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lunedì 15 giugno 2015

L’uomo dal vestito grigio #Lunedì narrativa

Dopo avere abitato per sette anni nella piccola casa di Greentree Avenue, a Westport, nel Connecticut, la detestavano entrambi.
Così si apre l’incipit del primo romanzo di Sloan Wilson, L’uomo dal vestito grigio, anno 1955, che ha rispecchiato, volente o nolente, quella generazione di uomini accomunati da un vestito di flanella grigia nell’America degli anni ’50.
Autore prolifico degli Stati Uniti, è meno conosciuto in Italia, dove la sua produzione si riduce solamente a due testi, il romanzo sopracitato ed il, forse, più famoso Scandalo al sole.
È un peccato dover rinunciare all’opera omnia di questo scrittore Americano, con la ‘a’ maiuscola, ma d’altronde siamo in Italia, si sa come va qui da noi.




Tom e Betsy Rath, sposati e con tre figli, vivono in un tranquillo quartiere residenziale, nella periferia del Connecticut; la moglie Betsy bada alla casa e ai bambini, il marito Tom prende il treno ogni mattina per recarsi in ufficio nella fondazione in cui lavora da nove anni.
Una vita placida, una vita ordinaria, una vita piatta.

Era strano pensare che una casa con la crepa a forma di punto interrogativo e le macchie di inchiostro sulla tappezzeria dovesse rappresentare, con ogni probabilità, il termine del loro personale cammino. Era impossibile crederlo. In un modo o nell’altro, qualcosa doveva cambiare.
Appunto. Qualcosa doveva cambiare.
Tom viene a conoscenza di un posto vacante nella grande azienda della United Broadcasting e decide di tentare la sorte; il nuovo lavoro significherebbe possibilità di carriera, comporterebbe un aumento di stipendio e la possibilità di andarsene da quel sobborgo dai villini tutti uguali, ormai tanto odiato.
Contro ogni previsione, Tom viene assunto come stretto collaboratore del dirigente in persona, Richard Hopkins, uno degli uomini più importanti e ricchi nel mondo degli affari.
Ma assieme ad un futuro presumibilmente più roseo, inaspettatamente riemerge il passato più oscuro di Tom, quello che l’uomo aveva relegato nel cassetto più recondito della sua memoria: quello della guerra, e con esso, quello di Maria.

Ad aggiungere scompiglio avviene la morte della nonna novantenne di Tom, l’unica parente rimasta in vita, che con la sua dipartita lascerà al nipote la sua immensa e decadente proprietà nella ridente cittadina di South Bay.
Tom si ritrova in bilico tra un presente incerto ed un passato doloroso da dover affrontare: il lavoro alla United Broadcasting non si rivela così sicuro e stabile come sperava, i debiti, l’ipoteca sulla proprietà della defunta, la vendita frettolosa della casa in Greentree Avenue, l’incontro con l’ex commilitone Cesare Gardella e con lui la pressante, seppur lontana, presenza di Maria, risucchiano Tom in un vortice di preoccupazioni senza sosta, mentre Betsy, ignara di tutto, continua a ripetere la sua fede nel futuro.

Tom si guardò intorno nella casa in preda al caos e di colpo questa gli fu indicibilmente cara. La crepa simile a un punto interrogativo sulla parete della stanza di soggiorno, i mobili modesti, il linoleum logoro in cucina: tutto sembrava fare parte di un che di prezioso che stesse affondando rapidamente, di qualcosa che era già colato a picco e non sarebbe stato possibile recuperare.
Nell’attimo stesso in cui il suo equilibrio viene messo in pericolo, Tom si accorge di rimpiangere quella vita monotona ma sicura. Perché essere un uomo dal vestito grigio forse non era poi così male. O no?
Combattuto tra ciò che deve essere e ciò che è realmente, Tom capisce che l’unico modo per salvarsi, l’unico modo per emergere da quella massa di uomini in grigio, è essere onesto, seguire la sua coscienza e dire la verità, a qualunque costo.


La flanella pizzica 
[…] Non c’è più nulla che sembri divertente. Non c’è niente che non vada in questa casa, e non c’è niente che non vada in Greentree Avenue, o in Tom o in me. È solo che nulla è più divertente; ed è spaventoso perché, una volta detto questo, non c’è altro da aggiungere… Ma perché? » si domandò.
 Ne L’uomo dal vestito grigio, soprattutto nella prima parte, riecheggia in qualche modo, seppur con enormi differenze, un altro romanzo con la medesima ambientazione: Revolutionary road.
Questo bisogno di una vita perfetta, omologata, rispettata che finisce col rivelarsi solo un misero cliché e, di conseguenza, quell’urgenza di andare oltre le apparenze, la quotidianità, il conformismo, sono tutti temi che accomunano non solo i due romanzi, ma un’intera generazione di individui formati con lo stampino che, ad un certo punto della loro vita, decidono di cercare disperatamente la loro strada.
La differenza principale sta in come si decide di percorrerla, questa strada.
In Revolutionary road i due coniugi si lasciano trascinare impotenti dalle loro nevrosi, fino ad un finale tragico, cupo e senza speranza; ne L’uomo dal vestito grigio Tom e Betsy scelgono invece di non lasciarsi travolgere, ma di combattere per quello in cui credono e alla fine riescono a vincere.


Conclusioni
Quello di Sloan Wilson è un romanzo delizioso che ti permette di rivivere quell’America degli anni ’50, immortalata nel suo quadretto idilliaco con le sue casette bianche e le donne in abiti da cocktail, con i padri di famiglia che fanno i pendolari ed indossano sempre un completo di flanella grigia.
Un romanzo delicato, ma anche profondo, amaro, quando scopri che sulla giacca color fumo manca un bottone, o c’è un buco nella tasca.
Un romanzo che grida all’America, a quell’America dorata degli anni Cinquanta, con i suoi splendori e i suoi stereotipi, ma anche un romanzo di memorie, di smembramento, della lotta personale di un uomo contro il suo stesso conformismo.
D’altronde

« Non ha nessuna importanza. Sarà interessante stare a vedere che cosa accadrà. »
Voto: ★★★★
Gregory Peck in una scena dell'omonimo film del 1956.
Gregory Peck in una scena dell’omonimo film del 1956.

lunedì 30 giugno 2014

L’uomo dai denti tutti uguali #Lunedì narrativa

In questi giorni avevo voglia di leggere Philip K. Dick, ma non avevo necessariamente voglia di fantascienza, così mi sono buttata su L’uomo dai denti tutti uguali.
Scritto nel 1960, questo romanzo non rientra nel genere per eccellenza abbracciato da Dick, la fantascienza appunto. La trama sul retro della copertina riporta:

” Vi si narra la storia di una vendetta crudele e paradossale, ambientata nell’America falsamente innocente degli anni Cinquanta, mentre è in pieno sviluppo un grande cambiamento sociale, la popolazione inizia a spostarsi nei sobborghi urbani e la Guerra Fredda fa sentire il peso ossessivo delle sue nevrosi. […] È un mondo morboso e oscuro, un’America di frontiera abitata da incubi tetri, ancora lontana dai miracoli tecnologici e dalle speranze dei decenni successivi. “
Nì. Le cose non stanno esattamente così.



Di cosa tratta questo romanzo? Si potrebbero delineare due trame parallele in questa storia. Sì, perché a una trama di base, lineare, esteriore, se ne affianca un’altra più intrinseca, disomogenea, introspettiva.
Ma c’è un unico elemento che apre e chiude la vicenda: l’acqua.

Strato dopo strato, benvenuti a Carquinez

Nella cittadina rurale di Carquinez assistiamo prevalentemente alle vicende dei Runcible, da una parte, e dei Dombrosio, dall’altra.
Walter Dombrosio, grafico e tecnico pubblicitario per la Lausch company, una sera decide, quasi per caso, di invitare a cena il meccanico di colore a casa sua.
Vicini dei Dombrosio sono i Runcible; la sera che Walter invita a cena il meccanico, a casa dei Runcible arrivano i Wilby, amici di vecchia data e possibili soci in affari di Leo, un agente immobiliare. Quando però Paul Wilby chiede a Leo se nella zona vivono dei neri (avendone visto entrare uno in casa Dombrosio), le cose finiscono male. Leo è ebreo, e la semplice domanda di Paul si trasforma nella sua mente in un’invettiva razzista, quindi anche antisemita. La serata coi Wilby viene bruscamente interrotta da pesanti accuse e recriminazioni, così che Leo perde sia l’amicizia sia i soldi di Paul.
La causa di questo disastro è Dombrosio: se non avesse portato a casa sua un uomo di colore, tutto questo non sarebbe successo. Inevitabile quindi il litigio coi Dombrosio che ne segue.
A distanza di tempo, una sera, Walter torna a casa ubriaco, andando a finire con l’automobile in un canaletto di scolo. È l’occasione di Leo per vendicarsi. Una telefonata alla polizia fa sì che a Walter venga sospesa la patente per guida in stato di ebbrezza.
Senza più patente, Walter è costretto a farsi accompagnare a lavoro da sua moglie, Sherry.
Sherry Dombrosio è una donna attraente, elegante, di buona famiglia e sicura di sé. Desiderosa di mettersi in gioco, Sherry decide di voler trovare un lavoro, cominciando proprio dall’azienda del marito. Walter è contrario: una donna deve stare a casa, non lavorare. Così segue il litigio col suo capo, che invece vorrebbe assumere Sherry. Conseguenza: Walter perde il lavoro.
Frustrato dalla situazione capovolta, Walter decide di fare uno scherzo a Leo Runcible: d’altronde è colpa sua se ha perso la patente e sua moglie si è messa in testa di lavorare. Così Walter, capace di lavorare alla perfezione qualsiasi materiale, crea un cranio dai denti tutti uguali, un perfetto esemplare di teschio di uomo del Neanderthal, e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
La notizia del ritrovamento tanto straordinario, quanto insperabile, non tarda a spandersi, merito soprattutto di Leo che chiama giornalisti e professori universitari a testimoniare l’importanza di tale evento.

Questo gioco di rimandi, di accuse, di vendette silenziose, questo continuo concatenarsi di causa-effetto, costituisce la trama superficiale di questo romanzo.
La sottotrama, invece, è quella che si concentra sull’introspezione dei vari personaggi.
Un’indagine psicologica accurata e dettagliata, che mostra al lettore i pensieri e i punti di vista, ora dei Runcible, ora dei Dombrosio.
Non si tratta semplicemente di sapere cosa pensano i protagonisti, ma di una vera e propria intrusione nell’intimità delle loro menti; l’autore, con una lente d’ingrandimento in mano, ci permette di assistere a un vero e proprio flusso di coscienza.
Così veniamo a conoscere Leo Runcible, ebreo impiantato nella comunità di Carquinez da tempo, ma non ancora accettato ufficialmente come uno di loro. Uomo energico e di alti ideali, Leo è il classico onesto lavoratore, un uomo che si dà da fare e che si è fatto da solo; attivo nella piccola comunità rurale, tiene più lui ad un miglioramento socio-culturale della cittadina, che non chi c’è nato. Leo è duro nei confronti degli estranei, di chi viene da fuori, è profondamente attaccato a Carquinez, eppure sa lui stesso di non essere completamente integrato in quella comunità di agricoltori sempliciotti.
Anche sua moglie Janet ama Carquinez, soprattutto in virtù del suo ameno isolamento; moglie, madre, casalinga alcolizzata, Janet Runcible è una figura debole e senza prospettiva, una donna ansiosa e nevrotica; incapace di adattarsi ad un mondo nuovo e tanto diverso come quello dell’America postbellica degli anni Cinquanta, Janet ha paura, si sente schiacciare dalla pressione della moderna società che vede la donna coprotagonista dell’uomo. La sua insicurezza patologica l’ha spinta verso la bottiglia, verso l’isolamento dal mondo esterno, così estraneo e penoso per lei. Sentendosi lei stessa inadeguata, Janet ha idealizzato Leo, che vede come l’uomo migliore del mondo, e si colpevolizza per non essere una moglie al pari di tale marito. Janet Runcible è una succube, la cui unica volontà è il non partecipare, il non avere responsabilità, non avere a che fare con niente al di fuori di Carquinez.
Sherry Dombrosio è invece l’esatto contrario della vicina; donna sofisticata e proveniente da un ambiente benestante, Sherry è il paradigma della donna del nuovo mondo: creativa e sicura di sé, Sherry rifiuta i vecchi canoni maschilisti che vedono la donna esclusivamente come moglie e madre, vuole anzi dare qualcosa di suo, vuole creare ed essere artefice del suo destino, vuole essere parte attiva del mondo degli uomini.
Non la pensa allo stesso modo suo marito, Walter Dombrosio; uomo mediocre, comune e di farsesche mistificazioni, ma dal talento straordinario nel creare oggetti di qualsiasi tipo, Walter è il classico maschilista e misogino che vuole la moglie in casa. Walter si sente minacciato dalla sicurezza della moglie; dice di amarla, ma al contempo la odia perché è capace e determinata, in definitiva la odia perché è socialmente migliore di lui. Così, incapace di impedire a Sherry di rinunciare al suo lavoro con l’intelletto, Walter la costringe con la violenza, l’ultima risorsa alla quale può attingere un uomo, o una bestia. Solo lui deve avere il pieno controllo sulla situazione socio-economica della famiglia, lui solo dev’essere il dominatore, in un modo o nell’altro.

C’è poi un terzo elemento a completare questa stratificazione narrativa: l’acqua.
Come ho scritto prima, l’acqua è l’elemento che apre e chiude l’intera vicenda del romanzo; la storia infatti inizia con un uomo che deve risanare un tubo dell’acqua che perde. Praticamente subito veniamo a sapere che l’acqua di Carquinez è contaminata, ma nessuno dà troppo peso alla cosa.
Con il ritrovamento del teschio del Neanderthal, una volta appurato che si tratta di un falso ad opera di Dombrosio, Runcible assieme ad altri interessati partono alla ricerca del teschio base sul quale Walter ha creato la nuova struttura. Raggiunto il vecchio cimitero di Carquinez, il gruppo comincia a scavare e trova un altro teschio dalla struttura ossea malformata. Indagando sulla faccenda, si viene a conoscenza dei cosiddetti ‘chupper’, antichi abitanti della vecchia Carquinez che hanno subito una degenerazione ossea caratterizzata da una mandibola deforme e da una schiena pesantemente curvilinea, dovuta probabilmente alla contaminazione dell’acqua.
Runcible provvede così a risanare l’impianto idrico della cittadina, ma Walter e Sherry, ora incinta dopo la violenza del marito, entrano in una spirale paranoica, provando un timore atavico per la sorte del bambino. E se anche loro figlio nascesse deforme?

Il ciclo dell’acqua

Questo romanzo atipico è racchiuso in una sorta di circolo vizioso, espiatorio; volendo creare un parallelismo tra il ciclo dell’acqua (ve lo ricordate quando lo studiavate alle elementari?) e le vicende del romanzo, si potrebbe ottenere una struttura del genere:
  • Evaporazione: il meccanico di colore viene invitato a cena dai Dombrosio. I Wilby lo vedono. È l’elemento iniziale, disturbante, della storia.
  • Condensazione: Walter perde la patente a causa della soffiata di Leo. È l’intreccio che man mano prende vita; è il fattore scatenante che porterà Walter e Sherry a litigi sempre più animosi.
  • Precipitazione: Walter rifiuta categoricamente di lavorare assieme alla moglie, litiga con il capo, perde il lavoro. I litigi con Sherry si fanno sempre più violenti, come una pioggia che cade a dirotto, senza freno.
  • Infiltrazione: Walter scarica su Leo la sua frustrazione e la sua rabbia. Ricrea un perfetto teschio di Neanderthal e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
  • Scorrimento: Il teschio è un falso, si ricerca l’origine di tale malformazione; da qui in poi è tutto uno scorrere verso la verità.
  • Flusso sotterraneo: L’impianto idrico è stato risanato, ma il terrore dell’acqua contaminata è riemerso dal passato, indomabile: l’acqua che scorre silenziosa è la sola che deciderà del futuro del piccolo Dombrosio.
Ok, ammetto che forse è un po’ forzato, ma d’altronde se è l’acqua l’elemento a cui tutto si riconduce, perché non usare un po’ di fantasia?

Conclusioni

L’uomo dai denti tutti uguali non è il solito romanzo di fantascienza di Dick, ma non è neanche un semplice romanzo di narrativa, perché l’influenza dickiana emerge nonostante tutto. L’elemento fantascientifico comunque c’è, solo che in chiave diversa; tutta la faccenda legata all’uomo di Neanderthal è l’elemento fantastico della storia, rivolto però al passato, un passato che ha comunque ripercussioni sul futuro. Perché, ammettiamolo, l’intera vicenda ha un che di fantastico, di poco somigliante alla realtà.
Accanto a questa vicenda (diciamolo) un po’ pacchiana, Dick ha affiancato una vera e propria analisi psicologica e sociale; drammi sociali reali dell’America anni ’50 interiorizzati, personali, visti nel loro piccolo, dall’universale all’individuale. Questioni sociali come il razzismo e la parità dei sessi vengono ricondotti al singolo.

Il ritmo narrativo è lento perché predisposto a seguire il pensiero più che l’azione. Nella prima metà soprattutto, non distratti dall’elemento fantascientifico del teschio, si percepisce l’atmosfera rurale di Carquinez: una comunità ristretta ma distante, come se le colline che attraversano la zona avessero imposto ai loro abitanti una convivenza coatta, ma pur sempre isolata, solitaria.
Non ho potuto fare a meno di pensare a Hopper, che nei suoi quadri ritrae questa condizione della natura come spettatrice indifferente nei confronti dell’incomprensione e della solitudine umana.

Collina, Cape Cod__Edward Hopper
Voto:★★★

sabato 11 gennaio 2014

Tempo fuor di sesto #Il sabato spaziale

Tempo fuor di sesto, oltre ad essere una frase dell’Amleto di Shakespeare, è il titolo del romanzo di Philip K. Dick scritto nel 1958-59. Scrittore postmodernista, Dick è autore di numerosi romanzi di fantascienza dai quali sono stati tratti vari film tra cui, per esempio, il fantastico The Truman show che è stato ispirato proprio da questo libro.

Il tempo, non per niente, è fuor di sesto
In un’anonima cittadina americana degli anni ’50, Ragle Gumm, campione nazionale del concorso “Dove si troverà l’omino verde?”, vive, assieme alla sorella Margo, il cognato Vic e il nipote Sammy, un’esistenza alquanto monotona e tranquilla. Ogni mattina, non appena arriva il giornale, Ragle si cimenta ferventemente nella risoluzione del quiz indetto dalla Gazette da ormai tre anni. Le sue soluzioni, rivelatesi sempre giuste, gli garantiscono un cospicuo reddito con cui vivere. Così, mentre gli altri uomini lasciano le proprie case per recarsi a lavoro, Ragle passa le sue giornate a lavorare in casa armato di grafici, tabelle e schemi, perché per lui è di un vero e proprio lavoro che si tratta. Per via di questa vita placidamente statica Ragle si sente insoddisfatto, turbato. Non solo sente che la sua vita non ha sbocchi, ma è anche preda di strane allucinazioni. Che stia diventando pazzo? Ma Ragle non è il solo a cui capitano certe stranezze: anche suo cognato Vic comincia ad avere inspiegabili visioni. Il ritrovamento di strani biglietti, elenchi telefonici con numeri inesistenti, riviste con dive mai viste in copertina, assieme alle allucinazioni, mettono in allarme tutti nella casa Gumm-Nielson. Qualcosa non va, ma cosa? La realtà diventa dubbio.
Il piccolo Sammy, poi, costruisce una radio a galena e riesce a captare anomale comunicazioni militari.
Pezzo dopo pezzo, Ragle si convince sempre di più che la sua paranoia non sia così infondata. Qualcuno lo sta spiando e usando, ma perché?
Così Ragle tenta la fuga. Il primo rocambolesco tentativo di varcare il confine della città si dimostra più arduo del previsto ma alla fine Ragle riesce a scoprire la verità. Una terribile, quanto incredibile, macchinazione è stata ordita contro di lui proiettandolo in un altro mondo, in un’altra epoca che non esiste più. Ma Ragle viene presto ritrovato e drogato dai sui sorveglianti. Viene riportato nella città fittizia da cui era scappato, senza ricordare nulla. O quasi. I particolari, il pezzo chiave della sua memoria è annebbiato ma ormai Ragle sa che ciò che lo circonda è falso. L’unico modo per scoprire finalmente tutta la verità è uscire di lì, di nuovo. Sapendo di essere monitorato, questa volta Ragle è più cauto e assieme al cognato ruba un camion riuscendo finalmente a “evadere” dalla cittadina. E’ fatta.
Ragle e Vic approdano in una città sconosciuta, apparentemente simile a quella che hanno abbandonato, ma popolata da individui assai strani. I ragazzi si vestono con lunghe tuniche e si acconciano i capelli in giganteschi coni, le ragazze si rasano la testa, non si truccano e indossano abiti maschili ed entrambi parlano un astruso slang. La carta moneta non esiste più, sostituita da dischetti simil plastica, e in atto c’è una guerra: tra Lunari e Terrestri.
Ragle capisce così che “Dove si troverà l’omino verde?” non è semplicemente un gioco, ma un’importante operazione di intercettazione missilistica. Il suo talento nel prevedere il punto in cui la Terra sarà colpita dai missili Lunari è quindi di vitale importanza e decide di tornare a “casa”. Alla ricerca di un telefono per contattare chi di dovere, Ragle e Vic entrano in una farmacia. Dal bancone, però, spunta fuori una vecchia conoscenza di Ragle, la signora Keitelbein, fittizia vicina di casa. La donna, una Lunare, mostra loro delle riviste moderne dove tutta la verità è scritta nero su bianco. Ragle finalmente ricorda tutto: aveva deciso di schierarsi con i Lunari e lasciare la Terra, ma i terrestri non potevano perdere un elemento tanto importante come Ragle. Così hanno riprogrammato la sua mente riportandola agli anni ’50, alla sua infanzia, un’epoca che Ragle ha sempre amato e per la quale provava nostalgia.
Ripreso il pieno possesso della sua memoria, Ragle decide di porre fine alla guerra e lasciare così la Terra.


Questa strana cosa chiamata realtà
Può la realtà essere un’illusione? E se sì, che cosa è reale? Ma cosa vuol dire reale? Ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo? Secondo Ragle Gumm no. Il reale va al di là di tutto ciò; il reale è paradossalmente l’ideale, l’intellegibile, la parola intesa come Logos. Le percezioni empiriche non sono veridiche, non manifestano la realtà perché i nostri sensi non sono oggettivi ma soggetti ad alterazioni, sono influenzabili. Possiamo conoscere il fenomeno ma non la cosa in sé (come si può notare, se non si è completamente estranei alla filosofia, i riferimenti a Eraclito, Platone e Kant sono palesi).
Ma allora, se la realtà non è la realtà, chi sono io veramente? L’identità del soggetto si perde se gli assodati contorni contestuali che lo circondano (socio-culturali, ambientali ecc.) si annullano. Un colpo di spugna su tutto ciò che si conosce e si comincia a dubitare di noi stessi, a diffidare sul valore delle nostre verità e sulla stessa concezione di esistenza. Perché, come nel pirandelliano Mattia Pascal l’individuo non esiste se non esiste per la società, allora neanche Ragle esiste – almeno così com’è – in una realtà che non esiste. E se non esisti, perché non sai più chi sei, cosa fai? Vai alla ricerca di risposte. E Ragle lo fa.


Old Town
Il ritorno agli anni ’50 non è casuale. Nel suo iniziale lavoro di intercettazione missilistica anti-Lunare, Ragle Gumm percepisce tutto il peso e lo stress di una responsabilità così alta come quella di evitare centinaia morti. Il destino delle vite terrestri dipende unicamente da Ragle; si può comprendere quindi la difficoltà nel dover sopportare un onere del genere. Inoltre Ragle comprende la fondatezza della causa Lunare e decide di passare dalla loro parte. Per impedire tutto ciò ed evitare a Ragle lo stress del suo compito, i capi terrestri decidono di riprogrammare la mente di Ragle e per meglio favorire il lavaggio del cervello, rispediscono Ragle negli anni della sua infanzia, gli anni ’50. Una città fittizia, Old Town, viene costruita apposta per lui e in questo palcoscenico allestito ad arte vengono inseriti degli attori e dei volontari che si sono sottoposti alla riprogrammazione.
Ma cos’è che di quest’epoca affascina tanto Ragle? La stabilità, direi. Il cliché dell’uomo che va a lavoro e quando torna a casa ha la sicurezza di ritrovare ancora lì la sua famiglia che lo ama e lo circonda, così come accadeva al padre di Ragle. I racconti della seconda guerra mondiale, il tepore del focolare domestico, la serenità del nido familiare, sono in realtà esperienze che appartengono al padre di Ragle, col quale in questa utopia (o distopia, a seconda di come la si voglia interpretare) si reincarna.
Ma Ragle non è suo padre, e se per tre anni interi la sua ansia della realtà ha favorito l’assoggettamento a questa fantasia, Ragle cade nell’insoddisfazione. Non ha una casa tutta sua, non ha una moglie e dei figli, non ha il classico lavoro in un ufficio. Ragle si sente un inetto, un inconcludente, un quarantenne che passa la vita risolvendo lo stupido gioco di un giornale.
Il sogno idealizzato dell’infanzia non si traduce così  nelle aspettative di Ragle, ed è probabile che questo, assieme agli indizi che man mano trova, risvegli in lui echi indefiniti della sua vita reale.


Lo stile
Lo stile narrativo di Philip K. Dick risulta alquanto prosaico, soprattutto nella prima parte del romanzo: le molteplici scene descrittive sono caratterizzate da vere e proprie elencazioni, come una sorta di lista delle azioni dei protagonisti. Risulta quindi una parte un po’ lenta, statica, in cui ci si immerge flemmaticamente nella classica e banale vita medio-borghese dell’epoca. A far sì che l’attenzione del lettore non si sopisca entrano però in gioco gli strani avvenimenti che accadono ai protagonisti e le varie stranezze e incongruenze che se da un lato mettono in confusione chi legge, dall’altro accrescono inevitabilmente la curiosità del lettore (io ho finito il libro in due giorni non riuscendo a smettere di leggere).
Man mano che la presa di coscienza di Ragle aumenta e si cimenta in un’ardimentosa fuga, si entra nel vivo dell’azione; il ritmo è più attivo, più veloce, emozionante.
L’ultima parte invece è diametralmente opposta alla prima. Lo stile si velocizza fin troppo; il finale è frettoloso e serrato, si perde quasi il senso di continuità con l’altra metà del libro. Una scissione totale: dal mondo degli anni ’50 si viene catapultati a quello del futuro, moderno e… che mondo! Un futuro ridicolo e poco credibile, non solo perché rivelatosi totalmente errato per noi posteri, ma soprattutto perché non concretizzato; ci ritroviamo in un mondo bizzarro e improbabile senza conoscere gli aspetti e le adeguate esplicazioni sulle fondamenta politiche e socio-culturali che lo rendano verosimile. Non viene neanche chiarito fino in fondo il motivo del conflitto tra Lunari e Terrestri, restando così un finale sconclusionato e precipitoso.


Conclusioni
Ma in sostanza mi è piaciuto questo libro? Sì, perché sebbene, per i miei gusti, il finale lasci a desiderare, la curiosità che mi ha spinta a leggerlo per ore è stata talmente forte che penso sia un bel punto a suo vantaggio (non sono molti i libri che mi incollano così). Essendo una neofita della fantascienza credo che come inizio possa andare bene.
Inoltre la copertina del libro è azzeccata in pieno, anche se questa è una considerazione che si può formulare solo a posteriori. Leggete il libro e scoprirete il perché! 


Voto: ★★★★