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lunedì 13 luglio 2015

Buio a mezzogiorno #Lunedì narrativa

Sulla conturbante scena del Novecento, numerosi sono i romanzi che hanno fatto la differenza; Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler è sicuramente da ritenersi uno di questi.
Il titolo, di per sé eloquente, se non addirittura esegetico, racchiude l’intero pensiero dell’autore e del suo protagonista, Rubasciov.

“Il vecchio male” pensò Rubasciov. “I rivoluzionari non dovrebbero pensare con la mente degli altri.
“O dovrebbero, invece? Sicuramente?
“Come si può cambiare il mondo, se ci si identifica con chiunque?
“Come si potrebbe diversamente cambiarlo?
“Colui che comprende e perdona…dove può trovare un motivo per agire?
“Dove non lo troverebbe?”


È piena notte quando Rubasciov viene prelevato dal suo appartamento e trasferito in carcere. Con un’accusa di tradimento non meglio specificata, Nicolaj Salmanovic Rubasciov, personaggio importante del partito comunista, viene arrestato e rinchiuso nella cella dove avrà inizio il suo personale calvario etico-spirituale.
Durante la sua prigionia, Rubasciov ha modo di ripensare al movimento al quale ha dedicato la sua intera esistenza, analizzandone i processi evolutivi, i suoi meccanismi più intrinsechi, evidenziandone le debolezze e le mancanze, il tutto con una lucida criticità che ne ripercorre, passo dopo passo, i cambiamenti e i fenomeni che hanno portato all’attuale sistema, al cui vertice si trova inossidabile il N°1.
Tra prese di posizione e debilitazioni fisiche, assistiamo al mutamento interiore di Rubasciov, dove alla logica ferrea del partito viene a sostituirsi una coscienza morale, rimasta dormiente e assoggettata ai compiti e i desideri del fine ultimo del partito, e che adesso riemerge in tutta la sua potenza nella ‘finzione grammaticale’.
Il risultato è un’amara capitolazione.


La politica del N°1
“Dunque, aveva fatto la Guerra civile, dopo tutto” pensò Rubasciov. Ma eran cose d’altri tempi, ormai, e non facevano più differenza.
Sebbene il personaggio di Rubasciov sia fittizio, la sua vicenda si rifà ad eventi realmente accaduti durante il regime staliniano, noto anche come Grande terrore, caratterizzato dalle cosiddette ‘purghe’, nel quale un qualsiasi parere avverso a quello del regime poteva trasformarsi in un’accusa di tradimento. Nel romanzo, poi, Koestler descrive come queste accuse vengano avvalorate da false prove, costruite per lo più sulla base di un’austera logica di causa-effetto, di supposizioni consequenziali, poco importa se nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti.
Tutto questo perché “ ciò che viene presentato come giusto deve risplendere come oro, ciò che viene presentato come erroneo deve essere nero come la pece. “. Il comunismo, sotto le fila di Stalin, diventa più di un movimento politico, esso si sostituisce completamente alla religione, diventando esso stesso una religione, con i suoi dogmi e i suoi credo incontrovertibili; chiunque non rispetti ciecamente la volontà del partito, chiunque non abbia abbastanza fede, viene automaticamente epurato, eliminato, in virtù di un bene più grande: il mantenimento del potere del comunismo, per far sì che la Rivoluzione non venga rovesciata in alcun modo.
Non importa se si è servito il partito per tutta la vita, non importano i sacrifici fatti sino a quel momento: i ritratti degli ex componenti del partito, di coloro che hanno fatto la Rivoluzione ed hanno contribuito alla sua vittoria, vengono cancellati dalle fotografie una volta appese al muro; i libri ritenuti contrari all’ideologia dominante, banditi dalle biblioteche; tutto può ribaltarsi in un istante, in quel fatidico istante in cui si inizia a pensare con la propria testa _ impossibile non pensare al 1984 di Orwell _.


La finzione grammaticale
Tanto peggio per colui che prendeva sul serio quella commedia e che vedeva solo quanto avveniva sul palcoscenico e non il meccanismo dietro le quinte.
Durante la sua carriera politica all’interno del partito, Rubasciov ha spesso eseguito incarichi scomodi, liquidando membri del movimento accusati di controrivoluzione e, nonostante la palese montatura dell’accusa, il non ancora ex commissario del popolo, ha sempre obbedito agli ordini, pur talvolta non ritenendoli personalmente giusti, senza obiettare; questo perché nella politica del comunismo non c’è spazio per i moralismi: l’unica morale che conta è quella del partito, una morale quindi riarticolata in base alle esigenze di quest’ultimo. Nel comunismo prevale infatti un’etica che ricorda in qualche misura l’Utilitarismo, per cui il giusto equivale all’utile ed il male al dannoso.
In una tale ottica si perde di conseguenza il valore dell’individuo, in quanto si agisce in virtù di un simbolico popolo, ” una moltitudine di un milione divisa per un milione “.
Un’etica rivoluzionaria, per citare Weber, in cui per il bene ultimo (l’utopia di un mondo comunista) l’uso della violenza è legittimato e vale il principio machiavelliano de “il fine giustifica i mezzi”.
La coscienza verso il singolo non esiste, in quanto la propria responsabilità è verso il principio.


Ma durante la prigionia, i ricordi di Rubasciov riemergono prepotenti e con essi quella che lui chiama ‘finzione grammaticale’, che altro non è che il suo inconscio, la sua coscienza, il suo ‘io’ più intimo. Manifestandosi negli improvvisi flashback, nel gesto meccanico di strofinarsi il pince-nez sulla manica e con un pulsante mal di denti, Rubasciov inizialmente cerca di combattere con tutte le sue forze questa verità latente, che adesso vuole emergere, rimettendo le sue azioni ad un giudizio più grande di quello degli uomini, ovvero a quello della Storia.
“La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni”, aveva detto a uno di quegli sventurati. “Scorre, inerte e infallibile, verso la sua meta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non
ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito”.
Finché, al grido disperato del suo amico Bogrov mentre viene portato via per essere fucilato, la razionalità cede il posto alla presa di coscienza. Il lamento di quel singolo uomo porta Rubasciov a capovolgere completamente il suo pensiero. Ecco che il bene ultimo perde la sua logica se a discapito del singolo, che riacquista quindi la sua importanza, il suo valore intrinseco ed inviolabile.

Stremato dalle torture psicofisiche a cui viene sottoposto ed intrapreso il nuovo percorso dell”io’, Rubasciov ammette di essere colpevole, non di attività controrivoluzionarie, ma di aver dato adito alla sua coscienza interiore, di aver anteposto la sua riscoperta dell’individuo alla cieca fede nel partito, per il quale l’individuo non ha alcuna importanza, non esiste.
Intrappolato in una sorta di crisi esistenziale, tra la sua nuova posizione ed il credo di tutta una vita, Rubasciov, consapevole che la vecchia generazione della sua epoca è ormai finita in favore dei nuovi uomini di Neanderthal, si arrende all’inevitabile, scoprendosi desideroso solamente di dormire, per sempre.


Conclusioni

Scritto nel 1940, Buio a mezzogiorno è un romanzo di denuncia degli orrori e dei meccanismi che si trovano dietro i processi staliniani, per altro attualissimi a quell’epoca.
Allo stesso tempo Koestler affronta quel problema di fondo tra l’ideale comunista e la sua messa in pratica nel regime stalinista, tra la dignità del singolo e la ragione della Storia.
Il dibattito principale riguarda l’etica all’interno della politica, e numerosi sono i riferimenti filosofici, da Hegel a Weber.
Un romanzo complesso quindi, ma terribilmente valido e importante, arricchito da uno stile narrativo impeccabile, fluente ma allo stesso tempo sapiente, affatto noioso o pedante.
Inutile aggiungere che lo consiglio caldamente.


Voto: ★★★★★

domenica 22 marzo 2015

Oblòmov #I classici della domenica

«A quanto pare sei troppo pigro anche per vivere?»
Nel 1849 appare su un supplemento letterario russo Il sogno di Oblòmov, nucleo dal quale trarrà origine il romanzo più famoso di Ivàn Aleksàndrovič Gončaròv: Oblòmov.
Ben dieci anni sono serviti all’autore per la stesura di uno dei grandi classici della letteratura russa, e ciò che ne è uscito è un romanzo raffinato, sagace, dai forti risvolti filosofici e sociali.

La struttura del romanzo è suddivisa in quattro parti, ognuna corrispondente ad un determinata sequenza narrativa; così troviamo una lunga situazione iniziale, in cui ci viene presentato Oblòmov, la sua vita, i suoi pensieri, la sua infanzia; la rottura dell’equilibrio sonnolento di Oblòmov con l’arrivo dell’amico Stolz e l’inizio della relazione amorosa con Ol’ga; l’evoluzione della vicenda, il tentennamento nella storia d’amore con Ol’ga; infine lo scioglimento finale, la resa di Oblòmov, la sconfitta.

Oblòmov
Star disteso per Il’jà Il’ič non era né una necessità, come per un malato o per uno che ha sonno, né un caso, come per chi è stanco, né un piacere, come per il pigro: era la sua condizione naturale.
O ancora meglio: star disteso per Il’jà Il’ič era tutte queste cose insieme, aggiungo io.
Appartenente dell’aristocrazia russa, discendente diretto dell’antica famiglia degli Oblòmov, e proprietario terriero della tenuta e dei possedimenti legati al suo nome, il nobile e annoiato trentenne Il’jà Il’ič Oblòmov, trascorre pigramente le sue giornate nell’ozio e nella nullafacenza totale.
A distrarlo dalla sua noia sono i numerosi conoscenti che passano a trovare Oblòmov, riferendogli tutte quelle novità che gli rimarrebbero altrimenti estranee: perché Il’jà Il’ič non esce mai dal suo appartamento. Perennemente avvolto nella sua amata vestaglia, disteso sul letto o sdraiato sul divano, Oblòmov si crogiola nella sua pigrizia, ritirato dalla vita e dal mondo; per la maggior parte del tempo dorme, o fantastica. Nulla sembra risvegliare in lui un interesse tale da poterlo smuovere, da poterlo scrollare dalla sua incapacità attiva a vivere.

Con l’età gli era tornata una certa timidezza infantile, si aspettava pericoli e mali da tutto ciò che non si trovava nell’ambito della sua vita quotidiana: conseguenza della scarsa abitudine ai vari fenomeni esterni.
[…] Non era abituato al movimento, alla vita, alla folla e all’agitazione.
Disabituato all’azione, qualsiasi avvenimento estrinseco alla sua quieta monotonia è fonte di una tormentosa angoscia, che resta tuttavia un’angoscia vana, priva di ingegno e reattività; così, quando riceve dallo stàrosta incaricato di amministrare i suoi beni una lettera con un resoconto poco roseo, Oblòmov si dispera, ma non ci pensa minimamente a partire ( Come, partire? Così su due piedi? ) per andare a verificare di persona le parole dell’amministratore, non poi così affidabile, ma si limita a lamentarsi, a chiedere consiglio ad altri.
Allo stesso modo, quando il servitore Zachàr gli ricorda che di lì a una settimana dovranno traslocare per via dello sfratto, Oblòmov non si anima nella ricerca di un altro appartamento, ma anzi si indispettisce col servo perché gli ricorda qualcosa di sgradevole; come uno struzzo nasconde la testa sotto la sabbia, e quando finalmente si decide a scrivere una lettera al padrone di casa, nella speranza di convincerlo a farlo restare, ecco che allora manca la carta per scrivere, l’inchiostro nel calamaio si è seccato, i ‘che’ e gli ‘in cui’ si ripetono, si scontrano disarmonicamente, è ora di pranzo, è meglio rimandare, c’è ancora tempo, scriverà domani.
L’arte della procrastinazione, signori miei.

«Forse che io mi arrabatto, forse che lavoro? […] Io non mi sono mai infilato le calze da quando sono nato, grazie a Dio!»
Il lavoro è impensabile per Oblòmov; mantenuto dalla rendita della proprietà, Oblòmov non solo disdegna l’attività lavorativa, ritenendosi in qualche modo superiore a chi si “arrabatta”, ma non ne comprende neanche la necessità, non coglie l’utilità di un’attività ai suoi occhi futile e dispendiosa di energie.
Sebbene in gioventù abbia lavorato per un breve periodo _ più per pro forma che per necessità _, Oblòmov non ha mai compreso la responsabilità del lavoro, considerandolo per lo più un’infelice forma d’intrattenimento, un passatempo.

La vita ai suoi occhi si divideva in due metà: una era fatta di lavoro e noia, che per lui erano sinonimi; l’altra di riposo e serena allegria. […]
Credeva […] che il recarsi in ufficio non fosse affatto un’abitudine obbligatoria, a cui attenersi ogni giorno, e che il fango, il caldo o semplicemente il non averne voglia fossero sempre pretesti sufficienti e legittimi per non andare a lavorare.
E come fu amareggiato quando vide che doveva esserci almeno un terremoto, perché un impiegato sano non andasse a lavorare, e i terremoti, neanche a farlo apposta, a Pietroburgo non capitano mai; […] per giunta pretendevano tutto subito, tutti si affrettavano chissà dove, non si fermavano mai; non facevano in tempo a consegnare una pratica, che già ne afferravano freneticamente un’altra, come se fosse la cosa più importante del mondo, ma una volta terminata quella la dimenticavano e si gettavano su una terza…e così via all’infinito!
Niente, quindi, sembra essere capace di smuovere Oblòmov, eccetto il suo amico Stolz; cresciuti insieme e legati da anni di profonda e sincera amicizia, Stolz è il contrario di Olòmov, è la parte attiva del duo, un uomo dominato da quell’energia vitale che manca completamente all’amico.
Eros e Thanatos.
Così, quando Stolz torna da uno dei suoi numerosi viaggi e trova l’amico nel solito stato di apatia e decadenza, prende in mano la situazione, lanciando ad Oblòmov un ultimatum: ora o mai più.


Oblomovismo
Che cosa doveva fare adesso? Andare avanti o restare? […]
Andare avanti significava togliersi di colpo l’ampia vestaglia non solo dalle spalle, ma anche dall’anima, dalla mente; insieme alla polvere e alle ragnatele alle pareti spazzar via la ragnatela dagli occhi e cominciare a vedere! […]
Restare significa indossare la camicia alla rovescia, sentire il tonfo dei piedi di Zachàr che salta giù dalla stufa, pranzare con Tarànt’ev, pensare il meno possibile, non finir di leggere il Viaggio in Africa, invecchiare pacificamente in casa della comare di Tarànt’ev…
«Ora o mai più! Essere o non essere!»
Le parole dette dall’amico, ‘ora o mai più’, aut aut, scatenano in Oblòmov quello che lui stesso definisce dilemma oblomoviano, un’evoluzione dell’antico dilemma che afflisse Amleto, ma più atroce, più soffocante; essere o non essere, vivere o morire, perde la sua tragicità se confrontato al dubbio esistenziale di vivere o non vivere, vivere o lasciarsi morire dentro.
La morte è temibile, il non vivere è terribile.

Ma da cosa deriva quest’incapacità alla vita? Cosa può spingere un uomo intelligente e sensibile a tramutarsi in un uomo inutile e spento?
Iljùša restava tristemente in casa, iperprotetto come un fiore esotico in serra, e come il fiore tenuto sotto vetro cresceva lentamente e stentatamente. Le energie che cercavano di manifestarsi si ripiegavano all’interno e sfiorivano, avvizzendo.
Il piccolo Il’jà Il’ič è un bambino attivo e vivace, e come tutti gli altri bambini vorrebbe scorrazzare libero per i campi, sporcarsi nel fango, rotolarsi sul prato, ma tutto ciò non è possibile per il giovane rampollo degli Oblòmov. Il’jà Il’ič nasce nella tenuta di Oblòmovka attorniato dalle cure della balia, della madre e dei numerosi servitori al loro servizio; la madre di Oblòmov è apprensiva, iperprotettiva, timorosa e allarmista: ogni slancio vitale del figlio viene severamente represso, mettendo a sua disposizione schiere di domestici pronti a soddisfare ogni sua più piccola esigenza. È dunque naturale che Oblòmov, crescendo, disprezzi il lavoro, in quanto fin da piccolo ha assistito ad un modello comportamentale degno di Oblòmovka: i genitori vivono nell’ozio, nell’indolenza, nell’inattività totale, perché a far tutto sono gli altri, i servi.
Oblòmov non comprende l’impegno nel lavoro perché i genitori l’hanno educato in questo modo: quando doveva recarsi dall’istitutore erano gli stessi genitori a trovare scuse per non farlo andare, sminuendo così l’importanza dei propri doveri e non instillando nel bambino il senso alla responsabilità.

Restò soprappensiero e macchinalmente cominciò a scarabocchiare sol dito sulla polvere, poi guardò quel che aveva scritto: Oblomovismo.
Come scrive giustamente Nikolàj Dobroljùbov nel suo saggio Che cos’è l’oblomovismo?(1859) “L’essenziale qui non è Oblòmov, ma l’oblomovismo.”: è la condizione di apatico immobilismo, di oziosa staticità che permea Oblòmovka e coloro che vi abitano; è lo stile di vita inteso come componente intrinseca, come modo di interpretare se stessi all’interno della realtà in cui viviamo.
La colpa, se di colpa vogliamo parlare, non è di Oblòmov, ma dell’educazione ricevuta nell’infanzia, che a sua volta dipende dall’oblomovismo, una condizione innaturalmente naturale.

L’incapacità di Oblòmov di andare avanti deriva quindi da Oblòmovka, dall’oblomovismo: tutto è iniziato a Oblòmovka e tutto deve finire lì; Oblòmov non riesce ad andare oltre il mito di Oblòmovka, è rimasto con la mente alla vita spensierata della sua infanzia e sempre lì essa torna e si trastulla. Se la vita dell’uomo tende in linea retta, quella di Oblòmov si attorciglia su se stessa, percorrendo al contrario un cerchio.
Il sogno di Oblòmov è un’utopia bucolica, inquinata dal modello parentale vissuto.
Così durante le lunghe ore passate sul divano, Oblòmov fantastica continuamente sulla sua vita futura nella tenuta di famiglia, con una dovizia di dettagli minuziosa e articolata.
Tra sogno e realtà, Oblòmov ha degli sprazzi di lucidità in cui si rende conto di aver sprecato la sua intera esistenza in virtù di un ideale incerto, ma al quale si aggrappa disperatamente, perché non gli resta altro.

Sognatore, emulatore, Oblòmov è anche un esistenzialista.
“La mia vita è cominciata spegnendosi” dice Oblòmov, ed è la verità.
Sono tutti cadaveri, uomini addormentati, peggio di me, questi frequentatori del mondo e della società! […]
Ecco, non stanno sdraiati, ma corrono ogni giorno avanti e indietro come mosche, e a che pro? […]
Un vano, quotidiano rimescolamento dei giorni!
Tutto è vano. A che pro lavorare, fare, agire, vivere, se poi moriamo? Un’incessante lotta alla quale Oblòmov si arrende; l’assurdità dell’esistenza, la sua precarietà: l’esistenzialismo.

L’uomo superfluo
Quello di Gončaròv non è semplicemente il ritratto di un singolo individuo sconfitto, ma un ritratto sociale di quell’aristocrazia ottocentesca fatalmente corrotta dai suoi stessi privilegi.
“L’uomo superfluo” è una figura tipica della letteratura russa; il “tipo umano” descritto da Gončaròv lo ritroviamo nei personaggi di Puškin, Lérmontov, Gògol’, Turgénev:

« Sì, sono un caffettano floscio, decrepito, frusto, e non per il clima, non per le fatiche, ma perché per dodici anni in me è stata rinchiusa una luce che cercava una via d’uscita, ma bruciava soltanto la sua prigione, non ha saputo liberarsi e si è spenta. E così, mio caro Andréj, sono passati dodici anni: non ho più avuto voglia di svegliarmi.» (Oblòmov)
La consapevolezza che sarebbe potuto uscire qualcosa di grande, ma così non è stato, non esce niente.
Qual è dunque la novità in questo romanzo, quale la sua grandezza? L’oblomovismo.
Il merito di Gončaròv è quello di aver dato un nome al sintomo che caratterizza tutti questi personaggi russi, ma che allo stesso tempo conserva un carattere universale, al di là dello spazio e del tempo, col quale è difficile non immedesimarsi.


Conclusioni
La figura di Oblòmov è complessa, così come complessi e contrastanti sono i sentimenti che scaturiscono nel lettore: da una parte, il disprezzo, quasi il fastidio, per un uomo che, nonostante non difetti d’intelligenza, si riduce a vegetale, privo di qualsivoglia interesse o stimolo, trova appigli vani per procrastinare, rimandare qualsiasi cosa; dall’altra, la pietà, nel constatare l’effettiva incapacità di Oblòmov, volente o nolente, a prendere parte attiva alla vita, e l’affetto, nel verificare la bontà, la semplicità e la dolcezza del protagonista.
È un personaggio tragicomico, a tratti esilarante, come quando bisticcia con Zachàr (altro personaggio sul quale mi sarei voluta soffermare, ma che vi risparmio), a tratti infinitamente commovente.
Ho pianto lacrime amare alla fine del libro (cosa per me assai difficile).

Detto questo, non è un romanzo banale, semplice, per tutti: bisogna avere la pazienza di sorbirsi la prima parte, estremamente prolissa, a tratti noiosa, e soprattutto bisogna avere quell’accortezza, quella sensibilità necessaria per apprezzare un protagonista ed un romanzo fuori dal comune.

Voto: ★★★★★
"Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati."  Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione del romanzo.
“Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati.”
Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione nel romanzo.

martedì 10 marzo 2015

Se morisse mio marito #Giallo martedì


Se morisse mio marito è l’ottavo romanzo avente per protagonista l’insuperabile investigatore belga, Hercule Poirot; alle prese con lo sfavillante mondo del teatro, il lettore si accorgerà che “non è tutto oro ciò che luccica”(per citare Shakespeare) e lo stesso Poirot dovrà fare attenzione a distinguere ciò che è finzione da ciò che non lo è, rimettendo insieme i pezzi di un puzzle sapientemente sparpagliati.

Trama
La bella attrice Jane Wilkinson vorrebbe sposare il Duca di Merton, ma per farlo deve prima liberarsi del suo attuale marito, Lord Edgware, uomo ambiguo e dai gusti promiscui.
Per ottenere tutto ciò, l’attrice si rivolge ad Hercule Poirot, il quale, dopo un breve incontro con l’uomo, comunica alla diva il consenso del divorzio, precedentemente rifiutato, dal marito.
Tutto sembra essersi risolto, ma il giorno seguente viene comunicata la notizia della morte di Lord Edgware. I sospetti ricadono subito sulla moglie Jane che, come affermano il cameriere e la segretaria del defunto, è stata vista recarsi nella casa dell’uomo, ma ben tredici testimoni affermano che l’attrice si trovava ad una cena quella stessa sera. Com’è possibile?
Ma Lord Edgware non è l’unica persona di cui preoccuparsi; anche Carlotta Adams, promettente attrice caratterista, viene trovata morta a causa di una dose eccessiva di sonnifero. Un tragico incidente? Oppure le due morti sono collegate in qualche modo?
La faccenda appare non poco intricata e complessa persino al grande Hercule Poirot, quando in realtà sarebbe bastato “chiederlo a Ellis“.


Cane e gatto
« Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. »
Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro ogni grande detective c’è sempre un fedele cane  assistente.
Il capitano Hastings, ormai ben nota spalla di Hercule Poirot, svolge come al solito il suo ruolo di narratore bonario e sempliciotto; di buona cultura, di buona società, eppure ingenuo ai limiti dell’idiozia, Hastings viene perennemente preso in giro dal suo ben più sveglio amico. La sua ingenuità è talmente esasperante che i motteggi di Poirot non possono non far sorridere il lettore, sebbene in questi vi sia un’implicita provocazione anche per chi legge.

« Sì, in realtà, conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte sono tentato di credere che vi abbia dimenticato, quando ha distribuito agli uomini l’intelligenza. »
Nonostante Poirot abbia dato innumerevoli volte prova di un intelletto sopraffino, Hastings, data la sua mente semplice e ottusa, dubita spesso delle intuizioni di Poirot, arrivando a compatire il suo amico nel timore che stia perdendo la testa.
La figura del capitano Hastings, così ordinaria e naif, rappresenta quella necessaria controparte al detective dall’intelligenza eccezionale, proprio per instaurare un rapporto di complicità-simpatia nel lettore comune che, incapace come Hastings di comprendere i misteri in cui si ritrova ingarbugliato, riscontra nel personaggio del capitano un fido alleato alla sua “mediocrità”.


Se Hastings, sempre leale, sincero e accondiscendente verso il suo “padrone”, può essere giustamente paragonato a un cane, Poirot al contrario viene spesso descritto in modo tale da rasentare fattezze feline: occhi verdi, scintillanti come quelli di un gatto, astuto, dedito (in maniera ossessiva) alla pulizia, a tratti sornione e vanesio.

Un cane e un gatto dunque, ma che, contrariamente alle dicerie comuni, provano nella reciproca compagnia un reale appagamento e un affetto sincero.

Molto fumo e poco arrosto
* Spoiler *
Dico, ma ci sarà un motivo se Agatha Christie è stata una dei primi membri del Detection Club! Anche in Se morisse mio marito la regina del giallo non si smentisce e riesce, come sempre, nel suo intento di lasciare a bocca aperta chi legge.
Come un abile prestidigitatore, l’autrice riempie le pagine della storia con una serie di minuzie atte a spiazzare il lettore; il fantomatico pedinamento ad opera di un uomo dal dente d’oro, il famigerato cofanetto con la misteriosa iniziale di un nome che comincia per D, la molteplice presenza di personaggi collegati a quella lettera (Miss Driver, l’amica di Carlotta/ Dina, il soprannome dell’inquieta Geraldine), ad un oggetto (il pince-nez ritrovato nella borsa di Carlotta, usato sia da Miss Carroll che dalla cameriera Ellis), ad un nome (Paris, Parigi/Paride). Tutto questo rende ciò che in realtà sarebbero una trama ed un omicidio lineari, un gran guazzabuglio, finendo con il confondere le idee non solo al lettore, ma allo stesso Poirot.
Come un povero pesciolino affamato, il lettore si getta su quelle esche che la Christie sfrutta per distrarlo, lasciandolo così a bocca asciutta.


Sebbene Agatha Christie sia una grande maestra nell’arte dell’illusionismo, bisogna comunque agire con metodo, come direbbe Poirot.
La storia del pedinamento che Bryan Martin racconta al detective come scusa per poterlo incontrare e screditare così Jane Wilkinson, è un’infelice trovata della scrittrice per gettare ulteriore fumo negli occhi del lettore; infelice perché da un punto di vista di linearità della storia non ha alcuna logica. Quando l’attore si reca da Poirot per raccontare la sua frottola, Lord Edgware non è ancora morto, e quindi non ha senso voler sottolineare la presunta capacità di Jane di uccidere: presunta perché Martin non sa che Jane ucciderà.
Quindi perché tutta questa messinscena con un’ulteriore complicazione, del tutto fittizia ed inutile nella finalità della storia, se non esclusivamente per sviarci?


Conclusioni
Se morisse mio marito è una lettura piacevole, scorrevole, con una trama semplice eppure veramente ingegnosa.
Se poi volete qualche dritta per risolvere il mistero vi dico solo questo: non lasciatevi sviare dagli artifici dell’autrice, rimuginate bene sulle cinque domande di Poirot e, infine, pensate al Rasoio di Occam.
Buona lettura gente. 


Voto: ★★★★

martedì 16 dicembre 2014

Le tre bare #Giallo martedì

John Dickson Carr. Digitate questo nome su Google. Troverete un’innumerevole serie di libri scritti da questo autore, la cui reperibilità si riduce a ben pochi; uno di questi è Le tre bare, riconosciuto come uno dei migliori romanzi sull’enigma della camera chiusa.

Primo membro americano del Detection Club e scrittore prolifico, quasi dimenticato, il nome di Carr riecheggia forse maggiormente nella mente degli appassionati del genere come il creatore di Gideon Fell, protagonista di questo sesto romanzo della serie sull’ingegnoso dottore.

Trama
In una gelida notte di febbraio, viene commesso un omicidio. Charles Grimaud, illustre professore dell’occulto, viene trovato in fin di vita all’interno del suo studio. La porta è chiusa a chiave dall’interno e sulla neve all’esterno della casa non ci sono impronte. Un bel dilemma per il sovrintendente Hadley ed il suo celebre amico, il dottor Gideon Fell.
La faccenda si presenta fi
n da subito astrusa e non poco complicata; tre sere prima, infatti, il professor Grimaud aveva ricevuto la visita di uno strano figuro: un uomo inquietante che andava farneticando di bare e vendette fratricide. Normale, quindi, pensare subito a Pierre Fley, l’individuo delle minacce, come probabile assassino. Ma il mattino dopo la morte di Grimaud, si diffonde la notizia di un’altra morte misteriosa: Fley è stato trovato assassinato in mezzo alla strada, di nuovo la neve intatta intorno al cadavere e la presenza di tre passanti che hanno udito lo sparo, ma non hanno visto nessuno.
Il caso si infittisce; scavando nella vita di Charles Grimaud, riemerge dal passato una fosca vicenda avente a che fare con terre lontane, crimini, prigioni e tre bare, da una delle quali sembra essere riemerso un fantomatico fratello Henri, ora in cerca della sua vendetta.


L’impossibile
Come afferma fin da subito il narratore:
” bisogna presumere che qualcuno stia dicendo la verità “
Il problema del mistero di questo romanzo, però, è che tutti dicono la verità. No, mi correggo, non tutti; una persona non dice la verità, ma non è l’assassino.

Riesaminando i fatti della serata in cui è morto Grimaud, ci accorgiamo di una tremenda verità:
– Uno sconosciuto mascherato, presumibilmente Fley, entra in casa Grimaud. Madame Dumont, la governante, si dirige allo studio al secondo piano per annunciare il visitatore.
– La figlia di Grimaud, Rosette, e l’amico Mangan, si trovano nel salotto a pianterreno. Lo sconosciuto si rivolge a loro come Pettis, amico del professore. I due vengono chiusi a chiave nel salotto.
– Mills, il segretario di Grimaud, e madame Dumont controllano la porta dello studio presso la quale è entrato il visitatore mascherato.
– Drayman, amico di vecchia data di Grimaud, dorme nella sua camera, sotto effetto di sonniferi.
– Burnaby, pittore amico di Grimaud, è a giocare a poker.
– Pettis è a teatro.


Tutti hanno un alibi di ferro, e se in un gruppo tutti i sospettati sono presumibilmente innocenti, per forza di cause maggiori ci sarà un elemento x esterno al gruppo che sarà il colpevole. Quindi, il colpevole sarà certamente Fley. Ma Fley viene trovato morto. Dunque, senza più x, l’omicida sarà y, il fratello Henri.
Ma il fratello Henri non esiste. Allora chi resta?
Ricordate però che un elemento α del gruppo mente, ma non è l’assassino.


Non arriverete mai alla soluzione se non considererete l’intera vicenda da una prospettiva del tutto opposta, e anche allora vi saranno certe questioni di non poco conto da risolvere, come ad esempio l’assenza di qualsivoglia traccia sulla neve.

I personaggi
La caratterizzazione dei personaggi in generale è ben costruita, sebbene inizialmente si abbia qualche difficoltà nell’inquadrare ciascun soggetto; Carr è molto pedante nel descrivere gli atteggiamenti dei singoli personaggi, ledendo perciò alla naturalezza dei suoi ‘attori’.
Le figure meglio riuscite sono sicuramente quelle del sovrintendete Hadley e del dottor Fell.


Essendo le Tre bare il sesto romanzo avente per protagonista Gideon Fell, il personaggio del dottore non viene presentato in alcun modo, tanto che pensavo che l’appellativo di “dottore” fosse in riferimento ad una sua formazione medico-scientifica _cosa rivelatasi totalmente errata in quanto Fell non è molto ferrato in materia_ ; il titolo di dottore viene dalle sue lauree in lettere e filosofia.
Il metodo investigativo del dottore è sicuramente intuitivo; non è assolutamente un detective dal metodo scientifico e dell’azione come invece è Sherlock Holmes (il cui autore è molto apprezzato da Carr, che ne scrisse, tra l’altro, la biografia), anzi si potrebbe dire che è la sua nemesi.
La figura del dottor Fell, come affermerà Carr, è ispirata ad un altro noto autore del giallo, Gilbert Keith Chesterton.


Esperto conoscitore del romanzo poliziesco, è proprio ne Le tre bare che il dottore tiene forse il più famoso discorso sull’enigma della camera chiusa, in cui elenca ed analizza i sette principali metodi per compiere un omicidio in una stanza sigillata, facendo anche riferimento ad altre opere ed autori reali, come Gaston Leroux, Anna Katharine Green, Edgar Allan Poe, Thomas Burke, Jacques Futrelle, Melville Davisson Post, Israel Zangwill ed il sopracitato Chesterton.
Inoltre, in questa sua conferenza, Fell rompe la quarta dimensione rivolgendosi direttamente al lettore, suscitando un’ ironica perplessità in chi legge.


«Ma» interloquì Pettis «se vuole analizzare situazioni impossibili, perché parlare di romanzi polizieschi? »
«Perché» rispose il dottore, tranquillamente, «ci troviamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo che non sia così. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirare dentro una discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più esaltante missione concessa ai personaggi di un libro. »

Conclusioni
Leggendo i vari commenti su Anobii, ho notato che la maggior parte dei lettori si lamentava della spiegazione finale, definita troppo prolissa e pedante, ma a me pare evidente che sia così; come capire altrimenti il macchinoso svolgersi degli eventi? Non trovo che questo sia il peggior difetto del libro, anzi, una spiegazione minuziosa è dovuta per chiarire le vicissitudini di un mistero tanto intricato.
L’unica pecca, semmai, sta nella verosimiglianza di tutto l’ambaradan messo in scena dal colpevole e della solita, inaccessibile genialità del detective romanzesco, ma appunto, si tratta di una pecca che si ritrova in tutti i gialli classici.
Quindi sì, la soluzione è inarrivabile, il delitto troppo mistificato, il dottor Fell troppo “fantasioso” e arguto; ciò nonostante si tratta di una trama affascinante, merito soprattutto della suggestiva, quanto torbida, vicenda delle tre bare, che permea l’intero romanzo di un’aurea sinistra e accattivante. 


Voto: ★★★½

domenica 23 novembre 2014

Bartleby lo scrivano #I classici della domenica

Il mio primo incontro con Herman Melville si è concluso. Non avevo mai letto niente di questo autore ed ignoravo completamente in cosa mi sarei imbattuta. Per mia fortuna ho cominciato la scoperta dello scrittore con dei racconti e non con un intero romanzo. Perché dico così? Beh, perché Melville non è assolutamente una lettura semplice, almeno per me.
Posso capire perché lo scrittore americano finì nel dimenticatoio all’epoca delle sue opere: i tempi non erano maturi. Gli scritti di Melville sono oscuri, astrusi, sibillini; lo stile e le tematiche precorrono i tempi: Herman Melville è il pioniere dell’ermetismo e della letteratura dell’assurdo.
È abbastanza chiaro, quindi, come una narrativa del genere non possa essere stata apprezzata dai contemporanei dell’autore, quando il genere letterario in vigore era per lo più il romanzo naturalista.
Ciò nonostante, l’opera di Melville è sopravvissuta e giunta sino a noi; un’opera ostica ed enigmatica, ma permeata di una potenza simbolica indiscutibile.




Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street
La storia di Bartleby ci viene raccontata dal suo datore di lavoro, titolare di uno studio legale nella sempre più emergente Wall Street. Alle prese con un lavoro sempre maggiore, il narratore decide di assumere al suo servizio un altro scrivano e fa qui, dunque, la sua comparsa Bartleby.
Bartleby è un uomo taciturno, pallido, dimesso e sobrio; nel suo cantuccio solitario, Bartleby è uno scrivano provetto, copiando incessantemente documento dopo documento. Nemmeno una pausa per il silenzioso eremita, cosa che rende il narratore colpito e perplesso. Bartleby si presenta dunque come un lavoratore alacre e instancabile, ma alle prime richieste che non riguardino esclusivamente la copiatura, come ad esempio l’uscire per svolgere commissioni, Bartleby si sottrae semplicemente con un “preferirei di no”. Il titolare resta basito dal rifiuto dello scrivano nell’eseguire i suoi compiti, ma come disarmato dal candore della risposta, finisce con il lasciar cadere la questione. Inutilmente il narratore rinnova le sue richieste, ottenendo in cambio sempre la solita risposta: preferirei di no. Assieme ad un giustificato dispetto, cresce nel magistrato il desiderio di conoscere meglio la strana figura che ha assunto nel suo ufficio; Bartleby è chiuso nel suo guscio, imperscrutabile, a dir poco emblematico. Ma chi è Bartleby? Da dove viene? Qual è la causa dei suoi perentori, quanto pacati, rifiuti?
Ad accrescere il disagio del narratore è poi l’improvvisa interruzione del lavoro di Bartleby come copista; di punto in bianco, lo scrivano pretende di non voler più scrivere, o meglio, preferirebbe non farlo più, lasciando il suo padrone nell’impotenza di fronte alla sua perentoria decisione. Bartleby passa ora le sue giornate fissando fuori della finestrella dello studio, che dà su un muro. A niente valgono le proteste, le suppliche, gli inviti accorati del legale di fronte alla caparbia ostinazione dello scrivano. Bartleby vive nel suo mondo, un mondo astratto e inaccessibile, un mondo sbarrato dalla continua presenza di quel muro fuori dalla finestra.
Il narratore, ora impietosito, ora esasperato dal comportamento del suo subalterno, decide di licenziare, sebbene a malincuore, lo strano individuo, ma inutilmente; Bartleby non intende andarsene, preferirebbe non andarsene, e non se ne va.
Non sapendo più come doversi comportare, il legale finisce con il trasferirsi in un altro palazzo, lasciando Bartleby al suo destino. A distanza di poco tempo, però, il narratore viene a conoscenza delle proteste degli inquilini del suo vecchio stabile, indispettiti dalla presenza continua e spettrale dell’ex scrivano. Bartleby finisce così col venire arrestato.
A questo punto il narratore, dispiaciuto per la fine di Bartleby, va a trovarlo in prigione per assicurarsi che stia bene; la figura di spalle, di fronte a un muro, testimonia che niente è cambiato in Bartleby. L’uomo continua il suo compito di sognatore, di figura astratta ed ascetica, di sovvertitore silenzioso, fino all’inevitabile fine.


La critica è molto dibattuta riguardo l’interpretazione del racconto; Bartleby è chiaramente una figura simbolica dai tratti evangelici: un moderno Gesù Cristo capace di vedere oltre, inaccessibile ai comuni mortali? Forse. Sicuramente è un aspetto da tenere di conto.
Ma la teoria che tendo ad accreditare di più è una sorta di critica intrinseca alla società moderna; sempre più caotica, sempre più veloce, moderna, inafferrabile, la società di Melville, di cui Wall Street ne è l’astro nascente, è una società basata sul capitale e sulle leggi burocratiche. Non più uomini, ma notai ed avvocati. Non più valori umani ma capitali, azioni, denaro.
Bartleby è il simbolo del passato che tenta di dire no al futuro incalzante. Ma un muro si oppone sempre di fronte alla sua figura; la strada è sbarrata in senso contrario, si può solo andare avanti, altrimenti si finisce con il restare a fissare solo un muro.


Ma il muro potrebbe anche indicare quell’effettiva barriera che divide il genere umano.
“Ah Bartleby! Ah, umanità!”
Un muro fra me e gli altri, una costante instabilità che finisce col minare le convinzioni altrui ( i continui ripensamenti e le crisi di coscienza del narratore, l’invasione del verbo preferire all’interno dell’ufficio, che “contamina” anche gli altri assistenti del legale).

E altri racconti americani
Gli altri racconti che compongono la raccolta non sono meno ermetici del precedente.

In Chicchirichì, ovvero il canto del nobile gallo Beneventano, un uomo appesantito dai comuni problemi materiali (problemi pecuniari), rinasce grazie al portentoso canto di un gallo, appartenente ad un pover’uomo che si rifiuta di vendere il bene più prezioso che ha: il canto del suo fedele gallo.

Ne I due templi, Melville contrappone l’ostentata purezza della Chiesa al mondo più pagano del Teatro. L’apparenza sacrale e caritatevole della Chiesa, viene smascherata dall’effimero ambiente mondano che, paradossalmente, risulta più di sostanza e genuino del primo.

Ne Il paradiso degli scapoli e il tartaro delle fanciulle assistiamo a due scenari totalmente contrapposti: il mondo spensierato e benestante degli avvocati, uomini scapoli e della buona società, a quello infinitamente più triste e freddo di una cartiera, dove donne dal colorito niveo, ripetono incessantemente il loro lavoro meccanico, paragonate a Cristo per il loro sacrificio a discapito della loro virtù.

Jimmy Rose, protagonista del racconto omonimo, è un uomo enormemente ricco e generoso che finisce col perdere tutte le sue sostanze e vivere di un’indifferente, quanto supponentemente tollerata, carità da coloro che gli erano amici ai tempi delle sue ricchezze.
Jimmy Rose è la nemesi di Bartleby, in quanto accetta suo malgrado quel compromesso che lo scrivano rifiuterà fino alla morte.


Io e il mio camino è un racconto dal tono più spensierato; narra della smodata ammirazione di un uomo per il suo camino, che combatte in tutti i modi la sua famiglia, che invece vorrebbe sbarazzarsene.

Conclusioni
Decisamente quella di Herman Melville non è una letteratura banale ed agevole; tra i riferimenti biblici ed evangelici, le critiche velate ed i numerosi simbolismi, l’opera dello scrittore americano presenta non poche difficoltà nella sua interpretazione, oltre che nella sua lettura.
Consiglio: iniziate, come me, da racconti o romanzi minori prima di imbattervi nel ben più voluminoso capolavoro che è Moby Dick. Almeno per il primo incontro. Poi fate voi.


Voto: ★★½

domenica 20 luglio 2014

I Buddenbrook, decadenza di una famiglia #I classici della domenica

I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann.
Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle vicende e dell’irrevocabile declino della suddetta famiglia, attraverso le quattro generazioni di Johann, Jean, Thomas ed Hanno.




Il romanzo è suddiviso in undici parti, ma sono prevalentemente cinque i punti focali principali: l’apice della fortuna dei Buddenbrook, la giovinezza e il matrimonio di Tony, i successi e i fallimenti di Thomas, l’infanzia e l’adolescenza di Hanno, la definitiva disfatta della famiglia.

I.Dominus providebit
La narrazione si apre in medias res, con i membri della famiglia Buddenbrook riuniti per festeggiare l’acquisto dell’enorme casa nella Mengstraße. A capo della rinomata e fiorente ditta Buddenbrook vi è Johann B., con al suo fianco il figlio Jean: il primo è un uomo estremamente pragmatico e concreto, ma conservatore e piuttosto ottuso per tutto ciò non riguardi il commercio; il secondo, invece, sebbene sia onesto e rispetti i valori del padre, è un uomo meno deciso, più prudente, con una personalità in definitiva meno carismatica di Johann.
Le cose vanno magnificamente per i Buddenbrook: la fortuna gli arride, gli affari sono proficui ed i figli del console Jean (Thomas, Tony e Christian) crescono sani e promettenti.
Il motto inciso sul frontone di pietra della grande casa nella Mengstraße non potrebbe essere più appropriato: Dominus providebit.


Tony, Morten e i Buddenbrook
Antonie, detta Tony, Buddenbrook, è una giovane ragazza nel fiore degli anni: bionda, carina, impertinente, Tony è fiera di far parte di una delle famiglie più ricche e prestigiose della città; spalle indietro, petto avanti e naso all’insù, la piccola Tony si sente una regina, tronfia e vanesia, dall’alto della sua posizione sociale. Presa com’è dal suo mondo dorato, è per lei un fulmine a ciel sereno la proposta di matrimonio dell’orripilante Bendix Grünlich, commerciante amburghese dai modi affettati ed untuosi. Tony è a dir poco refrattaria all’idea nonostante le avances dei genitori, che al contrario gradirebbero tale unione. Per concederle un po’ di tempo in tutta tranquillità, Tony viene mandata a Travemünde, località balneare sul baltico (dove lo stesso Mann era solito trascorrere le sue vacanze), dove viene ospitata dagli Schwarzkopf.
Tony si sente rinascere; i suoi ospiti, benché umili, sono cordiali e affettuosi, ma è soprattutto il giovane Morten Schwarzkopf a contribuire al suo benessere. Morten studia per diventare medico e durante le passeggiate assieme a Tony i due parlano di tante cose, come ad esempio gli ideali di eguaglianza che sospingono il giovane Schwarzkopf. Tra i due nasce un tenero affetto, un amore puro e semplice com’è quello della giovinezza, ma un’unione del genere non è possibile.
Dopo pianti disperati, Tony, tenendo tra le mani le carte di famiglia e rileggendo le memorie dei suoi illustri avi, prende la decisione di acconsentire a sposare Grünlich. Perché per Antonie, detta Tony, Buddenbrook, niente, neanche l’amore, vale più del prestigio della sua famiglia.


Thomas (Mann) e Schopenhauer
Thomas, primogenito dei Buddenbrook, è un ragazzo intelligente e studioso, al contrario di suo fratello Christian che invece preferisce di gran lunga divertirsi. Sarà Thomas a dover prendere il posto del padre nella ditta di famiglia, e quando ciò avviene, la famiglia Buddenbrook conosce un nuovo splendore; carismatico e capace come il nonno, onesto e coscienzioso come il padre, Thomas ha un ulteriore marcia in più dalla sua: l’ambizione. Aperto a nuove idee, affamato di avventura e di successo, Thomas percorre una strada tutta in salita grazie alle sue abilità ed alla sua giovinezza. Come un fiume in piena, Thomas Buddenbrook non si ferma mai, e travolge e si impossessa di tutto ciò che vuole: il successo di un florido commercio negli affari, la stima negli ambienti altolocati, la nomina a senatore, e la costruzione di un’imponente e lussuosa villa. Il mondo gli sorride, ma all’improvviso, proprio quando ha conquistato tutto, Thomas scivola lentamente nella disperazione. La sua sicurezza negli affari viene meno, così come l’energia della sua gioventù; la sua vita si sovraccarica di numerosi impegni, mentre nella sua mente pensieri sempre più cupi si aggrovigliano incessantemente. L’ossessione del potere, e di ciò che esso comporta, spingono Thomas ad una sfibrante depressione, e più i suoi timori ed il suo malumore aumentano, più il senatore Buddenbrook si concentra sul suo aspetto, diventando sempre più ridicolmente vanesio. Come in un rapporto matematico dalle variabili inversamente proporzionali, più il benessere interiore di Thomas diminuisce, più l’attenzione per l’esteriorità aumenta.
Ormai totalmente privo di certezze, Thomas non può contare neanche sul conforto di una fervente fede religiosa, com’era stata invece parte di Jean e sua moglie, ma un giorno, per caso, il senatore si scopre a leggere un libro di Schopenhauer, in cui le risposte appaiono chiare e serafiche: Thomas non deve sentirsi debole perché schiacciato dalla vita, la vita è ingiusta per tutti i suoi simili, e l’unica soluzione di grazia si può trovare solamente ripudiando l’effimero mondo materiale. Le rivelazioni di Schopenhauer sono di un’illuminazione profonda per Thomas, di una liberazione tale da sentirsi rinascere, ma la dura mentalità borghese sarà più forte delle verità ascetiche acquisite, e se né la religione, né la filosofia possono attenuare definitivamente le sue angosce, il senatore si risolverà nel procedere ancorato all’unico campo che gli è proprio, il mondo materiale e terreno, facendo perciò testamento.


Hanno e la musica
Justus Johann Kaspar, “Hanno”, è l’unico figlio ed erede di Gerda e Thomas Buddenbrook, colui che dovrà portare avanti il nome ed il prestigio della famiglia. Fin dalla tenera età, Hanno preoccupa non poco il senatore a causa della sua salute precaria: bambino dai lineamenti delicati e dal fisico poco robusto, il piccolo Hanno soffre spesso di svariate malattie, oltre che di pavor nocturnus (terrori notturni), legati molto probabilmente ad una sensibilità eccessiva. Hanno è tremendamente introverso, pauroso e timido, piange con facilità e non riesce a guardare negli occhi il severo padre.
Studente mediocre e dallo scarso interesse per il mondo commerciale, Hanno sfoga la sua sofferenza nella musica: fin da piccolo, infatti, l’amore della madre per la musica si impadronisce anche del bambino, unico Buddenbrook ad essere dotato di una certa sensibilità e capacità artistica.
Mentre improvvisa istintive sonate al pianoforte, Hanno cessa di esistere nel mondo reale, immergendosi totalmente in quello della musica, dal quale è trascinato quasi senza accorgersene (di nuovo, si percepisce l’influenza di Schopenhauer su Mann).
In questi incontri ravvicinati con la musica, Mann descrive un vero e proprio rapporto amoroso, dove al ritmo progressivo delle note sopraggiunge un crescente senso di estasi ed eccitazione, fino all’esplosione finale, orgasmica, del totale appagamento dei sensi, lasciando Hanno in preda ad una dolce quanto spossante sensazione di benessere. Nella sua breve esistenza, è solo durante questi incontri tête-à-tête che Hanno vive realmente.


II.Dominus providebit (?)
Con la perdita dell’ultimo erede, la ditta Buddenbrook viene definitivamente smantellata; Tony, Gerda, le cugine e l’amica di famiglia Sesemi, sono riunite un’ultima volta tutte assieme.
A parlare è un’Antonie, ex Grünlich, ex Permaneder, Buddenbrook totalmente sconfitta; a niente sono valsi i suoi sforzi per mantenere alto l’onore e la ricchezza della famiglia, tutto è precipitato rovinosamente nel nulla, le certezze non esistono più, e Tony, ormai vinta e amareggiata dalla vita, comincia a chiedersi se ci sia davvero una Provvidenza a cui rivolgersi. Per la vecchia insegnante di Tony, Sesemi Weichbrodt, la risposta è sì.

Apoteosi della decadenza

Se Controcorrente ( o A ritroso) di Huysmans è considerato la bibbia del Decadentismo, potrei ragionevolmente pensare a I Buddenbrok come all’apoteosi della decadenza.
Sebbene, ripeto, la ricostruzione della famiglia B. sia fortemente legata alla vita dell’autore, non posso fare a meno di constatare come Mann abbia voluto aggiungerci una componente distruttiva indebita, del tutto simbolica e letteraria, quasi sadica e malinconica.
Il declino della famiglia Buddenbrook è dettato da una pluralità di eventi di carattere concreto ai quali si affiancano, però, due episodi, in particolare, fortemente simbolici: la vendita della casa nella Mengstraße, emblema della ricchezza della famiglia, che viene acquistata dalla famiglia nemica per eccellenza dei B., gli Hagenström (e qui, la simbologia è palese: una sorta di passaggio del testimone, di cambio generazionale); la riga tracciata, quasi inconsciamente, dal piccolo Hanno sotto il suo nome nell’albero genealogico dei Buddenbrook. Quando il padre scopre cosa ha fatto il figlio, gli chiede adirato il perché del suo gesto.
Significativa è la risposta di Hanno:

« Credevo… credevo… che poi non ci sarebbe stato più niente… »
Questi sono gli antecedenti, i sintomi premonitori, della definitiva disfatta della famiglia Buddenbrook.

Criticamente Mann

Il romanzo è ambientato a Lubecca, città natale dell’autore e nella quale potremmo scorgere un ulteriore simbolo di decadenza, se si pensa che nel Tardo Medioevo Lubecca era una delle città commerciali più importanti d’Europa.
Le vicende dei Buddenbrook si articolano in un arco temporale che va dal 1835 fino al 1877, un periodo storico di grande importanza per la futura Germania. Nella seconda metà del XIX secolo, infatti, gli stati tedeschi sono stati testimoni e partecipi di grandi movimenti e cambiamenti socio-politici: i moti rivoluzionari del ’48, le guerre austro-prussiana e franco-prussiana (rispettivamente del ’66 e del ’70-71), e l’unificazione della Germania nel 1871.
Avvenimenti storici, quindi, di un’evidente importanza, ma che comunque non interessano la penna di Mann; così come ai membri della famiglia Buddenbrook gli eventi sopracitati non destano alcuna preoccupazione, così lo stesso autore denota uno scarso interesse, accennandone sì e no di sfuggita e senza specificazioni. Le vicende storiche vengono contestualizzate all’interno del romanzo senza una particolare partecipazione emotiva; l’unico episodio del quale Mann ci rende spettatori viene ironicamente trasformato in una pantomima ridicola, in una satira dagli incerti fini critici.
Quando infatti l’assemblea del senato viene circondata dal popolo e il console Jean Buddenbrook chiede quali siano le loro motivazioni, un giovane (suo sottoposto) afferma che essi vogliono l’eguaglianza, la repubblica. Quando il console lo informa che essi hanno già una repubblica, il ragazzo, evidentemente confuso, esclama che allora ne vogliono un’altra. E tutti si mettono a ridere, la rivolta viene sedata e tutti se ne tornano a casa.
Sebbene tale passo induca a leggere in Mann un’evidente irrisione nei confronti degli ideali oclocratici della Primavera dei popoli, ciò non basta ad identificare e convalidare un certo atteggiamento ideologico e politico di Mann; ciò che sembra interessare all’autore è più una critica generalizzata, che attacca ogni tipologia di classe sociale.
Se nella rivolta del ’48, Mann sembra criticare la plebe che, riunitasi in masse, cerca una rivendicazione sociale senza quasi neanche sapere cosa significhi, nell’arco del romanzo lo scrittore non si esenta dallo schernire e dal demolire la stessa casta alto-borghese della quale i Buddenbrook fanno parte.
Nessuno si salva perché neppure Mann sa da che parte stare; figlio del commerciante e senatore Thomas Johann Heinrich Mann, il giovane Thomas si trova in difficoltà nell’accettare i valori pratico-economici del padre, affatto inclini con la sua natura, ma, allo stesso tempo, comprende la concretezza e la necessità di tali valori, se posti a confronto dei suoi interessi artistico-letterari, che ne sono totalmente privi.
In Hanno, infatti, viene sommariamente criticata la sua incapacità nel riuscire ad adattarsi ai valori morali borghesi che dominano l’epoca, ma soprattutto la famiglia Buddenbrook. La sua ritrosia verso la vita pratica viene vista dal padre come una forma estrema di debosciata debolezza.
Al senatore Thomas Buddenbrook, al contrario, viene recriminato il suo savoir-faire, il suo dinamismo, il suo incessante anelare al potere, materiale e sociale, che spingono il senatore ad uno stress psicofisico superiore alla sua capacità di sopportazione; tutta la sua brama di praticità e correttezza, nel mondo degli affari così come nella vita sociale, fa sì che Thomas Buddenbrook si calchi continuamente una maschera sul viso, sul suo stesso animo, impedendogli così di essere una persona reale. Questa rigorosa attenzione al dovere e al mondo esteriore sono la condanna di Thomas Buddenbrook.
A differenza del nipote e del fratello, Antonie “Tony” Buddenbrook, riversa tutte le sue energie nel mantenere alto, se non far crescere ulteriormente, il prestigio sociale della famiglia. Tony rinuncia al vero amore per contribuire all’onore dei Buddenbrook, perché per lei niente è più importante di questo: il decoro della sua stimata famiglia.
A tutte queste critiche. che non vengono mai mosse esplicitamente, Mann affianca delle conseguenze/punizioni molto più concrete: l’incapacità di lottare di Hanno non può che risolversi con la resa definitiva della vita, con la morte; la smania ossessiva di Thomas Buddenbrook per il mondo materiale ed effimero porta il senatore ad una prematura dipartita; l’importanza che dà Tony al prestigio della famiglia si tramuta in un perpetuo declino verso il discredito dei Buddenbrook.
In definitiva, la colpa di questi personaggi è stata quella di rinunciare ad un’esistenza vera, vissuta senza artifizi, e pretendendo invece dalla vita qualcosa di superiore alle loro possibilità.

Conclusioni

I Buddenbrook viene considerato uno dei capolavori di Thomas Mann, assieme ad altri romanzi, per via dello studio psicologico e sociale che lo scrittore accompagna alla descrizione del crollo dei valori borghesi dell’epoca.
Personalmente, ritengo che oltre a ciò, uno dei principali punti di forza del romanzo si ricollochi nella sua struttura narrativa; infatti, sebbene Mann mantenga pur sempre una visione cronologica e continuativa della storia, non tralasciando di raccontare alcun personaggio, nell’arco del romanzo emergono prevalentemente le tre figure di Tony, Thomas e Hanno.
Mann si concentra su questi personaggi probabilmente perché i più vicini alla sua esperienza (Hanno, e in parte anche Thomas, è l’alterego dell’autore), e forse in virtù di ciò, sono i più riusciti.
Personalità forti, non senza le loro debolezze, che riescono a soppiantare l’interesse del lettore verso tutto ciò che non riguarda loro; nonostante lo scopo di Mann sia quello di ritrarre il crollo economico e morale, le aspettative e le disillusioni della famiglia Buddenbrook (e della stessa società vecchio-borghese), sono loro i veri protagonisti de I Buddenbrook.


Lo stile, caratteristico di Mann, può risultare lievemente ostico: le numerose e minuziose descrizioni e l’uso spropositato di periodi ipotattici rendono il ritmo narrativo piuttosto rallentato.
Ulteriore peculiarità dell’autore è poi la malinconia che aleggia in questo libro, così come in altri (Tonio Kröger, ad esempio, bellissimo romanzo di cui consiglio la lettura); se poniamo un bilancio tra la descrizione di un lieto evento, come una nascita o un matrimonio, e quella di un evento funebre, ebbene, il secondo avvenimento troverà molta più attenzione di spazio e particolari: come se Mann fosse ossessionato dalla morte, si percepisce il suo sostare tra le corone di fiori e i ceri accesi, come per una morbosa, seppur dolorosa, attrazione.
Penso sia chiaro che questa lettura ha ben poco di allegro, ma resta comunque un bel romanzo (del quale, tra l’altro, vi ho dovuto risparmiare da altri particolari importanti).
Consiglio: leggetelo in un momento di calma mentale, in un periodo non particolarmente caotico in cui possiate concedergli tutta la vostra attenzione. Ne vale la pena. 


Voto: ★★★★★

martedì 27 maggio 2014

Il pericolo senza nome #giallo martedì

Il pericolo senza nome è il sesto, riuscitissimo, romanzo di Agatha Christie, avente come protagonista il piccolo investigatore belga, il grande Hercule Poirot.
Gli altri romanzi, in ordine di lettura, sono:
  • Poirot a Styles Court
  •  Aiuto, Poirot!
  •  L’assassinio di Roger Ackroyd
  •  Poirot e i quattro
  •  Il mistero del treno azzurro

In questo romanzo, dalla trama non poco complicata, ritroviamo nuovamente il capitano Hastings ( assente nel n.3 e nel n.5 ) di ritorno dalla sua nuova vita in Argentina, il quale, assieme a Poirot, si troverà di fronte a un caso ben fuori dall’ordinario: il dover indagare su un omicidio non ancora commesso.

Nella Casa Solitaria…
Poirot e il suo fedele amico Hastings si trovano in vacanza nella piccola località marina di St Loo; ad interrompere la loro quiete vi è però l’incontro con miss Nick Buckley, giovane donna che vive nella vecchia Casa Solitaria, lì nelle vicinanze. Poirot viene così a conoscenza di una serie di incidenti mortali ai quali Nick è miracolosamente riuscita a scampare. Poirot capisce subito che questi presunti incidenti sono in realtà dei veri e propri tentativi di omicidio nei confronti di Nick. Ma perché qualcuno dovrebbe volere la sua morte?
Per via dell’assenza di un movente evidente, Poirot fatica non poco a scoprire finalmente la verità: un sordido piano architettato fin nei minimi particolari, dove niente è come appare e dove il confine tra vittima e colpevole è veramente labile.

(_Da qui in poi, SOLO PER CHI HA LETTO IL LIBRO, fino alle conclusioni_)
…Niente è come sembra
Il pericolo senza nome presenta nel suo complesso evidenti punti di forza ma, allo stesso tempo, alcuni punti deboli.
  • Primo punto di forza
Il vero punto di forza di questo romanzo è l’assenza del movente; fino a metà della storia non riusciamo a capire per quale motivo qualcuno dovrebbe voler morta Nick, una ragazza senza soldi e senza particolare interesse. Quindi perché? E’ questa la stessa domanda che assilla Poirot, e che non trova risposta finché non scopriamo che la ragazza era fidanzata con il capitano Seaton, promettente aviatore in procinto di ereditare una grossa fortuna che, con la sua stessa morte, sarebbe passata direttamente nelle mani di Nick.
E qui incappiamo nel primo punto debole; questa scoperta di Poirot è troppo campata in aria: alla resa dei fatti si tratta semplicemente di un’ipotesi che, guarda caso, risulta vera. Chi mai sarebbe arrivato a scoprire questo fidanzamento segreto se non grazie a fantasiosi voli pindarici? E sì che la risoluzione di un mistero trova sicuramente le sue fondamenta sulle supposizioni, ma esse devono essere avvalorate dai fatti. Poirot riesce a scoprire tale relazione semplicemente perché Nick una sera si veste di nero (colore che non indossa mai), perché si accalora particolarmente quando i suoi amici danno Seaton ormai per disperso, perché Nick si assenta dalla cena per venti minuti per una telefonata, a suo dire (invece per Poirot ha sentito alla radio la notizia della morte di Seaton, cosa che a noi lettori è impossibile verificare o anche solo sospettare), ed infine per l’esagerato dolore che la ragazza prova per la morte della cugina.
Allora, ok che non tutti siamo Poirot, ma mi pare comunque una deduzione fin troppo azzardata.
Ma, andiamo avanti.
  • Secondo punto di forza
La bravura della Christie sta nella capacità di mostrare al lettore tanti piccoli indizi che però vengono sapientemente mascherati da altri particolari nel corso della lettura.
Il fatto stesso che la vicenda sia narrata da Hastings, compagno di avventure di Poirot, porta subito il lettore a pensare come Poirot. Nessuno mette in dubbio le capacità di Poirot, perché Poirot non sbaglia mai! Quindi, se Poirot non ha dubbi sulla veridicità degli attentati subiti da Nick, neanche il lettore avrà il minimo dubbio al riguardo; nonostante Frederica affermi che Nick è una bugiarda, oppure che Vyse asserisca che Nick è morbosamente attaccata alla Casa Solitaria, invece che credere a loro, è naturale pensare che siano loro a mentire, o comunque a nasconderci qualcosa.
Qui sta l’altro punto di forza nell’abilità della Christie: nel riuscire a manipolare la mente del lettore come e quando vuole, senza che chi legge possa farci niente.
Il secondo punto debole riguarda il nome Magdala: quando conosciamo la cugina di Nick, il cui vero nome è Magdala, ci viene presentata semplicemente come Maggie. È vero che Nick afferma che Magdala è un nome di famiglia, ma vi pare possibile che uno arrivi a pensare che anche la cugina si chiami Magdala? Io avrei pensato che Maggie fosse il diminutivo di Margaret, non certo di Magdala.
Anche qui, la scoperta a cui giunge Poirot è troppo lontana dalla mente del lettore comune.
  • Terzo punto di forza
In questo romanzo ritroviamo ( ovviamente con delle differenze ) l’escamotage già perfettamente riuscito in L’assassinio di Roger Ackroyd (di cui vi consiglio caldamente la lettura); il buono diventa il cattivo e viceversa, ma come arrivare a pensare una cosa del genere? Quando Nick sta male dopo aver ingerito dei cioccolatini alla cocaina, a nessuno verrebbe in mente di pensare che la donna si sia avvelenata da sola, e questo semplicemente perché siamo stati fuorviati sin dall’inizio, credendo ciecamente alla sua innocenza.
La difficoltà predominante nei romanzi della Christie è sempre quella di riuscire a capire chi dice la verità e chi mente, e qui sta la grande differenza tra noi comuni lettori e l’insuperabile acume di Hercule Poirot.

Conclusioni
Il pericolo senza nome è indubbiamente un buon romanzo in puro stile Christie; la trama viene a complicarsi a causa delle sue sottotrame, e il lettore non è mai del tutto certo delle sue deduzioni.
Il finale è un vero e proprio colpo di scena, e se in questo libro vi sono pur sempre degli errori, ciò non toglie che nella sua totalità sia un giallo assolutamente ben costruito.
Se poi vogliamo proprio essere pignoli, allora devo ammettere che L’assassinio di Roger Ackroyd è sicuramente un gradino più in alto. 

Voto: ★★★½

martedì 8 aprile 2014

Uno studio in rosso #Giallo martedì

Nel primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle che vede come protagonista il signor Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, pubblicato nel 1887, assistiamo alla conoscenza tra il famoso detective e colui che diventerà il suo fedele assistente, il dottor Watson.
In cerca di un appartamento a buon prezzo, Watson verrà messo in contatto con Holmes che, a sua volta, cerca qualcuno con cui coabitare per dividere l’affitto del celeberrimo appartamento di Baker Street. Ha così inizio quella felice convivenza che renderà celebre il duo.


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Uno studio in rosso è appunto l’inizio dell’avventura “sherlockiana”, il cui campo d’indagine si svolge tra due continenti, quello europeo e quello americano; il ritrovamento inspiegabile del corpo senza vita in una casa abbandonata a Londra cova, infatti, le sue origini nel paese oltreoceano, ma non dico altro e tanto vi basti.

Chi vive al 221b di Baker Street?
Sherlock Holmes è lo stereotipo dell’investigatore per eccellenza: con la sua lente d’ingrandimento, le sue intuizioni fuori dal comune e la sua maniacale analisi delle impronte, questo personaggio appare al contempo brillante e farsesco. Magro e slanciato, ha un fisico che sa di alacrità, e difatti è un detective dell’azione, anche se talvolta viene colto da uno stato apatico, come afferma Watson:
“La sua energia sembrava inesauribile, quando lo coglieva un accesso di attività; ma, di tanto in tanto, si verificava in lui come una reazione. Allora, per giorni e giorni, se ne stava sul divano del salotto, pronunciando a malapena qualche monosillabo e senza contrarre un solo muscolo del viso, dal mattino alla sera.”
Quest’oscillazione tra due stati emotivi così diversi, mi fa pensare che Sherlock Holmes sia affetto da disturbo bipolare non meglio identificato.
Esperto conoscitore delle scienze e della cronaca nera, Sherlock Holmes è il gentiluomo
tardo Ottocentesco, un Lord Byron razionalizzato, che mette le sue abilità intellettive al servizio della giustizia, e che, durante le pause dai crimini e dai misteri, non disdegna impugnare l’archetto e suonare il suo violino.


Il dottor Watson è la voce narrante del romanzo; probabile alterego dell’autore stesso, Watson è un medico che, di ritorno dalla guerra in Afghanistan, si ritrova a vivere senza uno scopo ben preciso in una caotica Londra. L’incontro con Holmes cambierà la vita del dottore.
A differenza di un altro co-protagonista per eccellenza nella storia della crime novel (il capitano Hastings di Poirot), Watson non è esattamente il braccio destro un po’ stupido di Holmes; anziché stupido, il dottor Watson è più che altro una spalla, un cagnolino che non smette di scodinzolare dinanzi alle capacità di Sherlock Holmes. Troppo cattiva? Eppure è questa l’impressione scaturita dalla lettura: l’ammirazione di Watson per Holmes va oltre il semplice stupore iniziale, Watson è propriamente estasiato dall’acume del suo compagno d’avventura.


Uno studio in rosso: un prototipo maldestro della deduzione
Il merito di Arthur Conan Doyle dovrebbe consistere nell’essere uno dei capostipiti del giallo deduttivo, ovvero il giallo classico, in cui un investigatore (solitamente privato) riesce a scoprire l’identità dell’assassino basandosi su indizi fuorvianti e di non semplice risoluzione, attorniato da una cerchia ben ristretta e definita di sospettati.
In questo primo romanzo, però, mancano le basi per definire Uno studio in rosso un buon giallo; innanzitutto la verosimiglianza: durante la perlustrazione del luogo del delitto, Holmes riesce a identificare il tipo di sigaro fumato, semplicemente osservandone la cenere rimasta… Accidenti!
Meglio di un’analisi di laboratorio!
Poi, l’assassino, di cui non si sa niente fino alla fine, mostra prova di poca intelligenza o, ancora meglio, di una propizia presunzione, presentandosi a casa di Sherlock Holmes, quando doveva per forza sapere che lì risiedeva chi investigava su di lui ( e non scendo nei particolari per non rovinare la lettura a nessuno). In pratica, se non era per l’infingarda sicurezza del tizio in questione, Holmes avrebbe dovuto faticare non poco per riuscire a rintracciarlo.


Qui, insomma, non si rispettano le norme che costituiscono il cosiddetto decalogo di Knox; tale decalogo si basa sulle dieci regole che un buon romanzo giallo dovrebbe osservare.
Riporto la lista così come elencata su Wikipedia:

  • Il colpevole dev’essere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; il lettore non deve poter seguire nel corso della storia i pensieri del colpevole.
  • Tutti gli interventi soprannaturali o paranormali sono esclusi dalla storia.
  • Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto.
  • Non possono essere impiegati veleni sconosciuti; inoltre non può essere impiegato uno strumento per il quale occorra una lunga spiegazione scientifica alla fine della storia.
  • Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.
  • Nessun evento casuale dev’essere di aiuto all’investigatore e neppure lui può avere un’inspiegabile intuizione che alla fine si dimostra esatta.
  • L’investigatore non può essere il colpevole.
  • L’investigatore non può scoprire alcun indizio che non sia istantaneamente presentato anche al lettore.
  • L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio.
  • Non ci devono essere né fratelli gemelli né sosia, a meno che non siano stati presentati correttamente fin dall’inizio della storia.
Sebbene queste regole possano essere reinterpretare, anche per permettere di ampliare la fantasia e il campo d’azione dello scrittore, penso tuttavia che alcune di queste indicazioni siano obbligatorie: la prima parte della regola n.1 per esempio, la n.2, la n. 6 e la n.8. Queste mi sembrano, per ovvie ragioni, imprescindibili per la buona riuscita di un giallo come si deve; ma in questo romanzo le regole n.1 e n.8 vanno a farsi benedire: le conclusioni a cui arriva Holmes sono del tutto inaccessibili ed estranee al lettore, in quanto non viene edotto su tutti i dati… Per forza, poi, riesce a risolvere l’indagine solo Sherlock!
Poi, che c’entra, essendo il decalogo risalente al 1929, possiamo anche perdonare a sir Doyle le sue mancanze.


Conclusioni
Sebbene i sopracitati strafalcioni, Uno studio in rosso è una lettura piacevole e senza troppe pretese. A mio modesto parere non è certamente un capolavoro, ma ogni tanto è benefico distendersi con una lettura non troppo impegnativa, senza per questo risultare stupida o di scarso valore letterario; qui il valore c’è eccome, ma, senza sminuire l’importanza di Sherlock Holmes, per me il migliore resta senza dubbio monsieur Poirot.
Quindi non te la prendere e à bientôt Sherlock Holmes. 


Voto: ★★★

mercoledì 26 marzo 2014

I pilastri della Terra #La storia del mercoledì

Il trionfo spropositato di certi libri io non riesco a capirlo. Per esempio, I pilastri della Terra di Ken Follett, annoverato tra i successi editoriali degli ultimi anni, è stato per me di uno sbigottimento fuori dal comune.
Leggendo i vari commenti in rete, vedendo le critiche positive e il successo ricevuto, ho pensato bene di cimentarmi anch’io nella lettura delle 1030 pagine che compongono questo libro. Risultato? Delusione totale, oltre a un risentito sconcerto.




Beautiful ai tempi dell’Anarchia
L’epoca storica in cui si svolge la trama è il XII secolo, gli anni della guerra civile (o Anarchia) inglese che vede contrapposti i cugini Stefano di Blois (o d’Inghilterra) e Matilde (o Maud), e l’assassinio di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury.
Su questo sfondo colorito di sangue assistiamo al dipanarsi della vita di Tom il costruttore e famiglia, la “strega/selvaggia” Ellen e suo figlio Jack Jackson, l’ex nobildonna Aliena di Shiring e il frate/priore Philip da una parte, quella dei cosiddetti buoni; il “figlio di Satana” William Hamleigh e il vescovo “cornacchia” Waleran Bigod dall’altra, i cattivi irrecuperabili.
Tom ha un unico chiodo fisso nella testa, ovvero costruire una sua cattedrale, chiodo che si conficcherà a sua volta nella testa del futuro figliastro Jack, il quale si innamora della bella, quanto spocchiosa, Aliena, che però mostra un’iniziale resistenza al suo amore in quanto violentata in gioventù dal suo ex promesso sposo, lo stupratore incallito William, il quale a sua volta ha un terrore micidiale dell’inferno e del priore Philip, che non manca di ricordargli le conseguenze delle sue azioni nell’aldilà, le quali vengono poi “perdonate” tramite confessione dal meschino Waleran, ambizioso vescovo di Kingsbridge.
In questa trama alla Beautiful ( e io ve ne ho fatto un succo dimagrante, non crediate sia tutto qui!), che tra l’altro l’autore avrebbe potuto ridurre di almeno 500 pagine tanto sono inutili, ogni tanto si trovano certe scemenze e assurdità che ti farebbero venir voglia di prendere il libro e scaraventarlo dalla finestra, col rischio di ammazzare qualche povero passante innocente.
Uno degli esempi che più mi ha lasciata basita, sconcertata e interdetta è quello di quando Tom e i suoi figli sono mezzi morti dalla fame, svenuti nella foresta: arriva Ellen che li vede emaciati e stramazzati al suolo, e lei che fa? Si preoccupa che stiano bene? Accorre per aiutarli? Semplicemente li ignora? No! Si piomba su Tom e ci fa sesso! Cioè, così, di punto in bianco e per di più con uno che non ha manco la forza di reggersi in piedi!…Ora, io mi domando e dico, MA PERCHÉ?! Dove sta il senso, oltre alla verosimiglianza, di una cosa del genere?! No, questa veramente va oltre l’umano comprendonio delle mie facoltà intellettive, mentre le altre illogicità le ho direttamente rimosse dal mio cervello.


I cattivi e gli stolti
Se sul piano della Storia si assiste alla disputa tra i due cugini reali, su quello della storia del libro si partecipa comunque ad una sorta di guerra, di scontro, di lotta continua tra il bene e il male; tutta la banda dei buoni viene continuamente attaccata da William e la sua cricca di criminali incalliti. Perché? Semplicemente perché William Hamleigh è l’incarnazione del male e della stupidità sulla Terra; cattivo fino all’inverosimile, è prepotente, uno psicopatico, un sadico sessuale che passa metà della sua giornata a stuprare donne e l’altra metà a uccidere poveracci. Alcune scene sono di una volgarità esasperante e totalmente inverosimili, giusto per “scioccare” il lettore.
Inviperito a morte dal rifiuto di Aliena di sposarlo, cerca di torturarla in ogni modo possibile; abusare fisicamente di lei non è stato abbastanza, deve distruggerla su tutti i piani, morale ed economico. Deve soffrire peggio di un cane perché ha osato rifiutarlo. No, rendiamoci conto della pazzia di quest’uomo!
Così, praticamente, l’intero romanzo è un continuo susseguirsi di vittorie e sconfitte, prima dei buoni, ora dei cattivi, e viceversa.
Se per quanto riguarda il lato malvagio troviamo il suo massimo esponente in William Hamleigh e nel vescovo Waleran Bigod (perché è un bel figlio di buona donna pure lui), sul lato del bene troviamo i principali abitanti del villaggio di Kingsbridge: Tom, Philip, Jack, Aliena e bla bla.
Ma se William, ripeto, incarna alla perfezione il diretto discendente del diavolo, non si può certo dire che i buoni siano poi così buoni. E meno male, perché sennò si cadrebbe davvero sul ridicolo; buoni e cattivi come nelle fiabe, anche se comunque la caratterizzazione dei personaggi si rivela ugualmente improntata sullo stile fiabesco: eroi e antagonisti, fine. Niente di più banale e superficiale.
Ma il vero problema, in realtà, è che sono tutti odiosi, chi per un motivo e chi per un altro: Tom e Jack che sono ossessionati da ‘sta cavolo di cattedrale da costruire, Aliena che non fa altro che tirarsela manco ce l’avesse d’oro, ed Ellen che fa sempre la ribelle nonostante l’età. Il priore Philip, sebbene sia il più giustificabile per la sua smania di rendere il villaggio di Kingsbridge ricco e prospero, è comunque pesante e noioso.


Il genere e lo stile
Innanzi tutto, partiamo dalla classificazione del genere in cui viene inserito I pilastri della Terra: storico-mistery.
Romanzo storico? Mistery? Ma per favore!
Intanto, ciò che rende un romanzo storico non dovrebbe essere la presenza di qualche data e di qualche personaggio realmente esistito qua e là _ o non solo quello almeno _, ma bensì la capacità di immergere il lettore nella Storia e di far rivivere certe atmosfere e quotidianità ormai perdute (personalmente ritengo che in questo, tra i libri letti fin’ora, l’unica in grado di suscitare tutto ciò sia Philippa Gregory).
Io qui non ho percepito niente di tutto questo.
Poi, per quanto riguarda il mistery, qui dovrebbe essere tale solo perché nel proemio si parla di un’impiccagione e per il resto delle mille pagine si riaccenna al morto sconosciuto, sì e no, 3 volte?! Un mistero è qualcosa di celato, sì, ma anche di svelato, a poco a poco, in un crescendo lineare e più o meno continuo; qui ci si dimentica addirittura di tale “mistero” (che, per la cronaca, si riesce a risolvere da soli già a metà libro, se non prima, senza bisogno di arrivare alla spiegazione delle ultime pagine)!


Per ciò che concerne le capacità narrative, apparte le descrizioni inerenti l’architettura, che sono dettagliate e pignole fino all’esasperazione (e quindi alquanto superflue e odiose per un comune lettore ignorante in materia come me), il resto delle ambientazioni, delle azioni dei personaggi, eccetera, risultano piuttosto sempliciotte ma confusionarie, rendendo difficile al lettore (o per lo meno a me) capire esattamente cosa, come e dove stia succedendo una determinata cosa; mentre lo stile narrativo ( e qui la colpa può essere semplicemente del traduttore) è prosaico e, oserei dire, quasi puerile, sebbene ciò renda molto scorrevole (perché semplice) la lettura.

Insomma, Ken Follett ne avessi azzeccata UNA!

Conclusioni
Romanzo d’avventura e d’amore (sorrido), storico (rido), mistery ( piango, non si sa bene se dalle risa o dalla disperazione), questo libro ha messo a dura prova il mio amore incondizionato per i libri, belli o brutti che siano, tentandomi, pagina dopo pagina, di gettarlo nella pattumiera, inzupparlo ben bene di benzina e dargli impietosamente fuoco.
E poi su internet leggi parole quali: “capolavoro”, “stupendo”…vabbè. Resta il fatto che ho sprecato un mese a leggere spazzatura. 


Voto:

domenica 16 febbraio 2014

Agnes Grey #I classici della domenica

Agnes Grey, scritto nel 1847 da Anne Brönte, sotto lo pseudonimo di Acton Bell, è il primo romanzo della minore delle sorelle Brönte. E’ tendenzialmente la meno conosciuta del trio e non senza motivo; il suo romanzo, infatti, è il meno riuscito: sebbene mantenga le caratteristiche del romanzo vittoriano del primo ‘800, è assente quell’elemento distintivo, quel certo non so che, che distingua il romanzo dagli altri dello stesso genere. E’ una storia piatta in cui manca quell’originalità che appartiene a Jane Eyre o Cime tempestose, che risultano invece molto più coinvolgenti e accattivanti, grazie anche agli elementi gotici che sicuramente giocano un ruolo importante nel fascino generale delle loro opere.
La storia di Agnes
Agnes Grey, secondogenita di un modesto pastore, cresce nel contesto protetto del nido familiare; essendo la più piccola viene spesso esonerata dai lavori domestici e, priva di contatti sociali, mantiene una natura naïve. A diciotto anni, desiderosa di mettersi alla prova, scoprire il mondo ed essere di aiuto alla famiglia, decide di intraprendere la carriera di istitutrice.
La prima famiglia in cui approda, i Bloomfield, la metterà a dura prova. Si ritrova infatti a dover combattere contro tre piccoli mostri. Tutti tremendamente viziati e anaffettivi, sono uno peggio dell’altro: Tom, il beniamino della madre, è un piccolo psicopatico che ama torturare ogni animaletto gli capiti tra le mani; Mary Ann, la secondogenita, è capricciosa e volutamente dispettosa, e Fanny, quella che in un primo momento sembrava la più dolce, si rivela non essere da meno degli altri fratelli, sputa in faccia e urla.
Inutilmente Agnes tenta di imporsi sui suoi allievi, anche perché i genitori le hanno proibito qualsiasi forma di punizione severa, e così la povera ragazza finisce anche per passare come un’incapace. La sua prima catastrofica esperienza come istitutrice dei Bloomfield dura un anno, dopo il quale viene licenziata.
Tornata dalla sua famiglia Agnes non si sente soddisfatta di questo primo approccio con il mondo e decide di riprovare; d’altronde non tutte le famiglie saranno come i Bloomfield!
Trova così lavoro presso la famiglia Murray, più altolocata della precedente, ma non meno impegnativa. Qui Agnes deve pensare principalmente all’educazione delle figlie, Rosalie e Matilda, senza però imporsi severamente, cercando di interessarle e senza affaticarle troppo, così come vuole la signora Murray.
Rosalie è una ragazza di sedici anni, molto bella e di conseguenza molto vanitosa e frivola. Tutto ciò che interessa a Rosalie è piacere, essere ammirata e corteggiata dagli uomini, ai quali spezza il cuore con boria e con un piacere crudele.
Matilda è tutto l’opposto della sorella: un maschiaccio, di tredici/quattordici anni, che impreca, si interessa alla caccia e pensa solo a cavalcare la sua giumenta.
Anche qui Agnes tenta inutilmente di educare le signorine affidatele ai precetti della carità cristiana, senza però essere mai presa in considerazione. Diventa man mano sempre più invisibile: i suoi consigli non vengono ascoltati ed è ignorata da tutti.
Avviene però un fatto che porta nuova gioia alla vita di Agnes: l’arrivo del nuovo curatore del pastore Hatfield, il quale è un uomo ben poco caritatevole, narcisista e meschino. Il signor Weston, il curatore, è invece un fervente cristiano, prodigo nell’aiutare i bisognosi, umile e gentile.
Agnes si innamora poco a poco di Weston, ma timida e insicura com’è, cerca sempre di nascondere il suo amore.
Alla morte del padre, Agnes apre una scuola assieme alla madre, lasciando quindi la famiglia Murray e Weston, che comunque deve trasferirsi altrove.
E’ tutto finito dunque? Il finale lo potete immaginare.


Due istitutrici: Agnes e Jane a confronto
Sia in Agnes Grey che in Jane Eyre figurano come protagoniste due donne, entrambe istitutrici, che mostrano però una personalità dissimile, sebbene con qualche somiglianza.
Agnes, educata in casa dalla madre, è piuttosto ingenua anche se non stupida. Jane, rimasta orfana, è stata istruita con le regole ben più severe dell’orfanotrofio.
Agnes è mite, introversa, taciturna, remissiva; non riesce a imporsi né sui propri allievi, né con i suoi datori di lavoro. Come istitutrice cerca di fare del suo meglio, ma non può che accontentarsi dei piccoli risultati che ottiene, se li ottiene.
Si reputa una persona morale e pia, ma ha comunque poca stima di sé, forse anche a causa di come viene trattata dagli altri. E’ quindi insicura e si rende lei stessa invisibile, tanto che rimane stupita se qualcuno si interessa a lei.
Jane invece, sebbene sia anch’essa introversa, non è affatto remissiva; ha un carattere coraggioso e non ha paura di dire quello che pensa. Istitutrice capace e intelligente, ha però anche lei poca autostima, almeno per quanto riguarda il suo aspetto fisico, in quanto si ritiene “bruttina”.
E’ superfluo dire che ho preferito di gran lunga Jane.


Struttura
Anche nella struttura narrativa Agnes Grey si differenzia dai romanzi delle sorelle maggiori: Cime tempestose (che strutturalmente risulta il più complicato dei tre) presenta due narratori interni, di primo e secondo grado.
Agnes Grey è scritto in prima persona; nella premessa, la narratrice spiega che l’intento del libro è quello di raccontare la propria storia perché possa tornare utile a qualcuno o divertente per qualcun altro. Agnes si rivolge spesso al lettore scusandosi continuamente nell’eventualità di risultare noiosa e salta delle parti che ritiene di scarso interesse, finendo, così, per diventare realmente noiosa.
Anche Jane Eyre è scritto in prima persona, ma la narratrice è meno invadente; non interrompe la narrazione per interagire direttamente con il lettore, né censura o si scusa per ciò che ha da dire.


Conclusioni
Sebbene Agnes Grey si legga bene e velocemente, Jane Eyre resta il mio preferito.
Troppo tenue e banale per reggere il confronto con le sorelle, il romanzo di Anne può passare inosservato senza che se ne senta molto la mancanza.
Non lo boccio del tutto, ma nemmeno lo promuovo a pieni voti. 


Voto: ★★★