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giovedì 1 ottobre 2015

Ottobre 2015 #Uscite in libreria

 
Con ottobre arrivano i primi freddi e il mio unico desiderio è quello di restare in casa a poltrire, avvolta nei golfini della nonna, una tazza calda di tè/latte/caffè e un buon libro come amici del cuore.
E a proposito di libri, in questo mese ventoso e arancione vediamo il ritorno di Zerocalcare, due antologie di racconti e due romanzi interessanti.

domenica 15 febbraio 2015

Il conte di Montecristo #I classici della domenica

E’ domenica. Il giorno del riposo. Riposo. A questa parola ognuno di noi associa un significato particolare. Io, per esempio, nel mio ideale di domenica oziosa, mi raffiguro bardata in un plaid caldo e lanoso (visto il periodo, sai com’è) intenta nella lettura di un bel libro. Un classico, per la precisione.
Così, ho pensato che fosse il momento giusto per propinarvi una mia analisi/recensione su un grande classico, Il conte di Montecristo (1844-45) di Alexandre Dumas (padre).
Bene, bando alle ciance allora, e buona lettura.


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Prima di iniziare, una piccola puntualizzazione: ci tengo a precisare che l’edizione della BUR e della Mondadori, tradotte da Emilio Franceschini, peccano di pesanti censure che consistono nel manipolare e riassumere interi paragrafi in poche frasi. Tenetene conto e siate più cauti di me nell’acquisto perché queste sono cose veramente vergognose.

Detto questo, Il conte di Montecristo è un capolavoro assoluto della letteratura francese di cui consiglio caldamente la lettura.

Il tema

La vendetta è il perno portante di questo romanzo. Non la classica vendetta, banale e subitanea, ma una vendetta lenta e paziente, intelligente, sapientemente architettata e micidiale. Una vendetta che si ramifica e si intreccia per varie vie, atta a colpire i vari colpevoli, le cui colpe sono tutte concatenate attorno l’ingiustizia subita da Dantès.
Ciò che rende memorabili tutte queste vendette non risiede solo nella loro componente strutturale, seppure indubbiamente magistrale, ma è la valenza simbolica che ne deriva: Caderousse “pugnala alle spalle” Edmond, tacendo la verità; Caderousse morirà pugnalato in quanto il conte tacerà sul pericolo che attende lo sciagurato. Fernand toglie l’amore a Edmond, e così la sua ragion di vita, facendogli desiderare la morte; Morcerf morirà suicida. Villefort toglie la libertà a Edmond, facendogli desiderare la follia; Villefort diventerà pazzo. Infine Danglars, – l’artefice del piano che ha tolto Edmond dalle braccia dell’amatissimo padre che muore, così, solo e di fame, – sarebbe dovuto a sua volta morire di fame, e nel modo più odioso per l’avido banchiere: perdendo tutta la sua fortuna, tutti i suoi amati soldi per un misero tozzo di pane.


Il tempo

Il tempo del romanzo è suddiviso in quattro parti.

All’inizio della storia, troviamo un giovane Dantès pieno di entusiasmo. La vita gli sorride: ha un’ottima carriera, lo aspetta l’imminente matrimonio con la donna che ama alla follia ed è sostenuto da un padre affettuoso. Dantès non progetta grandi cose perché lui ha già tutto, hic et nunc. L’ingenuo Edmond è il presente.

Poi, l’incarcerazione. Durante il periodo di prigionia Dantès perde il concetto di tempo. Non sa che giorno sia, non sa in quale anno si trovi. Trascorre le giornate nel vuoto dei suoi pensieri, passa i mesi alternando vari stati d’animo e diverse fasi emozionali. Dapprima, incredulo per ciò che gli è accaduto, coltiva la disperata illusione di poter essere liberato; poi, man mano che passa il tempo, subentra la rabbia e l’odio per gli uomini che hanno distrutto la sua vita. Infine, dalla follia della sua solitudine affiora la rassegnazione, e l’idea del suicidio lo accarezza sempre di più.
Il tempo è confuso, è statico. Il tempo non esiste.


Con la nascita del conte di Montecristo ci troviamo nel cuore del romanzo dove regna il terzo stallo temporale, il passato; le azioni dei vari personaggi si svolgono, sì, al presente, ma in realtà sono tutte conseguenze correlate al passato. Il conte premedita e prevede tutto, manovra i suoi aguzzini come burattini, tutto in virtù della sua vendetta. Una vendetta furiosa e indomabile che è rivolta solo al passato. Il presente di Montecristo è fittizio in quanto lui non esiste se non nelle veci del passato.

Infine, l’ultimo tempo, il futuro. Siamo all’epilogo: il conte ha concluso la sua opera, e adesso lui, Haydée, Maximilien e Valentine, possono finalmente guardare al futuro, presumibilmente roseo, che si prospetta dinanzi a loro.

Il conte, la catalana, il “figlio”

Il conte di Montecristo è un personaggio importante, in ogni senso del termine. Enormemente ricco, il conte rispecchia lo stereotipo secondo cui qualsiasi cosa ha il suo prezzo, e possiede tutto ciò che di più lussuoso, ricercato e stravagante si possa avere, dimostrando sempre un estremo gusto e raffinatezza, al contrario di Danglars che, nonostante i soldi, si circonda di pacchianerie, cadendo di conseguenza nella grossolanità e nel ridicolo.
Perfetto gentleman, pacato e cortese nei modi, è però un uomo tormentato; accecato dal suo desiderio di vendetta, cova un profondo astio e disprezzo per il genere umano, che ritiene meschino e incapace di bontà, fatta eccezione per quei pochi che ancora conservano un animo nobile e sincero (la famiglia Morrel per esempio).
Montecristo è estremamente affascinante, ma al contempo è un personaggio tenebroso; l’alone di mistero che lo circonda fa sì che egli venga paragonato a Lord Byron, se non addirittura a un vampiro (merito anche della sua carnagione eccessivamente pallida).


Il conte di Montecristo è l’incarnazione del potere: egli può tutto, persino ridonare la vita ai “morti”.
Giudice e boia, il conte è una figura contorta, megalomane, con un proprio senso della giustizia; difatti, sebbene si professi sempre solo un esecutore del volere divino, in realtà si compiace (forse anche solo inconsciamente) nel giocare a fare Dio, manifestando, così, un latente delirio di onnipotenza, come del resto si può intravedere in tutte le sue mistificazioni durante l’arco del romanzo.


Il dualismo che pervade il protagonista è evidente: se da un lato è duramente spietato con i suoi nemici, dall’altro è molto prodigo di cure verso gli amici.
Significativa, poi, la differenza tra il giovane Edmond Dantès e il maturato conte di Montecristo (non posso non pensare al tema del doppio che emerge): il primo così ingenuo e puro di cuore, dedito all’amore e alle gioie della vita semplice e onesta; il secondo così vendicativo, giustiziere e simulatore, ormai ricco ma distaccato di fronte ai piaceri di una vita nel lusso. Sembrano, e alla fin fine sono, due personalità completamente diverse, eppure si tratta pur sempre della stessa persona.

Montecristo è il superuomo per eccellenza.

Ho davvero ammirato molto il conte, per il suo fascino, la sua intelligenza e la sua brama di vendetta, ma l’ho trovato anche deplorevole, principalmente per due ragioni: Mercédès e Maximilien.

Ufficialmente, Mercédès viene punita in quanto moglie di Morcerf, e quindi è inevitabilmente colpita dalla disgrazia del marito, ma in realtà Mercédès è punita proprio perché ha sposato Morcerf. Per Montecristo il grigio non esiste, tutto è bianco o nero. O sposi me o muori. Perciò la colpa di Mercédès, secondo il conte, consiste nel non aver aspettato Edmond, nel non essersi uccisa (così come professava ai tempi del loro amore se fossero mai stati separati), e di aver sposato Fernand per sua libera scelta. Ma una donna che sposa un uomo che non ama, perché donna e perché povera, e quindi perché debole di fronte a una società dell’epoca, non è una donna colpevole. Mercédès è una donna che ha sofferto e continua a soffrire in quanto non ha mai dimenticato il suo vero amore; è una donna assalita dal rimpianto e dal rimorso, non è una donna felice, non è una donna da punire, ma una donna da compiangere.
L’ultimo dialogo tra la catalana e il conte è qualcosa di straziante. Si percepisce tutto il peso dell’irrimediabilità del passato, un peso che dilania dentro e rende soli, con i propri demoni, un peso che fa invecchiare e che condanna a piangere se stessi per il resto della propria vita.
Ecco, vedere quei due, che una volta si erano amati così ardentemente, e che dopo più di 10 anni si ritrovano e di quell’amore non è rimasto più che un ricordo, ecco, mi ha lasciato una profonda tristezza dentro.


Infine Morrel. Non mi ritrovo completamente d’accordo riguardo all’idea che ha il conte sulla felicità: solo chi ha sofferto merita di essere felice. Questo il concetto riassunto in poche parole. Tralasciando il fatto che personalmente ritengo la felicità non necessariamente correlata alla sofferenza, in quanto essa è di chiunque riesca e sappia goderla, trovo meschino il fatto che questa “necessaria” sofferenza sia lo stesso conte ad imporla a Maximilien, che tra l’altro considera e tratta come un figlio. Fare un grande male (continuare a far credere a Morrel che Valentine sia morta, fino a spingere il giovane sull’orlo del suicidio) per fare un grande bene (realizzare finalmente l’amore tra Maximilien e Valentine) ha, per lo meno ai miei occhi, un che di sconcertante e superbo; il richiamo alle vicissitudini di Giobbe risalta inevitabilmente ai miei occhi, così come, di nuovo, il complesso di Dio del conte.

Conclusioni

Nadar__Alexander_Dumas_père_(1802-1870)

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma ho paura di diventare troppo pesante, perciò concludo dicendo che la grandezza di questo romanzo non consiste solo in una trama avvincente e ingegnosa, capace di stimolare la curiosità del lettore (condizione indispensabile se si pensa che Il conte di Montecristo nasce come feuilleton), ma anche, e soprattutto, nella maestria di Dumas nel delineare i personaggi, ciò che si cela nell’animo umano, e nella fattispecie il sentimento della vendetta. 

Voto: ★★★★★

lunedì 17 novembre 2014

Dio di illusioni #Lunedì narrativa

Giudizi contrastanti quelli che accompagnano il più o meno famoso Dio di illusioni, romanzo d’esordio di Donna Tartt.
Da quale parte della barricata schierarsi? A questo punto credo che sia veramente una questione di gusto personale.
Dal canto mio, non posso che considerarlo un libro molto, molto, sopravvalutato.


dioillu Siamo in un esclusivo college del Vermont; Henry, Bunny, Francis, Charles e Camilla rappresentano tutto ciò che Richard Papen, squattrinato californiano, vorrebbe essere: bello, ricco, affascinante. L’unico modo per entrare a far parte di quel gruppo è seguire le lezioni di greco, e Richard lo fa. Pian piano viene accolto nella cerchia e il ragazzo si sente al settimo cielo, finché qualcosa comincia a minacciare l’idilliaco equilibrio del gruppo. Bunny sa un segreto che riguarda Henry, Francis e i gemelli, ma che Richard non conosce. L’armonia traballa sempre di più, fino a spezzarsi, quando Richard scopre il segreto della discordia. I quattro ragazzi sono responsabili di un brutale omicidio, avvenuto erroneamente durante il baccanale segreto da loro organizzato. Bunny diventa quindi una minaccia, e una sembra essere l’unica soluzione possibile.

_E da qui in poi consiglio la lettura solo a chi ha letto il libro, fino alle conclusioni, come al solito.

Considerazioni su Dio di illusioni: la trama, lo stile, i personaggi.
Quattro (cinque) ragazzi coinvolti in un orribile segreto, un omicidio involontario, e qualcuno che sa. Vi ricorda qualcosa? A me sì; per esempio il film So cosa hai fatto, tratto dall’omonimo romanzo di Lois Duncan, scritto nel 1973. Che l’autrice de Il Cardellino abbia preso ispirazione dal sopracitato libro? Le modalità sono diverse, certo, ma subito è riaffiorato in me il ricordo, la sensazione di una trama già vista, già sentita.
Ma tralasciando le fonti d’ispirazione, ci sono molti elementi che rendono Dio di illusioni un romanzo mal riuscito.
Innanzitutto lo stile.
Secondo i miei canoni (ed i miei gusti personali, ovviamente) ritengo che la Tartt, per lo meno da quanto ho appurato in questo suo primo romanzo, non sappia scrivere: lo stile è prolisso e poco fluido, molto artificioso e poco coinvolgente. Innumerevoli sono i fatti e le descrizioni altamente inutili che compongono questo romanzo, contribuendo a renderlo molto più lungo di quanto in realtà sarebbe stato necessario; seicento pagine che sarebbero potute benissimo essere sintetizzate nella metà, se nelle mani di uno scrittore capace.


I personaggi sono troppo fittizi, piatti e scialbi, nonostante l’autrice tenti in tutti i modi di renderli interessanti, stravaganti, “diversi” insomma. Ma manca quella bravura di fondo atta a rendere i protagonisti dei personaggi a 360°, con una loro psicologia a tutto tondo. Chi sono infatti i protagonisti di Dio di illusioni?

Richard, colui che funge anche da narratore in prima persona, paradossalmente è il più insignificante del gruppo. Nonostante sia lui a raccontare la storia, _e avendo quindi la funzione importantissima di coinvolgere maggiormente il lettore proprio perché influenzato dal suo punto di vista_ , tutto ciò che pensa e prova risulta come condensato da un soffuso strato di ovatta, a causa del quale ogni suo pensiero o sentimento appare privo di un’autentica emozionalità, rendendo il lettore incapace di partecipare attivamente al suo stato emotivo.

Vi sono poi gli elitari, coloro che ci vengono presentati dal narratore come una sorta di angeli, essere trascendentali, se non addirittura degli dei, che altro non sono che dei ragazzi ricchi, viziati e supponenti, chiusi nella loro cerchia ristretta e inaccessibile per chiunque non ne faccia parte. Non partecipano alla comune vita del college, non vanno alle feste studentesche e non scambiano parola con chicchessia; il loro tempo libero lo passano riuniti a bere e a fumare sigarette, giocare a carte, leggere libri tra una sbronza e l’altra.

Merito di questo snobbismo classista è sicuramente Julian, professore di greco che, tronfio della sua superbia, ha voluto frapporre un muro tra sé e i suoi adepti con il resto del mondo, troppo mediocre e misero per la sua persona, dedita alla magnificenza del mondo classico.
Adorato e venerato dai suoi allievi, Julian è un uomo votato esclusivamente alla bellezza, una bellezza particolare però, puramente estetica, priva di contenuto: in definitiva, una bellezza sterile.
Ma più che la persona in sé, Julian mi ha disgustato nella sua figura di professore: un maestro delle apparenze senza alcuno scrupolo morale nell’isolare coercitivamente i suoi studenti (fatto allarmante di per sé) e nell’instillare il culto del Dionisismo in giovani menti influenzabili.
Il “mandante” dell’omicidio infatti non è altri che Julian, desideroso di trasfondere nei suoi accoliti i suoi stessi ideali edonistici, travisando in realtà gli ideali della cultura greca; perché assieme al dionisiaco, esiste l’apollineo.


Henry, pedante classicista, dall’aspetto austero e sostenuto, erudito e fin troppo perfetto, è la mente malata che raccoglie il dado lanciato da Julian. È lui che propone l’idea del baccanale, è lui che decide di eliminare Bunny, è lui che muove gli altri come delle pedine. E proprio perché è lui il personaggio di maggiore spessore, è lui che farà una fine tragica, epica, classica.
Il rifiuto del suo mentore, l’onta causata dal suo abbandono, determinano in Henry il bisogno di un riscatto che dovrà ottenere col sacrificio. Il suo.


Charles e Camilla, la coppia di gemelli, segretamente amanti (sì, perché senza una relazione incestuosa sarebbero stati troppo banali, no?), sempre inseparabili, sempre a bere o a fumare. Camilla, ovviamente, essendo l’unica ragazza del gruppo è anche colei che viene contesa da tutti, fratello compreso appunto.
Charles, che all’inizio sembrava perlomeno un personaggio rispettabile, viene trasformato, con l’avanzare della storia, in un alcolizzato incallito e violento, così, di punto in bianco, giusto perché la Tartt non sapeva che altro inventarsi.


Francis, l’omosessuale del gruppo, è forse l’unico personaggio che si salva, che ha una coscienza, seppur latente e per lo più ottenebrata dal suo amore per Charles.

Alla fine, però, nessuno di questi personaggi sviluppa una personalità talmente propria da renderlo unico e indimenticabile. Manca quell’individualità che renda reale il personaggio. Sono tutti uguali, semplicemente con delle differenze.

Bunny, altro elemento del gruppo, appare odioso già prima del ricatto: ragazzo eccessivamente esuberante, egoista e, a mio modesto parere, veramente stupido, è colui che più degli altri vive di apparenza; appartenente a una famiglia un tempo altolocata, Bunny non pare preoccuparsi dell’attuale situazione economica della famiglia perché, grazie ad escamotage e alle sue amicizie benestanti, riesce comunque a mantenere un alto tenore di vita.
Un ragazzo finto, superficiale, interiormente vuoto che finisce col rendersi ulteriormente odioso quando comincia a ricattare (e neanche esplicitamente) gli altri ragazzi.
Persino il suo crollo emotivo ha un che di fastidioso, semplicemente perché del tutto irrazionale; lui, che è del tutto estraneo all’omicidio, sta male, quando ai diretti interessati non fa minimamente né caldo né freddo. Bunny inizia a interrogarsi sul senso della morale, sul concetto di colpa e di peccato, sembrando quindi l’unico essere dotato di coscienza in tutta la storia. Ma allo stesso tempo sfrutta il segreto dei ragazzi per soddisfare ogni suo singolo capriccio. Dunque, di che moralità stiamo parlando? Uccidere è immorale, ma ricattare sulla base di tale uccisione no? Un concetto di etica alquanto distorto a parer mio.
Inoltre comincia a diffidare di chiunque, a soffrire di paranoia…beh, diciamo che se ti metti a ricattare la gente un po’ te lo devi anche aspettare che poi ti vogliano fare la pelle eh.
Dunque, a costo di sembrare io l’immorale, sono stata contenta che un personaggio vile, e alla fin fine abbietto, come Bunny venisse eliminato dalla storia.


Ma adesso arriviamo alla parte più “divertente” e soprattutto “verosimile” della storia. Sparisce Bunny e dopo tre giorni vengono iniziate le ricerche dalla polizia, da innumerevoli volontari, da squadre speciali con tanto di elicottero e infine dall’ FBI. La SWAT e l’esercito no??
Via, quando mai per un ragazzo di 24 anni qualsiasi si mobilita tutta questa gente? Poi la Tartt, rendendosi conto della puttanata (pardon) che ha scritto, aggiunge la storia della ricompensa e della droga per cercare di rimediare a cotanta assurdità.


Ebrietas nihil aliud est quam voluntaria insania. Nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.
Il perno centrale del romanzo è il male. O meglio, la bellezza del male.
Julian afferma che la bellezza è terrore, frase sulla quale non mi ritrovo affatto d’accordo; la bellezza è anche terrore. C’è differenza.


Fin dai tempi più antichi, il male fa parte dell’uomo e come tale affascina. Ma qui il male viene impostato su due differenti piani: il male come accezione moderna, dal punto di vista della colpa, e quindi della morale, e il male come conseguenza ed espressione della libertà più totale, slegata dai vincoli morali che la imprigionano.
I baccanali greci in onore di Dioniso non erano concepiti come culto del male, ma come libera espressione degli istinti più selvaggi, della forza vitale, della completa liberazione dello spirito scevro dalla coscienza, e di conseguenza come simbolo di ricongiungimento col dio, il “dio di illusioni” a cui si rifà il titolo, che è appunto Dioniso, un dio dal duplice aspetto; da un lato egli è dio dell’estasi, dell’ebbrezza e del vino, dall’altro è anche il dio della metamorfosi, terrorizzante e irrazionale.


Per Henry, soprattutto, il desiderio di andare oltre i confini della razionalità e della coscienza diventa un’ossessione morbosa.
Ma nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia. Il decidere consapevolmente di svestirsi delle proprie inibizioni morali è un atto di deliberata depravazione. Ciò che Henry vorrebbe, ovvero raggiungere lo stato di amoralità, è impossibile perché nella cultura in cui vive la moralità e l’immoralità sono concetti ormai legati indissolubilmente a lui. Quindi il decidere di andare contro la morale, seppur in una forma di amoralità, è già un atto di per sé immorale.
Henry stesso ammetterà, in seguito, che l’aver ucciso l’uomo nel bosco è stata l’esperienza più vivificante della sua vita.
Quindi, ripeto, nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.


Per quanto riguarda il male inteso come colpa, come peccato, la Tartt non riesce a svilupparne bene il concetto, né l’intensità.
Bunny, ripetiamolo, si interroga sul senso di colpa e peccato, mostrando però un atteggiamento immorale ricattando i ragazzi.
Dopo l’uccisione a sangue freddo dell’amico, Richard dichiara sempre di fare sogni orribili, di avere fitte di malessere e paura, ma non sembra sentirsi realmente in colpa, e così gli altri ragazzi.
La premessa del baccanale è del tutto inutile in quanto questi personaggi già non hanno una coscienza.


Conclusioni
Sarà il fatto che nutrivo grandi aspettative per questo romanzo se ora non posso fare a meno di sentirmi delusa. Molto delusa.
La trama intrigava, parecchio. Ma lo stile lento, prolisso, l’incapacità di compartecipare emotivamente con i protagonisti, le ripetizioni, le forzature in generale, hanno distrutto quello che poteva essere un gran bel romanzo.
È evidente lo sforzo della Tartt nel voler riuscire a stupire, sconvolgere il lettore, così come è visibile la sua conoscenza della lingua e della letteratura greco-latina, visti i grecismi e i continui richiami classici di cui è permeato il libro, ma nonostante ciò per me non riesce. La scrittrice non è riuscita nel trasmettere il significato profondo del suo pensiero, non è riuscita a svilupparlo concretamente, ecco.


Per finire, una piccola parentesi sul genere di questo romanzo, dato che c’è chi si trova in difficoltà nel doverlo catalogare.
Non è un giallo in quanto non è strutturato come un giallo (mancano l’investigatore, gli indizi, la deduzione tipica del giallo classico); non è un thriller, manca l’azione (questo libro è molto, molto lento); non è un romanzo di formazione, semplicemente perché qui nessuno cresce, i protagonisti vanno avanti nelle loro vite senza mostrare particolari cambiamenti o maturazioni; non è interamente un noir, in quanto la suspense è poco palpabile.
In definitiva: si tratta meramente di narrativa con tinte di mistery/noir. 


Voto: ★★

Donna Tartt
Donna Tartt.  Non trovate che persino l’autrice sia un personaggio fin troppo costruito?