Conoscete il mito della caverna di
Platone? Riassunto in soldoni, racconta di uomini che, imprigionati fin
dall’infanzia dentro una caverna, sono stati legati e costretti a
fissare solo il muro dinanzi a loro. Dietro ad essi, su di una strada in
salita, arde un fuoco; tra il fuoco e la caverna c’è un muricciolo. Se
dietro questo muricciolo passassero degli uomini con degli oggetti o
degli animali, il fuoco proietterebbe le loro ombre sul muro dinanzi ai
prigionieri, e se questi uomini, esterni alla caverna, parlassero, i
prigionieri penserebbero che siano le ombre stesse a parlare.
Se un giorno un prigioniero fosse liberato, egli avrebbe un’iniziale
difficoltà nel rendersi conto della realtà, e prima di poter guardare il
sole senza rimanerne accecato, a causa della prolungata permanenza
nell’oscurità, potrebbe solo vedere il riflesso degli oggetti
nell’acqua. Man mano che i suoi occhi si abituano alla luce, questo
schiavo liberato sarà allora capace di vedere la verità per quella che
è. Il suo impulso sarà, quindi, quello di tornare a liberare i suoi
compagni di schiavitù, ma essi non gli crederanno, talmente sono
compromessi dalle loro credenze, e anzi potrebbero anche tentare di
aggredirlo. Perché le credenze sono difficili da demolire ed è molto più
semplice restare nel rassicurante mondo delle ombre.
La morale del mito consiste nello
spiegare quanto sia arduo il percorso verso la verità e il vero sapere, e
che il compito del filosofo (colui che è illuminato) è quello di
portare la luce del bene e della sapienza agli altri uomini, pur sapendo
che si tratta di un’impresa difficile.
Ebbene, leggendo Nel Paese dei Ciechi di Herbert George Wells,
non ho potuto fare a meno di ripensare a questo mito; lo sfortunato
protagonista che si ritrova ad essere l’unico “illuminato” senza però
avere alcuna chance di persuadere il suo pubblico di orbi nel dargli
retta.
Ma procediamo con ordine.
Nel paese dei ciechi…
Per sfuggire ai colonizzatori
spagnoli, alcuni indigeni si sono rifugiati in una valle sperduta tra le
Ande. Col passare degli anni, le nuove generazioni di questo ristretto
clan, venivano colpite da una strana malattia che li rendeva sempre più
ciechi. Pensando più ad una punizione divina che ad uno strano morbo
contratto lì, un abitante decide di andare nel mondo giù in basso per
cercare un antidoto o un talismano contro questa piaga.
Per sua sfortuna, al suo ritorno verso la valle scopre che una valanga
ha reso inaccessibile la strada del ritorno ed è costretto a restare al
di là della valle.
Passano i secoli, e nella remota valle
andina, con il susseguirsi delle generazioni, la popolazione è
diventata irrimediabilmente cieca, tant’è che i bambini nascono
direttamente con i bulbi oculari vuoti. La normalità nella valle è la
cecità e il mondo esterno non esiste.
Nuñez, uno scalatore, disgraziatamente cade dalla parete rocciosa che
stava scalando, ma finisce, per lo più illeso, su un ammasso di neve che
attutisce la caduta.
Appena si riprende, Nuñez parte in esplorazione e approda in una valle;
tutto ciò che vede ha qualcosa di strano; ciò che attira maggiormente la
sua attenzione sono delle casette schierate che non presentano finestre
e sono sgraziatamente intonacate con diversi colori, oltre ad una serie
stradine e viottoli regolari che collegano le varie case alla via
centrale.
Qua e là vede alcune persone distese sul prato e uomini che stancamente
riempiono delle giare con dell’acqua. Nuñez si avvicina ma, notando che
nessuno sembra accorgersi di lui, comincia a gesticolare. Ancora niente.
Allora urla.
Dopo un iniziale sconcerto, gli abitanti attorniano lo straniero e lo portano presso i saggi della valle.
Nuñez tenta invano di spiegare loro che viene dal mondo di fuori e che
riesce a vedere, ma gli abitanti, ormai immemori di cosa sia la vista e
di tutto ciò che con essa ha a che fare, credono che sia stato appena
generato dalle rocce della valle; così spiegano a Nuñez la loro
cosmogonia, la religione e che il tempo è stato diviso in caldo e freddo
(giorno e notte) e che era bene dormire durante il caldo e lavorare
durante il freddo (chiedono a Nuñez se sa dormire, lol).
Se inizialmente Nuñez pensa di poter
soggiogare gli abitanti della valle essendo lui dotato della vista, si
ritrova invece a fare i conti con una mentalità completamente estranea a
concetti quali “cecità”, “vista”, “colore”, “luce e ombra” e simili.
Tenta in ogni modo di spiegare cosa sia la vista, ma nessuno gli crede e
cominciano a trattarlo come un demente.
« Io vedo » disse.
« Vedo? » disse Correa.
« Sì, io vedo » disse Nuñez volgendosi a lui, e inciampò nel secchio di Pedro.
« I suoi sensi sono ancora imperfetti » disse il terzo cieco. « Inciampa e dice parole senza senso. Conducilo per mano ».
Esasperato dalla cieca ottusità del
suo nuovo entourage, Nuñez tenta la fuga, ma dopo essere rimasto al
freddo e senza cibo per due giorni, decide di tornare nella valle e
sottostare alle regole del Paese dei Ciechi.
Nuñez non parla più della bellezza del
paesaggio, della vastità del cielo e del nitore delle stelle, se non a
Medina-saroté, la figlia del suo nuovo padrone Yacob, l’unica che resta
ad ascoltarlo incantata.
Tra i due nasce l’amore e Nuñez sente finalmente di poter essere felice
anche in mezzo al buio, una fiammella di speranza nell’oscurità, ma
quando il padre della ragazza viene a sapere che i due hanno intenzione
di sposarsi finisce l’incanto. Medina-saroté non può sposarsi con un
essere inferiore che va farneticando di stelle e tramonti, a meno che la
sua demenza non venga curata mediante l’asportazione chirurgica dei
globi oculari che, sicuramente, sono la causa delle sue fantasie. Anche
Medina-saroté pensa che sia meglio l’operazione per porre a freno la
fantasia dell’amato e sciogliere così ogni vincolo al loro matrimonio.
Cosa farà Nuñez?
…il monocolo è il re
Beati monoculi in terra caecorum è
un proverbio latino medievale che, tradotto letteralmente, significa:
beato il monocolo nella terra dei ciechi. Questa espressione si usa per
dire che anche un mediocre sembra un genio se posto a confronto con chi è
peggio di lui.
Appena giunto nel Paese dei Ciechi, Nuñez non fa che ripetere questo
detto come un mantra; tralasciando l’odiosa prepotenza dell’essere umano
nel voler sempre ergersi a dominatore nei confronti di chi crede più
debole, Nuñez constaterà presto, e ben amaramente, l’erroneità della sua
presunzione.
L’errore di Nuñez, infatti, è quello di magnificare a priori la sua
facoltà visiva e contemporaneamente sminuire l’antropologia culturale
che caratterizza il contesto sociale nel quale viene a trovarsi; perché,
se nel mondo di Nuñez nella terra dei ciechi il monocolo è il re, nel
Paese dei Ciechi il monocolo è il disagiato. Un mondo diverso ha anche
regole diverse.
E cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che niente è assoluto.
Tema cardine del racconto è infatti il
relativismo, e nella fattispecie il relativismo culturale. Il problema
dell’essere umano è che spesso presume che la sua realtà sia l’unica
possibile; è inconcepibile per lui, se non ammettere, anche solo
approvare una concezione culturale ed esistenziale diversa dalla sua.
Ciò avviene sia per Nuñez (beati monoculi in terra caecorum) che per i
ciechi. Quando Nuñez tenta di spiegare loro che viene da una città
denominata Bogotà, i ciechi, totalmente incapaci di figurarsi un mondo
esterno al loro, pensano che Bogotà sia il nome di Nuñez.
Quando Nuñez cerca di spiegargli cosa sia la vista è, sì, comprensibile
che loro continuino a non capire, ma è altresì innegabile che essi non
si sforzino nemmeno di comprendere e anzi, a causa del loro caparbio
dogmatismo e della loro fisiognomica distorta, giudichino Nuñez
inferiore, se non addirittura mentalmente ritardato.
« Ho esaminato Bogotà, » disse « e il caso mi è più chiaro. Penso che molto probabilmente si potrebbe guarirlo ».
« È quello che ho sempre sperato » disse il vecchio Yacob.
« Il suo cervello è turbato » disse il dottore cieco.
Gli anziani fecero un mormorio di assenso.
« Ora, che cosa lo turba? ».
« Ah! » disse il vecchio Yacob.
« Questo
» disse il dottore, rispondendo alla propria domanda. « Le strane cose
che hanno il nome di occhi, e che esistono per formare una soffice e
gradevole depressione nel volto, sono nel caso di Bogotà malate a tal
punto da danneggiare il cervello. Sono assai gonfie, e le palpebre,
munite di ciglia, si muovono. Di conseguenza il suo cervello è in uno
stato di continua irritazione e logoramento ».
« Sì? » disse il vecchio Yacob. « Sì? ».
« E io
penso di poter dire con ragionevole certezza che per guarirlo
completamente altro non occorre se non una semplice e facile operazione
chirurgica: asportare, cioè, questi corpi irritanti ».
« E poi sarà assennato? ».
« Perfettamente, e un cittadino esemplare ».
« Sia ringraziato il Cielo per la scienza! » disse il vecchio Yacob, e subito corse ad annunciare a Nuñez le sue liete speranze.
A noi un dialogo del genere può far
sorridere, se non inquietare (se si pensa ad una pazzia come
l’asportazione degli occhi), ma ciò che si deve considerare è il punto
di vista degli interlocutori: per loro è normale non vedere, per loro la valle è il mondo, per loro ciò che è stato tramandato di generazione in generazione è l’unica verità
ammissibile, sebbene si tratti di credenze elaborate dalla psiche umana
che necessariamente, in assenza di dati scientifici, è costretta a
interpretare come può (fantasiosamente, il più delle volte) la realtà
che l’attornia.
Così, se come affermava Carl Gustav Jung: “le forze eruttate dalla
psiche collettiva portano confusione e cecità mentale”, la cecità, nel
Paese dei Ciechi, non è solo fisiologica ma anche mentale.
Un altro elemento interessante nel
racconto di Wells è la simmetria che si viene a creare tra l’abitante
che resta confinato nel mondo “al di qua” della valle, e Nuñez, che
invece si ritrova catapultato nel Paese dei Ciechi.
Una simmetria che rispecchia il dualismo, l’altra faccia della stessa
medaglia: due mondi speculari che coesistono sebbene diametralmente
opposti. Il punto di vista, il relativismo, appunto.
Termini, poi, come “al di qua” e “al di là”, non fanno altro che
marcare ulteriormente questo confine prospettico tra i due mondi
capovolti.
L’amore è cieco
Una delle doti che apprezzo
maggiormente nel genere umano è la capacità di adattamento; Nuñez che si
ritrova “enucleato” nel Paese dei Ciechi, nonostante le iniziali
difficoltà, capisce che l’unico modo per sopravvivere è quello di
adeguarsi alla vita della comunità cieca, e così fa, ma sarebbe tuttavia
scorretto affermare che Nuñez effettivamente si integri nella nuova
congrega.
Non potendo condividere i suoi pensieri su ciò che vede e pensa
realmente è normale allora che Nuñez cominci a provare un certo
interesse per l’unica persona che gli dia ascolto, Medina-saroté.
Come un’unica scintilla che rischiara le tenebre della sua nuova
esistenza, Nuñez ritrova in Medina-saroté quel calore confortante che
solo il contatto umano può generare. E così, sboccia l’amore.
Ma si tratta di amore vero o è solo un desiderio dettato dal senso di
solitudine e di estraneità che Nuñez inesorabilmente prova nella sua
nuova condizione di unico vedente?
É possibile che questo amore sia un’illusione, una speranza per ricominciare a vivere serenamente in un mondo che non è il suo?
Penso che sia probabile, anche perché se Nuñez comincia a nutrire
affetto per Medina-saroté è principalmente perché lei, oltre ad avere le
palpebre meno infossate (e quindi ricordandogli maggiormente un suo
simile), è l’unica che gli dà ascolto, sebbene interpretando la sua
verità per una sua fantasia.
Si tratta allora di una fantasia nella fantasia, così come vi è un mondo nel mondo.
É quindi inevitabile la delusione di Nuñez nello scoprire che
Medina-saroté non ha mai creduto alla sua storia e preferisce che si
operi e ponga così fine alle sue fantasticherie.
In un primo momento, Medina-saroté può sembrare un’egoista, ma se ci
immedesimiamo nei suoi panni e torniamo a pensare al suo punto di vista è
chiaro che lei, poverina, non capisce e non può capire, ma anzi spera e crede nell’operazione di Nuñez solo per buona fede.
Forse il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi” è un tantino estremista, ma
penso sia indubbio che eviti incomprensioni culturali non indifferenti
(poi se uno va oltre l’incomprensione e vede la cosa come una
possibilità di arricchimento personale è un altro discorso).
Conclusioni
Questo breve racconto di H.G.Wells,
consigliatomi dalla mia professoressa di lettere ai tempi del liceo, è
riemerso dopo anni e anni dalla mia interminabile wish list, e, che
dire, sono stata consigliata bene.
Questo piccolo libriccino di appena quaranta pagine è un invito ad
aprire gli occhi e la mente; è un invito a non fermarsi dinanzi ai
limiti della propria percezione delle cose, ma ad indagare, ad andare
oltre le apparenze, e a tenere in conto la possibilità che il nostro
punto di vista non sia l’unico e assoluto.
Il mondo è grande, ed è bello perché è vario; non limitiamoci a
giudicare senza conoscere, perché niente è certo e tutto è relativo.
La cecità può colpire chiunque, ma evitare di chiudere gli occhi può aiutare a prevenirla.
Voto: ★★★★