venerdì 31 ottobre 2014

Quattro dopo mezzanotte. Il Fotocane _Ciclo di Halloween_ #I brividi del venerdì

Nel caso non ve ne foste accorti, stanotte è Halloween! Avete preparato i costumi da indossare? E i sacchetti in cui mettere i dolcetti? E la fotocamera/i-phone con cui scattare le foto della serata? Sì? Bene, ma state attenti.
Se al posto del vostro amico ubriaco dovesse apparirvi raffigurato un enorme cane nero…datemi retta…SCAPPATE!


 

 Il Fotocane
Per il giorno del suo quindicesimo compleanno, Kevin riceve in regalo la tanto desiderata macchina fotografica e subito decide di inaugurarla con un ritratto di famiglia. Mr e Mrs Delevan e la sorellina Megan si mettono in posa, un bel sorriso e click! La foto viene sputata fuori dalla polaroid, ma invece della famiglia attorno alla torta, i Delevan si ritrovano a fissare un cane nero davanti ad un vecchio steccato bianco. Che diavoleria è mai questa? Che sia un difetto? Uno strano scherzo? Kevin continua a scattare foto, a vari soggetti in posti diversi, ma il risultato è sempre lo stesso: il cane nero davanti allo steccato.
Desideroso di scoprire cosa si cela dietro quello strano fenomeno, Kevin porta la sua Sun 660 al negozio di Pop Merrill, una sorta di factotum della città. Ma nemmeno Pop è in grado di svelare il mistero che si cela dietro la macchina fotografica. Osservando meglio le foto, però, Pop e Kevin scorgono qualcosa di strabiliante: il cane della foto non è fermo! È un cambiamento impercettibile eppure evidente: foto dopo foto, il cane cambia posizione, fino a che non si accorge di essere fotografato. E allora inizia a mostrare i denti.
Kevin comincia a intuire il pericolo della macchina e decide di sbarazzarsi dell’oggetto prima che quell’essere mostruoso che si cela al suo interno si sbarazzi di lui. Ma Pop ha in mente altri progetti…


Quattro dopo mezzanotte, caveat emptor
Il fotocane è un racconto ambientato a Castle Rock, vi dice niente?
Come spiega King nell’introduzione, Il fotocane è una sorta di punto d’incontro tra due romanzi: Cujo e Cose preziose.
Durante l’arco del racconto, infatti, il fotocane viene paragonato ad un altro cane, un sanbernardo per la precisione, famoso nella cittadina per aver provocato morte e scompiglio, Cujo, appunto.
Qui il riferimento è palese, mentre per quanto riguarda Cose preziose è molto più latente, anche perché ai tempi della stesura del racconto, il romanzo non era ancora stato pubblicato.
Ne Il fotocane facciamo così, per la prima volta, conoscenza con lo sceriffo Pangborn, Polly e Pop Merrill, che risulta essere lo zio di Ace in Cose preziose.
La tecnica del crossover è spesso usata da Stephen King, che si diverte nell’intrecciare tra loro fatti/personaggi/luoghi di diversi romanzi; personalmente ‘odi et amo’ questo espediente narrativo perché se da un lato provo una sorta di esaltazione nel riconoscere e rincontrare vecchi personaggi, dall’altro mi innervosisce quando i fatti di cui si parla sono avvenuti in romanzi che ancora non ho letto (in questo caso Cujo).


Altra peculiarità di King è la modalità con la quale si ha la rottura dell’equilibrio iniziale dei personaggi; due, infatti, sono le situazioni che solitamente portano il protagonista alla complicazione della storia: o il tizio in questione se la va letteralmente a cercare (e allora vien da sé che se lo merita), oppure il tizio è semplicemente un povero sfigato che, meramente per caso, si ritrova ad aver a che fare con orribili avversità ( al che, un pensiero spontaneo subito emerge: “ma perché, poveraccio, proprio a lui?”)
E’ il caso di Kevin, quindicenne con la testa a posto, che, come regalo di compleanno, si ritrova tra le mani una macchina “stregata” molto pericolosa.
Rientra invece nella prima categoria Pop Merrill; avido strozzino e furbo come una faina, Pop decide di tenersi la macchina per avidità, sperando di venderla a qualche stralunato appassionato di esoterismo, ma sfortunatamente per lui nessuno sembra interessato.
Pop è persino consapevole del pericolo della macchina ma non gli importa. L’unica cosa che conta sono i soldi. È abbastanza scontato che da agente diventi agito, succube della malia della macchina che ormai è sempre più potente.


Di nuovo, poi, come in Il Poliziotto della Biblioteca, notiamo come i sogni siano la chiave ricorrente di King per permettere al protagonista di trovare la soluzione al suo problema; è proprio grazie ai suoi incubi se Kevin riesce a capire come fermare il fotocane.
D’altronde, la notte porta consiglio, no?


Conclusioni
Dopo ben tre lunghi (e quando dico lunghi, intendo lunghi) racconti, devo ammettere che ho fatto fatica a leggere quest’ultima storia; non perché non fosse meritevole come le altre, ma forse arrivare a quota quattro, tutto di seguito, è stato troppo per me. Devo ammettere comunque che è stato il racconto che mi ha coinvolto di meno.
I migliori restano senz’altro I langolieri e Finestra segreta, giardino segreto.


Voto: ★★★

Il ciclo di Halloween dei “brividi del venerdì” finisce qui ( alleluia!). Mi raccomando, divertitevi stanotte, recitate ‘trick or treat’, ma non fate troppo tardi: dopo la mezzanotte possono accadere fatti strani e misteriosi!
Buonanotte e sogni…da paura! ;)

venerdì 24 ottobre 2014

Quattro dopo mezzanotte. Il Poliziotto della Biblioteca _Ciclo di Halloween_ #I brividi del venerdì

Per un lettore credo non esista posto più bello di una biblioteca. Un luogo sicuro, calmo, silenzioso, dove fantasia e realtà diventano magicamente un tutt’uno. Ma cosa succede se la biblioteca in questione si rivela un luogo oscuro, tetro, abitato da spaventosi spettri del passato che dimorano in silenzio, in attesa di cibarsi delle tue paure?



Il Poliziotto della Biblioteca
Su consiglio della bella segretaria Naomi, Sam si reca alla biblioteca pubblica di Junction City alla ricerca di un libro che lo aiuti nel redigere il discorso che dovrà tenere presso il noto circolo del Rotary Club la sera stessa. Sam non va spesso in biblioteca, anzi mai, ma quella in particolare istintivamente non gli piace: l’atmosfera fredda e austera, gli alti soffitti scuri e il silenzio mortale che vi regna, lasciano dentro di lui una sensazione di gelido timore; ad aumentare il suo disagio sono i manifesti terrificanti appesi nella sezione dei ragazzi. Uno in particolare evoca in lui un senso di atavico terrore: il manifesto che avverte di riportare i libri in tempo se non si vuole avere a che fare con la polizia bibliotecaria. Però, che idiozia! Non esiste una polizia bibliotecaria! Eppure, quell’uomo minaccioso ritratto nel manifesto è capace di inquietare Sam fin nel midollo.
La conoscenza con Ardelia Lorz, la bibliotecaria, non migliora certo le sue prime impressioni: una vecchia signora che sorride con le labbra, ma dallo sguardo di ghiaccio, faziosamente gentile e compita che non accetta di essere contraddetta. Una vecchia arpia, insomma.


Il discorso di Sam è un successo clamoroso e nei giorni successivi il pensiero dei libri e della biblioteca è ben lontano da lui, preso com’è dal suo lavoro e i suoi impegni. Ma il messaggio di Ardelia Lorz nella segreteria telefonica di Sam gli ricorda che il termine è scaduto, e il poliziotto della biblioteca non tarda a presentarsi a casa sua. Alto come un colosso, bianco come un cadavere, lo sguardo truce e una cicatrice sotto l’occhio, il poliziotto del manifesto è adesso in carne ed ossa a casa di Sam. Il suo aspetto minaccioso non inganna sulle sue intenzioni. Sam dovrà riconsegnare i libri alla biblioteca o il coltello che tiene in mano finirà presto nella sua gola.
Letteralmente terrorizzato, Sam comincia a cercare i libri ovunque ma non riesce a trovarli da nessuna parte; cerca di fare mente locale e finalmente ricorda dove li ha messi: nella scatola in cui tiene i giornali vecchi che Dave Duncan, il barbone alcolizzato della città, raccoglie e porta alla discarica ogni settimana, per racimolare qualche soldo.
I libri sono definitivamente perduti e Sam è in preda al panico all’idea di dover riaffrontare il poliziotto della biblioteca. Ma chi sono lui e Ardelia Lorz? Perché le persone a cui chiede informazioni sulla donna cominciano a urlare sgomente?
L’unico a sapere qualcosa è proprio il vecchio Dave Duncan, e solo lui e Naomi possono aiutarlo. Sam ancora non lo sa, ma presto dovrà affrontare una presenza malefica che ha a che fare con il suo passato e le sue paure più recondite.


Le tre di notte: vieni con me, figliolo…fono un poliziotto
Il Poliziotto della Biblioteca è un racconto “multistrato”, in cui due sono i principali nuclei narrativi: la storia che ruota attorno a Sam e quella che si incentra su Dave.
Due episodi evidentemente diversi che si intersecano goffamente tra loro: da una parte Sam e il suo Poliziotto della Biblioteca, dall’altra Dave e la malefica Ardelia.
King utilizza lo stratagemma della ‘storia nella storia’ per convogliare le due vicende in un unico racconto, espediente a cui l’autore ricorre altre volte, ma con il quale stavolta fa cilecca.
Il risultato infatti, almeno a parer mio, è un po’ disastrato: anche accettando questo connubio generale, si percepisce una disomogeneità globale dell’opera; due storie troppo dissimili per amalgamarsi, che finiscono solamente per cozzare l’una contro l’altra.


Schematizzando il racconto viene fuori una struttura di questo genere:
Sam si reca in biblioteca- Sam conosce Ardelia Lorz- Il manifesto del poliziotto della biblioteca fa riaffiorare paure infantili di Sam- Sam perde i libri- Dave è il responsabile- Il poliziotto della biblioteca fa visita a Sam -Sam si reca da Dave- Dave racconta di Ardelia e la sua storia- Sam ricorda l’uomo-talpa, il suo poliziotto della biblioteca- Dave, Sam e Naomi vanno alla biblioteca per combattere Ardelia.- Ardelia vuole Sam – Sam sconfigge il suo poliziotto della biblioteca e Ardelia.


Insomma, le sequenze narrative hanno un che di forzato, prive di un legante concreto _ vi basti pensare al fatto che l’unico trait d’union delle due vicende è la semplice conoscenza tra Sam e Dave _.

Il poliziotto personale di Sam è l’uomo-talpa, un uomo che, dichiarandosi poliziotto della biblioteca, violenta il piccolo Sam, ma il poliziotto della biblioteca raffigurato sul manifesto ad opera di Dave è completamente diverso. Allora mi chiedo: come diavolo fa Sam a collegare istintivamente due figure tanto diverse? È solo la formula magica “poliziotto della biblioteca” a riaprire in lui il varco con un passato tanto doloroso e ormai rimosso? Probabilmente, ma così si spezza quel legame, quel continuum tematico/narrativo che si andava formando col poliziotto del manifesto, un personaggio che di per sé bastava a rendere interessante la storia, e che invece finisce per essere solamente un figurante.

Il trauma infantile di Sam non ha niente a che fare con Ardelia Lorz: è questo che spezza la storia in due. E King si è sforzato di riunire i cocci.
I libri, poi, non sono altro che un semplice pretesto di Ardelia, e dello stesso King, per dare il via a tutto ciò che segue.


Che dire poi di Ardelia Lorz? Una figura losca, oscura, che detiene un fascino morboso sia su Dave che sul lettore. L’aura malefica e misteriosa che circondano Ardelia ed il timore superstizioso legato al suo nome, la rendono un personaggio intrigante e vincente.
Ma (perché c’è sempre un ‘ma’) King decide di optare per una scelta non poco demenziale; se Ardelia fosse stata una strega, un vampiro, un demone, quello che vi pare, sarebbe stata perfetta,
ma renderla una sorta di mostro alieno ha un che di trash spaventoso. Un alieno/insetto molliccio/ mutaforme? maddai! E’ una caduta di stile mostruosa!

Certo è che il bello di King è anche questo: fregarsene altamente di tutto e di tutti e spiazzare il lettore anche con trovate a dir poco kitsch.

Conclusioni
Il Poliziotto della Biblioteca parte non bene, ma benissimo. Poteva arrivare ad essere una storia veramente bella, ma, ahimè, King cade di tono (vabbè dai, ti perdono).
Di nuovo, come in Finestra segreta, giardino segreto, vi è quell’angoscia che attanaglia il lettore nel compartecipare allo stato emotivo ansiogeno che pervade il protagonista, impossibilitato nella sua corsa contro il tempo, alla ricerca di quei libri maledetti che possono costargli la vita (oltre che la sanità mentale).
Quindi, ordunque, lo consiglio? Nì. Non è un racconto imperdibile, ma nemmeno così pessimo; se siete fan/groupie/collezionisti dell’autore, viene da sé il monito/dovere interiore di leggerlo.
Comunque, in ultimo ma non ultimo, un doveroso accorgimento: la scena della violenza sul piccolo Sammy è descritta in modo orribilmente vivido e impietoso, indi astenersi se gentili d’animo e troppo sensibili.
 
Bye.

Voto: ★★★


venerdì 17 ottobre 2014

Quattro dopo mezzanotte. Finestra segreta, giardino segreto _Ciclo di Halloween_ #I brividi del venerdì

Rieccoci alle prese con Quattro dopo mezzanotte by Stephen King.
Quest’oggi parliamo di Finestra segreta, giardino segreto, forse più noto agli ingenui spettatori come Secret window.
Ebbene sì, Secret window non è altro che una scadente riproduzione cinematografica di questo racconto. Ma del film parlerò dopo.




Finestra segreta, giardino segreto
State dormendo beatamente sul divano di casa vostra quando un tizio mai visto né sentito bussa alla vostra porta e vi accusa di plagio. È quello che succede a Mortimer Rainey, scrittore di mediocre successo, reduce da una dolorosa separazione dalla sua ormai ex consorte Amy.
L’intransigente straniero lascia a Mortimer una copia del suo manoscritto, che si rivela praticamente identico al vecchio racconto di Mort, “Finestra segreta, Giardino segreto”.
La coincidenza è troppo straordinaria perché sia dovuta a un caso, ma Mort è sicuro che sia stato ill misterioso Shooter a copiarlo e non viceversa. Ma, come afferma John Shooter, servono le prove e Mort è in grado di dimostrare la paternità del racconto grazie alla data di pubblicazione su una rivista custodita nella sua vecchia casa di Derry.
Tre giorni sono il limite di tempo che Shooter concede a Mort perché recuperi la suddetta rivista, _a patto che esista!_ dopo di che Mort dovrà prepararsi al peggio.
Per avvalorare ulteriormente le sue minacce, Shooter uccide il gatto di Mort usandolo come promemoria. Contemporaneamente la casa di Derry finisce ridotta in cenere dalle fiamme di un incendio chiaramente doloso, e addio rivista.
È evidente che Mortimer è alle prese con un vero e proprio psicopatico.
Così chiede al vicino, Greg Carstairs, di controllare i movimenti di Shooter e di andare dal vecchio Tom Greenleaf che, passando col suo furgoncino, li ha visti parlare insieme e forse sa qualcosa su questo John Shooter, nazionalità Mississippi.
Nel frattempo Mort si reca a Derry, dove trova Amy e il suo nuovo compagno Ted, per parlare con la polizia e l’assicurazione.
Tra Mort e Ted non corre buon sangue, essendo quest’ultimo l’uomo che Mort ha sorpreso a letto con Amy mesi prima.
Concluse le formalità, Mort torna a Tashmore, dove Greg lo informa che Tom afferma di non aver visto nessuno assieme a lui. Perché Tom mente? Che Shooter lo abbia minacciato? Sarà bene parlare direttamente con Tom, ma prima Mort chiama il suo editore per chiedergli di farsi spedire la rivista sulla quale si trova il suo racconto. Prima finisce questa storia e meglio è. Ma quando Tom non si presenta a lavoro e Greg all’appuntamento che si erano dati, Mort capisce che è già troppo tardi.
Abbandonata su un sentiero nel bosco, Mort ritrova la macchina di Greg con dentro lui e il vecchio Tom, morti. Nel cranio di Greg e Tom, il cacciavite e l’ascia di Mort. Quel pazzo di Shooter è stato in casa sua! Ne è la prova il cappello nero di Shooter che trova sulla veranda di casa.
L’unica chance di salvarsi è la rivista. E finalmente arriva, ma…


Le due di notte. È Stagione di semina
In questo racconto di King ci troviamo alle prese con uno scrittore affetto da un disturbo dissociativo di identità e schizofrenia. Spunto già di per sé interessante, è reso ancora più accattivante da due fattori: 1. il fatto che fino alla fine non sappiamo che Mort Rainey e John Shooter sono in realtà la stessa persona; 2. la motivazione inconscia che spinge la coscienza di Mort a questa tremenda scissione della sua mente.
Perché, infatti, Mortimer Rainey, uomo che ha vissuto un’esistenza in fin dei conti normale, si ritrova all’improvviso a soffrire di una malattia mentale grave come un disturbo di personalità multipla?
Tutto ha origine da un episodio accaduto nella giovinezza di Mort; al college, Mortimer frequenta un corso di scrittura creativa in cui è uno dei più bravi, ma migliore di lui è il compagno John Kintner. Un racconto in particolare riscuote enorme successo nella classe, “Il corvo e la volpe”, racconto che Mort conserva senza ben sapere perché.
Dopo qualche anno, Mort invia ad una rivista vari racconti che puntualmente vede respinti, così decide di mandare il racconto di Kintner firmandolo col suo nome. Ma quando “Il corvo e la volpe” viene accettato, Mortimer si ritrova a dover combattere contro una crisi di coscienza morbosa, un senso di colpa ai limiti del parossismo. Comincia addirittura a progettare il suicidio nel caso qualcuno riconosca il suo furto letterario.
Ma il tempo passa e il terrore di un’accusa di plagio scema, finché l’inconscio di Mort non decide di seppellire definitivamente quell’episodio scabroso della sua vita nei reconditi più oscuri del suo cervello.


Mort è ormai un affermato scrittore quando i lavori per la trasposizione cinematografica di una sua storia vengono bloccati per la scoperta dell’esistenza di una sceneggiatura simile al suo romanzo. E Mort rivive il trauma della vergogna di un possibile plagio, nonostante stavolta sia del tutto innocente e vi siano semplicemente delle somiglianze tra i due scritti.
Nessun vero problema a livello legale quindi, ma la mente di Mortimer silenziosamente scava nel passato. E scava, e scava.


L’immagine di Amy e Ted a letto insieme è come una folgore che si imprime nella mente di Mort. La pistola che ha portato con sé non è carica, giusto?

Una mente fragile, fragilissima, che colpo dopo colpo si infrange definitivamente. Questa è la causa del crollo di Mort: una mente troppo debole dinanzi ai duri attacchi che la vita gli lancia contro.
Insomma, perché compare John Shooter? Shooter è sì la nemesi di Mort, ma è anche il suo personale giustiziere, la voce della sua coscienza che, stanca di tenersi dentro un senso di colpa tanto forte, riemerge trionfante, ormai senza controllo. Non si tratta più di riparare a un torto del passato, adesso è il momento di pagare, e con gli interessi.
E allora quel racconto di vitale importanza, “Finestra segreta, giardino segreto”, non potrà mai essere ritrovato.


Il perché, poi, si concentri su un racconto che in realtà è frutto della sua testa, è stato per molto tempo un punto interrogativo, finché ho pensato che, probabilmente, la sua mente malata si sia concentrata su quel racconto perché era l’unico che avesse riscosso un successo tangibile: così come aveva rubato il racconto di Kintner, adesso aveva rubato quello di Shooter, come se secondo il suo cervello fosse impensabile supporre Mort capace di scrivere un vero successo.

E se in un primo momento mi ero chiesta: _ma che senso ha informare Greg se così facendo dopo lo deve uccidere?_, poi ho finalmente capito: la necessità di uccidere Tom e Greg è data semplicemente dal fatto che Mort deve avvalorare, deve concretizzare, l’esistenza dello psicopatico che la sua mente ha creato.
Non solo.
Il fatto che Shooter utilizzi il cacciavite e l’accetta di Mort serve appositamente ad incolparlo, è la sua coscienza che lo punisce letteralmente per ciò che ha fatto in passato.
Per questi motivi non ho minimamente apprezzato il film.


Secret window
Se nel racconto, l’origine scatenante del tracollo di Mort è il suo senso di colpa, nel film tutto ciò viene semplicemente imputato all’infedeltà della moglie. Un tantino scarso, non trovate? Il tradimento di Amy è stato il fattore scatenante, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma non il motivo primordiale. Anche perché se così fosse, metà della popolazione mondiale dovrebbe dare di matto e sdoppiarsi in uno psicopatico omicida. Poi che c’entra, la mente umana è un mistero data la sua imprevedibilità, ma mi pare comunque esagerato come presupposto.
Sta di fatto che, a causa di questa manipolazione narrativa, nel film viene completamente travisata la causa dello sdoppiamento di Mort e diventa quindi assurdo il fatto che Mort nasconda le uccisioni di Tom e Greg (cosa che infatti nel racconto non avviene, in quanto sono la sua espiazione); la mente non è mai del tutto divisa, l’inconscio è uno ed uno soltanto, quindi non ha senso che Mort informi Greg di Tom e Shooter, e che poi questi li ammazzi perché non si possa risalire a lui, e Mort ne occulti i cadaveri perché altrimenti verrebbe incolpato. Mi seguite?


Non mi è piaciuta neanche la scelta del regista di rivelare la pazzia di Mort tutta insieme, spiegando per filo e per segno come sono andate le cose.
Secondo me sarebbe stato più d’effetto tenendo all’oscuro lo spettatore fino all’ultimo: Mort torna a casa e indossa il cappello di Shooter. La scena si sposta su Amy che arriva a Tashmore, entra in casa e trova tutto a soqquadro. Poi appare lui, Shooter.
Non sarebbe stato più d’impatto in questo modo?
Poi ovviamente, per avvalorare la creazione di Shooter nella mente di Mort secondo l’adattamento cinematografico, il suo nome si è ricomposto in ‘shoot her’, sparale, cioè a lei, Amy, che è la causa del suo delirio.


In ultimo il finale, completamente diverso dal libro; le due personalità si fondono in un tutt’uno e il “nuovo” Mort traduce in realtà il finale del suo racconto.
Ecco, questo finale non ha senso: in questo modo sembra che la mente di Mort abbia creato Shooter solo per far emergere la parte “cattiva” di Mort, il quale alla fine, prendendo coscienza del suo lato oscuro, si “riappacifica” e ricongiunge con la personalità abusiva di Shooter. Ma la sindrome di personalità multipla non funziona così: sì, l’altra personalità emerge per difesa, dopo un trauma o forti repressioni del Super Io, per dirla alla Freud, ma non può semplicemente rifondersi alla personalità di base, perché si tratta di identità completamente diverse, con la propria indole e peculiarità.
Quindi, insomma, no, non mi è piaciuto affatto il film.


Conclusioni
Come lo stesso autore afferma nell’introduzione al racconto, Finestra segreta, giardino segreto riprende quella tematica (ovviamente con delle differenze) dello sdoppiamento che già era presente ne La metà oscura (che vi consiglio assolutamente di leggere!), in cui il bene e il male fanno parte della stessa faccia della medaglia. Non esiste il buono e il cattivo, esistono solo le nostre scelte che inevitabilmente ci portano ad essere ora l’uno, ora l’altro.
C’è da dire anche che Finestra segreta, giardino segreto non è il solito racconto di King: molto più introspettivo, è un racconto claustrofobico, un crescendo di tensione psicologica in cui un senso di apnea ansiogena accompagna il lettore in concomitanza con il protagonista; se Mort perde sempre più pezzi quanto più la rivista non viene ritrovata, così anche noi ci sentiamo intrappolati nella morsa letale di Shooter.
Il finale, quello vero, è poi un classico di King, in cui la realtà e il soprannaturale si mescolano e niente è certo. Neanche per il lettore.


Voto: ★★★★

venerdì 10 ottobre 2014

Quattro dopo mezzanotte. I langolieri _Ciclo di Halloween_ #I brividi del venerdì

Quattro dopo mezzanotte è una raccolta di racconti fanta-horror scritti da Stephen King; le ultime edizioni italiane sono divise in due volumi, contenenti due racconti ciascuno, ma io ho recuperato una vecchia edizione che presenta interamente le quattro storie. I quattro, lunghi, racconti che troviamo in questo libro sono:
  • I langolieri
  • Finestra segreta, giardino segreto
  • Il Poliziotto della Biblioteca
  • Il fotocane
Come ho detto non si tratta di racconti brevi, ma di storie che potrebbero benissimo essere considerate come dei romanzi brevi, ragion per cui tratterò di questi racconti separatamente.
Ha inizio il ciclo di Halloween della rubrica “I brividi del venerdì” con Quattro dopo mezzanotte.
Stay tuned!


i langolieri

I langolieri
Il comandante Brian Engle, pilota di linea, riceve la notizia della morte della sua ex moglie proprio dopo aver sostenuto un lungo e difficile volo da Tokyo verso Los Angeles. Senza nemmeno avere il tempo di riprendersi un attimo, si imbarca sul volo diretto a Boston, per raggiungere la salma della defunta. La spossatezza per il volo precedente catapulta Brian nel mondo dei sogni.
A risvegliare Brian è l’urlo di Dinah, una bambina cieca che, dopo essersi svegliata dal suo pisolino, si ritrova completamente sola e terrorizzata. Non meno spaventato sarà Brian quando scopre che l’aereo si è misteriosamente spopolato; unici superstiti del volo 29 sono lui, Dinah, il giovane Albert, il vecchio scrittore di gialli Bob Jenkins, il misterioso Nick Hopewell, la bella Laurel, l’adolescente Bethany, il signor Gaffney, il famelico Rudy Warwick e il mentalmente instabile Craig Toomy.
Dove diavolo sono finiti gli altri passeggeri? Persino il personale dell’aereo si è volatilizzato nel nulla. Che sia uno scherzo? Un sogno? No, è tutto troppo spaventosamente reale. Ad aumentare il panico contribuiscono la vista del niente fuori dei finestrini e l’impossibilità di contattare qualcuno via radio (nonostante gli strumenti di bordo funzionino come loro solito).
Che fare dunque?
Brian prende subito il controllo dell’aereo rimasto sotto la rotta del programma del pilota automatico. Raggiungere Boston, il cui aeroporto è di difficile atterraggio già in condizioni normali, è troppo rischioso, così Brian decide di fare scalo a Bangor.
L’atterraggio riesce, ma ciò che i pochi passeggeri rimasti hanno trovato al loro risveglio sul volo 29 si ripete nell’aeroporto di Bangor: il deserto completo. Ma non solo. L’elettricità non funziona, il cibo è insapore, gli odori inesistenti, persino l’aria ed il suono sono anomali, come ovattati, senza vita.
Dopo numerose elucubrazioni si arriva ad una possibile spiegazione: durante il volo, l’aereo ha attraversato uno strappo temporale, catapultando i presenti nel passato e, per qualche motivo sconosciuto, solo chi dormiva è rimasto in vita, gli altri si sono vaporizzati, spariti nel nulla.
A complicare le cose c’è poi il signor Toomy, uno psicolabile in preda a una crisi psicotica; lui deve andare assolutamente a Boston o i langolieri lo prenderanno! Il suo crollo delirante è cominciato e si sfoga su Dinah prima, e su Gaffney dopo.
Ma chi sono i langolieri? Secondo Craig sono degli esseri mostruosi che si accaniscono sulle persone pigre e indolenti, così come gli raccontava suo padre quando era piccolo.
Che siano dunque i langolieri la causa dello strano, quanto inquietante, rumore che man mano si fa sempre più forte?
Nessuno sa il perché, ma di una cosa sono tutti convinti: se ne devono andare. Ma dove?
Forse il varco temporale che li ha catapultati nel passato è ancora aperto; forse ripercorrendo la stessa rotta al contrario riusciranno a tornare nel presente. Forse.
Intanto l’unica cosa da fare è andarsene, prima che quel rumore mostruoso si avvicini. Ancora di più.


È l’una di notte e tutto va bene (o quasi)!
L’idea di fondo de I langolieri è buona; il racconto è scritto e strutturato bene (per forza, si tratta di King), ma vi sono altresì dei punti deboli.

Primo, l’errore più grossolano, e di cui sinceramente non capisco la ragione se penso ad un professionista come King, è il fatto di aver posto il passato a levante. Secondo il movimento rotatorio della Terra, sarebbe stato logico capovolgere il volo da Boston verso Los Angeles per far sì che l’aereo si ritrovasse nel passato, no? Quindi perché?

Secondo punto: solo attraverso l’incoscienza si può viaggiare nel tempo? Perché mai? Il tempo è anzi una concezione percepibile solo tramite la coscienza; sebbene il tempo esista a prescindere da qualsiasi cosa, resta pur sempre un concetto che si associa alla ragione umana; per gli animali, che sono privi di tale percezione, il tempo infatti non esiste.
Allora, se durante il sonno la ragione è assopita, in quel frangente il tempo non esiste, quindi sarebbe stato più probabile supporre che chi dormiva sarebbe scomparso nel nulla, e chi fosse rimasto sveglio si sarebbe ritrovato catapultato nel passato.


Terzo. Se anche tutti i passeggeri fossero rimasti svegli, perché loro si sarebbero volatilizzati nel niente, mentre l’aereo no? Il tempo ha effetto sulla materia, di qualsiasi tipo si tratti. Perché un essere umano dovrebbe smaterializzarsi nel nulla ed un aereo no? Il tempo è tempo e la materia è materia.

Ovviamente, il punto 2 e 3 erano necessari per lo sviluppo stesso della storia, altrimenti niente di ciò che viene raccontato sarebbe potuto avvenire, e quindi li ho accettati chiudendo un occhio; ma il primo punto trovo che sia veramente un elemento disturbante nella linearità della logica della storia (se di logica vera e propria si può parlare visto il tema arcano).

Caratterizzazione dei personaggi
I personaggi di King sono sempre più o meno i soliti:
  • il protagonista, l’eroe indiscusso della storia (Brian Engle)
  • Il ragazzino sveglio (Albert Kaussner)
  • il bambino particolare, dotato di non meglio definibili poteri psichici (la piccola non vedente Dinah)
  • la bella mediamente intelligente e arguta, insomma lo stereotipo femminile di King (Laurel Stevenson)
  • il vecchio saggio (Bob Jenkins)
  • personaggi inutili di contorno (Gaffney, Warwick)
  • lo psicopatico di turno (Craig Toomy)
Il personaggio di Craig Toomy è magnificamente rappresentato nella sua turbe psichica: l’infanzia traumatizzata dalla rigida disciplina del padre e dai suoi racconti terrificanti sui langolieri, la sua adolescenza mortificata dagli abusi della madre alcolizzata, hanno reso Craig il perfetto, futuro, psicotico paranoide. Se da un lato la sua morbosa ossessione di andare a Boston sia un tantino odiosa di fronte all’evidenza di una situazione ben più grave che raggiungere Boston, dall’altro è un personaggio che ispira profonda pena se si pensa al perché sia diventato quello che è.
La sua morte poi è l’ennesimo abuso che quel sadico di King affibbia sulle spalle del povero Craig: una morte inverosimile e, proprio per questo, più spettacolare e terribilmente impietosa.
Merito della penosa dipartita di Craig è anche Dinah, bambina che, sebbene cieca, ha il potere di una seconda vista e di riuscire a spingere quel povero folle di Craig verso la sua morte.


Questa volta però King ha aggiunto un personaggio nuovo, diverso dal suo solito stile, che io ribattezzerò come “il figo cazzuto” ( lo so, è un termine molto professional ), alias Nick Hopewell.
Personaggio in buona parte enigmatico, è altresì evidente che la vita di Nick ha a che fare con l’esercito o simili: quando Craig comincia a dare in escandescenze urlando di andare a Boston, Nick, con una presa subitanea, intrappola tra le sue dita il naso di Craig “Gircollo” Toomy.
Forte, agile, intelligente, freddo e razionale, senza mancare comunque di istinto e di spirito, l’inglese Nick Hopewell rappresenta il prototipo dell’uomo perfetto.
E quindi King cosa fa? Pensa bene di toglierlo di mezzo proprio all’ultimo.
La rabbia.
Se ho potuto trovare un difetto a Nick è stato proprio sul finale; il voler fare l’eroe e sacrificarsi per gli altri, non solo ha un che di inverosimilmente troppo eroico e “romantico”, ma mi ha dato personalmente sui nervi! E che cacchio, sei il più figo della storia e vuoi morire?!
Ripeto, la rabbia.


Finale sgargiante
A concludere la storia è un finale scenografico. Per rendere il tutto più spettacoloso, King aspetta a dare la buona notizia, e subito ho imprecato pensando che la morte di Nick fosse stata inutile. Ma non è così.
Se il passato è morto, allora il futuro non solo è vita, ma è una vera e propria nascita. Se il passato è scialbo e misero, il futuro è un trionfo di colori ed estasi. Ed è proprio così, infatti, che i superstiti del volo 29 tornano alla loro realtà: in un’esplosione di sensazioni e gioia di vivere.


Conclusioni
 Il primo racconto che apre il volume di Quattro dopo mezzanotte è un viaggio nella fantascienza, accompagnata qua e là da sprazzi di sano horror 100% stile King.
La trama di questo racconto è un susseguirsi di imprevisti che affannano gli sfortunati protagonisti fino alla fine. Non c’è tempo per riposare, non c’è tempo per pensare. Il ritmo incalzante e la curiosità morbosa spingono il lettore in un’irrefrenabile lettura tra le pagine di persone scomparse, viaggi temporali e mostruose creature divora-tutto denominate, appunto, i langolieri.


Voto: ★★★★

lunedì 22 settembre 2014

1933. Un anno terribile #Lunedì narrativa

Come in molti ambiti, anche l’arte dello scrivere conosce varie scuole di pensiero; una di queste si riassume nel conciso asserto “scrivi di ciò che sai”, e John Fante si rifà sicuramente a questa tesi. Praticamente tutte le opere di Fante sono rielaborazioni autobiografiche dell’autore italo-americano, e 1933. Un anno terribile non fa eccezione.

Scritto negli anni ’50, ma pubblicato postumo nel 1985, 1933. Un anno terribile è un breve romanzo di denuncia simbolica e di un possibile riscatto, in cui lo scrittore rievoca i luoghi e le condizioni della sua infanzia.
Dominic Molise, diciassettenne di origini italiane, vive nella povertà di un’America in crisi, infingarda e disillusa; il sogno americano, che ha spinto i suoi avi a lasciare l’Abruzzo per una terra di promesse, si è concretizzato in un’amara delusione per la famiglia Molise. Il padre di Dominic, muratore disoccupato, provvede alla sua famiglia giocando a biliardo su scommessa, in attesa che il figlio, finita la scuola, si metta a lavorare con lui.
Ma Dominic non ha intenzione di seguire le orme paterne, ha ancora una speranza di farcela grazie al Braccio; lanciatore eccezionale, Dominic sogna, anzi sa, che grazie al suo braccio sinistro riuscirà a lasciare la misera cittadina di Roper per entrare a giocare da professionista in una squadra di baseball, magari con i Cubs.
Con il suo migliore amico Kenny, Dominic si allena tutti i giorni nello scantinato del padre dell’amico, dove i due ragazzi, tra un lancio e l’altro, fantasticano sul loro roseo futuro nel baseball, finché a Kenny viene un’idea: perché non anticipare i tempi e partire subito per la calda California? Dopo un’iniziale titubanza, Dominic accetta, ma c’è un grosso problema da risolvere: trovare i soldi per finanziare il viaggio.
Il desiderio di partire diventa un’urgenza. Andarsene, subito, o mai più.


American dream, Joyce e la teodicea.
Il perno centrale del romanzo è il sogno; il sogno come forma di evasione, il sogno come forma di rivincita, il sogno come speranza, come ultima risorsa per continuare a vivere.
“Sognatori, eravamo una casa piena di sognatori. La nonna sognava la sua casa nel lontano Abruzzo. Mio padre sognava di essere senza più debiti e di fare il muratore a fianco di suo figlio. Mia madre sognava la sua ricompensa celeste con un marito allegro che non scappava via. Mia sorella Clara sognava di fare la suora, e il mio fratellino Frederick non vedeva l’ora di crescere per diventare un cowboy. Se chiudevo gli occhi riuscivo a sentire il ronzio dei sogni per tutta la casa, poi mi addormentai.”
Un’America fatta di tanti piccoli sogni che uno ad uno vengono spezzati. O forse no?

Dominic proviene da una famiglia di poveri immigrati e l’unico futuro che hanno da offrirgli è quello di intraprendere la sterile carriera di muratore, che il ragazzo però non ama. Le uniche passioni nella vita di Dominic sono il baseball e Dorothy Parrish.
Il baseball è l’unica cosa che appaga Dominic; il Braccio, il suo Braccio, è la promessa di un futuro migliore e ricco di gloria; il Braccio non è un semplice arto, ma la chiave del suo successo, un essere a se stante, con una sua volontà. Vi è una vera e propria umanizzazione del Braccio: Dominic gli parla, lo consola quando freme od è triste, se ne prende cura come di un neonato, spalmandolo costantemente di balsamo Sloan. Il Braccio parla e dice a Dominic di non disperare.


In questo altalenarsi di sogni e disillusioni esistenziali, si inserisce la parentesi amorosa: l’attrazione morbosa di Dominic per Dorothy, la sorella di Kenny. Bella, universitaria e di famiglia benestante, Dorothy è il sogno proibito di Dominic; regina glaciale, venerata e idealizzata, Dominic cerca disperatamente un contatto con lei, e quando finalmente l’ottiene, tutto il suo ardore adolescenziale esplode in una disperata libido che segna definitivamente la fine con l’agognata Dorothy.

Altro elemento che ho trovato interessante è il richiamo a James Joyce: quando Dominic decide di rubare la betoniera del padre per poter finanziare il viaggio in California è costretto a passare per il cimitero, proprio di fronte alla lapide del nonno. A questo punto succede qualcosa: una paralisi, in puro stile Joyce; così come Eveline, in Gente di Dublino, non ha il coraggio di affrontare il fantasma della madre, Dominic non ha la risolutezza necessaria a sostenere gli ammonimenti della coscienza di fronte alle conseguenze delle sue azioni, cioè passare con la refurtiva sulla tomba del nonno.

Infine, parliamo della componente teologica che emerge soprattutto nella prima parte, seppur in modo soffuso e poco invasivo, del romanzo.
Il contesto in cui cresce il protagonista è un ambiente estremamente religioso; in casa Molise regna il fervore cattolico e Dominic frequenta una scuola retta da suore.
Il ragazzo si interroga sulla sua condizione di povertà, fantastica sulla morte, spesso rivolgendosi direttamente a Dio. Perché Dio ha fatto nascere Dominic in una famiglia povera, se poi non potrà cambiare le cose? Perché Dio avrebbe favorito quest’ingiustizia? Dev’essere per questo che Dio l’ha dotato del Braccio, per far emergere Dominic dalla sua situazione di miseria. D’altronde anche altri grandi del baseball sono partiti da famiglie povere.
Predestinazione.
Come se tutto fosse permeato di un ermetismo divino, Dominic è afflitto dai dubbi, ma è altresì fiducioso sul suo futuro, perché lui ha il Braccio, e il Braccio gli è stato donato da Dio.
Una mentalità chiusa nel suo involucro religioso che riporta la situazione di Dominic alla questione sulla teodicea, al passo di Giobbe, al cercare una spiegazione razionale di fronte ad una condizione di sofferenza pressoché ingiusta, come la ristrettezza economica del protagonista.

“Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l’esame.
Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? È questo quello che vuoi? È per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. […]
è questo il premio per chi cerca di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? […]
Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano?Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no?”
Conclusioni
Il finale è un punto interrogativo, aperto, sospeso sulle possibilità del protagonista di fronte al suo futuro. Come andrà a finire? Non si sa, ma abbiamo tutti gli elementi per delineare un possibile finale; sta al proprio gusto e alla propria chiave interpretativa decidere la direzione da seguire. Io ho la mia.
Oppure possiamo anche lasciare tutto così com’è. 


Voto: ★★★

mercoledì 3 settembre 2014

Ragazzo negro #La storia del mercoledì

Richard è un bambino di 4 anni, di colore, nato a Natchez, Mississippi, nei primi anni del Novecento. Il suo primo scontro con il mondo è dettato dal silenzio; così, quando sua madre gli intima di star zitto per via della nonna malata, Richard cerca un modo per dar adito alla sua energia di bambino, dando accidentalmente fuoco alla casa in cui vive. Un inizio violento che presagisce una costante della sua vita: la ribellione al silenzio, in tutte le sue forme.
Scritto nel 1945, Ragazzo negro è il romanzo autobiografico di Richard Wright, in cui il percorso dall’infanzia alla giovinezza sembra perennemente scandito dagli echi del silenzio, della fame e della violenza.




I primi anni di vita di Richard sono segnati da esperienze drammatiche: giunto a Memphis con la famiglia, il bambino subirà l’abbandono del padre, patirà la fame nera e disperata, diventerà un alcolista all’età di sei anni, imparerà le sue prime parole oscene e finirà in orfanotrofio.
Trovati i soldi per lasciare la desolazione di Memphis, Richard e la sua famiglia faranno una breve sosta nella casa dei nonni materni a Jackson, prima di raggiungere una zia nell’Arkansas.
Dopo una prima infanzia vissuta sballottato da un posto all’altro, le cose sembrano andare un po’ meglio, finché la madre di Richard non viene colpita da una paralisi e sono così costretti a tornare dai nonni.
La casa di Jackson è dominata da una ferrea disciplina religiosa che tuttavia non riuscirà mai a conquistare il bambino, ma sarà causa di forti scontri tra Richard e la nonna.


Dopo anni passati da una casa all’altra, è solo durante l’adolescenza che Richard potrà frequentare la scuola in modo assiduo, dimostrandosi un ragazzo capace e pieno di curiosità. Nel frattempo inizia un’innumerevole serie di lavoretti per potersi guadagnare qualcosa, e così fa il primo incontro diretto con la società bianca. Richard non riesce a capire le ingiustizie imposte dai bianchi e, sebbene ne sia terrorizzato, non riuscirà mai a piegarsi ai dettami della cultura nera stabilita dai bianchi; il ruolo che i bianchi hanno scelto per lui e per i suoi simili, un ruolo di sottomissione e perenne umiliazione, lo allontanerà anche dalla sua gente che, al contrario di lui, decide di sottostare impotente alla legge dei bianchi.

La vita di Richard è segnata dalla solitudine: relegato nel mondo dei neri, la sua costante volontà di ergersi ad essere umano lo rende un emarginato nella sua stessa comunità, incapace di comprendere le motivazioni che lo sospingono ad elevarsi come essere a sé. Il mondo nero è fatto di soprusi e carognate, ma Richard continuerà a ribellarsi.
Alla solitudine si aggiunge il perenne peso del silenzio: zittito dai bianchi, zittito dagli altri neri, zittito dalla sua stessa famiglia, Richard non trova mai una risposta dagli altri, se non attraverso le sue stesse elucubrazioni. Richard è un bambino curioso, affamato di sapere, ma nessuno sembra voler soddisfare questo suo bisogno. Abbandonato a se stesso, Richard trova le risposte che cerca nei libri; di qualsiasi genere essi siano, sono i libri la chiave per scoprire il mondo, in tutte le sue forme più recondite. Grazie alla lettura, Richard scopre anche il potere delle parole, un potere enorme, apparentemente innocente, ma in grado di ferire; un’arma raffinata e tagliente che il futuro scrittore afroamericano userà per uscire finalmente dal silenzio che lo ha oppresso per tutta la vita.


Romanzo dai tratti duri, la violenza che ne emerge è sconcertante. La supremazia bianca regna sovrana e i neri esercitano su se stessi la repressione voluta dai bianchi; qualsiasi atto di sicurezza da parte di un nero, manda in crisi la coscienza bianca, minando la sua legittimazione a tali crudeltà. Dall’altra parte, i neri accettano mestamente questa condizione, sentendosi così avallati nel compiere atti a discapito della morale bianca: se è il bianco che mi dà lavoro ma mi paga una miseria e mi maltratta, io nero posso allora vendicarmi rubando, truffando l’uomo bianco. E tutto ciò ai bianchi sta bene, perché è un atteggiamento rafforzativo al loro razzismo: che rispetto si può avere per i neri se rubano?
Un circolo vizioso, dunque, che mina costantemente il rapporto tra bianchi e neri.


Richard Wright dice NO a tutto questo, vuole spezzare questa catena di ricatti e rivendicazioni macchinate dall’odio razziale, perché vuole sentirsi libero di vivere con la sua esistenza con la sua morale, con le sue idee e con tutto il suo essere.
L’alternativa per una vita migliore sembra, così, essere il nord, l’utopia del benessere nero.


Conclusioni
Ragazzo negro è la storia di un uomo che ha deciso di essere padrone del suo destino, andando oltre i limiti del colore della sua pelle, nel bene e nel male. Non solo; è la testimonianza delle penose e difficili condizioni che gli afroamericani hanno dovuto affrontare per ottenere il loro posto nel mondo.

Voto: ★★★★

venerdì 29 agosto 2014

L’ombra dello scorpione #I brividi del venerdì

Finalmente, dopo tre lunghe settimane, sono riuscita a finire L’ombra dello scorpione, un tomo di oltre 900 pagine, scritto da Stephen King.
Di cosa parla questo mammut? Ora ve lo dico.




La trama
Per un fatale errore, un terribile virus geneticamente modificato, fuoriesce dalla base segreta in cui è stato creato e si propaga velocemente in tutto il mondo; ha i sintomi di una normale influenza e, a causa dell’ostinata e forzata segretezza voluta dalle autorità, inizialmente la situazione viene presa sottogamba, ma con lo spropositato aumento delle morti cominciano a generarsi il panico ed il caos totale.
Alcune persone, però, sono immuni a tale virus e finiscono col ritrovarsi a dover popolare un mondo di morti. Cosa fare dunque? La soluzione più logica è quella di andare alla ricerca di altri sopravvissuti, sperando che vi siano altri sopravvissuti.
Durante il viaggio di ricerca di una qualche forma di civiltà rimasta, le notti dei viaggiatori vengono gremite da strani sogni/incubi; due sono le figure che ne emergono costantemente, diametralmente agli antipodi: una vecchia donna di colore di nome Mother Abagail, e lui…l’uomo nero.
Le strade da percorrere sono quindi due: raggiungere la cara vecchietta che irradia luce e calore, oppure seguire le orme di Randall Flagg, Colui che cammina, verso la sua scalata al potere, fatta di sangue e morte. Il bene e il male. Il bene o il male.


La Bibbia di King
All’inizio, il romanzo mantiene dei connotati realistici, molto verosimili, tremendamente possibili: la creazione di un agente patogeno, presumibilmente concepito come arma batteriologica, capziosamente innocuo ma dai risvolti mortali, sulla cui erronea diffusione vige il segreto di stato; l’orripilante coercizione utilitaristica dei responsabili nel voler tenere celata la cosa, ad ogni costo, per poi dover ammettere l’evidente perdita di controllo della situazione, con il conseguente degenerare nel caos dettato dal panico di massa; infine la morte.
Una ricostruzione lucida e meticolosa, dunque, di quanto può realmente accadere quando l’uomo gioca a fare Dio.


Quello in cui ci ritroviamo è quindi uno scenario post-apocalittico, dove subentra però la parte fantasy, religiosa, mistica della storia; entrano così in gioco Randall Flagg, Colui che cammina, l’uomo nero, demone figlio del Male, e Mother Abagail, che invece è la luce, il Bene, profetessa divina. Numerosi, poi, sono i riferimenti biblici, nella fattispecie ricorrono molto spesso i nomi di Mosè e Giobbe.
Come emerge nel libro, è come se King si chiedesse cosa sia avvenuto ai figli di Noè dopo il Diluvio universale, come sia avvenuta la ricostruzione del mondo e quali ostacoli abbiano dovuto superare i pochi sopravvissuti.
Bene, per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio”, un’epidemia mortale, alla quale sono vissuti solo in pochi. Adesso, perché non complicare le cose e far combattere ai disgraziati rimasti una lotta tra bene e male?
Il Dio a cui si rifà King, è il Dio biblico, il Dio severo, oscuro, sadico, spietato nella sua volontà. Perché, a ragion di logica, se a causa del libero arbitrio l’uomo è fautore della sua stessa distruzione, perché alcuni sono rimasti immuni all’epidemia se non per volere divino (dato che non si conoscono le cause scientifiche della loro immunità)? E se Dio ha scelto di salvare i pochi eletti, perché ha lasciato in vita anche gli empi, se tanto alla fine dovevano essere puniti anche loro? Ma a che scopo, poi, se tanto il male non potrà mai essere del tutto sconfitto, in quanto parte di noi?
Per Mother Abagail, Dio è un giocherellone, il cui volere resta ermeticamente celato, ma la cui volontà viene sempre fatta. Il Dio biblico appunto. Tutto torna.


I sogni, che sono una peculiarità nelle storie di King per aiutare il protagonista a risolvere il suo problema, questa volta assumono essi stessi quest’aurea di misticismo che permea il romanzo; qui i sogni non sono soltanto il solito artificio di King, ma sono soprattutto delle manifestazioni psichiche e sovrannaturali che guidano i superstiti per la loro strada.
Boulder diventa così la nuova “terra promessa”, mentre Las Vegas può essere paragonata ad una moderna Sodoma e Gomorra.


I personaggi
I personaggi principali sono numerosi, e tutti con una loro importanza. Troviamo quindi Larry Underwood, ex cantante di discreto successo, tossicomane occasionale; Frances Goldsmith e Stuart Redman; il sordomuto Nick Andros ed il mentalmente ritardato Tom Cullen; il sociologo Glen Bateman e l’allegro Ralph Brentner; l’adolescente Harold Lauder e la misteriosa Nadine Cross. Infine Mother Abagail ed il suo avversario spirituale, Randall Flagg, assieme ai suoi scagnozzi Lloyd Henreid e Quello delle pattumiere.
Tanti personaggi quindi, ognuno con la sua storia ed il suo percorso.
C’è da dire che indubbiamente si riscontra una sostanziale differenza tra il prima e il dopo, un enorme cambiamento dei personaggi durante l’evolversi della vicenda: Larry Underwood, che inizia il suo percorso non esattamente come “un bravo ragazzo”, finisce in realtà per redimersi completamente, vincendo la sua parte egoistica col sacrificio per gli altri; Nick Andros, un ragazzo sordomuto dalla nascita, sebbene molto avveduto fin dall’inizio, si trasforma in un vero e proprio leader grazie alla sua perspicacia e intelligenza, acquisendo una precoce maturità mentale.
C’è poi Nadine Cross, il cui cambiamento appare quasi senza senso; la conosciamo come una donna sensata e sensibile, la cui morale sembra essere assolutamente votata al rispetto degli altri, per poi trasformarsi dal nulla, per Randall Flagg, in una persona totalmente diversa e, lasciatemelo dire, odiosa: apparentemente incapace di ritrarsi dall’influsso di Flag, Nadine cade nel vittimismo, addossando la responsabilità delle sue azioni sugli altri. Nadine diventa una donna viziosa, usando il suo corpo per raggiungere il suo scopo, o meglio, quello dell’uomo nero.
Il cambiamento di Harold Lauder è invece più sensato: adolescente obeso e brufoloso, respinto nel suo amore da Frances, decide di seguire il percorso dell’odio a quello dell’amore.


Lo stile
Lo stile di King è gradevole, coinvolgente, ma anche tremendamente logorroico, quando ci si mette, e qui ci si è messo.
Il romanzo è diviso in tre parti, ma sono cinque i nuclei narrativi principali: l’epidemia di Capitan Trips – la sopravvivenza dei superstiti – Boulder – la lotta all’uomo nero – l’epilogo.
Tralasciando la prima parte, che necessariamente deve essere bella corposa per permettere al lettore di seguire passo dopo passo gli sviluppi e le conseguenze dell’epidemia, il resto delle 620 pagine è semplicemente un brodo allungato. Prima di giungere finalmente a Boulder, i personaggi ce ne mettono di tempo per arrivare, e King, con dovizia di particolari, non tralascia niente, descrivendo quasi giorno per giorno le attività di viaggio. Anche la parte di Boulder è troppo pedante, incentrata principalmente sulla ricostruzione di una società “post-apocalittica”.
La parte più interessante, ovvero lo scontro finale con Randal Flagg, è anche quella più breve. Quando si arriva al momento clou ci si ritrova col chiedersi: ” Tutto ‘sto casino per ‘ste tre pagine?!”. E a questo punto si potrebbe pensare che, vabbè, ormai è andata e siamo alla fine. Ma no. Adesso ci si deve sorbire un centinaio di pagine sul ritorno a casa. E che cavolo. Veramente, qui i tempi sono mal distribuiti, se non addirittura esasperanti in certi casi.


La narrazione, dove abbonda la presenza di onomatopee (altra caratteristica di King), è costituita, soprattutto all’inizio, da diversi punti di vista per permettere al lettore di fare la conoscenza dei vari personaggi; i salti narrativi sono quindi numerosi ma piuttosto consistenti nella loro durata.

Conclusioni
Il mio malsano tempismo ha fatto sì che in concomitanza alla lettura del libro scoppiasse l’ebola. Immaginate quindi il risultato: paranoia pura! Della serie, come autoimparanoiarsi a mille.
Ciò nonostante ho continuato imperterrita con la mia lettura.
La prima parte, quella che tratta del propagarsi dell’epidemia, è molto vivida e riuscita; i meccanismi che si celano dietro disastri del genere vengono estremizzati in ogni loro possibile conseguenza, rendendo quindi la lettura molto suggestiva e interessante.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il resto della storia; come ho detto prima è davvero troppo lunga, diventando a tratti molto pesante, se non noiosa. Sia chiaro, parti interessanti ce ne sono, ma data la mole dell’opera, nella sua totalità risultano un po’ troppo scarse per i miei gusti.
In definitiva, non ritengo L’ombra dello scorpione uno dei migliori lavori in assoluto di King, ma se siete suoi fan sfegatati, beh…


Comunque, nel caso voleste farvi un’idea del clima apocalittico post disastro virale, sappiate che l’idea di un’epidemia mortale denominata Capitan Trips si trova anche nel racconto Risacca notturna (contenuto nella raccolta A volte ritornano), un racconto giovanile di King, prototipo del futuro romanzo.

Voto: ★★★