto spaventosa come quella dell’omicidio, ma l’assillo di Bruno è soffocante, troppo pressante. E quell’ansia, l’ansia di essere scoperto in qualche modo collegato all’omicidio della ex moglie; la paura di perdere Anne, la sua vita. E’ troppo.
Esasperato più che mai, sull’orlo della pazzia, Guy cede. Uccide il padre di Bruno e spera finalmente di poter mettere fine a tutta quella storia. Ma no. Ormai il legame che unisce i due è segnato per sempre, indelebile. Guy stesso comincia a sentire il bisogno della presenza di Bruno. Ormai sono una cosa sola, uniti per sempre dal sangue e dalla morte.


Epilogo
Bruno, Guy, Anne e altri amici fanno una gita in barca. Bruno ubriaco fradicio cade dallo yacht. E affoga.
La fine di Bruno è quasi indegna: un colpo di spugna e la figura di Bruno non esiste più. Quel tarlo che ha intaccato la vita di Guy è scomparso nel nulla, per sempre.
Questa morte, così rapida e insignificante, mi sembra un contrasto paragonata al personaggio di Bruno, così onnipresente e dominate nel romanzo.
Guy invece farà una fine più penosa, più scialba e miserabile. Colto nel sacco dall’investigatore del caso, Guy, un uomo innocente che ha avuto la sfortuna di incontrare un pazzoide, finisce per pagare le colpe di entrambi, perché Bruno muore e morendo non sconta alcuna pena.
In fin dei conti, Bruno se l’è cavata ancora una volta.


Conclusioni
Scritto nel 1950, questo romanzo riscosse un ben misero successo, finché Alfred Hitchcock ne trasse il film L’altro uomo (o Delitto per delitto).

Nel suo romanzo d’esordio l’autrice, Patricia Highsmith, è riuscita ad architettare una trama avvincente, due personaggi ben costruiti, scandagliati nella loro psicologia fin dentro il loro animo, descrivendo rapporti di amore/odio, di dipendenza ossessiva che ben rispecchiano quei sentimenti patologici dell’universo umano.

L’unica nota negativa per me resta il finale: il romanzo si tronca, stop. Chiuso il sipario, i tendoni calati. Sì, ok, può dare un certo tono, è un finale ad effetto se si vuole – d’altronde quando è finita è finita -, ma questi finali scenici mi lasciano sempre un po’ a bocca asciutta. Bruno mi è stato strappato via così, dal nulla, e non resta che un Guy totalmente sconfitto.

Comunque, resta il fatto che questo libro è un gran bel libro.

Voto: ★★★★

“Quando la tradiva, non avrebbe voluto ucciderla?”
“No. Non possiamo smetterla con questo argomento?”

venerdì 21 febbraio 2014

Belle da morire #I brividi del venerdì

Alla disperata ricerca di Psycho (non il film, che ho visto, ma del libro, che è introvabile) ho scovato questo libro di racconti di Robert Bloch; così, meglio di niente, l’ho comprato subito per conoscere direttamente la mano che ha dato vita all’instabile Norman Bates ed al suo tetro motel, eternato nella storia del cinema dal grandissimo Alfred Hitchcock, e basato, tra l’altro, sulle reali vicende del serial killer americano Ed Gein.
Il titolo completo dell’opera è Belle da morire. Eros e morte in quattordici storie mozzafiato.
Intanto le storie sono tredici (che ne abbia persa una per strada?), comunque sia, si tratta di una godibile raccolta di racconti horror, fantastici e semi seri.
Il macabro e lo scherno si mescolano in questi racconti, a volte assolutamente crudeli, altre  inverosimilmente sardonici (lo sapevate che il diavolo si può trovare sulle Pagine Gialle?!).


Quella mistica creatura di nome donna
Al di là delle atmosfere più o meno horror, la figura centrale di questi racconti risulta essere la donna in ogni suo aspetto. Donna-angelo o femme fatale, vittima o carnefice, la donna è l’oggetto del desiderio; agognata creatura dalle forme ammalianti e suadenti, la donna di Bloch viene spersonalizzata nelle fantasie erotiche dei protagonisti maschili: le donne non sono persone, sono oggetti sensuali e sessuali, da cui l’impellente desiderio di possesso ossessiona le menti maschili dei racconti, portandoli fino alla loro stessa rovina.
Caratteristica peculiare delle protagoniste di Bloch sono le donne con i capelli rossi, le sue preferite in assoluto, ma di tanto in tanto non disdegna neanche le bionde; che siano angeli o demoni, queste donne meravigliose sono capaci di stregare le menti degli uomini che, obnubilati dalla malia femminile, diventano come incapaci di intendere e di volere, annientati totalmente dalla loro lussuria.


La giustizia di Bloch
 Nella maggior parte dei racconti, Bloch non lascia che sia il caso a porre la parola fine nelle sue storie, ma interviene personalmente a ridistribuire la giusta dose di giustizia, restando pur sempre imparziale. Una sorta di Dio giustiziere, un emissario del karma, che con la sua penna si assicura di far ripagare i torti subiti. Una giustizia mirata, ma soprattutto atroce.
Così, la piccola Irma, picchiata dal padre, porrà fine ai suoi abusi grazie a una bambola voodoo; Isobel, donna bellissima quanto crudele, finirà per essere ripagata con la sua stessa moneta; Joe, colpevole di uxoricidio, finirà col diventare succube dell’ombra della defunta sposa; Vincent, che vuole violentare la donna che l’ha rifiutato, finirà col ritrovarsi ad essere la vittima anzi che il carnefice; Curtis, che ha ucciso la moglie, resterà stregato dal manichino che le somiglia; Louise, che tradisce il marito, avrà un macabro destino ad aspettarla; Farley, che vende la sua anima al diavolo per possedere una donna, verrà ironicamente truffato da Satana.
Nessuno può farla franca, con Bloch come autore.


L’essenzialità dell’orrore  
Lo stile di Bloch è semplice, lineare, immediato. E proprio qui sta il bello. Pensate a Lovecraft o ad Edgar Allan Poe: il loro incessante intento di stupire il lettore si traduce in un’opulenza di parole che, se da un lato riescono anche a ricreare atmosfere lugubri e tenebrose, dall’altro fanno sorridere il lettore moderno che non può certo impressionarsi nella lettura prolissamente pignola delle loro opere. Bloch, invece, è essenziale e difatti riesce nel suo intento. Poche frasi riescono a creare perfettamente un’atmosfera di suspense e sospetto, di incognito misterioso che riesce a catturare totalmente chi legge.
Lo splatter c’è, ma in misura lieve e appena accennata, niente a che vedere con lo stile grandguignolesco di molti autori del genere, perché Bloch preferisce lanciare il dado e lasciare che sia il lettore a coglierlo.


Conclusioni
Beffardo e pungente, Robert Bloch è un autore poco valutato a cui invece andrebbe concessa una seconda possibilità, in quanto non ha niente da invidiare ai tanti altri scrittori che circolano in giro; il suo stile, la sua fantasia, l’ironia e il gusto per il macabro e il grottesco, ricordano molti racconti del ben più famoso Stephen King.

Dei tredici racconti che assemblano la raccolta, i migliori in assoluto sono: L’apprendista stregone, Tutti hanno bisogno di un po’ di amore e Notturno (stupendo).
L’apprendista stregone, il secondo racconto del libro, è riuscito veramente ad angosciarmi: il protagonista mentalmente instabile e l’atmosfera sinistra che permea l’intero racconto, accrescono pian piano quel malessere premonitore, quel sentore della coscienza che avverte che qualcosa non va. E difatti il finale è a dir poco inquietante.
Poi, ovviamente, tutto sta nell’autosuggestione di chi legge. 


Voto: ★★★½