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lunedì 7 settembre 2015

Uomini e topi #Lunedì narrativa

Uomini e topi è un romanzo breve di John Steinbeck, pubblicato nel 1937 e tradotto in Italia da Cesare Pavese, che racchiude in sé quei temi precipui che lo scrittore americano affronterà anche in altri romanzi.



Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Che differenza c’è tra gli uomini e i topi?
Due braccianti in cerca di fortuna nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da fare.

” Mi piace carezzare le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i topi, ma solo quando non trovavo altro.”
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.

” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”
Soledad
L’ambientazione del romanzo si colloca tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge prevalentemente l’intera vicenda.

Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine, ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr, per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.

Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare, Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.
 
” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ” George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.
Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo: “proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.


La casa dei conigli
La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti, George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…
Ciò che spinge avanti George e Lennie è il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del proprio lavoro e allevare conigli.
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie, che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano non esiste più, è un’illusione, è morto.
 
George disse sommesso: “…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho creduto fosse possibile.”
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.
Conclusioni
La potenza drammatica di questa storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine, è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta universale.

Uomini e topi è un romanzo verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo: se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.


Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Voto: ★★★★★

lunedì 13 luglio 2015

Buio a mezzogiorno #Lunedì narrativa

Sulla conturbante scena del Novecento, numerosi sono i romanzi che hanno fatto la differenza; Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler è sicuramente da ritenersi uno di questi.
Il titolo, di per sé eloquente, se non addirittura esegetico, racchiude l’intero pensiero dell’autore e del suo protagonista, Rubasciov.

“Il vecchio male” pensò Rubasciov. “I rivoluzionari non dovrebbero pensare con la mente degli altri.
“O dovrebbero, invece? Sicuramente?
“Come si può cambiare il mondo, se ci si identifica con chiunque?
“Come si potrebbe diversamente cambiarlo?
“Colui che comprende e perdona…dove può trovare un motivo per agire?
“Dove non lo troverebbe?”


È piena notte quando Rubasciov viene prelevato dal suo appartamento e trasferito in carcere. Con un’accusa di tradimento non meglio specificata, Nicolaj Salmanovic Rubasciov, personaggio importante del partito comunista, viene arrestato e rinchiuso nella cella dove avrà inizio il suo personale calvario etico-spirituale.
Durante la sua prigionia, Rubasciov ha modo di ripensare al movimento al quale ha dedicato la sua intera esistenza, analizzandone i processi evolutivi, i suoi meccanismi più intrinsechi, evidenziandone le debolezze e le mancanze, il tutto con una lucida criticità che ne ripercorre, passo dopo passo, i cambiamenti e i fenomeni che hanno portato all’attuale sistema, al cui vertice si trova inossidabile il N°1.
Tra prese di posizione e debilitazioni fisiche, assistiamo al mutamento interiore di Rubasciov, dove alla logica ferrea del partito viene a sostituirsi una coscienza morale, rimasta dormiente e assoggettata ai compiti e i desideri del fine ultimo del partito, e che adesso riemerge in tutta la sua potenza nella ‘finzione grammaticale’.
Il risultato è un’amara capitolazione.


La politica del N°1
“Dunque, aveva fatto la Guerra civile, dopo tutto” pensò Rubasciov. Ma eran cose d’altri tempi, ormai, e non facevano più differenza.
Sebbene il personaggio di Rubasciov sia fittizio, la sua vicenda si rifà ad eventi realmente accaduti durante il regime staliniano, noto anche come Grande terrore, caratterizzato dalle cosiddette ‘purghe’, nel quale un qualsiasi parere avverso a quello del regime poteva trasformarsi in un’accusa di tradimento. Nel romanzo, poi, Koestler descrive come queste accuse vengano avvalorate da false prove, costruite per lo più sulla base di un’austera logica di causa-effetto, di supposizioni consequenziali, poco importa se nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti.
Tutto questo perché “ ciò che viene presentato come giusto deve risplendere come oro, ciò che viene presentato come erroneo deve essere nero come la pece. “. Il comunismo, sotto le fila di Stalin, diventa più di un movimento politico, esso si sostituisce completamente alla religione, diventando esso stesso una religione, con i suoi dogmi e i suoi credo incontrovertibili; chiunque non rispetti ciecamente la volontà del partito, chiunque non abbia abbastanza fede, viene automaticamente epurato, eliminato, in virtù di un bene più grande: il mantenimento del potere del comunismo, per far sì che la Rivoluzione non venga rovesciata in alcun modo.
Non importa se si è servito il partito per tutta la vita, non importano i sacrifici fatti sino a quel momento: i ritratti degli ex componenti del partito, di coloro che hanno fatto la Rivoluzione ed hanno contribuito alla sua vittoria, vengono cancellati dalle fotografie una volta appese al muro; i libri ritenuti contrari all’ideologia dominante, banditi dalle biblioteche; tutto può ribaltarsi in un istante, in quel fatidico istante in cui si inizia a pensare con la propria testa _ impossibile non pensare al 1984 di Orwell _.


La finzione grammaticale
Tanto peggio per colui che prendeva sul serio quella commedia e che vedeva solo quanto avveniva sul palcoscenico e non il meccanismo dietro le quinte.
Durante la sua carriera politica all’interno del partito, Rubasciov ha spesso eseguito incarichi scomodi, liquidando membri del movimento accusati di controrivoluzione e, nonostante la palese montatura dell’accusa, il non ancora ex commissario del popolo, ha sempre obbedito agli ordini, pur talvolta non ritenendoli personalmente giusti, senza obiettare; questo perché nella politica del comunismo non c’è spazio per i moralismi: l’unica morale che conta è quella del partito, una morale quindi riarticolata in base alle esigenze di quest’ultimo. Nel comunismo prevale infatti un’etica che ricorda in qualche misura l’Utilitarismo, per cui il giusto equivale all’utile ed il male al dannoso.
In una tale ottica si perde di conseguenza il valore dell’individuo, in quanto si agisce in virtù di un simbolico popolo, ” una moltitudine di un milione divisa per un milione “.
Un’etica rivoluzionaria, per citare Weber, in cui per il bene ultimo (l’utopia di un mondo comunista) l’uso della violenza è legittimato e vale il principio machiavelliano de “il fine giustifica i mezzi”.
La coscienza verso il singolo non esiste, in quanto la propria responsabilità è verso il principio.


Ma durante la prigionia, i ricordi di Rubasciov riemergono prepotenti e con essi quella che lui chiama ‘finzione grammaticale’, che altro non è che il suo inconscio, la sua coscienza, il suo ‘io’ più intimo. Manifestandosi negli improvvisi flashback, nel gesto meccanico di strofinarsi il pince-nez sulla manica e con un pulsante mal di denti, Rubasciov inizialmente cerca di combattere con tutte le sue forze questa verità latente, che adesso vuole emergere, rimettendo le sue azioni ad un giudizio più grande di quello degli uomini, ovvero a quello della Storia.
“La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni”, aveva detto a uno di quegli sventurati. “Scorre, inerte e infallibile, verso la sua meta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non
ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito”.
Finché, al grido disperato del suo amico Bogrov mentre viene portato via per essere fucilato, la razionalità cede il posto alla presa di coscienza. Il lamento di quel singolo uomo porta Rubasciov a capovolgere completamente il suo pensiero. Ecco che il bene ultimo perde la sua logica se a discapito del singolo, che riacquista quindi la sua importanza, il suo valore intrinseco ed inviolabile.

Stremato dalle torture psicofisiche a cui viene sottoposto ed intrapreso il nuovo percorso dell”io’, Rubasciov ammette di essere colpevole, non di attività controrivoluzionarie, ma di aver dato adito alla sua coscienza interiore, di aver anteposto la sua riscoperta dell’individuo alla cieca fede nel partito, per il quale l’individuo non ha alcuna importanza, non esiste.
Intrappolato in una sorta di crisi esistenziale, tra la sua nuova posizione ed il credo di tutta una vita, Rubasciov, consapevole che la vecchia generazione della sua epoca è ormai finita in favore dei nuovi uomini di Neanderthal, si arrende all’inevitabile, scoprendosi desideroso solamente di dormire, per sempre.


Conclusioni

Scritto nel 1940, Buio a mezzogiorno è un romanzo di denuncia degli orrori e dei meccanismi che si trovano dietro i processi staliniani, per altro attualissimi a quell’epoca.
Allo stesso tempo Koestler affronta quel problema di fondo tra l’ideale comunista e la sua messa in pratica nel regime stalinista, tra la dignità del singolo e la ragione della Storia.
Il dibattito principale riguarda l’etica all’interno della politica, e numerosi sono i riferimenti filosofici, da Hegel a Weber.
Un romanzo complesso quindi, ma terribilmente valido e importante, arricchito da uno stile narrativo impeccabile, fluente ma allo stesso tempo sapiente, affatto noioso o pedante.
Inutile aggiungere che lo consiglio caldamente.


Voto: ★★★★★

lunedì 15 giugno 2015

L’uomo dal vestito grigio #Lunedì narrativa

Dopo avere abitato per sette anni nella piccola casa di Greentree Avenue, a Westport, nel Connecticut, la detestavano entrambi.
Così si apre l’incipit del primo romanzo di Sloan Wilson, L’uomo dal vestito grigio, anno 1955, che ha rispecchiato, volente o nolente, quella generazione di uomini accomunati da un vestito di flanella grigia nell’America degli anni ’50.
Autore prolifico degli Stati Uniti, è meno conosciuto in Italia, dove la sua produzione si riduce solamente a due testi, il romanzo sopracitato ed il, forse, più famoso Scandalo al sole.
È un peccato dover rinunciare all’opera omnia di questo scrittore Americano, con la ‘a’ maiuscola, ma d’altronde siamo in Italia, si sa come va qui da noi.




Tom e Betsy Rath, sposati e con tre figli, vivono in un tranquillo quartiere residenziale, nella periferia del Connecticut; la moglie Betsy bada alla casa e ai bambini, il marito Tom prende il treno ogni mattina per recarsi in ufficio nella fondazione in cui lavora da nove anni.
Una vita placida, una vita ordinaria, una vita piatta.

Era strano pensare che una casa con la crepa a forma di punto interrogativo e le macchie di inchiostro sulla tappezzeria dovesse rappresentare, con ogni probabilità, il termine del loro personale cammino. Era impossibile crederlo. In un modo o nell’altro, qualcosa doveva cambiare.
Appunto. Qualcosa doveva cambiare.
Tom viene a conoscenza di un posto vacante nella grande azienda della United Broadcasting e decide di tentare la sorte; il nuovo lavoro significherebbe possibilità di carriera, comporterebbe un aumento di stipendio e la possibilità di andarsene da quel sobborgo dai villini tutti uguali, ormai tanto odiato.
Contro ogni previsione, Tom viene assunto come stretto collaboratore del dirigente in persona, Richard Hopkins, uno degli uomini più importanti e ricchi nel mondo degli affari.
Ma assieme ad un futuro presumibilmente più roseo, inaspettatamente riemerge il passato più oscuro di Tom, quello che l’uomo aveva relegato nel cassetto più recondito della sua memoria: quello della guerra, e con esso, quello di Maria.

Ad aggiungere scompiglio avviene la morte della nonna novantenne di Tom, l’unica parente rimasta in vita, che con la sua dipartita lascerà al nipote la sua immensa e decadente proprietà nella ridente cittadina di South Bay.
Tom si ritrova in bilico tra un presente incerto ed un passato doloroso da dover affrontare: il lavoro alla United Broadcasting non si rivela così sicuro e stabile come sperava, i debiti, l’ipoteca sulla proprietà della defunta, la vendita frettolosa della casa in Greentree Avenue, l’incontro con l’ex commilitone Cesare Gardella e con lui la pressante, seppur lontana, presenza di Maria, risucchiano Tom in un vortice di preoccupazioni senza sosta, mentre Betsy, ignara di tutto, continua a ripetere la sua fede nel futuro.

Tom si guardò intorno nella casa in preda al caos e di colpo questa gli fu indicibilmente cara. La crepa simile a un punto interrogativo sulla parete della stanza di soggiorno, i mobili modesti, il linoleum logoro in cucina: tutto sembrava fare parte di un che di prezioso che stesse affondando rapidamente, di qualcosa che era già colato a picco e non sarebbe stato possibile recuperare.
Nell’attimo stesso in cui il suo equilibrio viene messo in pericolo, Tom si accorge di rimpiangere quella vita monotona ma sicura. Perché essere un uomo dal vestito grigio forse non era poi così male. O no?
Combattuto tra ciò che deve essere e ciò che è realmente, Tom capisce che l’unico modo per salvarsi, l’unico modo per emergere da quella massa di uomini in grigio, è essere onesto, seguire la sua coscienza e dire la verità, a qualunque costo.


La flanella pizzica 
[…] Non c’è più nulla che sembri divertente. Non c’è niente che non vada in questa casa, e non c’è niente che non vada in Greentree Avenue, o in Tom o in me. È solo che nulla è più divertente; ed è spaventoso perché, una volta detto questo, non c’è altro da aggiungere… Ma perché? » si domandò.
 Ne L’uomo dal vestito grigio, soprattutto nella prima parte, riecheggia in qualche modo, seppur con enormi differenze, un altro romanzo con la medesima ambientazione: Revolutionary road.
Questo bisogno di una vita perfetta, omologata, rispettata che finisce col rivelarsi solo un misero cliché e, di conseguenza, quell’urgenza di andare oltre le apparenze, la quotidianità, il conformismo, sono tutti temi che accomunano non solo i due romanzi, ma un’intera generazione di individui formati con lo stampino che, ad un certo punto della loro vita, decidono di cercare disperatamente la loro strada.
La differenza principale sta in come si decide di percorrerla, questa strada.
In Revolutionary road i due coniugi si lasciano trascinare impotenti dalle loro nevrosi, fino ad un finale tragico, cupo e senza speranza; ne L’uomo dal vestito grigio Tom e Betsy scelgono invece di non lasciarsi travolgere, ma di combattere per quello in cui credono e alla fine riescono a vincere.


Conclusioni
Quello di Sloan Wilson è un romanzo delizioso che ti permette di rivivere quell’America degli anni ’50, immortalata nel suo quadretto idilliaco con le sue casette bianche e le donne in abiti da cocktail, con i padri di famiglia che fanno i pendolari ed indossano sempre un completo di flanella grigia.
Un romanzo delicato, ma anche profondo, amaro, quando scopri che sulla giacca color fumo manca un bottone, o c’è un buco nella tasca.
Un romanzo che grida all’America, a quell’America dorata degli anni Cinquanta, con i suoi splendori e i suoi stereotipi, ma anche un romanzo di memorie, di smembramento, della lotta personale di un uomo contro il suo stesso conformismo.
D’altronde

« Non ha nessuna importanza. Sarà interessante stare a vedere che cosa accadrà. »
Voto: ★★★★
Gregory Peck in una scena dell'omonimo film del 1956.
Gregory Peck in una scena dell’omonimo film del 1956.

lunedì 27 aprile 2015

Suite francese #Lunedì narrativa

La cosa più importante qui, e la più interessante, è la seguente: i fatti storici, rivoluzionari, ecc. devono essere solo sfiorati, mentre quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni.
Così scrive Irène Némirovsky nei suoi appunti per la stesura del suo ultimo romanzo, Suite francese, e così è.



Romanzo rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autrice, dovuta all’internamento nei campi di prigionia nazisti, Suite francese è un’opera epocale, il cui scopo doveva essere quello di mostrare la Francia, e soprattutto i francesi, in uno dei suoi periodi più bui. Gli eventi straordinari e terribili che subissarono la Francia negli anni della seconda guerra mondiale, svolgono per lo più il ruolo di messa in moto di tutti quei meccanismi sociali in cui la paura, l’ipocrisia, la viltà e l’egoismo regnano sovrani; i princìpi morali dell’umanità lasciano il posto a quelli del regno animale, della legge del più forte, tramutando un intero popolo in una moltitudine di bestie braccate e confuse.
Ed è proprio così che vengono descritti i parigini in fuga dalla Ville Lumière, durante l’esodo di massa che caratterizza la prima parte di Suite francese.


Tempesta di Giugno
Alla vigilia dell’entrata dei tedeschi a Parigi, in un’atmosfera di incertezza e malumore, la famiglia Péricand si decide a lasciare la capitale alla volta del sud della Francia, come tanti altri.
I coniugi Michaud vengono incaricati da Corbin, direttore della banca in cui lavorano, di raggiungere la filiale di Tours entro due giorni.
L’altezzoso scrittore Corte abbandona restio il suo studio, non dopo essersi assicurato di avere con sé il suo manoscritto.
Charlie Langelet, esteta e collezionista di oggetti d’arte, dopo aver imballato le sue preziose porcellane, si appresta a lasciare la città.
Nelle strade un agglomerato di macchine cariche di bagagli e persone intasa le vie, mentre una ressa di appiedati _ il popolino, gli operai, i poveri _ come uno sciame segue un’unica direzione, lontano da Parigi; i treni sono fermi, le stazioni chiuse: l’unico modo per lasciare la città è in macchina, in bicicletta, a piedi.
I paesi di passaggio vengono invasi dai profughi in cerca di un po’ di cibo, di riparo, di aiuto; chi riesce a trovare almeno una sedia e chi deve arrangiarsi a dormire per strada.
Gli aerei che sovrastano i cieli non sono tutti amici; alcuni attaccano sganciando bombe sulle piazze, creando ulteriore panico e scompiglio. I poveri e i ricchi si ritrovano sullo stesso piano, senza per questo avvicinarli nella comune difficoltà.


In questo clima di caos e miseria, il secondogenito dei Péricand, Hubert, spinto da un adolescenziale desiderio di eroismo patriottico, riesce a scappare dalla madre per andare ad unirsi ai soldati; tra questi, tra i feriti, c’è Jean-Marie, unico figlio dei Michaud, che viene affidato alle cure della giovane contadina Madeleine.

Poi l’armistizio, la resa della Francia.

Dolce
In casa Angelier, suocera e nuora si affrettano a nascondere i beni più preziosi in vista dell’arrivo dei tedeschi in paese; è stato stabilito che ogni casa francese dovrà ospitare un membro dell’esercito tedesco fino a tempo indeterminato.
Per la signora Angelier è un amaro affronto, detestando profondamente quegli invasori che hanno fatto prigioniero suo figlio, mentre sua nuora Lucille osserva con sincera curiosità l’arrivo di quell’uomo ben curato, alto, distinto nella sua uniforme ordinata: l’ufficiale Bruno von Falk.
Come Lucille, tutti nel villaggio assistono con un misto di fascino e repulsione quei vincitori dall’aspetto duro, sì, ma allo stesso tempo umano, come loro.
Inizialmente è difficile adattarsi: i tedeschi sono il nemico e i francesi sono diffidenti; ma col passare del tempo tra vincitori e vinti sembra instaurarsi un tacito benestare. Le donne, rimaste senza uomini, non possono non rimanere attratte da quei giovani ben rasati e virili; i bambini, inizialmente intimoriti, instaurano un’intimità amicale con quei soldati che gli regalano sempre le caramelle.
Da una parte l’odio per il soldato straniero, dall’altra la benevolenza per quello stesso essere umano.
Così in Lucille, donna intelligente e dalla vita infelice, nasce un affetto indefinito per il tenente di stanza presso casa Angelier, ricambiato a sua volta dal tedesco, cosa assolutamente intollerabile per la vecchia suocera.
L’amicizia tra Bruno e Lucille si trasforma delicatamente in qualcosa di più, finché l’entrata in guerra contro la Russia richiama i soldati verso un nuovo paese.
Dopo tre mesi di pacifica e forzata convivenza, ora un sospiro di sollievo, ora un gemito di tristezza attraversa gli abitanti del paese.
Chissà se torneranno.


Conclusioni
Suite francese è un romanzo che lascia l’amaro in bocca, non solo per il finale inconcluso, ma per quella persistente sensazione di malinconia che l’autrice riesce a instillare con le sue parole delicate e cocenti allo stesso tempo. Lo stile elegante e armonioso che caratterizza questa scrittrice, non impedisce la costante presenza di una critica violenta ed aspra.

Ad una prima parte caotica, dove si analizzano la brutalità e le bassezze dell’uomo e della guerra, segue una parte di stanziamento, di calma, di studio del comportamento umano, tra vinti e vincitori.
Nessuno sembra vincere in Suite francese, nessuno può raggiungere la felicità. Gli unici a trionfare sono i bambini che, nella loro innocenza, nella loro semplicità, continuano a comportarsi normalmente, come se sapessero che a un periodo di crisi seguirà inevitabilmente l’equilibrio. Lo stesso vale per la natura che, quasi beffarda e indifferente alla crisi dell’uomo, continua il suo ciclo vitale: così gli alberi proseguono nel dare i loro frutti mentre le bombe distruggono le case, e i fiori continuano a profumare quell’aria che sa ancora di sangue e di morte.


La carrellata di personaggi a cui assistiamo durante ‘Tempesta di giugno’, la ritroviamo sparpagliata in ‘Dolce’, come una ramificazione dello stesso albero, sebbene non ripresi a dovere a causa della morte dell’autrice. Nel progetto della Némirovsky, infatti, a ‘Tempesta di giugno’ e ‘Dolce’, avrebbero dovuto seguire altre tre parti, dove tutti i protagonisti della prima parte sarebbero riapparsi e ulteriormente approfonditi.
Un’altra sconfitta per il genere umano.


Voto: ★★★★
È grazie alle figlie di Irène se Suite francese è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per sfuggire alla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre già imprigionata.
È grazie alle figlie di Irène se “Suite francese” è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per salvarsi dalla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre, ormai già scomparsa.

lunedì 19 gennaio 2015

Il cielo è dei violenti #Lunedì narrativa

La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e perentorio. Tu sei. Nient’altro.


Il cielo. Fondamentalismo.
Tarwater non è mai vissuto altrove della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo, educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.

Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco“.
Così, quando quella mattina, a colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio, dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se stesso. Ma non basta la volontà.

Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In un modo o nell’altro.
E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.

La terra. Razionalità.
Tarwater raggiunge l’unico parente consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare. Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber; il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione; gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e, insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.
E Tarwater lo fa, questo NO.


La violenza è il nuovo amore.
[_Spoiler Allert_] Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:

“Parecchi lo urtarono, e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare tutta una vita, non significava nulla […]
Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate, la premura d’allontanarsi.”
L’unico essere in grado di amare risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il cielo, così come la terra, è dei violenti.

Questa violenza, però, non è vista in senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e collassa.

Restò in attesa del dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe stato alcun dolore, crollò.”
A sancire questa supremazia della violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino, ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto ciò che distrugge, redime.


Conclusioni
Crudele, cupa, spietata, Flanney O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi non necessaria.

Il cielo è dei violenti è un romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.


Quello che potrebbe passare per un semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso, è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo, privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio (scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e senza sentimenti.


Altra nota stonata sta nella perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.


Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti. 

Voto: ★★★★
 

FlanneryOConnor

lunedì 12 gennaio 2015

Neve #Lunedì narrativa

Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, anno 2006, è l’autore del romanzo Neve (2002), ed è anche il narratore della storia; nei panni di se stesso, Pamuk ripercorre le vicende legate all’immaginario amico Ka, ormai scomparso, per poterne scrivere un libro, questo libro.



Romanzo dai connotati tragici e malinconici, Neve affronta temi complessi accompagnati da atmosfere oniriche e sonnolente, alternate ad una caotica degenerazione di eventi quanto mai dispersiva.
È un romanzo introspettivo dal contesto multi-attivo; tutte le vicende politiche cui assistiamo durante il soggiorno di Ka, sono una semplice mise ensemble per il protagonista.


Kars: la povertà e il provincialismo
Dopo un lungo periodo all’estero, Ka, poeta turco esule in Germania, torna a Istanbul per i funerali della madre. Qui, venuto a conoscenza del divorzio tra Muhtar e la bella Ipek, sua compagna di studi ai tempi dell’università, decide di andare a Kars, una piccola cittadina di confine, con la scusa di scrivere un articolo sulle imminenti elezioni comunali e sui suicidi di alcune ragazze turche che sembrano connessi al divieto di portare il velo nelle università.
Una volta a Kars, Ka, visto come un importante personaggio del mondo turco in occidente, viene accolto ovunque a braccia aperte; tutti lo vogliono dalla loro parte, tutti vogliono farsi conoscere, tutti vogliono la sua attenzione: Serdar, il direttore del giornale locale, Muhtar, il leader del partito musulmano, lo sceicco Effendi, profeta di un Islam pacifico, Blu, fuggiasco integralista.
Ma l’unica cosa che interessa Ka è Ipek, la donna che crede di aver sognato per tutti quegli anni, e della quale si innamora immediatamente. Neanche il colpo di stato che si verifica quella sera, al Teatro Nazionale da parte del gruppo teatrale di Sunay, intacca la felicità di Ka, il cui unico scopo è diventato quello di portare con sé Ipek a Francoforte, utopica isola della loro felicità.
Contro la sua volontà, Ka si ritrova coinvolto nel caos politico della cittadina: da una parte c’è Sunay, attore megalomane che si vanta del suo piccolo golpe come di un primo passo verso il progresso e l’occidentalizzazione del popolo ignorante e retrogrado di Kars, dall’altra c’è Blu, che coinvolge Ka nella sua lotta all’occidente.
Ka accetta suo malgrado la veste di mediatore affidatagli coattamente in questo gioco al potere, al quale però non presta minimamente caso perché perennemente incentrato sul suo amore per Ipek.
Ma quando scopre che la donna è stata l’amante di Blu, ruolo adesso ricoperto da Kadife, giovane sorella di Ipek, Ka si ritrova coinvolto in una spirale di odio e gelosia che finisce per distruggere tutto ciò che ha faticosamente costruito a Kars.


Kar: il silenzio, la poesia e Allah
” Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato « silenzio della neve » ciò che sentiva dentro. “
La neve che scende, lenta, inesorabile, silenziosa, persistente, è l’unica vera costante di questo romanzo, non a caso intitolato Neve ( Kar, in turco ).
È la neve che ispira a Ka la sua prima poesia dopo anni di vuoto; è la neve che, bloccando le strade, permette a Ka di vivere i tre giorni più intensi della sua vita; è la neve che gioca da condicio sine qua non, la condizione grazie alla quale viene messo in scena il piccolo golpe di Kars.
La neve è la coprotagonista, prepotente, di questa storia.


La neve, il cui incessante fluire viene continuamente ricordato al lettore, detiene un potere mistico, a tratti salvifico: il suo candore e la sua pace lasciano ispirato Ka, che di getto scrive la prima delle diciannove poesie che comporrà in due giorni nella cittadina turca. La neve svela i segreti della vita a Ka.

Ma da dove viene il mistero della neve e della poesia? Forse è tutto merito di Allah.
La neve rende Ka partecipe alle sofferenze del suo popolo, la sua miseria e povertà, ma anche alla speranza, al credo comune che ci sia un qualcosa di superiore alle loro vite che li guida, un dio benefico nonostante tutto.
Ka è ateo, ma durante il suo soggiorno a Kars, grazie alla neve, al suo bisogno disperato dell’amore di Ipek, contagiato dal desiderio di complicità in una fede genuina ed ingenua, vivrà attimi di patetismo religioso, subito poi accantonato.


Ka: solitudine e identità
Ka è un personaggio incerto, indeciso, a tratti patetico: una sorta di sognatore dostoevskijano dai lineamenti dell’inetto di Svevo. Ka vive di ricordi sconnessi, ma soprattutto di sensazioni instabili, dettate dal momento. In ogni ambiente in cui viene coinvolto, si lascia trascinare dall’entusiasmo che lo circonda, come in balia del mare, sospinto da correnti opposte: ora, nella cerchia dello sceicco Effendi, si sente contagiato dalla bellezza e dall’amore per Allah; poi, nel covo di Sunay, dopo un’eclatante apologia sul potere salvifico dell’arte, si sente affascinato dalla, se pur a tratti ridicola, supremazia politica dell’attore e prova ammirazione per sua la figura carismatica.

Ma perché Ka è così incerto sulla sua identità? Da cosa deriva questo bisogno di conformarsi agli altri? Da un’esasperante solitudine che lo attanaglia costantemente.
Nonostante i suoi sforzi di sentirsi parte di una comunità, di qualsiasi tipo essa si tratti, Ka non riesce a superare quella naturale distanza che separa gli esseri umani. Ka si sente solo, perduto. Il compromesso non è possibile, neanche tramite l’amore.


Il suo rapporto con l’amore è infatti complicato; da un lato esso rappresenta la fonte della felicità estrema, è la chimera da realizzare a tutti i costi, l’unica potenza in grado di salvare dalla solitudine. Dall’altro è un sentimento oscuro proprio in virtù di questa sua potenza: alle gioie dell’amore si affiancano i dubbi dell’insicurezza, della paura e della gelosia.
“Che cos’è che distingue il dolore dell’attesa dall’amore?”
L’amore per Ka è qualcosa cui aggrapparsi disperatamente, senza il quale la vita resta vuota nella sua miseria e solitudine.

Conclusioni
Con questo personaggio stralunato, Orhan Pamuk vorrebbe gettare le basi per un’analisi sull’identità, sulle problematiche della cultura del mondo turco di ieri e di oggi, sulle differenze tra Europa e Islam, tra religione e stato, senza però arrivare a una sintesi.
Più che un confronto, si tratta di un vero e proprio scontro tra oriente e occidente, in quanto le parti risultano impari e affatto inclini al confronto; i turchi raffigurati da Pamuk sono costantemente divisi tra l’orgoglio della propria dignità culturale ed il senso di inadeguatezza che da esso ne deriva.
Come se il sinonimo di ‘moderno’ fosse automaticamente ‘Europa’, ecco che da un lato vi sono i turchi che vogliono modernizzarsi per non doversi più sentire inferiori, dall’altro i turchi che vogliono restare ben saldi alle loro radici, aggrappandosi caparbiamente a questa “inferiorità” che pensano derivi dal mondo occidentale.
Una cosa è certa, in Neve i pregiudizi non mancano. Per questo ho parlato di scontro. I personaggi di Kars parlano degli europei come di persone che si credono superiori nei loro confronti, senza in realtà aver mai messo piede in Europa. Come sotto una cappa di paranoia e vergogna, vivono contro o in virtù del pensiero europeo nei loro confronti.


Altro tema mal gestito da Pamuk è la questione del velo. La vicenda si apre proprio su questo tema; a seguito della “modernizzazione” e laicizzazione dello stato turco, viene vietato alle ragazze col velo di frequentare l’università. Alcune si suicidano, mettendo in evidenza il paradosso che deriva tra la scelta di peccare scoprendosi la testa oppure suicidandosi. A seguito di questo palese controsenso si cercano le ragioni più recondite di questi suicidi; le ragazze musulmane si uccidono perché rifiutano di togliersi il chador? Perché vengono costrette dalle famiglie a sposare uomini che non amano? Perché vengono maltrattate e picchiate dai loro mariti? Perché soffrono, sono infelici? O come ultimo atto di prevaricazione nei confronti della cultura maschilista dell’Islam? Queste domande restano senza risposta perché l’autore decide di soffermarsi su Ka, solo su Ka.
Peccato, perché poteva essere un argomento molto interessante, così come i molti altri che Pamuk lancia al lettore, ma che alla fine decide di non sviluppare a dovere.


I numerosi avvenimenti che si succedono nel giro di poche ore, condensati tra le meditazioni personali di Ka, i molteplici spunti di riflessione a cui non viene lasciato spazio, e lo stile estremamente denso di Pamuk, rendono questo romanzo non poco complesso, a tratti pesante e molto lento.
Si può fare decisamente di meglio. 


Voto: ★★

lunedì 17 novembre 2014

Dio di illusioni #Lunedì narrativa

Giudizi contrastanti quelli che accompagnano il più o meno famoso Dio di illusioni, romanzo d’esordio di Donna Tartt.
Da quale parte della barricata schierarsi? A questo punto credo che sia veramente una questione di gusto personale.
Dal canto mio, non posso che considerarlo un libro molto, molto, sopravvalutato.


dioillu Siamo in un esclusivo college del Vermont; Henry, Bunny, Francis, Charles e Camilla rappresentano tutto ciò che Richard Papen, squattrinato californiano, vorrebbe essere: bello, ricco, affascinante. L’unico modo per entrare a far parte di quel gruppo è seguire le lezioni di greco, e Richard lo fa. Pian piano viene accolto nella cerchia e il ragazzo si sente al settimo cielo, finché qualcosa comincia a minacciare l’idilliaco equilibrio del gruppo. Bunny sa un segreto che riguarda Henry, Francis e i gemelli, ma che Richard non conosce. L’armonia traballa sempre di più, fino a spezzarsi, quando Richard scopre il segreto della discordia. I quattro ragazzi sono responsabili di un brutale omicidio, avvenuto erroneamente durante il baccanale segreto da loro organizzato. Bunny diventa quindi una minaccia, e una sembra essere l’unica soluzione possibile.

_E da qui in poi consiglio la lettura solo a chi ha letto il libro, fino alle conclusioni, come al solito.

Considerazioni su Dio di illusioni: la trama, lo stile, i personaggi.
Quattro (cinque) ragazzi coinvolti in un orribile segreto, un omicidio involontario, e qualcuno che sa. Vi ricorda qualcosa? A me sì; per esempio il film So cosa hai fatto, tratto dall’omonimo romanzo di Lois Duncan, scritto nel 1973. Che l’autrice de Il Cardellino abbia preso ispirazione dal sopracitato libro? Le modalità sono diverse, certo, ma subito è riaffiorato in me il ricordo, la sensazione di una trama già vista, già sentita.
Ma tralasciando le fonti d’ispirazione, ci sono molti elementi che rendono Dio di illusioni un romanzo mal riuscito.
Innanzitutto lo stile.
Secondo i miei canoni (ed i miei gusti personali, ovviamente) ritengo che la Tartt, per lo meno da quanto ho appurato in questo suo primo romanzo, non sappia scrivere: lo stile è prolisso e poco fluido, molto artificioso e poco coinvolgente. Innumerevoli sono i fatti e le descrizioni altamente inutili che compongono questo romanzo, contribuendo a renderlo molto più lungo di quanto in realtà sarebbe stato necessario; seicento pagine che sarebbero potute benissimo essere sintetizzate nella metà, se nelle mani di uno scrittore capace.


I personaggi sono troppo fittizi, piatti e scialbi, nonostante l’autrice tenti in tutti i modi di renderli interessanti, stravaganti, “diversi” insomma. Ma manca quella bravura di fondo atta a rendere i protagonisti dei personaggi a 360°, con una loro psicologia a tutto tondo. Chi sono infatti i protagonisti di Dio di illusioni?

Richard, colui che funge anche da narratore in prima persona, paradossalmente è il più insignificante del gruppo. Nonostante sia lui a raccontare la storia, _e avendo quindi la funzione importantissima di coinvolgere maggiormente il lettore proprio perché influenzato dal suo punto di vista_ , tutto ciò che pensa e prova risulta come condensato da un soffuso strato di ovatta, a causa del quale ogni suo pensiero o sentimento appare privo di un’autentica emozionalità, rendendo il lettore incapace di partecipare attivamente al suo stato emotivo.

Vi sono poi gli elitari, coloro che ci vengono presentati dal narratore come una sorta di angeli, essere trascendentali, se non addirittura degli dei, che altro non sono che dei ragazzi ricchi, viziati e supponenti, chiusi nella loro cerchia ristretta e inaccessibile per chiunque non ne faccia parte. Non partecipano alla comune vita del college, non vanno alle feste studentesche e non scambiano parola con chicchessia; il loro tempo libero lo passano riuniti a bere e a fumare sigarette, giocare a carte, leggere libri tra una sbronza e l’altra.

Merito di questo snobbismo classista è sicuramente Julian, professore di greco che, tronfio della sua superbia, ha voluto frapporre un muro tra sé e i suoi adepti con il resto del mondo, troppo mediocre e misero per la sua persona, dedita alla magnificenza del mondo classico.
Adorato e venerato dai suoi allievi, Julian è un uomo votato esclusivamente alla bellezza, una bellezza particolare però, puramente estetica, priva di contenuto: in definitiva, una bellezza sterile.
Ma più che la persona in sé, Julian mi ha disgustato nella sua figura di professore: un maestro delle apparenze senza alcuno scrupolo morale nell’isolare coercitivamente i suoi studenti (fatto allarmante di per sé) e nell’instillare il culto del Dionisismo in giovani menti influenzabili.
Il “mandante” dell’omicidio infatti non è altri che Julian, desideroso di trasfondere nei suoi accoliti i suoi stessi ideali edonistici, travisando in realtà gli ideali della cultura greca; perché assieme al dionisiaco, esiste l’apollineo.


Henry, pedante classicista, dall’aspetto austero e sostenuto, erudito e fin troppo perfetto, è la mente malata che raccoglie il dado lanciato da Julian. È lui che propone l’idea del baccanale, è lui che decide di eliminare Bunny, è lui che muove gli altri come delle pedine. E proprio perché è lui il personaggio di maggiore spessore, è lui che farà una fine tragica, epica, classica.
Il rifiuto del suo mentore, l’onta causata dal suo abbandono, determinano in Henry il bisogno di un riscatto che dovrà ottenere col sacrificio. Il suo.


Charles e Camilla, la coppia di gemelli, segretamente amanti (sì, perché senza una relazione incestuosa sarebbero stati troppo banali, no?), sempre inseparabili, sempre a bere o a fumare. Camilla, ovviamente, essendo l’unica ragazza del gruppo è anche colei che viene contesa da tutti, fratello compreso appunto.
Charles, che all’inizio sembrava perlomeno un personaggio rispettabile, viene trasformato, con l’avanzare della storia, in un alcolizzato incallito e violento, così, di punto in bianco, giusto perché la Tartt non sapeva che altro inventarsi.


Francis, l’omosessuale del gruppo, è forse l’unico personaggio che si salva, che ha una coscienza, seppur latente e per lo più ottenebrata dal suo amore per Charles.

Alla fine, però, nessuno di questi personaggi sviluppa una personalità talmente propria da renderlo unico e indimenticabile. Manca quell’individualità che renda reale il personaggio. Sono tutti uguali, semplicemente con delle differenze.

Bunny, altro elemento del gruppo, appare odioso già prima del ricatto: ragazzo eccessivamente esuberante, egoista e, a mio modesto parere, veramente stupido, è colui che più degli altri vive di apparenza; appartenente a una famiglia un tempo altolocata, Bunny non pare preoccuparsi dell’attuale situazione economica della famiglia perché, grazie ad escamotage e alle sue amicizie benestanti, riesce comunque a mantenere un alto tenore di vita.
Un ragazzo finto, superficiale, interiormente vuoto che finisce col rendersi ulteriormente odioso quando comincia a ricattare (e neanche esplicitamente) gli altri ragazzi.
Persino il suo crollo emotivo ha un che di fastidioso, semplicemente perché del tutto irrazionale; lui, che è del tutto estraneo all’omicidio, sta male, quando ai diretti interessati non fa minimamente né caldo né freddo. Bunny inizia a interrogarsi sul senso della morale, sul concetto di colpa e di peccato, sembrando quindi l’unico essere dotato di coscienza in tutta la storia. Ma allo stesso tempo sfrutta il segreto dei ragazzi per soddisfare ogni suo singolo capriccio. Dunque, di che moralità stiamo parlando? Uccidere è immorale, ma ricattare sulla base di tale uccisione no? Un concetto di etica alquanto distorto a parer mio.
Inoltre comincia a diffidare di chiunque, a soffrire di paranoia…beh, diciamo che se ti metti a ricattare la gente un po’ te lo devi anche aspettare che poi ti vogliano fare la pelle eh.
Dunque, a costo di sembrare io l’immorale, sono stata contenta che un personaggio vile, e alla fin fine abbietto, come Bunny venisse eliminato dalla storia.


Ma adesso arriviamo alla parte più “divertente” e soprattutto “verosimile” della storia. Sparisce Bunny e dopo tre giorni vengono iniziate le ricerche dalla polizia, da innumerevoli volontari, da squadre speciali con tanto di elicottero e infine dall’ FBI. La SWAT e l’esercito no??
Via, quando mai per un ragazzo di 24 anni qualsiasi si mobilita tutta questa gente? Poi la Tartt, rendendosi conto della puttanata (pardon) che ha scritto, aggiunge la storia della ricompensa e della droga per cercare di rimediare a cotanta assurdità.


Ebrietas nihil aliud est quam voluntaria insania. Nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.
Il perno centrale del romanzo è il male. O meglio, la bellezza del male.
Julian afferma che la bellezza è terrore, frase sulla quale non mi ritrovo affatto d’accordo; la bellezza è anche terrore. C’è differenza.


Fin dai tempi più antichi, il male fa parte dell’uomo e come tale affascina. Ma qui il male viene impostato su due differenti piani: il male come accezione moderna, dal punto di vista della colpa, e quindi della morale, e il male come conseguenza ed espressione della libertà più totale, slegata dai vincoli morali che la imprigionano.
I baccanali greci in onore di Dioniso non erano concepiti come culto del male, ma come libera espressione degli istinti più selvaggi, della forza vitale, della completa liberazione dello spirito scevro dalla coscienza, e di conseguenza come simbolo di ricongiungimento col dio, il “dio di illusioni” a cui si rifà il titolo, che è appunto Dioniso, un dio dal duplice aspetto; da un lato egli è dio dell’estasi, dell’ebbrezza e del vino, dall’altro è anche il dio della metamorfosi, terrorizzante e irrazionale.


Per Henry, soprattutto, il desiderio di andare oltre i confini della razionalità e della coscienza diventa un’ossessione morbosa.
Ma nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia. Il decidere consapevolmente di svestirsi delle proprie inibizioni morali è un atto di deliberata depravazione. Ciò che Henry vorrebbe, ovvero raggiungere lo stato di amoralità, è impossibile perché nella cultura in cui vive la moralità e l’immoralità sono concetti ormai legati indissolubilmente a lui. Quindi il decidere di andare contro la morale, seppur in una forma di amoralità, è già un atto di per sé immorale.
Henry stesso ammetterà, in seguito, che l’aver ucciso l’uomo nel bosco è stata l’esperienza più vivificante della sua vita.
Quindi, ripeto, nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.


Per quanto riguarda il male inteso come colpa, come peccato, la Tartt non riesce a svilupparne bene il concetto, né l’intensità.
Bunny, ripetiamolo, si interroga sul senso di colpa e peccato, mostrando però un atteggiamento immorale ricattando i ragazzi.
Dopo l’uccisione a sangue freddo dell’amico, Richard dichiara sempre di fare sogni orribili, di avere fitte di malessere e paura, ma non sembra sentirsi realmente in colpa, e così gli altri ragazzi.
La premessa del baccanale è del tutto inutile in quanto questi personaggi già non hanno una coscienza.


Conclusioni
Sarà il fatto che nutrivo grandi aspettative per questo romanzo se ora non posso fare a meno di sentirmi delusa. Molto delusa.
La trama intrigava, parecchio. Ma lo stile lento, prolisso, l’incapacità di compartecipare emotivamente con i protagonisti, le ripetizioni, le forzature in generale, hanno distrutto quello che poteva essere un gran bel romanzo.
È evidente lo sforzo della Tartt nel voler riuscire a stupire, sconvolgere il lettore, così come è visibile la sua conoscenza della lingua e della letteratura greco-latina, visti i grecismi e i continui richiami classici di cui è permeato il libro, ma nonostante ciò per me non riesce. La scrittrice non è riuscita nel trasmettere il significato profondo del suo pensiero, non è riuscita a svilupparlo concretamente, ecco.


Per finire, una piccola parentesi sul genere di questo romanzo, dato che c’è chi si trova in difficoltà nel doverlo catalogare.
Non è un giallo in quanto non è strutturato come un giallo (mancano l’investigatore, gli indizi, la deduzione tipica del giallo classico); non è un thriller, manca l’azione (questo libro è molto, molto lento); non è un romanzo di formazione, semplicemente perché qui nessuno cresce, i protagonisti vanno avanti nelle loro vite senza mostrare particolari cambiamenti o maturazioni; non è interamente un noir, in quanto la suspense è poco palpabile.
In definitiva: si tratta meramente di narrativa con tinte di mistery/noir. 


Voto: ★★

Donna Tartt
Donna Tartt.  Non trovate che persino l’autrice sia un personaggio fin troppo costruito?

lunedì 22 settembre 2014

1933. Un anno terribile #Lunedì narrativa

Come in molti ambiti, anche l’arte dello scrivere conosce varie scuole di pensiero; una di queste si riassume nel conciso asserto “scrivi di ciò che sai”, e John Fante si rifà sicuramente a questa tesi. Praticamente tutte le opere di Fante sono rielaborazioni autobiografiche dell’autore italo-americano, e 1933. Un anno terribile non fa eccezione.

Scritto negli anni ’50, ma pubblicato postumo nel 1985, 1933. Un anno terribile è un breve romanzo di denuncia simbolica e di un possibile riscatto, in cui lo scrittore rievoca i luoghi e le condizioni della sua infanzia.
Dominic Molise, diciassettenne di origini italiane, vive nella povertà di un’America in crisi, infingarda e disillusa; il sogno americano, che ha spinto i suoi avi a lasciare l’Abruzzo per una terra di promesse, si è concretizzato in un’amara delusione per la famiglia Molise. Il padre di Dominic, muratore disoccupato, provvede alla sua famiglia giocando a biliardo su scommessa, in attesa che il figlio, finita la scuola, si metta a lavorare con lui.
Ma Dominic non ha intenzione di seguire le orme paterne, ha ancora una speranza di farcela grazie al Braccio; lanciatore eccezionale, Dominic sogna, anzi sa, che grazie al suo braccio sinistro riuscirà a lasciare la misera cittadina di Roper per entrare a giocare da professionista in una squadra di baseball, magari con i Cubs.
Con il suo migliore amico Kenny, Dominic si allena tutti i giorni nello scantinato del padre dell’amico, dove i due ragazzi, tra un lancio e l’altro, fantasticano sul loro roseo futuro nel baseball, finché a Kenny viene un’idea: perché non anticipare i tempi e partire subito per la calda California? Dopo un’iniziale titubanza, Dominic accetta, ma c’è un grosso problema da risolvere: trovare i soldi per finanziare il viaggio.
Il desiderio di partire diventa un’urgenza. Andarsene, subito, o mai più.


American dream, Joyce e la teodicea.
Il perno centrale del romanzo è il sogno; il sogno come forma di evasione, il sogno come forma di rivincita, il sogno come speranza, come ultima risorsa per continuare a vivere.
“Sognatori, eravamo una casa piena di sognatori. La nonna sognava la sua casa nel lontano Abruzzo. Mio padre sognava di essere senza più debiti e di fare il muratore a fianco di suo figlio. Mia madre sognava la sua ricompensa celeste con un marito allegro che non scappava via. Mia sorella Clara sognava di fare la suora, e il mio fratellino Frederick non vedeva l’ora di crescere per diventare un cowboy. Se chiudevo gli occhi riuscivo a sentire il ronzio dei sogni per tutta la casa, poi mi addormentai.”
Un’America fatta di tanti piccoli sogni che uno ad uno vengono spezzati. O forse no?

Dominic proviene da una famiglia di poveri immigrati e l’unico futuro che hanno da offrirgli è quello di intraprendere la sterile carriera di muratore, che il ragazzo però non ama. Le uniche passioni nella vita di Dominic sono il baseball e Dorothy Parrish.
Il baseball è l’unica cosa che appaga Dominic; il Braccio, il suo Braccio, è la promessa di un futuro migliore e ricco di gloria; il Braccio non è un semplice arto, ma la chiave del suo successo, un essere a se stante, con una sua volontà. Vi è una vera e propria umanizzazione del Braccio: Dominic gli parla, lo consola quando freme od è triste, se ne prende cura come di un neonato, spalmandolo costantemente di balsamo Sloan. Il Braccio parla e dice a Dominic di non disperare.


In questo altalenarsi di sogni e disillusioni esistenziali, si inserisce la parentesi amorosa: l’attrazione morbosa di Dominic per Dorothy, la sorella di Kenny. Bella, universitaria e di famiglia benestante, Dorothy è il sogno proibito di Dominic; regina glaciale, venerata e idealizzata, Dominic cerca disperatamente un contatto con lei, e quando finalmente l’ottiene, tutto il suo ardore adolescenziale esplode in una disperata libido che segna definitivamente la fine con l’agognata Dorothy.

Altro elemento che ho trovato interessante è il richiamo a James Joyce: quando Dominic decide di rubare la betoniera del padre per poter finanziare il viaggio in California è costretto a passare per il cimitero, proprio di fronte alla lapide del nonno. A questo punto succede qualcosa: una paralisi, in puro stile Joyce; così come Eveline, in Gente di Dublino, non ha il coraggio di affrontare il fantasma della madre, Dominic non ha la risolutezza necessaria a sostenere gli ammonimenti della coscienza di fronte alle conseguenze delle sue azioni, cioè passare con la refurtiva sulla tomba del nonno.

Infine, parliamo della componente teologica che emerge soprattutto nella prima parte, seppur in modo soffuso e poco invasivo, del romanzo.
Il contesto in cui cresce il protagonista è un ambiente estremamente religioso; in casa Molise regna il fervore cattolico e Dominic frequenta una scuola retta da suore.
Il ragazzo si interroga sulla sua condizione di povertà, fantastica sulla morte, spesso rivolgendosi direttamente a Dio. Perché Dio ha fatto nascere Dominic in una famiglia povera, se poi non potrà cambiare le cose? Perché Dio avrebbe favorito quest’ingiustizia? Dev’essere per questo che Dio l’ha dotato del Braccio, per far emergere Dominic dalla sua situazione di miseria. D’altronde anche altri grandi del baseball sono partiti da famiglie povere.
Predestinazione.
Come se tutto fosse permeato di un ermetismo divino, Dominic è afflitto dai dubbi, ma è altresì fiducioso sul suo futuro, perché lui ha il Braccio, e il Braccio gli è stato donato da Dio.
Una mentalità chiusa nel suo involucro religioso che riporta la situazione di Dominic alla questione sulla teodicea, al passo di Giobbe, al cercare una spiegazione razionale di fronte ad una condizione di sofferenza pressoché ingiusta, come la ristrettezza economica del protagonista.

“Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l’esame.
Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? È questo quello che vuoi? È per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. […]
è questo il premio per chi cerca di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? […]
Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano?Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no?”
Conclusioni
Il finale è un punto interrogativo, aperto, sospeso sulle possibilità del protagonista di fronte al suo futuro. Come andrà a finire? Non si sa, ma abbiamo tutti gli elementi per delineare un possibile finale; sta al proprio gusto e alla propria chiave interpretativa decidere la direzione da seguire. Io ho la mia.
Oppure possiamo anche lasciare tutto così com’è. 


Voto: ★★★

lunedì 30 giugno 2014

L’uomo dai denti tutti uguali #Lunedì narrativa

In questi giorni avevo voglia di leggere Philip K. Dick, ma non avevo necessariamente voglia di fantascienza, così mi sono buttata su L’uomo dai denti tutti uguali.
Scritto nel 1960, questo romanzo non rientra nel genere per eccellenza abbracciato da Dick, la fantascienza appunto. La trama sul retro della copertina riporta:

” Vi si narra la storia di una vendetta crudele e paradossale, ambientata nell’America falsamente innocente degli anni Cinquanta, mentre è in pieno sviluppo un grande cambiamento sociale, la popolazione inizia a spostarsi nei sobborghi urbani e la Guerra Fredda fa sentire il peso ossessivo delle sue nevrosi. […] È un mondo morboso e oscuro, un’America di frontiera abitata da incubi tetri, ancora lontana dai miracoli tecnologici e dalle speranze dei decenni successivi. “
Nì. Le cose non stanno esattamente così.



Di cosa tratta questo romanzo? Si potrebbero delineare due trame parallele in questa storia. Sì, perché a una trama di base, lineare, esteriore, se ne affianca un’altra più intrinseca, disomogenea, introspettiva.
Ma c’è un unico elemento che apre e chiude la vicenda: l’acqua.

Strato dopo strato, benvenuti a Carquinez

Nella cittadina rurale di Carquinez assistiamo prevalentemente alle vicende dei Runcible, da una parte, e dei Dombrosio, dall’altra.
Walter Dombrosio, grafico e tecnico pubblicitario per la Lausch company, una sera decide, quasi per caso, di invitare a cena il meccanico di colore a casa sua.
Vicini dei Dombrosio sono i Runcible; la sera che Walter invita a cena il meccanico, a casa dei Runcible arrivano i Wilby, amici di vecchia data e possibili soci in affari di Leo, un agente immobiliare. Quando però Paul Wilby chiede a Leo se nella zona vivono dei neri (avendone visto entrare uno in casa Dombrosio), le cose finiscono male. Leo è ebreo, e la semplice domanda di Paul si trasforma nella sua mente in un’invettiva razzista, quindi anche antisemita. La serata coi Wilby viene bruscamente interrotta da pesanti accuse e recriminazioni, così che Leo perde sia l’amicizia sia i soldi di Paul.
La causa di questo disastro è Dombrosio: se non avesse portato a casa sua un uomo di colore, tutto questo non sarebbe successo. Inevitabile quindi il litigio coi Dombrosio che ne segue.
A distanza di tempo, una sera, Walter torna a casa ubriaco, andando a finire con l’automobile in un canaletto di scolo. È l’occasione di Leo per vendicarsi. Una telefonata alla polizia fa sì che a Walter venga sospesa la patente per guida in stato di ebbrezza.
Senza più patente, Walter è costretto a farsi accompagnare a lavoro da sua moglie, Sherry.
Sherry Dombrosio è una donna attraente, elegante, di buona famiglia e sicura di sé. Desiderosa di mettersi in gioco, Sherry decide di voler trovare un lavoro, cominciando proprio dall’azienda del marito. Walter è contrario: una donna deve stare a casa, non lavorare. Così segue il litigio col suo capo, che invece vorrebbe assumere Sherry. Conseguenza: Walter perde il lavoro.
Frustrato dalla situazione capovolta, Walter decide di fare uno scherzo a Leo Runcible: d’altronde è colpa sua se ha perso la patente e sua moglie si è messa in testa di lavorare. Così Walter, capace di lavorare alla perfezione qualsiasi materiale, crea un cranio dai denti tutti uguali, un perfetto esemplare di teschio di uomo del Neanderthal, e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
La notizia del ritrovamento tanto straordinario, quanto insperabile, non tarda a spandersi, merito soprattutto di Leo che chiama giornalisti e professori universitari a testimoniare l’importanza di tale evento.

Questo gioco di rimandi, di accuse, di vendette silenziose, questo continuo concatenarsi di causa-effetto, costituisce la trama superficiale di questo romanzo.
La sottotrama, invece, è quella che si concentra sull’introspezione dei vari personaggi.
Un’indagine psicologica accurata e dettagliata, che mostra al lettore i pensieri e i punti di vista, ora dei Runcible, ora dei Dombrosio.
Non si tratta semplicemente di sapere cosa pensano i protagonisti, ma di una vera e propria intrusione nell’intimità delle loro menti; l’autore, con una lente d’ingrandimento in mano, ci permette di assistere a un vero e proprio flusso di coscienza.
Così veniamo a conoscere Leo Runcible, ebreo impiantato nella comunità di Carquinez da tempo, ma non ancora accettato ufficialmente come uno di loro. Uomo energico e di alti ideali, Leo è il classico onesto lavoratore, un uomo che si dà da fare e che si è fatto da solo; attivo nella piccola comunità rurale, tiene più lui ad un miglioramento socio-culturale della cittadina, che non chi c’è nato. Leo è duro nei confronti degli estranei, di chi viene da fuori, è profondamente attaccato a Carquinez, eppure sa lui stesso di non essere completamente integrato in quella comunità di agricoltori sempliciotti.
Anche sua moglie Janet ama Carquinez, soprattutto in virtù del suo ameno isolamento; moglie, madre, casalinga alcolizzata, Janet Runcible è una figura debole e senza prospettiva, una donna ansiosa e nevrotica; incapace di adattarsi ad un mondo nuovo e tanto diverso come quello dell’America postbellica degli anni Cinquanta, Janet ha paura, si sente schiacciare dalla pressione della moderna società che vede la donna coprotagonista dell’uomo. La sua insicurezza patologica l’ha spinta verso la bottiglia, verso l’isolamento dal mondo esterno, così estraneo e penoso per lei. Sentendosi lei stessa inadeguata, Janet ha idealizzato Leo, che vede come l’uomo migliore del mondo, e si colpevolizza per non essere una moglie al pari di tale marito. Janet Runcible è una succube, la cui unica volontà è il non partecipare, il non avere responsabilità, non avere a che fare con niente al di fuori di Carquinez.
Sherry Dombrosio è invece l’esatto contrario della vicina; donna sofisticata e proveniente da un ambiente benestante, Sherry è il paradigma della donna del nuovo mondo: creativa e sicura di sé, Sherry rifiuta i vecchi canoni maschilisti che vedono la donna esclusivamente come moglie e madre, vuole anzi dare qualcosa di suo, vuole creare ed essere artefice del suo destino, vuole essere parte attiva del mondo degli uomini.
Non la pensa allo stesso modo suo marito, Walter Dombrosio; uomo mediocre, comune e di farsesche mistificazioni, ma dal talento straordinario nel creare oggetti di qualsiasi tipo, Walter è il classico maschilista e misogino che vuole la moglie in casa. Walter si sente minacciato dalla sicurezza della moglie; dice di amarla, ma al contempo la odia perché è capace e determinata, in definitiva la odia perché è socialmente migliore di lui. Così, incapace di impedire a Sherry di rinunciare al suo lavoro con l’intelletto, Walter la costringe con la violenza, l’ultima risorsa alla quale può attingere un uomo, o una bestia. Solo lui deve avere il pieno controllo sulla situazione socio-economica della famiglia, lui solo dev’essere il dominatore, in un modo o nell’altro.

C’è poi un terzo elemento a completare questa stratificazione narrativa: l’acqua.
Come ho scritto prima, l’acqua è l’elemento che apre e chiude l’intera vicenda del romanzo; la storia infatti inizia con un uomo che deve risanare un tubo dell’acqua che perde. Praticamente subito veniamo a sapere che l’acqua di Carquinez è contaminata, ma nessuno dà troppo peso alla cosa.
Con il ritrovamento del teschio del Neanderthal, una volta appurato che si tratta di un falso ad opera di Dombrosio, Runcible assieme ad altri interessati partono alla ricerca del teschio base sul quale Walter ha creato la nuova struttura. Raggiunto il vecchio cimitero di Carquinez, il gruppo comincia a scavare e trova un altro teschio dalla struttura ossea malformata. Indagando sulla faccenda, si viene a conoscenza dei cosiddetti ‘chupper’, antichi abitanti della vecchia Carquinez che hanno subito una degenerazione ossea caratterizzata da una mandibola deforme e da una schiena pesantemente curvilinea, dovuta probabilmente alla contaminazione dell’acqua.
Runcible provvede così a risanare l’impianto idrico della cittadina, ma Walter e Sherry, ora incinta dopo la violenza del marito, entrano in una spirale paranoica, provando un timore atavico per la sorte del bambino. E se anche loro figlio nascesse deforme?

Il ciclo dell’acqua

Questo romanzo atipico è racchiuso in una sorta di circolo vizioso, espiatorio; volendo creare un parallelismo tra il ciclo dell’acqua (ve lo ricordate quando lo studiavate alle elementari?) e le vicende del romanzo, si potrebbe ottenere una struttura del genere:
  • Evaporazione: il meccanico di colore viene invitato a cena dai Dombrosio. I Wilby lo vedono. È l’elemento iniziale, disturbante, della storia.
  • Condensazione: Walter perde la patente a causa della soffiata di Leo. È l’intreccio che man mano prende vita; è il fattore scatenante che porterà Walter e Sherry a litigi sempre più animosi.
  • Precipitazione: Walter rifiuta categoricamente di lavorare assieme alla moglie, litiga con il capo, perde il lavoro. I litigi con Sherry si fanno sempre più violenti, come una pioggia che cade a dirotto, senza freno.
  • Infiltrazione: Walter scarica su Leo la sua frustrazione e la sua rabbia. Ricrea un perfetto teschio di Neanderthal e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
  • Scorrimento: Il teschio è un falso, si ricerca l’origine di tale malformazione; da qui in poi è tutto uno scorrere verso la verità.
  • Flusso sotterraneo: L’impianto idrico è stato risanato, ma il terrore dell’acqua contaminata è riemerso dal passato, indomabile: l’acqua che scorre silenziosa è la sola che deciderà del futuro del piccolo Dombrosio.
Ok, ammetto che forse è un po’ forzato, ma d’altronde se è l’acqua l’elemento a cui tutto si riconduce, perché non usare un po’ di fantasia?

Conclusioni

L’uomo dai denti tutti uguali non è il solito romanzo di fantascienza di Dick, ma non è neanche un semplice romanzo di narrativa, perché l’influenza dickiana emerge nonostante tutto. L’elemento fantascientifico comunque c’è, solo che in chiave diversa; tutta la faccenda legata all’uomo di Neanderthal è l’elemento fantastico della storia, rivolto però al passato, un passato che ha comunque ripercussioni sul futuro. Perché, ammettiamolo, l’intera vicenda ha un che di fantastico, di poco somigliante alla realtà.
Accanto a questa vicenda (diciamolo) un po’ pacchiana, Dick ha affiancato una vera e propria analisi psicologica e sociale; drammi sociali reali dell’America anni ’50 interiorizzati, personali, visti nel loro piccolo, dall’universale all’individuale. Questioni sociali come il razzismo e la parità dei sessi vengono ricondotti al singolo.

Il ritmo narrativo è lento perché predisposto a seguire il pensiero più che l’azione. Nella prima metà soprattutto, non distratti dall’elemento fantascientifico del teschio, si percepisce l’atmosfera rurale di Carquinez: una comunità ristretta ma distante, come se le colline che attraversano la zona avessero imposto ai loro abitanti una convivenza coatta, ma pur sempre isolata, solitaria.
Non ho potuto fare a meno di pensare a Hopper, che nei suoi quadri ritrae questa condizione della natura come spettatrice indifferente nei confronti dell’incomprensione e della solitudine umana.

Collina, Cape Cod__Edward Hopper
Voto:★★★

lunedì 31 marzo 2014

La famiglia Karnowski #Lunedì narrativa

La famiglia Karnowski è un gioiello della letteratura riscoperto solamente da poco dall’editoria italiana; pubblicato per la prima volta nel 1943 e scritto da Israel Joshua Singer, fratello del ben più famoso premio Nobel Isaac Bashevis Singer, questo romanzo epocale merita di essere annoverato tra i capolavori del primo Novecento. Attraverso gli eventi della prima metà del XX secolo, seguiamo lo svolgersi della vita dei Karnowski, attraverso tre generazioni: David, Georg e Jegor, contornati a loro volta da tanti altri personaggi indimenticabili, come l’allegro Solomon Burak, il saggio Efraim Walder ed il meraviglioso Fritz Landau.



David
David Karnowski è il degno erede del nome che porta; famiglia mediamente benestante e dalla spiccata intelligenza, i Karnowski vantano nella loro genia una caratteristica dominante: la testardaggine. Così, quando David litiga con i membri della sinagoga di Melnitz, decide di lasciare il piccolo paesino della Polonia _rappresentante dell’oscurantismo ebraico, secondo David_ e partire alla volta di Berlino, la città dei lumi.
A niente valgono le suppliche dei suoceri e della moglie Lea, David Karnowski ha deciso: sarà la Germania berlinese la sua nuova patria.
Arrivato a Berlino, David non tarda a stringere amicizia con i più rispettati membri della città; compiaciuto del suo tedesco irreprensibile e della sua ampollosa cultura, David Karnowski guarda dall’alto in basso i suoi concittadini, ritenendoli troppo rozzi e ignoranti. Il detto di David Karnowski è: “sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci”; trova quindi deprecabile l’ostentazione della cultura ebraica dei suoi compatrioti.


Passano gli anni e David e Lea concepiscono finalmente un figlio, Georg. Bambino vivace e curioso, Georg sarà fonte di amarezza per il severo padre; adolescente ribelle e poco propenso allo studio (cosa inaudita per un erudito amante del sapere come David), Georg e il padre si allontanano sempre di più, fino al punto di estrema rottura, il matrimonio di Georg con Teresa, una gentile (non ebrea).

Georg
Georg Karnowski non è interessato alla Torah e alla cultura ebraica; pur non rinnegando le sue origini, Georg non si preoccupa della sua identità religiosa e vive serenamente la sua vita come un qualsiasi altro tedesco.
Dopo un’adolescenza passata tra donne e bagordi, Georg decide di studiare medicina. Nonostante all’inizio sia disgustato e insicuro a contatto con il bisturi, l’esperienza sul campo della Grande Guerra gli fornirà le giuste competenze per essere ammesso nella più prestigiosa clinica di Berlino. Qui, oltre a costruire la sua fama, conosce la timida infermiera Teresa, donna che sposa e con la quale fa un figlio, Jegor.
Le cose vanno bene fino a quando l’avvento dei nazisti non stravolge l’esistenza della famiglia di Georg e quella di altre milioni di famiglie ebree. A Georg Karnowski non resta altro che espatriare.


Jegor
Georg Joachim Karnowski, anche detto Jegor, è un bambino particolare: gracile e introverso, preferisce passare il suo tempo assieme allo zio Hugo, fratello di Teresa, piuttosto che a giocare con gli altri bambini. Ex soldato, adesso disoccupato, Hugo Holbek e i suoi racconti sanguinosi sulla Prima guerra mondiale saranno la causa dei tremendi incubi notturni del piccolo Jegor.

La dualità delle sue origini culturali (padre ebreo, madre cristiana) fa sì che il piccolo cresca in un contesto disomogeneo, bidimensionale; da una parte c’è nonna Karnowski che fa ripetere al bambino frasi in yiddish, dall’altra nonna Holbek che porta Jegor in chiesa, entrambe di nascosto dai genitori. Jegor cresce così senza una vera identità culturale, cosa che si rivela assai pericolosa quando i nazisti prendono il potere; a scuola, Jegor viene improvvisamente messo da parte, evitato, trattato in modo diverso, diventa un paria. Ormai adolescente, non capisce perché dopo una vita passata tranquillamente insieme agli altri coetanei adesso venga così bistrattato, fino al giorno in cui viene definitivamente umiliato.
Traumatizzato da questo evento, Jegor entra definitivamente in crisi: ai normali disagi dell’adolescenza si uniscono i maltrattamenti subiti dagli ariani. Una grave scissione intacca la vita di Jegor; metà tedesco, metà ebreo, l’identità del ragazzo subisce una frattura: se tutti i ragazzi, i professori, il preside, lo deridono in quanto ebreo, significherà che hanno ragione sul suo conto e su quello della sua razza. Gli ebrei sono inferiori, degli essere grotteschi e tremendamente brutti coi loro nasoni e i capelli neri, niente a che vedere con la purezza dei volti ariani e i loro capelli d’oro. Jegor comincia a vedersi con gli occhi degli ariani: brutto, ridicolo, un essere deprecabile. Jegor si odia, ma ancora di più odia il padre, sul quale riversa tutta la sua rabbia, causa delle sue radici ebree. Chiuso nel suo mutismo e relegatosi in camera, Jegor comincia a manifestare un’ossessione morbosa: disegnare in maniera compulsiva grottesche caricature ebree, come figurano sui giornali ariani che non smette di leggere.
Georg, preoccupato per lo stato psichico del figlio, capisce che è arrivato il momento di andarsene.


La nuova vita in America non migliora le cose. Sebbene David Karnowski, che riappacificatosi col figlio e partito con lui, ritrova finalmente la pace e la gioia di essere un ebreo sia in casa che in strada, la stessa cosa non si può dire per il nipote.
Ormai contaminato dal germe nazista, Jegor non sopporta di vedere la sua gente finalmente felice nel nuovo paese; New York è chiassosa, sporca, un miscuglio di razze e culture, niente a che vedere con la sua elegante, rispettosa e dignitosa Berlino. Jegor è insicuro in mezzo ai suoi coetanei: paranoico, sospettoso che tutti ridano di lui, invidioso della loro spensieratezza, Jegor si cala in un guscio di alterigia, maleducazione e masochismo che pian piano allontana tutti, anche chi voleva tendergli una mano.
Incapace di adattarsi alla nuova città libera dai pregiudizi, Jegor scappa di casa. Sotto il nome di Georg Joachim Holbek compirà un lungo e tribolato percorso verso la sua finale guarigione.


Gli yeke
Una cosa che non sapevo e che mai mi sarei aspettata potesse esistere è lo snobbismo ebraico; non immaginavo che anche tra gli ebrei esistesse una sorta di gerarchia sociale, e questo non perché consideri gli ebrei diversi dagli altri esseri umani, ma semplicemente perché essendo sempre stati perseguitati nel corso della Storia, pensavo che tutto ciò li avesse resi più uniti nella loro fede e nella loro comunità. Evidentemente non è così.
Da una parte ci sono gli yeke, gli ebrei tedeschi, che si considerano superiori agli altri, gli ebrei dell’est.
Gli yeke sono veri e propri snob, altezzosi e indisponenti verso i loro correligionari stranieri; sebbene siano ferventi credenti ed esperti conoscitori della Torah, gli yeke non amano mostrare al mondo la propria fede ebraica (per lo più per borghesismo).
Gli altri ebrei, quelli provenienti dall’est, sono invece aperti, festosi, non si vergognano di manifestare il proprio credo; persone più umili e semplici, sono però in realtà anche loro degli snob (verso gli ebrei russi, per esempio).
Così, un “sorriso” ironico ha veleggiato sul mio viso quando i primi cortei antisemiti hanno cominciato a sfilare per le strade di Berlino e tutti hanno sottovalutato la cosa, credendo di essere salvi: gli yeke non corrono alcun rischio perché sono tedeschi da generazioni, David Karnowski non ha niente da temere perché, sebbene polacco, con il suo tedesco impeccabile e il suo posto tra la cerchia degli yeke, può considerarsi a ben ragione uno di loro; gli ebrei polacchi non si preoccupano, d’altronde se c’è qualcuno che corre qualche pericolo sono gli ebrei russi, ma anche tra loro, quelli con il permesso di soggiorno sono ben più al sicuro di quelli che ne sono sprovvisti, e così via.
Ho usato la parola poco felice, ‘sorriso’, non certo perché approvi gli inquietanti canti nazisti che attraversavano la città, ma per la stupida boria con la quale gli ebrei hanno preso sottogamba la situazione; ma poi, se anche agli yeke, e a chi come loro credeva di essere in salvo, non fosse successo niente, mi chiedo con quale coraggio sarebbero rimasti impassibili di fronte alle persecuzioni degli “altri” ebrei. Pensavo che finalmente, vista la situazione tragica, gli ebrei delle varie sottocredenze e nazioni si sarebbero finalmente riuniti, e invece no.
Lo stesso David dovrà ricredersi sulle sue amicizie yeke; al momento del bisogno tutti lo trattano per quello che è: un ebreo polacco.
Ha un che di amaro constatare che se si riavvicinano è solo al momento dell’evidenza e dell’estremo bisogno l’uno dell’altro. Ma d’altronde, ebreo o non ebreo, l’essere umano è sempre l’essere umano, con le sue stupide discriminazioni e cattiverie.


Un male morale
Quando si pensa al nazismo, di solito pensiamo alle ripercussioni fisiche che questo ha prodotto sullo sterminio degli ebrei, o al lavaggio del cervello a cui a sottoposto i tedeschi; ciò che non si prende nemmeno in considerazione è l’effetto psicologico che questo ha avuto sugli ebrei stessi. Intendo dire che non avevo mai pensato alla possibilità che quello stesso lavaggio del cervello a cui hanno sottoposto gli ariani potesse intaccare anche la mente degli ebrei.
L’esperienza di Jegor, così tremenda ed umiliante, e la sua identità subitaneamente crollata sono state, per me, qualcosa di illuminante e straziante al tempo stesso. Illuminante perché mi ha permesso di arricchire tematiche inerenti il nazismo e i suoi effetti, sulle quali non mi ero mai soffermata a pensare; straziante perché è davvero straziante assistere a una giovane vita distrutta e tormentata, per cosa poi? Per niente. Per degli stupidi ideali razzisti e senza senso. A un certo punto della lettura ho anche dovuto smettere di leggere tanto mi faceva male.
Si è sempre detto, ma non so quanto la gente se ne renda conto sul serio: il nazismo non è stato solo un male fisico, ma anche e soprattutto un male morale.


Conclusioni
Ve lo ripeto: questo libro è un gioiello. Un’epopea famigliare ricca, intensa e piena di verità; un romanzo di arricchimento personale e culturale che ti invita, per forza di cause maggiori, alla riflessione su quegli aspetti umani che bene o male fanno parte di noi. Scritto nei primi anni ’40, questo romanzo è di un’attualità disarmante; è un libro universale nella sua unicità.
Sono quasi 500 pagine ma vi assicuro che si leggono benissimo e senza fatica; la prosa e lo stile narrativo fluido ed elegante fanno sì che la storia non risulti mai noiosa o prolissa. Un equilibrio di stile magistrale. Ve lo consiglio, non caldamente, di più! Datemi retta, è uno di quei pochi libri intelligenti di cui non vi pentirete assolutamente. 


Voto: ★★★★★