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lunedì 27 aprile 2015

Suite francese #Lunedì narrativa

La cosa più importante qui, e la più interessante, è la seguente: i fatti storici, rivoluzionari, ecc. devono essere solo sfiorati, mentre quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni.
Così scrive Irène Némirovsky nei suoi appunti per la stesura del suo ultimo romanzo, Suite francese, e così è.



Romanzo rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autrice, dovuta all’internamento nei campi di prigionia nazisti, Suite francese è un’opera epocale, il cui scopo doveva essere quello di mostrare la Francia, e soprattutto i francesi, in uno dei suoi periodi più bui. Gli eventi straordinari e terribili che subissarono la Francia negli anni della seconda guerra mondiale, svolgono per lo più il ruolo di messa in moto di tutti quei meccanismi sociali in cui la paura, l’ipocrisia, la viltà e l’egoismo regnano sovrani; i princìpi morali dell’umanità lasciano il posto a quelli del regno animale, della legge del più forte, tramutando un intero popolo in una moltitudine di bestie braccate e confuse.
Ed è proprio così che vengono descritti i parigini in fuga dalla Ville Lumière, durante l’esodo di massa che caratterizza la prima parte di Suite francese.


Tempesta di Giugno
Alla vigilia dell’entrata dei tedeschi a Parigi, in un’atmosfera di incertezza e malumore, la famiglia Péricand si decide a lasciare la capitale alla volta del sud della Francia, come tanti altri.
I coniugi Michaud vengono incaricati da Corbin, direttore della banca in cui lavorano, di raggiungere la filiale di Tours entro due giorni.
L’altezzoso scrittore Corte abbandona restio il suo studio, non dopo essersi assicurato di avere con sé il suo manoscritto.
Charlie Langelet, esteta e collezionista di oggetti d’arte, dopo aver imballato le sue preziose porcellane, si appresta a lasciare la città.
Nelle strade un agglomerato di macchine cariche di bagagli e persone intasa le vie, mentre una ressa di appiedati _ il popolino, gli operai, i poveri _ come uno sciame segue un’unica direzione, lontano da Parigi; i treni sono fermi, le stazioni chiuse: l’unico modo per lasciare la città è in macchina, in bicicletta, a piedi.
I paesi di passaggio vengono invasi dai profughi in cerca di un po’ di cibo, di riparo, di aiuto; chi riesce a trovare almeno una sedia e chi deve arrangiarsi a dormire per strada.
Gli aerei che sovrastano i cieli non sono tutti amici; alcuni attaccano sganciando bombe sulle piazze, creando ulteriore panico e scompiglio. I poveri e i ricchi si ritrovano sullo stesso piano, senza per questo avvicinarli nella comune difficoltà.


In questo clima di caos e miseria, il secondogenito dei Péricand, Hubert, spinto da un adolescenziale desiderio di eroismo patriottico, riesce a scappare dalla madre per andare ad unirsi ai soldati; tra questi, tra i feriti, c’è Jean-Marie, unico figlio dei Michaud, che viene affidato alle cure della giovane contadina Madeleine.

Poi l’armistizio, la resa della Francia.

Dolce
In casa Angelier, suocera e nuora si affrettano a nascondere i beni più preziosi in vista dell’arrivo dei tedeschi in paese; è stato stabilito che ogni casa francese dovrà ospitare un membro dell’esercito tedesco fino a tempo indeterminato.
Per la signora Angelier è un amaro affronto, detestando profondamente quegli invasori che hanno fatto prigioniero suo figlio, mentre sua nuora Lucille osserva con sincera curiosità l’arrivo di quell’uomo ben curato, alto, distinto nella sua uniforme ordinata: l’ufficiale Bruno von Falk.
Come Lucille, tutti nel villaggio assistono con un misto di fascino e repulsione quei vincitori dall’aspetto duro, sì, ma allo stesso tempo umano, come loro.
Inizialmente è difficile adattarsi: i tedeschi sono il nemico e i francesi sono diffidenti; ma col passare del tempo tra vincitori e vinti sembra instaurarsi un tacito benestare. Le donne, rimaste senza uomini, non possono non rimanere attratte da quei giovani ben rasati e virili; i bambini, inizialmente intimoriti, instaurano un’intimità amicale con quei soldati che gli regalano sempre le caramelle.
Da una parte l’odio per il soldato straniero, dall’altra la benevolenza per quello stesso essere umano.
Così in Lucille, donna intelligente e dalla vita infelice, nasce un affetto indefinito per il tenente di stanza presso casa Angelier, ricambiato a sua volta dal tedesco, cosa assolutamente intollerabile per la vecchia suocera.
L’amicizia tra Bruno e Lucille si trasforma delicatamente in qualcosa di più, finché l’entrata in guerra contro la Russia richiama i soldati verso un nuovo paese.
Dopo tre mesi di pacifica e forzata convivenza, ora un sospiro di sollievo, ora un gemito di tristezza attraversa gli abitanti del paese.
Chissà se torneranno.


Conclusioni
Suite francese è un romanzo che lascia l’amaro in bocca, non solo per il finale inconcluso, ma per quella persistente sensazione di malinconia che l’autrice riesce a instillare con le sue parole delicate e cocenti allo stesso tempo. Lo stile elegante e armonioso che caratterizza questa scrittrice, non impedisce la costante presenza di una critica violenta ed aspra.

Ad una prima parte caotica, dove si analizzano la brutalità e le bassezze dell’uomo e della guerra, segue una parte di stanziamento, di calma, di studio del comportamento umano, tra vinti e vincitori.
Nessuno sembra vincere in Suite francese, nessuno può raggiungere la felicità. Gli unici a trionfare sono i bambini che, nella loro innocenza, nella loro semplicità, continuano a comportarsi normalmente, come se sapessero che a un periodo di crisi seguirà inevitabilmente l’equilibrio. Lo stesso vale per la natura che, quasi beffarda e indifferente alla crisi dell’uomo, continua il suo ciclo vitale: così gli alberi proseguono nel dare i loro frutti mentre le bombe distruggono le case, e i fiori continuano a profumare quell’aria che sa ancora di sangue e di morte.


La carrellata di personaggi a cui assistiamo durante ‘Tempesta di giugno’, la ritroviamo sparpagliata in ‘Dolce’, come una ramificazione dello stesso albero, sebbene non ripresi a dovere a causa della morte dell’autrice. Nel progetto della Némirovsky, infatti, a ‘Tempesta di giugno’ e ‘Dolce’, avrebbero dovuto seguire altre tre parti, dove tutti i protagonisti della prima parte sarebbero riapparsi e ulteriormente approfonditi.
Un’altra sconfitta per il genere umano.


Voto: ★★★★
È grazie alle figlie di Irène se Suite francese è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per sfuggire alla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre già imprigionata.
È grazie alle figlie di Irène se “Suite francese” è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per salvarsi dalla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre, ormai già scomparsa.

lunedì 31 marzo 2014

La famiglia Karnowski #Lunedì narrativa

La famiglia Karnowski è un gioiello della letteratura riscoperto solamente da poco dall’editoria italiana; pubblicato per la prima volta nel 1943 e scritto da Israel Joshua Singer, fratello del ben più famoso premio Nobel Isaac Bashevis Singer, questo romanzo epocale merita di essere annoverato tra i capolavori del primo Novecento. Attraverso gli eventi della prima metà del XX secolo, seguiamo lo svolgersi della vita dei Karnowski, attraverso tre generazioni: David, Georg e Jegor, contornati a loro volta da tanti altri personaggi indimenticabili, come l’allegro Solomon Burak, il saggio Efraim Walder ed il meraviglioso Fritz Landau.



David
David Karnowski è il degno erede del nome che porta; famiglia mediamente benestante e dalla spiccata intelligenza, i Karnowski vantano nella loro genia una caratteristica dominante: la testardaggine. Così, quando David litiga con i membri della sinagoga di Melnitz, decide di lasciare il piccolo paesino della Polonia _rappresentante dell’oscurantismo ebraico, secondo David_ e partire alla volta di Berlino, la città dei lumi.
A niente valgono le suppliche dei suoceri e della moglie Lea, David Karnowski ha deciso: sarà la Germania berlinese la sua nuova patria.
Arrivato a Berlino, David non tarda a stringere amicizia con i più rispettati membri della città; compiaciuto del suo tedesco irreprensibile e della sua ampollosa cultura, David Karnowski guarda dall’alto in basso i suoi concittadini, ritenendoli troppo rozzi e ignoranti. Il detto di David Karnowski è: “sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci”; trova quindi deprecabile l’ostentazione della cultura ebraica dei suoi compatrioti.


Passano gli anni e David e Lea concepiscono finalmente un figlio, Georg. Bambino vivace e curioso, Georg sarà fonte di amarezza per il severo padre; adolescente ribelle e poco propenso allo studio (cosa inaudita per un erudito amante del sapere come David), Georg e il padre si allontanano sempre di più, fino al punto di estrema rottura, il matrimonio di Georg con Teresa, una gentile (non ebrea).

Georg
Georg Karnowski non è interessato alla Torah e alla cultura ebraica; pur non rinnegando le sue origini, Georg non si preoccupa della sua identità religiosa e vive serenamente la sua vita come un qualsiasi altro tedesco.
Dopo un’adolescenza passata tra donne e bagordi, Georg decide di studiare medicina. Nonostante all’inizio sia disgustato e insicuro a contatto con il bisturi, l’esperienza sul campo della Grande Guerra gli fornirà le giuste competenze per essere ammesso nella più prestigiosa clinica di Berlino. Qui, oltre a costruire la sua fama, conosce la timida infermiera Teresa, donna che sposa e con la quale fa un figlio, Jegor.
Le cose vanno bene fino a quando l’avvento dei nazisti non stravolge l’esistenza della famiglia di Georg e quella di altre milioni di famiglie ebree. A Georg Karnowski non resta altro che espatriare.


Jegor
Georg Joachim Karnowski, anche detto Jegor, è un bambino particolare: gracile e introverso, preferisce passare il suo tempo assieme allo zio Hugo, fratello di Teresa, piuttosto che a giocare con gli altri bambini. Ex soldato, adesso disoccupato, Hugo Holbek e i suoi racconti sanguinosi sulla Prima guerra mondiale saranno la causa dei tremendi incubi notturni del piccolo Jegor.

La dualità delle sue origini culturali (padre ebreo, madre cristiana) fa sì che il piccolo cresca in un contesto disomogeneo, bidimensionale; da una parte c’è nonna Karnowski che fa ripetere al bambino frasi in yiddish, dall’altra nonna Holbek che porta Jegor in chiesa, entrambe di nascosto dai genitori. Jegor cresce così senza una vera identità culturale, cosa che si rivela assai pericolosa quando i nazisti prendono il potere; a scuola, Jegor viene improvvisamente messo da parte, evitato, trattato in modo diverso, diventa un paria. Ormai adolescente, non capisce perché dopo una vita passata tranquillamente insieme agli altri coetanei adesso venga così bistrattato, fino al giorno in cui viene definitivamente umiliato.
Traumatizzato da questo evento, Jegor entra definitivamente in crisi: ai normali disagi dell’adolescenza si uniscono i maltrattamenti subiti dagli ariani. Una grave scissione intacca la vita di Jegor; metà tedesco, metà ebreo, l’identità del ragazzo subisce una frattura: se tutti i ragazzi, i professori, il preside, lo deridono in quanto ebreo, significherà che hanno ragione sul suo conto e su quello della sua razza. Gli ebrei sono inferiori, degli essere grotteschi e tremendamente brutti coi loro nasoni e i capelli neri, niente a che vedere con la purezza dei volti ariani e i loro capelli d’oro. Jegor comincia a vedersi con gli occhi degli ariani: brutto, ridicolo, un essere deprecabile. Jegor si odia, ma ancora di più odia il padre, sul quale riversa tutta la sua rabbia, causa delle sue radici ebree. Chiuso nel suo mutismo e relegatosi in camera, Jegor comincia a manifestare un’ossessione morbosa: disegnare in maniera compulsiva grottesche caricature ebree, come figurano sui giornali ariani che non smette di leggere.
Georg, preoccupato per lo stato psichico del figlio, capisce che è arrivato il momento di andarsene.


La nuova vita in America non migliora le cose. Sebbene David Karnowski, che riappacificatosi col figlio e partito con lui, ritrova finalmente la pace e la gioia di essere un ebreo sia in casa che in strada, la stessa cosa non si può dire per il nipote.
Ormai contaminato dal germe nazista, Jegor non sopporta di vedere la sua gente finalmente felice nel nuovo paese; New York è chiassosa, sporca, un miscuglio di razze e culture, niente a che vedere con la sua elegante, rispettosa e dignitosa Berlino. Jegor è insicuro in mezzo ai suoi coetanei: paranoico, sospettoso che tutti ridano di lui, invidioso della loro spensieratezza, Jegor si cala in un guscio di alterigia, maleducazione e masochismo che pian piano allontana tutti, anche chi voleva tendergli una mano.
Incapace di adattarsi alla nuova città libera dai pregiudizi, Jegor scappa di casa. Sotto il nome di Georg Joachim Holbek compirà un lungo e tribolato percorso verso la sua finale guarigione.


Gli yeke
Una cosa che non sapevo e che mai mi sarei aspettata potesse esistere è lo snobbismo ebraico; non immaginavo che anche tra gli ebrei esistesse una sorta di gerarchia sociale, e questo non perché consideri gli ebrei diversi dagli altri esseri umani, ma semplicemente perché essendo sempre stati perseguitati nel corso della Storia, pensavo che tutto ciò li avesse resi più uniti nella loro fede e nella loro comunità. Evidentemente non è così.
Da una parte ci sono gli yeke, gli ebrei tedeschi, che si considerano superiori agli altri, gli ebrei dell’est.
Gli yeke sono veri e propri snob, altezzosi e indisponenti verso i loro correligionari stranieri; sebbene siano ferventi credenti ed esperti conoscitori della Torah, gli yeke non amano mostrare al mondo la propria fede ebraica (per lo più per borghesismo).
Gli altri ebrei, quelli provenienti dall’est, sono invece aperti, festosi, non si vergognano di manifestare il proprio credo; persone più umili e semplici, sono però in realtà anche loro degli snob (verso gli ebrei russi, per esempio).
Così, un “sorriso” ironico ha veleggiato sul mio viso quando i primi cortei antisemiti hanno cominciato a sfilare per le strade di Berlino e tutti hanno sottovalutato la cosa, credendo di essere salvi: gli yeke non corrono alcun rischio perché sono tedeschi da generazioni, David Karnowski non ha niente da temere perché, sebbene polacco, con il suo tedesco impeccabile e il suo posto tra la cerchia degli yeke, può considerarsi a ben ragione uno di loro; gli ebrei polacchi non si preoccupano, d’altronde se c’è qualcuno che corre qualche pericolo sono gli ebrei russi, ma anche tra loro, quelli con il permesso di soggiorno sono ben più al sicuro di quelli che ne sono sprovvisti, e così via.
Ho usato la parola poco felice, ‘sorriso’, non certo perché approvi gli inquietanti canti nazisti che attraversavano la città, ma per la stupida boria con la quale gli ebrei hanno preso sottogamba la situazione; ma poi, se anche agli yeke, e a chi come loro credeva di essere in salvo, non fosse successo niente, mi chiedo con quale coraggio sarebbero rimasti impassibili di fronte alle persecuzioni degli “altri” ebrei. Pensavo che finalmente, vista la situazione tragica, gli ebrei delle varie sottocredenze e nazioni si sarebbero finalmente riuniti, e invece no.
Lo stesso David dovrà ricredersi sulle sue amicizie yeke; al momento del bisogno tutti lo trattano per quello che è: un ebreo polacco.
Ha un che di amaro constatare che se si riavvicinano è solo al momento dell’evidenza e dell’estremo bisogno l’uno dell’altro. Ma d’altronde, ebreo o non ebreo, l’essere umano è sempre l’essere umano, con le sue stupide discriminazioni e cattiverie.


Un male morale
Quando si pensa al nazismo, di solito pensiamo alle ripercussioni fisiche che questo ha prodotto sullo sterminio degli ebrei, o al lavaggio del cervello a cui a sottoposto i tedeschi; ciò che non si prende nemmeno in considerazione è l’effetto psicologico che questo ha avuto sugli ebrei stessi. Intendo dire che non avevo mai pensato alla possibilità che quello stesso lavaggio del cervello a cui hanno sottoposto gli ariani potesse intaccare anche la mente degli ebrei.
L’esperienza di Jegor, così tremenda ed umiliante, e la sua identità subitaneamente crollata sono state, per me, qualcosa di illuminante e straziante al tempo stesso. Illuminante perché mi ha permesso di arricchire tematiche inerenti il nazismo e i suoi effetti, sulle quali non mi ero mai soffermata a pensare; straziante perché è davvero straziante assistere a una giovane vita distrutta e tormentata, per cosa poi? Per niente. Per degli stupidi ideali razzisti e senza senso. A un certo punto della lettura ho anche dovuto smettere di leggere tanto mi faceva male.
Si è sempre detto, ma non so quanto la gente se ne renda conto sul serio: il nazismo non è stato solo un male fisico, ma anche e soprattutto un male morale.


Conclusioni
Ve lo ripeto: questo libro è un gioiello. Un’epopea famigliare ricca, intensa e piena di verità; un romanzo di arricchimento personale e culturale che ti invita, per forza di cause maggiori, alla riflessione su quegli aspetti umani che bene o male fanno parte di noi. Scritto nei primi anni ’40, questo romanzo è di un’attualità disarmante; è un libro universale nella sua unicità.
Sono quasi 500 pagine ma vi assicuro che si leggono benissimo e senza fatica; la prosa e lo stile narrativo fluido ed elegante fanno sì che la storia non risulti mai noiosa o prolissa. Un equilibrio di stile magistrale. Ve lo consiglio, non caldamente, di più! Datemi retta, è uno di quei pochi libri intelligenti di cui non vi pentirete assolutamente. 


Voto: ★★★★★

lunedì 10 marzo 2014

Lo scherzo #Lunedì narrativa

Nel 1965, un più giovane Milan Kundera finì di scrivere il suo primo romanzo, Lo scherzo. Un titolo semplice quanto immediato, adatto a racchiudere in sé tutta la sintesi di questo libro.
Romanzo dal sapore agrodolce, che si sviluppa dalle trame di uno scherzo riuscito decisamente male, è un esordio di impensabile bravura, spirito ed ironia.
Una semplice bravata che cambia la vita di un uomo per sempre e un contorno di personaggi che vi ruotano attorno. Questo è Kundera.




Lo scherzo che tanto ridere non fa     
Nella Cecoslovacchia del secondo dopoguerra, in un clima di rigido “ottimismo” e di “ovino” conformismo, lo studente universitario, Ludvìk Jahn, invia per scherzo, a una ragazza da cui è attratto, una cartolina denigrante i valori dell’epoca. Sfortunatamente per lui, la cartolina finisce nelle mani del comitato universitario del partito comunista. Così, il disgraziato burlone si ritrova col venire espulso dal partito comunista e dall’università; nessuno prende parola per difenderlo durante l’assemblea del partito che deve decidere del suo avvenire. Nessuno, neanche i suoi amici.
Il futuro di Ludvìk viene così distrutto da una banale facezia.
Costretto a prestare servizio militare, Ludvìk passa intere giornate a scavare nelle miniere, cercando di evitare qualsiasi contatto con i suoi camerati. Ludvìk è diverso da loro, è lì per sbaglio, per uno stupido scherzo, e prima lo capiranno meglio sarà. Ma la dura vita ai lavori forzati si prolunga per due anni e l’esistenza diventa vuota e misera finché, durante una libera uscita, Ludvìk incontra Lucie, unico barlume di luce che filtra dalle oscure miniere della sua vita.
Forse è perché entrambi sono anime infelici e solitarie, forse è perché Ludvìk non ha altri contatti femminili se non con Lucie, o forse è perché Lucie va sempre a trovarlo, restando lì pazientemente, fuori dalla recinzione della caserma, fatto sta che pian piano Ludvìk si innamora di Lucie, e lei sembra ricambiarlo. Purtroppo per lui, durante un incontro più intimo del solito, Lucie lo rifiuta perentoriamente a causa di un passato di abusi (ma Ludvìk questo non lo sa).
Ludvìk si sente nuovamente tradito, ferito e con il cuore a pezzi. Un cane bastonato e abbandonato da tutti. La rabbia e il risentimento non possono fare a meno di crescere dentro di lui.


Siamo negli anni ’60 e il clima opprimente dell’URSS si è affievolito; gli anni del partito, dell’università, dell’espulsione e del servizio militare in miniera sono ormai lontani, ma non per Ludvìk.
Un’ironia del caso fa sì che Ludvìk conosca la moglie di Pavel Zemánek, il presidente del partito della facoltà che all’epoca imbastì l’accusa contro Ludvìk, l’uomo che Ludvìk odia con tutto se stesso.
Helena Zemánek entra in contatto con Ludvìk per via di un articolo che deve scrivere sull’istituto presso il quale lavora l’uomo. Ludvìk prova subito odio e disgusto per quella donna_ la cui sola colpa è quella di aver sposato Pavel_ e, per una fugace idea del momento, Ludvìk trova lo spunto per vendicarsi: sedurre Helena e possederla, renderla sua, sottrarre a Pavel la moglie, così come Pavel ha tolto la serenità e il futuro a Ludvìk.
Il piano funziona e, disgraziatamente per lei, Helena si innamora di Ludvìk.
Dopo l’immane sforzo di una disgustosa (per Ludvìk) performance sessuale con Helena, l’uomo si sente finalmente realizzato, esaltato, invaso com’è dall’ebbrezza della rivincita sul suo vecchio nemico, ma, sfortunatamente per Ludvìk, la sua prova sessuale ha ben poco valore perché, come viene a scoprire subito dopo, Pavel ha una relazione con un’altra donna e non gli importa più niente di Helena.
Lo sconforto di Ludvìk, il senso di un’ulteriore sconfitta e la presa di coscienza dell’inutilità di tutta questa vendetta, lo svuotano del tutto.
Inquieto, Ludvìk vaga per i campi e incontra il suo vecchio amico Jaroslav, col quale suonava in un’orchestrina folkloristica. Senza pensarci, chiede di poter suonare con lui e sembra finalmente ritrovare la pace, immergendosi nell’incanto della musica popolare che, un tempo, tanto disprezzava.


Tra il riso e il pianto
 La bravura di Kundera non risiede solamente nelle sue doti narrative, fluenti ed eleganti, ma nel suo raccontare la vita, la vita in tutti i suoi aspetti. Il riso e il pianto. Gli elementi tragicomici qui non mancano. La scena di sesso con Helena è a dir poco esilarante: lei, che è totalmente presa da lui, felice, passionale, finalmente rinata e rianimata; lui, che non la può sopportare, la tocca disgustato e deve trattenersi dallo sputarle in faccia tutta la verità.
Oppure la scena del tentato suicidio di Helena; quando scopre che Ludvìk non l’ama, disperata e con il mondo che le è crollato addosso, prende un flacone di lassativi, credendo che si tratti di aspirine, finendo così col ritrovarsi solo con una scarica di diarrea (scusate l’argomento poco felice).
Vicissitudini inverosimili che, se da un lato ti scatenano pietà, dall’altro non possono non farti sorridere.


A carnevale ogni scherzo vale
Si sa, ogni tanto piace a tutti scherzare. Prendete il carnevale (che tra l’altro è finito da poco), una festa incentrata sul gioco e la burla. Il problema, però, è che con gli scherzi bisogna anche stare attenti.
In un periodo di repressione politica, dove vigono motti inquietanti e rigidi dettami sociali, dove anche solo una parola può erigerti a bersaglio, mi pare azzardato (per non dire stupido) scrivere frasi come: ” L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij! Ludvìk “. Voi direte “vabbè dai, è un romanzo”. Sì, questo è un romanzo, come anche Terza liceo 1939  è un libro (di Marcella Olschki), ma che tratta di una vicenda autobiografica. La sfortunata Marcella ha frequentato il liceo durante gli anni bui del regime fascista e, una volta terminato l’anno scolastico in questione, ha pensato bene di inviare una cartolina ben poco felice al suo odiatissimo professore. Risultato? Una querela per oltraggio a pubblico ufficiale con tanto di accusa di amoralità e delinquenza, dalla quale per fortuna la Olschki è uscita pulita.
Quindi, insomma, scherzare piace a tutti, ma è bene ricordare che c’è un tempo per ridere e un tempo per scherzare.


Conclusioni
Lo scherzo è una magistrale prima prova di Milan Kundera. Lo stile narrativo perfetto, mai noioso, che ti tiene incollato per ore; l’ironia che trasuda da ogni pagina e i veri e propri concentrati di filosofia, rendono questo libro una lettura, oltre che piacevole, fuori dal comune. Le banalità della vita qui vengono stravolte, esasperate, in una sadica satira come può essere l’esistenza.
D’altronde Kundera pare voler dire proprio questo: ma, infine, non è la vita stessa uno scherzo? 


Voto: ★★★★★

sabato 1 marzo 2014

Nel Paese dei Ciechi #Il sabato spaziale

Conoscete il mito della caverna di Platone? Riassunto in soldoni, racconta di uomini che, imprigionati fin dall’infanzia dentro una caverna, sono stati legati e costretti a fissare solo il muro dinanzi a loro. Dietro ad essi, su di una strada in salita, arde un fuoco; tra il fuoco e la caverna c’è un muricciolo. Se dietro questo muricciolo passassero degli uomini con degli oggetti o degli animali, il fuoco proietterebbe le loro ombre sul muro dinanzi ai prigionieri, e se questi uomini, esterni alla caverna, parlassero, i prigionieri penserebbero che siano le ombre stesse a parlare.
Se un giorno un prigioniero fosse liberato, egli avrebbe un’iniziale difficoltà nel rendersi conto della realtà, e prima di poter guardare il sole senza rimanerne accecato, a causa della prolungata permanenza nell’oscurità, potrebbe solo vedere il riflesso degli oggetti nell’acqua. Man mano che i suoi occhi si abituano alla luce, questo schiavo liberato sarà allora capace di vedere la verità per quella che è. Il suo impulso sarà, quindi, quello di tornare a liberare i suoi compagni di schiavitù, ma essi non gli crederanno, talmente sono compromessi dalle loro credenze, e anzi potrebbero anche tentare di aggredirlo. Perché le credenze sono difficili da demolire ed è molto più semplice restare nel rassicurante mondo delle ombre.


La morale del mito consiste nello spiegare quanto sia arduo il percorso verso la verità e il vero sapere, e che il compito del filosofo (colui che è illuminato) è quello di portare la luce del bene e della sapienza agli altri uomini, pur sapendo che si tratta di un’impresa difficile.
Ebbene, leggendo Nel Paese dei Ciechi di Herbert George Wells, non ho potuto fare a meno di ripensare a questo mito; lo sfortunato protagonista che si ritrova ad essere l’unico “illuminato” senza però avere alcuna chance di persuadere il suo pubblico di orbi nel dargli retta.
Ma procediamo con ordine.


Nel paese dei ciechi…
Per sfuggire ai colonizzatori spagnoli, alcuni indigeni si sono rifugiati in una valle sperduta tra le Ande. Col passare degli anni, le nuove generazioni di questo ristretto clan, venivano colpite da una strana malattia che li rendeva sempre più ciechi. Pensando più ad una punizione divina che ad uno strano morbo contratto lì, un abitante decide di andare nel mondo giù in basso per cercare un antidoto o un talismano contro questa piaga.
Per sua sfortuna, al suo ritorno verso la valle scopre che una valanga ha reso inaccessibile la strada del ritorno ed è costretto a restare al di là della valle.


Passano i secoli, e nella remota valle andina, con il susseguirsi delle generazioni, la popolazione è diventata irrimediabilmente cieca, tant’è che i bambini nascono direttamente con i bulbi oculari vuoti. La normalità nella valle è la cecità e il mondo esterno non esiste.
Nuñez, uno scalatore, disgraziatamente cade dalla parete rocciosa che stava scalando, ma finisce, per lo più illeso, su un ammasso di neve che attutisce la caduta.
Appena si riprende, Nuñez parte in esplorazione e approda in una valle; tutto ciò che vede ha qualcosa di strano; ciò che attira maggiormente la sua attenzione sono delle casette schierate che non presentano finestre e sono sgraziatamente intonacate con diversi colori, oltre ad una serie stradine e viottoli regolari che collegano le varie case alla via centrale.
Qua e là vede alcune persone distese sul prato e uomini che stancamente riempiono delle giare con dell’acqua. Nuñez si avvicina ma, notando che nessuno sembra accorgersi di lui, comincia a gesticolare. Ancora niente. Allora urla.
Dopo un iniziale sconcerto, gli abitanti attorniano lo straniero e lo portano presso i saggi della valle.
Nuñez tenta invano di spiegare loro che viene dal mondo di fuori e che riesce a vedere, ma gli abitanti, ormai immemori di cosa sia la vista e di tutto ciò che con essa ha a che fare, credono che sia stato appena generato dalle rocce della valle; così spiegano a Nuñez la loro cosmogonia, la religione e che il tempo è stato diviso in caldo e freddo (giorno e notte) e che era bene dormire durante il caldo e lavorare durante il freddo (chiedono a Nuñez se sa dormire, lol).


Se inizialmente Nuñez pensa di poter soggiogare gli abitanti della valle essendo lui dotato della vista, si ritrova invece a fare i conti con una mentalità completamente estranea a concetti quali “cecità”, “vista”, “colore”, “luce e ombra” e simili. Tenta in ogni modo di spiegare cosa sia la vista, ma nessuno gli crede e cominciano a trattarlo come un demente.
« Io vedo » disse.
« Vedo? » disse Correa.
« Sì, io vedo » disse Nuñez volgendosi a lui, e inciampò nel secchio di Pedro.
« I suoi sensi sono ancora imperfetti » disse il terzo cieco. « Inciampa e dice parole senza senso. Conducilo per mano ».
Esasperato dalla cieca ottusità del suo nuovo entourage, Nuñez tenta la fuga, ma dopo essere rimasto al freddo e senza cibo per due giorni, decide di tornare nella valle e sottostare alle regole del Paese dei Ciechi.

Nuñez non parla più della bellezza del paesaggio, della vastità del cielo e del nitore delle stelle, se non a Medina-saroté, la figlia del suo nuovo padrone Yacob, l’unica che resta ad ascoltarlo incantata.
Tra i due nasce l’amore e Nuñez sente finalmente di poter essere felice anche in mezzo al buio, una fiammella di speranza nell’oscurità, ma quando il padre della ragazza viene a sapere che i due hanno intenzione di sposarsi finisce l’incanto. Medina-saroté non può sposarsi con un essere inferiore che va farneticando di stelle e tramonti, a meno che la sua demenza non venga curata mediante l’asportazione chirurgica dei globi oculari che, sicuramente, sono la causa delle sue fantasie. Anche Medina-saroté pensa che sia meglio l’operazione per porre a freno la fantasia dell’amato e sciogliere così ogni vincolo al loro matrimonio.
Cosa farà Nuñez?


…il monocolo è il re
Beati monoculi in terra caecorum è un proverbio latino medievale che, tradotto letteralmente, significa: beato il monocolo nella terra dei ciechi. Questa espressione si usa per dire che anche un mediocre sembra un genio se posto a confronto con chi è peggio di lui.
Appena giunto nel Paese dei Ciechi, Nuñez non fa che ripetere questo detto come un mantra; tralasciando l’odiosa prepotenza dell’essere umano nel voler sempre ergersi a dominatore nei confronti di chi crede più debole, Nuñez constaterà presto, e ben amaramente, l’erroneità della sua presunzione.
L’errore di Nuñez, infatti, è quello di magnificare a priori la sua facoltà visiva e contemporaneamente sminuire l’antropologia culturale che caratterizza il contesto sociale nel quale viene a trovarsi; perché, se nel mondo di Nuñez nella terra dei ciechi il monocolo è il re, nel Paese dei Ciechi il monocolo è il disagiato. Un mondo diverso ha anche regole diverse.
E cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che niente è assoluto.


Tema cardine del racconto è infatti il relativismo, e nella fattispecie il relativismo culturale. Il problema dell’essere umano è che spesso presume che la sua realtà sia l’unica possibile; è inconcepibile per lui, se non ammettere, anche solo approvare una concezione culturale ed esistenziale diversa dalla sua. Ciò avviene sia per Nuñez (beati monoculi in terra caecorum) che per i ciechi. Quando Nuñez tenta di spiegare loro che viene da una città denominata Bogotà, i ciechi, totalmente incapaci di figurarsi un mondo esterno al loro, pensano che Bogotà sia il nome di Nuñez.
Quando Nuñez cerca di spiegargli cosa sia la vista è, sì, comprensibile che loro continuino a non capire, ma è altresì innegabile che essi non si sforzino nemmeno di comprendere e anzi, a causa del loro caparbio dogmatismo e della loro fisiognomica distorta, giudichino Nuñez inferiore, se non addirittura mentalmente ritardato.

« Ho esaminato Bogotà, » disse « e il caso mi è più chiaro. Penso che molto probabilmente si potrebbe guarirlo ».
« È quello che ho sempre sperato » disse il vecchio Yacob.
« Il suo cervello è turbato » disse il dottore cieco.
Gli anziani fecero un mormorio di assenso.
« Ora, che cosa lo turba? ».
« Ah! » disse il vecchio Yacob.
« Questo » disse il dottore, rispondendo alla propria domanda. « Le strane cose che hanno il nome di occhi, e che esistono per formare una soffice e gradevole depressione nel volto, sono nel caso di Bogotà malate a tal punto da danneggiare il cervello. Sono assai gonfie, e le palpebre, munite di ciglia, si muovono. Di conseguenza il suo cervello è in uno stato di continua irritazione e logoramento ».
« Sì? » disse il vecchio Yacob. « Sì? ».
« E io penso di poter dire con ragionevole certezza che per guarirlo completamente altro non occorre se non una semplice e facile operazione chirurgica: asportare, cioè, questi corpi irritanti ».
« E poi sarà assennato? ».
« Perfettamente, e un cittadino esemplare ».
« Sia ringraziato il Cielo per la scienza! » disse il vecchio Yacob, e subito corse ad annunciare a Nuñez le sue liete speranze.
A noi un dialogo del genere può far sorridere, se non inquietare (se si pensa ad una pazzia come l’asportazione degli occhi), ma ciò che si deve considerare è il punto di vista degli interlocutori: per loro è normale non vedere, per loro la valle è il mondo, per loro ciò che è stato tramandato di generazione in generazione è l’unica verità ammissibile, sebbene si tratti di credenze elaborate dalla psiche umana che necessariamente, in assenza di dati scientifici, è costretta a interpretare come può (fantasiosamente, il più delle volte) la realtà che l’attornia.
Così, se come affermava Carl Gustav Jung: “le forze eruttate dalla psiche collettiva portano confusione e cecità mentale”, la cecità, nel Paese dei Ciechi, non è solo fisiologica ma anche mentale.


Un altro elemento interessante nel racconto di Wells è la simmetria che si viene a creare tra l’abitante che resta confinato nel mondo “al di qua” della valle, e Nuñez, che invece si ritrova catapultato nel Paese dei Ciechi.
Una simmetria che rispecchia il dualismo, l’altra faccia della stessa medaglia: due mondi speculari che coesistono sebbene diametralmente opposti. Il punto di vista, il relativismo, appunto.
Termini, poi, come “al di qua” e “al di là”, non fanno altro che  marcare ulteriormente questo confine prospettico tra i due mondi capovolti.


L’amore è cieco
Una delle doti che apprezzo maggiormente nel genere umano è la capacità di adattamento; Nuñez che si ritrova “enucleato” nel Paese dei Ciechi, nonostante le iniziali difficoltà, capisce che l’unico modo per sopravvivere è quello di adeguarsi alla vita della comunità cieca, e così fa, ma sarebbe tuttavia scorretto affermare che Nuñez effettivamente si integri nella nuova congrega.
Non potendo condividere i suoi pensieri su ciò che vede e pensa realmente è normale allora che Nuñez cominci a provare un certo interesse per l’unica persona che gli dia ascolto, Medina-saroté.
Come un’unica scintilla che rischiara le tenebre della sua nuova esistenza, Nuñez ritrova in Medina-saroté quel calore confortante che solo il contatto umano può generare. E così, sboccia l’amore.
Ma si tratta di amore vero o è solo un desiderio dettato dal senso di solitudine e di estraneità che Nuñez inesorabilmente prova nella sua nuova condizione di unico vedente?
É possibile che questo amore sia un’illusione, una speranza per ricominciare a vivere serenamente in un mondo che non è il suo?
Penso che sia probabile, anche perché se Nuñez comincia a nutrire affetto per Medina-saroté è principalmente perché lei, oltre ad avere le palpebre meno infossate (e quindi ricordandogli maggiormente un suo simile), è l’unica che gli dà ascolto, sebbene interpretando la sua verità per una sua fantasia.
Si tratta allora di una fantasia nella fantasia, così come vi è un mondo nel mondo.
É quindi inevitabile la delusione di Nuñez nello scoprire che Medina-saroté non ha mai creduto alla sua storia e preferisce che si operi e ponga così fine alle sue fantasticherie.
In un primo momento, Medina-saroté può sembrare un’egoista, ma se ci immedesimiamo nei suoi panni e torniamo a pensare al suo punto di vista è chiaro che lei, poverina, non capisce e non può capire, ma anzi spera e crede nell’operazione di Nuñez solo per buona fede.
Forse il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi” è un tantino estremista, ma penso sia indubbio che eviti incomprensioni culturali non indifferenti (poi se uno va oltre l’incomprensione e vede la cosa come una possibilità di arricchimento personale è un altro discorso).


Conclusioni
Questo breve racconto di H.G.Wells, consigliatomi dalla mia professoressa di lettere ai tempi del liceo, è riemerso dopo anni e anni dalla mia interminabile wish list, e, che dire, sono stata consigliata bene.
Questo piccolo libriccino di appena quaranta pagine è un invito ad aprire gli occhi e la mente; è un invito a non fermarsi dinanzi ai limiti della propria percezione delle cose, ma ad indagare, ad andare oltre le apparenze, e a tenere in conto la possibilità che il nostro punto di vista non sia l’unico e assoluto.
Il mondo è grande, ed è bello perché è vario; non limitiamoci a giudicare senza conoscere, perché niente è certo e tutto è relativo.
La cecità può colpire chiunque, ma evitare di chiudere gli occhi può aiutare a prevenirla. 


Voto: ★★★★