Se morisse mio marito è
l’ottavo romanzo avente per protagonista l’insuperabile investigatore
belga, Hercule Poirot; alle prese con lo sfavillante mondo del teatro,
il lettore si accorgerà che “non è tutto oro ciò che luccica”(per citare
Shakespeare) e lo stesso Poirot dovrà fare attenzione a distinguere ciò
che è finzione da ciò che non lo è, rimettendo insieme i pezzi di un
puzzle sapientemente sparpagliati.
Trama
La bella attrice Jane Wilkinson
vorrebbe sposare il Duca di Merton, ma per farlo deve prima liberarsi
del suo attuale marito, Lord Edgware, uomo ambiguo e dai gusti
promiscui.
Per ottenere tutto ciò, l’attrice si rivolge ad Hercule Poirot, il
quale, dopo un breve incontro con l’uomo, comunica alla diva il consenso
del divorzio, precedentemente rifiutato, dal marito.
Tutto sembra essersi risolto, ma il giorno seguente viene comunicata la
notizia della morte di Lord Edgware. I sospetti ricadono subito sulla
moglie Jane che, come affermano il cameriere e la segretaria del
defunto, è stata vista recarsi nella casa dell’uomo, ma ben tredici
testimoni affermano che l’attrice si trovava ad una cena quella stessa
sera. Com’è possibile?
Ma Lord Edgware non è l’unica persona di cui preoccuparsi; anche
Carlotta Adams, promettente attrice caratterista, viene trovata morta a
causa di una dose eccessiva di sonnifero. Un tragico incidente? Oppure
le due morti sono collegate in qualche modo?
La faccenda appare non poco intricata e complessa persino al grande Hercule Poirot, quando in realtà sarebbe bastato “chiederlo a Ellis“.
Cane e gatto
« Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. »
Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro ogni grande detective c’è sempre un fedele cane assistente.
Il capitano Hastings, ormai ben nota spalla di Hercule Poirot, svolge
come al solito il suo ruolo di narratore bonario e sempliciotto; di
buona cultura, di buona società, eppure ingenuo ai limiti dell’idiozia,
Hastings viene perennemente preso in giro dal suo ben più sveglio amico.
La sua ingenuità è talmente esasperante che i motteggi di Poirot non
possono non far sorridere il lettore, sebbene in questi vi sia
un’implicita provocazione anche per chi legge.
« Sì, in realtà,
conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se
usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte sono tentato di
credere che vi abbia dimenticato, quando ha distribuito agli uomini
l’intelligenza. »
Nonostante Poirot abbia dato
innumerevoli volte prova di un intelletto sopraffino, Hastings, data la
sua mente semplice e ottusa, dubita spesso delle intuizioni di Poirot,
arrivando a compatire il suo amico nel timore che stia perdendo la
testa.
La figura del capitano Hastings, così ordinaria e naif, rappresenta
quella necessaria controparte al detective dall’intelligenza
eccezionale, proprio per instaurare un rapporto di complicità-simpatia
nel lettore comune che, incapace come Hastings di comprendere i misteri
in cui si ritrova ingarbugliato, riscontra nel personaggio del capitano
un fido alleato alla sua “mediocrità”.
Se Hastings, sempre leale, sincero e
accondiscendente verso il suo “padrone”, può essere giustamente
paragonato a un cane, Poirot al contrario viene spesso descritto in modo
tale da rasentare fattezze feline: occhi verdi, scintillanti come
quelli di un gatto, astuto, dedito (in maniera ossessiva) alla pulizia, a
tratti sornione e vanesio.
Un cane e un gatto dunque, ma che,
contrariamente alle dicerie comuni, provano nella reciproca compagnia un
reale appagamento e un affetto sincero.
Molto fumo e poco arrosto
* Spoiler *
Dico, ma ci sarà un motivo se Agatha Christie è stata una dei primi membri del Detection Club! Anche in Se morisse mio marito la regina del giallo non si smentisce e riesce, come sempre, nel suo intento di lasciare a bocca aperta chi legge.
Come un abile prestidigitatore, l’autrice riempie le pagine della storia
con una serie di minuzie atte a spiazzare il lettore; il fantomatico
pedinamento ad opera di un uomo dal dente d’oro, il famigerato cofanetto
con la misteriosa iniziale di un nome che comincia per D, la molteplice
presenza di personaggi collegati a quella lettera (Miss Driver, l’amica di Carlotta/ Dina,
il soprannome dell’inquieta Geraldine), ad un oggetto (il pince-nez
ritrovato nella borsa di Carlotta, usato sia da Miss Carroll che dalla
cameriera Ellis), ad un nome (Paris, Parigi/Paride). Tutto questo rende
ciò che in realtà sarebbero una trama ed un omicidio lineari, un gran
guazzabuglio, finendo con il confondere le idee non solo al lettore, ma
allo stesso Poirot.
Come un povero pesciolino affamato, il lettore si getta su quelle esche
che la Christie sfrutta per distrarlo, lasciandolo così a bocca
asciutta.
Sebbene Agatha Christie sia una grande
maestra nell’arte dell’illusionismo, bisogna comunque agire con metodo,
come direbbe Poirot.
La storia del pedinamento che Bryan Martin racconta al detective come
scusa per poterlo incontrare e screditare così Jane Wilkinson, è
un’infelice trovata della scrittrice per gettare ulteriore fumo negli
occhi del lettore; infelice perché da un punto di vista di linearità
della storia non ha alcuna logica. Quando l’attore si reca da Poirot per
raccontare la sua frottola, Lord Edgware non è ancora morto, e quindi
non ha senso voler sottolineare la presunta capacità di Jane di
uccidere: presunta perché Martin non sa che Jane ucciderà.
Quindi perché tutta questa messinscena con un’ulteriore complicazione,
del tutto fittizia ed inutile nella finalità della storia, se non
esclusivamente per sviarci?
Conclusioni
Se morisse mio marito è una lettura piacevole, scorrevole, con una trama semplice eppure veramente ingegnosa.
Se poi volete qualche dritta per risolvere il mistero vi dico solo
questo: non lasciatevi sviare dagli artifici dell’autrice, rimuginate
bene sulle cinque domande di Poirot e, infine, pensate al Rasoio di
Occam.
Buona lettura gente.
Voto: ★★★★
Le notti bianche ( il cui
titolo si riferisce al chiarore crepuscolare che in Russia e in altri
paesi, nelle latitudini inferiori al circolo polare, sussiste fino a
tarda sera in alcuni periodi dell’anno ) è un romanzo breve, o un lungo
racconto, che dir si voglia, scritto nel 1848 da un giovane Fëdor
Dostoevskij che si interroga sulla dicotomia tra il reale e
l’immaginario.
Ma perché fantastichiamo?
Forse perché la fantasia spesso è meglio della realtà.
E perché la fantasia è meglio della realtà?
Beh, perché la fantasia si può controllare, la realtà no.
Ma poi, perché abbiamo bisogno del controllo?
Perché, perché…perché siamo esseri umani.
Il sogno
La fantasia è il regno del possibile, della speranza e dei desideri.
La realtà è la realtà. Nella vita reale non possiamo avere il pieno
controllo della nostra esistenza. Nella realtà regna l’ignoto, la paura,
il dolore. E noi, in quanto esseri umani, non siamo certo impassibili
di fronte a tutto ciò.
E’ per questo che il Sognatore, protagonista del breve romanzo di Dostoevskij, non può fare a meno di fantasticare.
Il Sognatore, il cui nome ci è ignoto, passa la sua vita nella
solitudine totale; incapace di instaurare rapporti reali, egli passa la
sua vita vagando per le strade di Pietroburgo, creando legami immaginari
con i palazzi, con i passanti, con tutti ma con nessuno.
La vita del Sognatore è una vita di
sensazioni; vive di attimi, di emozioni fatue e improvvise, qualsiasi
cosa stuzzica la sua fantasia che scatena moti di gioia o
d’inquietudine.
Il Sognatore ha vissuto mille vite ma allo stesso tempo neanche una.
Il Sognatore si crogiola nei suoi sogni, nelle sue fantasticherie, ride e
piange, vive in un altro mondo e se ne compiace: lui può avere “tutto”,
gli altri possono solo accontentarsi della realtà. Ma poi qualcosa
cambia.
Anche la fantasia può impoverirsi, diventare arida e banale. Manca
l’eccitazione, manca l’emozione, manca l’essenza del concreto. E allora,
in cosa si traduce questa vita fatta di niente? In niente, appunto. In
un’intera esistenza sprecata in un mondo lontano, incorporeo,
inconcludente.
Il Sognatore non è un uomo, è un essere evanescente.
La realtà
Una notte, però, la prima notte,
il protagonista si imbatte in una ragazza che piange, Nasten’ka. La
compassione e l’affinità che scaturisce alla vista della giovane è
subitanea, ma egli è troppo timido per avvicinarsi. La ragazza,
accortasi di lui, si allontana, ma poco dopo viene importunata da un
uomo. E’ l’occasione del Sognatore per avvicinarsi a Nasten’ka,
dopo essere intervenuto contro il vecchio molestatore. Da questo
spiacevole avvenimento nasce una bella amicizia tra i due, amicizia che
presto si trasformerà in qualcosa di più per il triste Sognatore.
Cosa avviene difatti a questo punto?
Il Sognatore decide di uscire dalla sua nicchia immaginaria, dal suo
angolino fittizio, di provare a rientrare nel mondo degli esseri umani, e
di vivere, almeno per una volta in vita sua, nella realtà.
Così i due si incontreranno durante le quattro notti successive, svelandosi e rivelando a vicenda i propri tormenti.
Nel raccontarsi, il Sognatore vive una
dolorosa presa di coscienza nel comprendere appieno la vacuità e lo
sperpero della sua esistenza, ma è altresì grato per aver incontrato
Nasten’ka, è esaltato dalla nuova esperienza del contatto umano, si
sente finalmente realizzato, uomo tra gli uomini.
Ma questa riconoscenza, questa amicizia, questo affetto, diventa, senza
che l’uomo se ne accorga, amore. Amore al principio taciuto e sofferto
in silenzio, ma col passare dei giorni l’esigenza di rivelare questo
sentimento diventa sempre più forte, finché l’ultima notte, la quarta,
il Sognatore non resiste, deve esprimere a Nasten’ka ciò che prova.
Nasten’ka però ama un altro uomo. Lo aspetta da un anno ma lui ancora
non si fa vivo. Che fare? Nasten’ka ama il Sognatore, in un certo senso;
è buono, è gentile, prova un sincero amore per lei. E allora, presa
dallo sconforto per l’abbandono dell’altro, presa alla sprovvista dalla
rivelazione dell’amico, Nasten’ka cede e si convince di amare il
Sognatore. La gioia dell’uomo è inesprimibile. Iniziano progetti,
iniziano altre fantasie. Poi, quell’uomo amato da Nasten’ka compare e il
Sognatore è sconfitto. Le sue speranze sono infrante, la sua felicità
perduta. E’ mattina.
Lo confesso, il senso di pena che ho
provato è stato forte. La compassione che deriva dalla sua disillusione è
quasi angosciante.
Conclusioni
Ma il punto di tutto il racconto qual è
insomma? Vince la ricerca del piacere o la fuga dal dolore? E’ meglio
rifugiarsi nei sogni, dove niente e nessuno può nuocerci, o mettersi in
gioco nella dura realtà, anche a costo di rimanere feriti? E’
preferibile un dolce niente o una spietata tangibilità?
La risposta risiede nel proprio modo di vedere le cose e nelle
esperienze personali che formano il nostro carattere e la conseguente
presa di posizione verso la vita; comunque, stando a quanto afferma il
Sognatore…
Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?…
Io, dal canto mio, continuo a sognare ancora un po’.
Voto: ★★★★
E’ domenica. Il giorno del riposo. Riposo.
A questa parola ognuno di noi associa un significato particolare. Io,
per esempio, nel mio ideale di domenica oziosa, mi raffiguro bardata in
un plaid caldo e lanoso (visto il periodo, sai com’è) intenta nella
lettura di un bel libro. Un classico, per la precisione.
Così, ho pensato che fosse il momento giusto per propinarvi una mia analisi/recensione su un grande classico, Il conte di Montecristo (1844-45) di Alexandre Dumas (padre).
Bene, bando alle ciance allora, e buona lettura.
Prima di iniziare, una piccola
puntualizzazione: ci tengo a precisare che l’edizione della BUR e della
Mondadori, tradotte da Emilio Franceschini, peccano di pesanti censure
che consistono nel manipolare e riassumere interi paragrafi in poche
frasi. Tenetene conto e siate più cauti di me nell’acquisto perché
queste sono cose veramente vergognose.
Detto questo, Il conte di Montecristo è un capolavoro assoluto della letteratura francese di cui consiglio caldamente la lettura.
Il tema
La vendetta è il perno portante di
questo romanzo. Non la classica vendetta, banale e subitanea, ma una
vendetta lenta e paziente, intelligente, sapientemente architettata e
micidiale. Una vendetta che si ramifica e si intreccia per varie vie,
atta a colpire i vari colpevoli, le cui colpe sono tutte concatenate
attorno l’ingiustizia subita da Dantès.
Ciò che rende memorabili tutte queste vendette non risiede solo nella
loro componente strutturale, seppure indubbiamente magistrale, ma è la
valenza simbolica che ne deriva: Caderousse “pugnala alle spalle”
Edmond, tacendo la verità; Caderousse morirà pugnalato in quanto il
conte tacerà sul pericolo che attende lo sciagurato. Fernand toglie
l’amore a Edmond, e così la sua ragion di vita, facendogli desiderare la
morte; Morcerf morirà suicida. Villefort toglie la libertà a Edmond,
facendogli desiderare la follia; Villefort diventerà pazzo. Infine
Danglars, – l’artefice del piano che ha tolto Edmond dalle braccia
dell’amatissimo padre che muore, così, solo e di fame, – sarebbe dovuto a
sua volta morire di fame, e nel modo più odioso per l’avido banchiere:
perdendo tutta la sua fortuna, tutti i suoi amati soldi per un misero
tozzo di pane.
Il tempo
Il tempo del romanzo è suddiviso in quattro parti.
All’inizio della storia, troviamo un
giovane Dantès pieno di entusiasmo. La vita gli sorride: ha un’ottima
carriera, lo aspetta l’imminente matrimonio con la donna che ama alla
follia ed è sostenuto da un padre affettuoso. Dantès non progetta grandi
cose perché lui ha già tutto, hic et nunc. L’ingenuo Edmond è il presente.
Poi, l’incarcerazione. Durante il
periodo di prigionia Dantès perde il concetto di tempo. Non sa che
giorno sia, non sa in quale anno si trovi. Trascorre le giornate nel
vuoto dei suoi pensieri, passa i mesi alternando vari stati d’animo e
diverse fasi emozionali. Dapprima, incredulo per ciò che gli è accaduto,
coltiva la disperata illusione di poter essere liberato; poi, man mano
che passa il tempo, subentra la rabbia e l’odio per gli uomini che hanno
distrutto la sua vita. Infine, dalla follia della sua solitudine
affiora la rassegnazione, e l’idea del suicidio lo accarezza sempre di
più.
Il tempo è confuso, è statico. Il tempo non esiste.
Con la nascita del conte di Montecristo ci troviamo nel cuore del romanzo dove regna il terzo stallo temporale, il passato;
le azioni dei vari personaggi si svolgono, sì, al presente, ma in
realtà sono tutte conseguenze correlate al passato. Il conte premedita e
prevede tutto, manovra i suoi aguzzini come burattini, tutto in virtù
della sua vendetta. Una vendetta furiosa e indomabile che è rivolta solo
al passato. Il presente di Montecristo è fittizio in quanto lui non
esiste se non nelle veci del passato.
Infine, l’ultimo tempo, il futuro.
Siamo all’epilogo: il conte ha concluso la sua opera, e adesso lui,
Haydée, Maximilien e Valentine, possono finalmente guardare al futuro,
presumibilmente roseo, che si prospetta dinanzi a loro.
Il conte, la catalana, il “figlio”
Il conte di Montecristo è un personaggio importante,
in ogni senso del termine. Enormemente ricco, il conte rispecchia lo
stereotipo secondo cui qualsiasi cosa ha il suo prezzo, e possiede tutto
ciò che di più lussuoso, ricercato e stravagante si possa avere,
dimostrando sempre un estremo gusto e raffinatezza, al contrario di
Danglars che, nonostante i soldi, si circonda di pacchianerie, cadendo
di conseguenza nella grossolanità e nel ridicolo.
Perfetto gentleman, pacato e cortese nei modi, è però un uomo
tormentato; accecato dal suo desiderio di vendetta, cova un profondo
astio e disprezzo per il genere umano, che ritiene meschino e incapace
di bontà, fatta eccezione per quei pochi che ancora conservano un animo
nobile e sincero (la famiglia Morrel per esempio).
Montecristo è estremamente affascinante, ma al contempo è un personaggio
tenebroso; l’alone di mistero che lo circonda fa sì che egli venga
paragonato a Lord Byron, se non addirittura a un vampiro (merito anche
della sua carnagione eccessivamente pallida).
Il conte di Montecristo è l’incarnazione del potere: egli può tutto, persino ridonare la vita ai “morti”.
Giudice e boia, il conte è una figura contorta, megalomane, con un
proprio senso della giustizia; difatti, sebbene si professi sempre solo
un esecutore del volere divino, in realtà si compiace (forse anche solo
inconsciamente) nel giocare a fare Dio, manifestando, così, un latente
delirio di onnipotenza, come del resto si può intravedere in tutte le
sue mistificazioni durante l’arco del romanzo.
Il dualismo che pervade il
protagonista è evidente: se da un lato è duramente spietato con i suoi
nemici, dall’altro è molto prodigo di cure verso gli amici.
Significativa, poi, la differenza tra il giovane Edmond Dantès e il maturato conte di Montecristo (non posso non pensare al tema del doppio
che emerge): il primo così ingenuo e puro di cuore, dedito all’amore e
alle gioie della vita semplice e onesta; il secondo così vendicativo,
giustiziere e simulatore, ormai ricco ma distaccato di fronte ai piaceri
di una vita nel lusso. Sembrano, e alla fin fine sono, due personalità
completamente diverse, eppure si tratta pur sempre della stessa persona.
Montecristo è il superuomo per eccellenza.
Ho davvero ammirato molto il conte,
per il suo fascino, la sua intelligenza e la sua brama di vendetta, ma
l’ho trovato anche deplorevole, principalmente per due ragioni: Mercédès
e Maximilien.
Ufficialmente, Mercédès viene punita
in quanto moglie di Morcerf, e quindi è inevitabilmente colpita dalla
disgrazia del marito, ma in realtà Mercédès è punita proprio perché
ha sposato Morcerf. Per Montecristo il grigio non esiste, tutto è
bianco o nero. O sposi me o muori. Perciò la colpa di Mercédès, secondo
il conte, consiste nel non aver aspettato Edmond, nel non essersi uccisa
(così come professava ai tempi del loro amore se fossero mai stati
separati), e di aver sposato Fernand per sua libera scelta. Ma una donna
che sposa un uomo che non ama, perché donna e perché povera, e quindi
perché debole di fronte a una società dell’epoca, non è una donna
colpevole. Mercédès è una donna che ha sofferto e continua a soffrire in
quanto non ha mai dimenticato il suo vero amore; è una donna assalita
dal rimpianto e dal rimorso, non è una donna felice, non è una donna da
punire, ma una donna da compiangere.
L’ultimo dialogo tra la catalana e il conte è qualcosa di straziante. Si
percepisce tutto il peso dell’irrimediabilità del passato, un peso che
dilania dentro e rende soli, con i propri demoni, un peso che fa
invecchiare e che condanna a piangere se stessi per il resto della
propria vita.
Ecco, vedere quei due, che una volta si erano amati così ardentemente, e
che dopo più di 10 anni si ritrovano e di quell’amore non è rimasto più
che un ricordo, ecco, mi ha lasciato una profonda tristezza dentro.
Infine Morrel. Non mi ritrovo
completamente d’accordo riguardo all’idea che ha il conte sulla
felicità: solo chi ha sofferto merita di essere felice. Questo il
concetto riassunto in poche parole. Tralasciando il fatto che
personalmente ritengo la felicità non necessariamente correlata alla
sofferenza, in quanto essa è di chiunque riesca e sappia goderla, trovo
meschino il fatto che questa “necessaria” sofferenza sia lo stesso conte
ad imporla a Maximilien, che tra l’altro considera e tratta come un
figlio. Fare un grande male (continuare a far credere a Morrel che
Valentine sia morta, fino a spingere il giovane sull’orlo del suicidio)
per fare un grande bene (realizzare finalmente l’amore tra Maximilien e
Valentine) ha, per lo meno ai miei occhi, un che di sconcertante e
superbo; il richiamo alle vicissitudini di Giobbe risalta
inevitabilmente ai miei occhi, così come, di nuovo, il complesso di Dio
del conte.
Conclusioni

Ci sarebbero tante altre cose da dire,
ma ho paura di diventare troppo pesante, perciò concludo dicendo che la
grandezza di questo romanzo non consiste solo in una trama avvincente e
ingegnosa, capace di stimolare la curiosità del lettore (condizione
indispensabile se si pensa che Il conte di Montecristo nasce come
feuilleton), ma anche, e soprattutto, nella maestria di Dumas nel
delineare i personaggi, ciò che si cela nell’animo umano, e nella
fattispecie il sentimento della vendetta.
Voto: ★★★★★
La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino
che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e
perentorio. Tu sei. Nient’altro.
Il cielo. Fondamentalismo.
Tarwater non è mai vissuto altrove
della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O
meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla
nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo
rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo
che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo,
educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto
impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del
profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.
“Il vecchio, che
diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad
aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per
il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a
un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli
che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso
era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato
attraverso il fuoco“.
Così, quando quella mattina, a
colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa
esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio,
dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i
suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre
lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era
successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo
subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di
prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua
parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un
unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di
una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada
del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se
stesso. Ma non basta la volontà.
“Non si può
semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le
cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una
cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In
un modo o nell’altro.“
E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.
La terra. Razionalità.
Tarwater raggiunge l’unico parente
consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a
sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre
giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di
essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto
lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e
speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il
ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare.
Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua
logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la
follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber;
il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza
di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova
ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione;
gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e,
insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma
Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il
suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in
un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa
ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di
essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.”
E Tarwater lo fa, questo NO.
La violenza è il nuovo amore.
[_Spoiler Allert_]
Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:
“Parecchi lo urtarono,
e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare
tutta una vita, non significava nulla […]
Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un
luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate,
la premura d’allontanarsi.”
L’unico essere in grado di amare
risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua
deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il
cielo, così come la terra, è dei violenti.
Questa violenza, però, non è vista in
senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente
indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza
della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso
Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale
in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che
ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della
morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e
collassa.
“Restò in attesa del
dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per
poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra
con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe
stato alcun dolore, crollò.”
A sancire questa supremazia della
violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che
distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto
profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino,
ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del
sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in
realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto
ciò che distrugge, redime.
Conclusioni
Crudele, cupa, spietata, Flanney
O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando
credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi
non necessaria.
Il cielo è dei violenti è un
romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile
magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni
simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra
l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.
Quello che potrebbe passare per un
semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso,
è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è
un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto
della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo,
privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti
ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se
sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il
potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica
qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio
(scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e
senza sentimenti.
Altra nota stonata sta nella
perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel
contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa
Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare
che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri
contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia
possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.
Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti.
Voto: ★★★★
Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, anno 2006, è l’autore del romanzo Neve
(2002), ed è anche il narratore della storia; nei panni di se stesso,
Pamuk ripercorre le vicende legate all’immaginario amico Ka, ormai
scomparso, per poterne scrivere un libro, questo libro.
Romanzo dai connotati tragici e malinconici, Neve
affronta temi complessi accompagnati da atmosfere oniriche e
sonnolente, alternate ad una caotica degenerazione di eventi quanto mai
dispersiva.
È un romanzo introspettivo dal contesto multi-attivo; tutte le vicende
politiche cui assistiamo durante il soggiorno di Ka, sono una semplice
mise ensemble per il protagonista.
Kars: la povertà e il provincialismo
Dopo un lungo periodo all’estero, Ka,
poeta turco esule in Germania, torna a Istanbul per i funerali della
madre. Qui, venuto a conoscenza del divorzio tra Muhtar e la bella Ipek,
sua compagna di studi ai tempi dell’università, decide di andare a
Kars, una piccola cittadina di confine, con la scusa di scrivere un
articolo sulle imminenti elezioni comunali e sui suicidi di alcune
ragazze turche che sembrano connessi al divieto di portare il velo nelle
università.
Una volta a Kars, Ka, visto come un importante personaggio del mondo
turco in occidente, viene accolto ovunque a braccia aperte; tutti lo
vogliono dalla loro parte, tutti vogliono farsi conoscere, tutti
vogliono la sua attenzione: Serdar, il direttore del giornale locale,
Muhtar, il leader del partito musulmano, lo sceicco Effendi, profeta di
un Islam pacifico, Blu, fuggiasco integralista.
Ma l’unica cosa che interessa Ka è Ipek, la donna che crede di aver
sognato per tutti quegli anni, e della quale si innamora immediatamente.
Neanche il colpo di stato che si verifica quella sera, al Teatro
Nazionale da parte del gruppo teatrale di Sunay, intacca la felicità di
Ka, il cui unico scopo è diventato quello di portare con sé Ipek a
Francoforte, utopica isola della loro felicità.
Contro la sua volontà, Ka si ritrova coinvolto nel caos politico della
cittadina: da una parte c’è Sunay, attore megalomane che si vanta del
suo piccolo golpe come di un primo passo verso il progresso e
l’occidentalizzazione del popolo ignorante e retrogrado di Kars,
dall’altra c’è Blu, che coinvolge Ka nella sua lotta all’occidente.
Ka accetta suo malgrado la veste di mediatore affidatagli coattamente in
questo gioco al potere, al quale però non presta minimamente caso
perché perennemente incentrato sul suo amore per Ipek.
Ma quando scopre che la donna è stata l’amante di Blu, ruolo adesso
ricoperto da Kadife, giovane sorella di Ipek, Ka si ritrova coinvolto in
una spirale di odio e gelosia che finisce per distruggere tutto ciò che
ha faticosamente costruito a Kars.
Kar: il silenzio, la poesia e Allah
” Il silenzio della
neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo
fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato « silenzio della
neve » ciò che sentiva dentro. “
La neve che scende, lenta,
inesorabile, silenziosa, persistente, è l’unica vera costante di questo
romanzo, non a caso intitolato Neve ( Kar, in turco ).
È la neve che ispira a Ka la sua prima poesia dopo anni di vuoto; è la
neve che, bloccando le strade, permette a Ka di vivere i tre giorni più
intensi della sua vita; è la neve che gioca da condicio sine qua non, la
condizione grazie alla quale viene messo in scena il piccolo golpe di
Kars.
La neve è la coprotagonista, prepotente, di questa storia.
La neve, il cui incessante fluire
viene continuamente ricordato al lettore, detiene un potere mistico, a
tratti salvifico: il suo candore e la sua pace lasciano ispirato Ka, che
di getto scrive la prima delle diciannove poesie che comporrà in due
giorni nella cittadina turca. La neve svela i segreti della vita a Ka.
Ma da dove viene il mistero della neve e della poesia? Forse è tutto merito di Allah.
La neve rende Ka partecipe alle sofferenze del suo popolo, la sua
miseria e povertà, ma anche alla speranza, al credo comune che ci sia un
qualcosa di superiore alle loro vite che li guida, un dio benefico
nonostante tutto.
Ka è ateo, ma durante il suo soggiorno a Kars, grazie alla neve, al suo
bisogno disperato dell’amore di Ipek, contagiato dal desiderio di
complicità in una fede genuina ed ingenua, vivrà attimi di patetismo
religioso, subito poi accantonato.
Ka: solitudine e identità
Ka è un personaggio incerto,
indeciso, a tratti patetico: una sorta di sognatore dostoevskijano dai
lineamenti dell’inetto di Svevo. Ka vive di ricordi sconnessi, ma
soprattutto di sensazioni instabili, dettate dal momento. In ogni
ambiente in cui viene coinvolto, si lascia trascinare dall’entusiasmo
che lo circonda, come in balia del mare, sospinto da correnti opposte:
ora, nella cerchia dello sceicco Effendi, si sente contagiato dalla
bellezza e dall’amore per Allah; poi, nel covo di Sunay, dopo
un’eclatante apologia sul potere salvifico dell’arte, si sente
affascinato dalla, se pur a tratti ridicola, supremazia politica
dell’attore e prova ammirazione per sua la figura carismatica.
Ma perché Ka è così incerto sulla sua
identità? Da cosa deriva questo bisogno di conformarsi agli altri? Da
un’esasperante solitudine che lo attanaglia costantemente.
Nonostante i suoi sforzi di sentirsi parte di una comunità, di qualsiasi
tipo essa si tratti, Ka non riesce a superare quella naturale distanza
che separa gli esseri umani. Ka si sente solo, perduto. Il compromesso
non è possibile, neanche tramite l’amore.
Il suo rapporto con l’amore è infatti
complicato; da un lato esso rappresenta la fonte della felicità
estrema, è la chimera da realizzare a tutti i costi, l’unica potenza in
grado di salvare dalla solitudine. Dall’altro è un sentimento oscuro
proprio in virtù di questa sua potenza: alle gioie dell’amore si
affiancano i dubbi dell’insicurezza, della paura e della gelosia.
“Che cos’è che distingue il dolore dell’attesa dall’amore?”
L’amore per Ka è qualcosa cui aggrapparsi disperatamente, senza il quale la vita resta vuota nella sua miseria e solitudine.
Conclusioni
Con questo personaggio stralunato,
Orhan Pamuk vorrebbe gettare le basi per un’analisi sull’identità, sulle
problematiche della cultura del mondo turco di ieri e di oggi, sulle
differenze tra Europa e Islam, tra religione e stato, senza però
arrivare a una sintesi.
Più che un confronto, si tratta di un vero e proprio scontro tra oriente
e occidente, in quanto le parti risultano impari e affatto inclini al
confronto; i turchi raffigurati da Pamuk sono costantemente divisi tra
l’orgoglio della propria dignità culturale ed il senso di inadeguatezza
che da esso ne deriva.
Come se il sinonimo di ‘moderno’ fosse automaticamente ‘Europa’, ecco
che da un lato vi sono i turchi che vogliono modernizzarsi per non
doversi più sentire inferiori, dall’altro i turchi che vogliono restare
ben saldi alle loro radici, aggrappandosi caparbiamente a questa
“inferiorità” che pensano derivi dal mondo occidentale.
Una cosa è certa, in Neve i pregiudizi non mancano. Per questo
ho parlato di scontro. I personaggi di Kars parlano degli europei come
di persone che si credono superiori nei loro confronti, senza in realtà
aver mai messo piede in Europa. Come sotto una cappa di paranoia e
vergogna, vivono contro o in virtù del pensiero europeo nei loro
confronti.
Altro tema mal gestito da Pamuk è la
questione del velo. La vicenda si apre proprio su questo tema; a seguito
della “modernizzazione” e laicizzazione dello stato turco, viene
vietato alle ragazze col velo di frequentare l’università. Alcune si
suicidano, mettendo in evidenza il paradosso che deriva tra la scelta di
peccare scoprendosi la testa oppure suicidandosi. A seguito di questo
palese controsenso si cercano le ragioni più recondite di questi
suicidi; le ragazze musulmane si uccidono perché rifiutano di togliersi
il chador? Perché vengono costrette dalle famiglie a sposare uomini che
non amano? Perché vengono maltrattate e picchiate dai loro mariti?
Perché soffrono, sono infelici? O come ultimo atto di prevaricazione nei
confronti della cultura maschilista dell’Islam? Queste domande restano
senza risposta perché l’autore decide di soffermarsi su Ka, solo su Ka.
Peccato, perché poteva essere un argomento molto interessante, così come
i molti altri che Pamuk lancia al lettore, ma che alla fine decide di
non sviluppare a dovere.
I numerosi avvenimenti che si
succedono nel giro di poche ore, condensati tra le meditazioni personali
di Ka, i molteplici spunti di riflessione a cui non viene lasciato
spazio, e lo stile estremamente denso di Pamuk, rendono questo romanzo
non poco complesso, a tratti pesante e molto lento.
Si può fare decisamente di meglio.
Voto: ★★
John Dickson Carr. Digitate questo
nome su Google. Troverete un’innumerevole serie di libri scritti da
questo autore, la cui reperibilità si riduce a ben pochi; uno di questi è
Le tre bare, riconosciuto come uno dei migliori romanzi sull’enigma della camera chiusa.
Primo membro americano del Detection
Club e scrittore prolifico, quasi dimenticato, il nome di Carr
riecheggia forse maggiormente nella mente degli appassionati del genere
come il creatore di Gideon Fell, protagonista di questo sesto romanzo della serie sull’ingegnoso dottore.
Trama
In una gelida notte di febbraio, viene commesso un omicidio. Charles Grimaud, illustre professore dell’occulto, viene trovato in fin di vita all’interno del suo studio. La porta è chiusa a chiave dall’interno e sulla neve all’esterno della casa non ci sono impronte. Un bel dilemma per il sovrintendente Hadley ed il suo celebre amico, il dottor Gideon Fell.
La faccenda si presenta fin da subito astrusa e non poco complicata; tre sere prima, infatti, il professor Grimaud aveva ricevuto la visita di uno strano figuro: un uomo inquietante che andava farneticando di bare
e vendette fratricide. Normale, quindi, pensare subito a Pierre Fley,
l’individuo delle minacce, come probabile assassino. Ma il mattino dopo
la morte di Grimaud, si diffonde la notizia di un’altra morte
misteriosa: Fley è stato trovato assassinato in mezzo alla strada, di
nuovo la neve intatta intorno al cadavere e la presenza di tre passanti
che hanno udito lo sparo, ma non hanno visto nessuno.
Il caso si infittisce; scavando nella vita di Charles Grimaud, riemerge
dal passato una fosca vicenda avente a che fare con terre lontane,
crimini, prigioni e tre bare, da una delle quali sembra essere riemerso
un fantomatico fratello Henri, ora in cerca della sua vendetta.
L’impossibile
Come afferma fin da subito il narratore:
” bisogna presumere che qualcuno stia dicendo la verità “
Il problema del mistero di questo romanzo, però, è che tutti dicono la verità. No, mi correggo, non tutti; una persona non dice la verità, ma non è l’assassino.
Riesaminando i fatti della serata in cui è morto Grimaud, ci accorgiamo di una tremenda verità:
– Uno sconosciuto mascherato, presumibilmente Fley, entra in casa
Grimaud. Madame Dumont, la governante, si dirige allo studio al secondo
piano per annunciare il visitatore.
– La figlia di Grimaud, Rosette, e l’amico Mangan, si trovano nel
salotto a pianterreno. Lo sconosciuto si rivolge a loro come Pettis,
amico del professore. I due vengono chiusi a chiave nel salotto.
– Mills, il segretario di Grimaud, e madame Dumont controllano la porta
dello studio presso la quale è entrato il visitatore mascherato.
– Drayman, amico di vecchia data di Grimaud, dorme nella sua camera, sotto effetto di sonniferi.
– Burnaby, pittore amico di Grimaud, è a giocare a poker.
– Pettis è a teatro.
Tutti hanno un alibi di ferro, e se in
un gruppo tutti i sospettati sono presumibilmente innocenti, per forza
di cause maggiori ci sarà un elemento x esterno al gruppo che sarà il
colpevole. Quindi, il colpevole sarà certamente Fley. Ma Fley viene
trovato morto. Dunque, senza più x, l’omicida sarà y, il fratello Henri.
Ma il fratello Henri non esiste. Allora chi resta?
Ricordate però che un elemento α del gruppo mente, ma non è l’assassino.
Non arriverete mai alla soluzione se
non considererete l’intera vicenda da una prospettiva del tutto opposta,
e anche allora vi saranno certe questioni di non poco conto da
risolvere, come ad esempio l’assenza di qualsivoglia traccia sulla neve.
I personaggi
La caratterizzazione dei personaggi in
generale è ben costruita, sebbene inizialmente si abbia qualche
difficoltà nell’inquadrare ciascun soggetto; Carr è molto pedante nel
descrivere gli atteggiamenti dei singoli personaggi, ledendo perciò alla
naturalezza dei suoi ‘attori’.
Le figure meglio riuscite sono sicuramente quelle del sovrintendete Hadley e del dottor Fell.
Essendo le Tre bare il sesto
romanzo avente per protagonista Gideon Fell, il personaggio del dottore
non viene presentato in alcun modo, tanto che pensavo che l’appellativo
di “dottore” fosse in riferimento ad una sua formazione
medico-scientifica _cosa rivelatasi totalmente errata in quanto Fell non
è molto ferrato in materia_ ; il titolo di dottore viene dalle sue
lauree in lettere e filosofia.
Il metodo investigativo del dottore è sicuramente intuitivo; non è
assolutamente un detective dal metodo scientifico e dell’azione come
invece è Sherlock Holmes (il cui autore è molto apprezzato da Carr, che
ne scrisse, tra l’altro, la biografia), anzi si potrebbe dire che è la
sua nemesi.
La figura del dottor Fell, come affermerà Carr, è ispirata ad un altro noto autore del giallo, Gilbert Keith Chesterton.
Esperto conoscitore del romanzo poliziesco, è proprio ne Le tre bare
che il dottore tiene forse il più famoso discorso sull’enigma della
camera chiusa, in cui elenca ed analizza i sette principali metodi per
compiere un omicidio in una stanza sigillata, facendo anche riferimento
ad altre opere ed autori reali, come Gaston Leroux, Anna Katharine
Green, Edgar Allan Poe, Thomas Burke, Jacques Futrelle, Melville
Davisson Post, Israel Zangwill ed il sopracitato Chesterton.
Inoltre, in questa sua conferenza, Fell rompe la quarta dimensione
rivolgendosi direttamente al lettore, suscitando un’ ironica perplessità
in chi legge.
«Ma» interloquì Pettis «se vuole analizzare situazioni impossibili, perché parlare di romanzi polizieschi? »
«Perché» rispose il dottore, tranquillamente, «ci troviamo in una storia
poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo che non sia
così. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirare dentro una
discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più
esaltante missione concessa ai personaggi di un libro. »
Conclusioni
Leggendo i vari commenti su Anobii, ho
notato che la maggior parte dei lettori si lamentava della spiegazione
finale, definita troppo prolissa e pedante, ma a me pare evidente che
sia così; come capire altrimenti il macchinoso svolgersi degli eventi?
Non trovo che questo sia il peggior difetto del libro, anzi, una
spiegazione minuziosa è dovuta per chiarire le vicissitudini di un
mistero tanto intricato.
L’unica pecca, semmai, sta nella verosimiglianza di tutto l’ambaradan
messo in scena dal colpevole e della solita, inaccessibile genialità del
detective romanzesco, ma appunto, si tratta di una pecca che si ritrova
in tutti i gialli classici.
Quindi sì, la soluzione è inarrivabile, il delitto troppo mistificato,
il dottor Fell troppo “fantasioso” e arguto; ciò nonostante si tratta di
una trama affascinante, merito soprattutto della suggestiva, quanto
torbida, vicenda delle tre bare, che permea l’intero romanzo di un’aurea
sinistra e accattivante.
Voto: ★★★½
Ma
è venuto quel giorno. L’ira si è abbattuta. Il peccato, la colpa e il
castigo? Le psicosi maniacali di quelle entità che definivamo nazioni,
istituzioni, sistemi – i poteri, i regni, le dominazioni – le cose che
si fondono in eterno con l’uomo e che dall’uomo emergono? Il nostro
buio, esteriorizzato e visibile? Comunque si voglia guardare a questi
fatti, è stato raggiunto il punto critico. L’ira si è abbattuta. (…) E
la mano che brandiva quella lama apparteneva a Carleton Lufteufel. Nel
momento in cui affondava la lama nel nostro cuore, quella mano non era
più umana, apparteneva al Deus Irae, al Dio dell’Ira stesso. Quel che
resta sopravvive grazie alla Sua tolleranza. Se deve esistere una
religione, ritengo che questo sia l’unico credo sostenibile.
Carleton Lufteufel, chi è? L’uomo che
ha ucciso miliardi di persone, ponendo fine al mondo così com’era
conosciuto, o la manifestazione terrena del Dio dell’Ira? Carleton
Lufteufel è entrambe le cose, come sostengono i SOW, i Servi dell’Ira
(Servants of Wrath), un gruppo religioso formatosi a seguito degli
eventi che hanno portato alla distruzione del vecchio mondo.
Uno dei membri dei Servi dell’Ira è
padre Handy, che ingaggia Tibor McMasters, talentuoso pittore menomato
degli arti, per dipingere un ‘chiesesco’, un affresco, che raffiguri
l’immagine del Deus Irae, Carleton Lufteufel.
Tibor accetta l’incarico, ma per portare a termine la sua opera ha
bisogno di trovare e di vedere con i propri occhi Lufteufel, di cui si è
ormai persa ogni traccia; parte così per un ‘Pelleg’, un pellegrinaggio
alla ricerca dell’uomo che ha distrutto la civiltà e che lo ha ridotto a
doversi servire di protesi estensibili al posto delle braccia, e di un
carretto trainato da una mucca per potersi muovere.
Rivali spirituali dei SOW sono i
cristiani, i pochi cristiani sopravvissuti alla Terza Guerra Mondiale,
che non possono vedere di buon occhio l’impresa imboccata da Tibor; il
palesare l’immagine del culto (sebbene per i cristiani non sia possibile
e quindi non veritiera e priva di fondatezza) equivarrebbe ad
accrescere il potere dei SOW, i quali si arricchirebbero di nuovi fedeli
sopraffatti e corroborati nel credo tramite un idolo visibile,
materiale. Così, Pete Sands, novizio della comunità cristiana, decide di
seguire Tibor, sperando di potergli evitare l’incontro con Lufteufel.
Il Pelleg intrapreso da Tibor è molto
pericoloso: nessuno che sia partito per un Pelleg ha mai fatto ritorno;
ciò nonostante Tibor è ormai deciso a mantenere il suo impegno.
Dipingerà il Dio dell’Ira.
Durante il suo viaggio, Tibor si ritrova a contatto con un mondo a lui
estraneo; non poche saranno le volte in cui si stupirà dell’abissale
differenza che caratterizza la desolazione dell’ambiente ad appena una
cinquantina di chilometri da Charlotteville, la cittadina in cui vive.
A popolare il suo cammino vi sono poi strane creature, risultato delle
mutazioni dovute al fallout nucleare della guerra: enormi lucertole
antropomorfe, grossi scarafaggi parlanti, vermi famelici dalle
dimensioni titaniche e piccoli esseri irsuti, a metà tra esseri umani e
macropodidi, denominati ‘corridori’. Assieme a questa fauna
geneticamente modificata dalle radiazioni, sopravvivono macchine
computerizzate risalenti all’età prebellica, come il ‘Grande C’ (Grande
Computer), una sorta di sfinge atipica che, mediante estensioni pseudo
robotiche dall’aspetto femmineo, tenta di trascinare gli esseri umani
nel suo baratro mortale, non appena questi gli abbiano rivolto le
domande a cui il Grande C deve saper rispondere. Altra macchina
potenzialmente pericolosa è ‘l’autofab’, una sorta di autofficina
autonoma e psicologicamente instabile, alla quale Tibor è costretto a
chiedere aiuto.
Un mondo popolato da mostri, mutanti,
automi psicotici e assassini, ma pochi esseri umani, per lo più
raggruppati in piccole comunità arrangiate in insediamenti
semidistrutti, post-bellici.
Questo è il mondo futuro alla Terza Guerra Mondiale del duo
Dick-Zelazny; un pianeta desolato, arido e ostile, un mondo popolato da
strane creature, come un futuribile Paese delle Meraviglie, ma meno
fantastico e più grottesco.
Il Deus Irae
Non lo fare più, per favore. Non avevo capito che fossi la cosa che sei.
« Lo rifaccio eccome, cazzo, se ci provi un’altra volta. »
Non ci riproverò. Ti offrirò dei ratti da mangiare. Di quelli giovani, grassi. Solo, liberaci dalla Tua ira.
Carleton Lufteufel, il demone dell’aria ( dal tedesco, ‘Luft’ aria e ‘Teufel’ demone ). Il solo nome è evocativo.
Direttore dell’ ERDA ( acronimo inglese che sta per “Ente per lo
sviluppo e la ricerca dell’energia” ) ai tempi dell’avvento del
conflitto, Lufteufel è il diretto responsabile dello sterminio di massa
che ha posto fine alla guerra, il “Creatore”, se così vogliamo
chiamarlo, di un mondo civilmente
primordiale. Carleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ma nello
stesso momento in cui ha premuto il tasto dello ‘sputo’ ( l’arma
micidiale che ha corrotto ogni cosa ) si è tramutato nel Dio dell’Ira.
E ai pochi superstiti cosa rimane se non il culto in tale dio? Come
spiegare altrimenti l’abominio del dolore, della distruzione e della
morte che li ha contagiati? La possibilità non può essere che una:
esiste un Dio, e questo Dio è malvagio.
Una teodicea ribaltata, annientata nel fallimento di trovare una
spiegazione razionale alla compresenza del male e di un Dio
caritatevole.
È il Dio dell’Ira che governa questo mondo, e la morte non rappresenta
più un ricongiungimento col divino, ma una liberazione da esso.
Carleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ribadiamolo; come tale è soggetto al dolore, al deterioramento fisico e morale:
come un Cristo trasversale, Lufteufel ha la sua corona di spine
conficcata nella testa – resti metallici delle esplosioni -, e la
camicia, impregnata del suo sangue ripulito da Alice – una Maria
Maddalena ritardata? – , come una santa sindone, ritrae il suo volto
impresso nella tela.
A rimarcare l’essenza divina di
Lufteufel vi sono i due passaggi in cui l’entità mistica del Dio
dell’Ira si manifesta in mondo inequivocabile: la comparsa del dio di
fronte a Tibor e la sua ultima apparizione ad Alice.
« Prega! » pretese la faccia. « In ginocchio e con le mani a terra! »
« Ma » disse Tibor « io non ho mani e ginocchia! »
« Questo lo stabilisco io » disse la facciona accesa. Tibor si sentì
sollevare di colpo, poi sbatté duramente giù sul prato accanto al
carretto. Gambe. Era inginocchiato.
Quando Tibor si ritrova bloccato per
via della perdita di una ruota del suo carretto, un disco, i cui tratti
facciali vanno formandosi lentamente, si palesa essere un’apparizione di
Lufteufel, il quale prima dona gli arti a Tibor, e subito dopo se li
riprende, manifestazione rivelante di potenza e sadismo.
Il suo incontro con Alice è invece
molto più dolce e serafico. Alice è la ragazza mentalmente ritardata che
Lufteufel ha preso con sé. La perdita di Lufteufel equivale per Alice
alla perdita del padre, identificato dalla ragazza come tale.
Alice, essere umano subnormale, sarà l’unica a vedere la verità oltre il
suo deficit; l’unica in grado di assistere alla teofania del Dio
dell’Ira, miracolosamente rappacificato con se stesso e con il mondo.
La pace del Dio dell’Ira sta proprio nella sconfitta. La colpa che
pesava sullo spirito di Lufteufel per le sue azioni, viene estirpata
attraverso la sua morte.
I temi di Dick: la verità oltre la verità.
L’intero romanzo è una continua
disputa teologica su quale sia il percorso “giusto” da seguire.
Sostanzialmente, il romanzo ripercorre in chiave mistico-religioso la
questione teoretica della verità, tema assai caro a Dick.
Come si sentirebbe il mondo senza di lui…di questi tempi sono davvero poche le cose cui aggrapparsi.
Preposta l’esigenza di una divinità in
cui credere in un mondo post-apocalittico abbandonato a se stesso – non
veniamo a conoscenza di strutture organico-normative -, il dilemma
principale diventa quindi quale sia la divinità in questione cui
affidarsi. Continuare imperterriti nella speranza di un dio buono e
misericordioso, il Dio cristiano, oppure avallare il rapporto di
causa-effetto, secondo il quale, a seguito di tale catastrofe, l’unico
dio possibile è un dio dell’ira?
Una volta deciso quale via intraprendere, diventa necessario avvalorare tale scelta con delle prove.
L’ossessione per la verità che tormenta lo scrittore, è la stessa
ossessione che spinge Pete Sands all’uso indiscriminato di droghe per
arrivare a raggiungere la gnosi; così come per i SOW, l’unico modo per
conoscere la sostanza e l’essenza del Dio dell’Ira è quello di ritrarlo.
La risoluzione finale ha un che di
tragicomico. Morto Lufteufel, Pete convince Tibor che il barbone
avvinazzato trovato in una stalla è il Dio dell’Ira; Tibor, finalmente
giunto al termine del suo Pelleg, è pronto a tornare a casa per
completare il suo chiesesco.
A diciassette anni
dalla morte di Tibor, la gerarchia dei Servi dell’Ira promulgò una
dichiarazione solenne di autenticità. Si trattava incontrovertibilmente
del volto del Dio dell’Ira, Carleton Lufteufel. Non c’erano dubbi. (…)
Questo allo scopo di garantire il rispetto dove mancava, la fede in una
società sempre meno religiosa e il credo in un mondo già consapevole del
fatto che la maggior parte delle cose in cui credeva si erano rivelate
delle menzogne.
In definitiva, Dick afferma ancora una
volta che non è possibile conoscere la verità ultima delle cose, ma ciò
nonostante è necessario continuare verso il suo perseguimento, evitando
di credere ciecamente a ciò che si vede.
Conclusioni
Dopo una prima parte traballante, in
cui ho sinceramente pensato che gli autori si fossero fatti di acido, si
arriva ad una comprensione più tangibile dell’idea che sta alla base
del romanzo. Si capisce dove vogliono andare a parare, insomma. Fino
alla seconda metà, in cui inizia la parte veramente intrigante della
storia.
Che dire poi dell’accoppiata a quattro mani Dick-Zelazny? Sarò onesta:
non mi ha convinta del tutto. Lo stile pare disorganizzato (soprattutto
all’inizio, appunto), le descrizioni sono sommarie e i periodi
estremamente brevi, segmentati. Questo, assieme ad un uso spropositato
del tedesco, hanno reso l’opera disarmonica, proprio in virtù
(ribadiamolo) delle differenze tra la prima e la seconda metà del libro.
D’altronde c’è da dire che una dozzina d’anni di collaborazione
discontinua tra i due scrittori deve aver reso la stesura della storia
non poco complicata.
Comunque.
Deus Irae è un romanzo particolare, strano, per certi versi assurdo, ma con delle potenzialità innegabili.
Voto: ★★★½