In questi giorni avevo voglia di
leggere Philip K. Dick, ma non avevo necessariamente voglia di
fantascienza, così mi sono buttata su L’uomo dai denti tutti uguali.
Scritto nel 1960, questo romanzo non rientra nel genere per eccellenza
abbracciato da Dick, la fantascienza appunto. La trama sul retro della
copertina riporta:
” Vi si narra la storia di
una vendetta crudele e paradossale, ambientata nell’America falsamente
innocente degli anni Cinquanta, mentre è in pieno sviluppo un grande
cambiamento sociale, la popolazione inizia a spostarsi nei sobborghi
urbani e la Guerra Fredda fa sentire il peso ossessivo delle sue
nevrosi. […] È un mondo morboso e oscuro, un’America di frontiera
abitata da incubi tetri, ancora lontana dai miracoli tecnologici e dalle
speranze dei decenni successivi. “
Nì. Le cose non stanno esattamente così.
Di cosa tratta questo romanzo? Si
potrebbero delineare due trame parallele in questa storia. Sì, perché a
una trama di base, lineare, esteriore, se ne affianca un’altra più
intrinseca, disomogenea, introspettiva.
Ma c’è un unico elemento che apre e chiude la vicenda: l’acqua.
Strato dopo strato, benvenuti a Carquinez
Nella cittadina rurale di Carquinez
assistiamo prevalentemente alle vicende dei Runcible, da una parte, e
dei Dombrosio, dall’altra.
Walter Dombrosio, grafico e tecnico pubblicitario per la Lausch company,
una sera decide, quasi per caso, di invitare a cena il meccanico di
colore a casa sua.
Vicini dei Dombrosio sono i Runcible; la sera che Walter invita a cena
il meccanico, a casa dei Runcible arrivano i Wilby, amici di vecchia
data e possibili soci in affari di Leo, un agente immobiliare. Quando
però Paul Wilby chiede a Leo se nella zona vivono dei neri (avendone
visto entrare uno in casa Dombrosio), le cose finiscono male. Leo è
ebreo, e la semplice domanda di Paul si trasforma nella sua mente in
un’invettiva razzista, quindi anche antisemita. La serata coi Wilby
viene bruscamente interrotta da pesanti accuse e recriminazioni, così
che Leo perde sia l’amicizia sia i soldi di Paul.
La causa di questo disastro è Dombrosio: se non avesse portato a casa
sua un uomo di colore, tutto questo non sarebbe successo. Inevitabile
quindi il litigio coi Dombrosio che ne segue.
A distanza di tempo, una sera, Walter torna a casa ubriaco, andando a
finire con l’automobile in un canaletto di scolo. È l’occasione di Leo
per vendicarsi. Una telefonata alla polizia fa sì che a Walter venga
sospesa la patente per guida in stato di ebbrezza.
Senza più patente, Walter è costretto a farsi accompagnare a lavoro da sua moglie, Sherry.
Sherry Dombrosio è una donna attraente, elegante, di buona famiglia e
sicura di sé. Desiderosa di mettersi in gioco, Sherry decide di voler
trovare un lavoro, cominciando proprio dall’azienda del marito. Walter è
contrario: una donna deve stare a casa, non lavorare. Così segue il
litigio col suo capo, che invece vorrebbe assumere Sherry. Conseguenza:
Walter perde il lavoro.
Frustrato dalla situazione capovolta, Walter decide di fare uno scherzo a
Leo Runcible: d’altronde è colpa sua se ha perso la patente e sua
moglie si è messa in testa di lavorare. Così Walter, capace di lavorare
alla perfezione qualsiasi materiale, crea un cranio dai denti tutti
uguali, un perfetto esemplare di teschio di uomo del Neanderthal, e lo
nasconde nella proprietà dei Runcible.
La notizia del ritrovamento tanto straordinario, quanto insperabile, non
tarda a spandersi, merito soprattutto di Leo che chiama giornalisti e
professori universitari a testimoniare l’importanza di tale evento. Questo gioco di rimandi, di accuse, di
vendette silenziose, questo continuo concatenarsi di causa-effetto,
costituisce la trama superficiale di questo romanzo.
La sottotrama, invece, è quella che si concentra sull’introspezione dei vari personaggi.
Un’indagine psicologica accurata e dettagliata, che mostra al lettore i
pensieri e i punti di vista, ora dei Runcible, ora dei Dombrosio.
Non si tratta semplicemente di sapere cosa pensano i protagonisti, ma di
una vera e propria intrusione nell’intimità delle loro menti; l’autore,
con una lente d’ingrandimento in mano, ci permette di assistere a un
vero e proprio flusso di coscienza.
Così veniamo a conoscere Leo Runcible, ebreo impiantato
nella comunità di Carquinez da tempo, ma non ancora accettato
ufficialmente come uno di loro. Uomo energico e di alti ideali, Leo è il
classico onesto lavoratore, un uomo che si dà da fare e che si è fatto
da solo; attivo nella piccola comunità rurale, tiene più lui ad un
miglioramento socio-culturale della cittadina, che non chi c’è nato. Leo
è duro nei confronti degli estranei, di chi viene da fuori, è
profondamente attaccato a Carquinez, eppure sa lui stesso di non essere
completamente integrato in quella comunità di agricoltori sempliciotti.
Anche sua moglie Janet ama Carquinez, soprattutto in
virtù del suo ameno isolamento; moglie, madre, casalinga alcolizzata,
Janet Runcible è una figura debole e senza prospettiva, una donna
ansiosa e nevrotica; incapace di adattarsi ad un mondo nuovo e tanto
diverso come quello dell’America postbellica degli anni Cinquanta, Janet
ha paura, si sente schiacciare dalla pressione della moderna società
che vede la donna coprotagonista dell’uomo. La sua insicurezza
patologica l’ha spinta verso la bottiglia, verso l’isolamento dal mondo
esterno, così estraneo e penoso per lei. Sentendosi lei stessa
inadeguata, Janet ha idealizzato Leo, che vede come l’uomo migliore del
mondo, e si colpevolizza per non essere una moglie al pari di tale
marito. Janet Runcible è una succube, la cui unica volontà è il non
partecipare, il non avere responsabilità, non avere a che fare con
niente al di fuori di Carquinez. Sherry Dombrosio è invece l’esatto contrario della
vicina; donna sofisticata e proveniente da un ambiente benestante,
Sherry è il paradigma della donna del nuovo mondo: creativa e sicura di
sé, Sherry rifiuta i vecchi canoni maschilisti che vedono la donna
esclusivamente come moglie e madre, vuole anzi dare qualcosa di suo,
vuole creare ed essere artefice del suo destino, vuole essere parte
attiva del mondo degli uomini.
Non la pensa allo stesso modo suo marito, Walter Dombrosio;
uomo mediocre, comune e di farsesche mistificazioni, ma dal talento
straordinario nel creare oggetti di qualsiasi tipo, Walter è il classico
maschilista e misogino che vuole la moglie in casa. Walter si sente
minacciato dalla sicurezza della moglie; dice di amarla, ma al contempo
la odia perché è capace e determinata, in definitiva la odia perché è
socialmente migliore di lui. Così, incapace di impedire a Sherry di
rinunciare al suo lavoro con l’intelletto, Walter la costringe con la
violenza, l’ultima risorsa alla quale può attingere un uomo, o una
bestia. Solo lui deve avere il pieno controllo sulla situazione
socio-economica della famiglia, lui solo dev’essere il dominatore, in un
modo o nell’altro. C’è poi un terzo elemento a completare questa stratificazione narrativa: l’acqua.
Come ho scritto prima, l’acqua è l’elemento che apre e chiude l’intera
vicenda del romanzo; la storia infatti inizia con un uomo che deve
risanare un tubo dell’acqua che perde. Praticamente subito veniamo a
sapere che l’acqua di Carquinez è contaminata, ma nessuno dà troppo peso
alla cosa.
Con il ritrovamento del teschio del Neanderthal, una volta appurato che
si tratta di un falso ad opera di Dombrosio, Runcible assieme ad altri
interessati partono alla ricerca del teschio base sul quale Walter ha
creato la nuova struttura. Raggiunto il vecchio cimitero di Carquinez,
il gruppo comincia a scavare e trova un altro teschio dalla struttura
ossea malformata. Indagando sulla faccenda, si viene a conoscenza dei
cosiddetti ‘chupper’, antichi abitanti della vecchia Carquinez che hanno
subito una degenerazione ossea caratterizzata da una mandibola deforme e
da una schiena pesantemente curvilinea, dovuta probabilmente alla
contaminazione dell’acqua.
Runcible provvede così a risanare l’impianto idrico della cittadina, ma
Walter e Sherry, ora incinta dopo la violenza del marito, entrano in una
spirale paranoica, provando un timore atavico per la sorte del bambino.
E se anche loro figlio nascesse deforme?
Il ciclo dell’acqua
Questo romanzo atipico è racchiuso in
una sorta di circolo vizioso, espiatorio; volendo creare un parallelismo
tra il ciclo dell’acqua (ve lo ricordate quando lo studiavate alle
elementari?) e le vicende del romanzo, si potrebbe ottenere una
struttura del genere:
Evaporazione:
il meccanico di colore viene invitato a cena dai Dombrosio. I Wilby lo
vedono. È l’elemento iniziale, disturbante, della storia.
Condensazione:
Walter perde la patente a causa della soffiata di Leo. È l’intreccio
che man mano prende vita; è il fattore scatenante che porterà Walter e
Sherry a litigi sempre più animosi.
Precipitazione:
Walter rifiuta categoricamente di lavorare assieme alla moglie, litiga
con il capo, perde il lavoro. I litigi con Sherry si fanno sempre più
violenti, come una pioggia che cade a dirotto, senza freno.
Infiltrazione:
Walter scarica su Leo la sua frustrazione e la sua rabbia. Ricrea un
perfetto teschio di Neanderthal e lo nasconde nella proprietà dei
Runcible.
Scorrimento: Il teschio è un falso, si ricerca l’origine di tale malformazione; da qui in poi è tutto uno scorrere verso la verità.
Flusso sotterraneo:
L’impianto idrico è stato risanato, ma il terrore dell’acqua
contaminata è riemerso dal passato, indomabile: l’acqua che scorre
silenziosa è la sola che deciderà del futuro del piccolo Dombrosio.
Ok, ammetto che forse è un po’
forzato, ma d’altronde se è l’acqua l’elemento a cui tutto si riconduce,
perché non usare un po’ di fantasia?
Conclusioni
L’uomo dai denti tutti uguali
non è il solito romanzo di fantascienza di Dick, ma non è neanche un
semplice romanzo di narrativa, perché l’influenza dickiana emerge
nonostante tutto. L’elemento fantascientifico comunque c’è, solo che in
chiave diversa; tutta la faccenda legata all’uomo di Neanderthal è
l’elemento fantastico della storia, rivolto però al passato, un passato
che ha comunque ripercussioni sul futuro. Perché, ammettiamolo, l’intera
vicenda ha un che di fantastico, di poco somigliante alla realtà.
Accanto a questa vicenda (diciamolo) un po’ pacchiana, Dick ha
affiancato una vera e propria analisi psicologica e sociale; drammi
sociali reali dell’America anni ’50 interiorizzati, personali, visti nel
loro piccolo, dall’universale all’individuale. Questioni sociali come
il razzismo e la parità dei sessi vengono ricondotti al singolo. Il ritmo narrativo è lento perché
predisposto a seguire il pensiero più che l’azione. Nella prima metà
soprattutto, non distratti dall’elemento fantascientifico del teschio,
si percepisce l’atmosfera rurale di Carquinez: una comunità ristretta ma
distante, come se le colline che attraversano la zona avessero imposto
ai loro abitanti una convivenza coatta, ma pur sempre isolata,
solitaria.
Non ho potuto fare a meno di pensare a Hopper, che nei suoi quadri
ritrae questa condizione della natura come spettatrice indifferente nei
confronti dell’incomprensione e della solitudine umana. Collina, Cape Cod__Edward HopperVoto:★★★
Il pericolo senza nome è il
sesto, riuscitissimo, romanzo di Agatha Christie, avente come
protagonista il piccolo investigatore belga, il grande Hercule Poirot. Gli altri romanzi, in ordine di lettura, sono:
Poirot a Styles Court
Aiuto, Poirot!
L’assassinio di Roger Ackroyd
Poirot e i quattro
Il mistero del treno azzurro
In questo romanzo, dalla trama non
poco complicata, ritroviamo nuovamente il capitano Hastings ( assente
nel n.3 e nel n.5 ) di ritorno dalla sua nuova vita in Argentina, il
quale, assieme a Poirot, si troverà di fronte a un caso ben fuori
dall’ordinario: il dover indagare su un omicidio non ancora commesso.
Nella Casa Solitaria… Poirot e il suo fedele amico Hastings
si trovano in vacanza nella piccola località marina di St Loo; ad
interrompere la loro quiete vi è però l’incontro con miss Nick Buckley,
giovane donna che vive nella vecchia Casa Solitaria, lì nelle vicinanze.
Poirot viene così a conoscenza di una serie di incidenti mortali ai
quali Nick è miracolosamente riuscita a scampare. Poirot capisce subito
che questi presunti incidenti sono in realtà dei veri e propri tentativi
di omicidio nei confronti di Nick. Ma perché qualcuno dovrebbe volere
la sua morte? Per via dell’assenza di un movente
evidente, Poirot fatica non poco a scoprire finalmente la verità: un
sordido piano architettato fin nei minimi particolari, dove niente è
come appare e dove il confine tra vittima e colpevole è veramente
labile.
(_Da qui in poi, SOLO PER CHI HA LETTO IL LIBRO, fino alle conclusioni_) …Niente è come sembra Il pericolo senza nome presenta nel suo complesso evidenti punti di forza ma, allo stesso tempo, alcuni punti deboli.
Primo punto di forza
Il vero punto di forza di questo romanzo è
l’assenza del movente; fino a metà della storia non riusciamo a capire
per quale motivo qualcuno dovrebbe voler morta Nick, una ragazza senza
soldi e senza particolare interesse. Quindi perché? E’ questa la stessa
domanda che assilla Poirot, e che non trova risposta finché non
scopriamo che la ragazza era fidanzata con il capitano Seaton,
promettente aviatore in procinto di ereditare una grossa fortuna che,
con la sua stessa morte, sarebbe passata direttamente nelle mani di
Nick. E qui incappiamo nel primo punto debole;
questa scoperta di Poirot è troppo campata in aria: alla resa dei fatti
si tratta semplicemente di un’ipotesi che, guarda caso, risulta vera.
Chi mai sarebbe arrivato a scoprire questo fidanzamento segreto se non
grazie a fantasiosi voli pindarici? E sì che la risoluzione di un
mistero trova sicuramente le sue fondamenta sulle supposizioni, ma esse
devono essere avvalorate dai fatti. Poirot riesce a scoprire tale
relazione semplicemente perché Nick una sera si veste di nero (colore
che non indossa mai), perché si accalora particolarmente quando i suoi
amici danno Seaton ormai per disperso, perché Nick si assenta dalla cena
per venti minuti per una telefonata, a suo dire (invece per Poirot ha
sentito alla radio la notizia della morte di Seaton, cosa che a noi
lettori è impossibile verificare o anche solo sospettare), ed infine per
l’esagerato dolore che la ragazza prova per la morte della cugina. Allora, ok che non tutti siamo Poirot, ma mi pare comunque una deduzione fin troppo azzardata. Ma, andiamo avanti.
Secondo punto di forza
La bravura della Christie sta nella
capacità di mostrare al lettore tanti piccoli indizi che però vengono
sapientemente mascherati da altri particolari nel corso della lettura. Il fatto stesso che la vicenda sia narrata da Hastings, compagno di avventure di Poirot, porta subito il lettore a pensare come Poirot. Nessuno mette in dubbio le capacità di Poirot, perché Poirot non sbaglia mai!
Quindi, se Poirot non ha dubbi sulla veridicità degli attentati subiti
da Nick, neanche il lettore avrà il minimo dubbio al riguardo;
nonostante Frederica affermi che Nick è una bugiarda, oppure che Vyse
asserisca che Nick è morbosamente attaccata alla Casa Solitaria, invece
che credere a loro, è naturale pensare che siano loro a mentire, o
comunque a nasconderci qualcosa. Qui sta l’altro punto di forza
nell’abilità della Christie: nel riuscire a manipolare la mente del
lettore come e quando vuole, senza che chi legge possa farci niente. Il secondo punto debole
riguarda il nome Magdala: quando conosciamo la cugina di Nick, il cui
vero nome è Magdala, ci viene presentata semplicemente come Maggie. È
vero che Nick afferma che Magdala è un nome di famiglia, ma vi pare
possibile che uno arrivi a pensare che anche la cugina si chiami
Magdala? Io avrei pensato che Maggie fosse il diminutivo di Margaret,
non certo di Magdala. Anche qui, la scoperta a cui giunge Poirot è troppo lontana dalla mente del lettore comune.
Terzo punto di forza
In questo romanzo ritroviamo ( ovviamente con delle differenze ) l’escamotage già perfettamente riuscito in L’assassinio di Roger Ackroyd
(di cui vi consiglio caldamente la lettura); il buono diventa il
cattivo e viceversa, ma come arrivare a pensare una cosa del genere?
Quando Nick sta male dopo aver ingerito dei cioccolatini alla cocaina, a
nessuno verrebbe in mente di pensare che la donna si sia avvelenata da
sola, e questo semplicemente perché siamo stati fuorviati sin
dall’inizio, credendo ciecamente alla sua innocenza. La difficoltà predominante nei romanzi
della Christie è sempre quella di riuscire a capire chi dice la verità e
chi mente, e qui sta la grande differenza tra noi comuni lettori e
l’insuperabile acume di Hercule Poirot.
Conclusioni Il pericolo senza nome è
indubbiamente un buon romanzo in puro stile Christie; la trama viene a
complicarsi a causa delle sue sottotrame, e il lettore non è mai del
tutto certo delle sue deduzioni. Il finale è un vero e proprio colpo di
scena, e se in questo libro vi sono pur sempre degli errori, ciò non
toglie che nella sua totalità sia un giallo assolutamente ben costruito. Se poi vogliamo proprio essere pignoli, allora devo ammettere che L’assassinio di Roger Ackroyd è sicuramente un gradino più in alto.
Quando si nomina Tolstoj, subito si pensa a Guerra e pace, Anna Karenina,
e agli altri romanzi scritti dall’autore russo, oppure alla sua
dottrina, il tolstoianesimo (o tolstoismo che dir si voglia), ma quanti
si soffermano a pensare alla vita famigliare dello scrittore russo?
Sòf’ja Andrèevna Tolstàja è stata la moglie di Lev Nikolàevič Tolstòj
per ben quarantotto anni, dal 1862 fino al 1910 (anno della morte del
marito), e durante questi anni ha tenuto un diario che, fortunatamente, è
giunto sino a noi.
I diari di Sof’ja Tolstaja sono la preziosissima testimonianza di una
donna sensibile e intelligente che ha convissuto per lungo tempo con uno
degli scrittori più importanti e geniali del XIX secolo.
All’ombra di Tolstoj: una vita (in)felice Sòf’ja Andrèevna Bers, detta anche
Sonja, si fidanza giovanissima con l’ormai trentacinquenne Tolstoj;
ancora ingenua e sognatrice, Sof’ja accetta il matrimonio con Tolstoj
ancora prima di aver terminato di leggere la proposta di lui, scritta in
una lettera. Dopo un fidanzamento lampo, durato poco più di una
settimana, i due si sposano il 23 settembre 1862, a cui seguì una
separazione dalla famiglia molto dolorosa per Sof’ja.
Molti fatti avvenuti durante il periodo del fidanzamento, e la cerimonia
del matrimonio stesso, sono stati poi descritti da Tolstoj in Anna Karenina,
in riferimento al matrimonio di Kitty e Levin: i messaggi scritti per
iniziali da Levin e decifrati alla perfezione da Kitty, l’offerta dei
propri diari alla futura sposa, i dubbi sull’amore di lei, il ritardo di
Levin al matrimonio per la mancanza di una camicia pulita, tutte queste
scene narrate nel romanzo sono in realtà episodi concretamente vissuti
da Lev e Sof’ja.
Giunti a Jàsnaja Poljana, ha inizio
per Sof’ja una tormentosa permanenza nella tranquillità campestre della
residenza del marito; giovane donna, ancora diciottenne, abituata alla
vita ben più movimentata e allegra della sua famiglia a Mosca, Sof’ja si
ritrova improvvisamente isolata in un ambiente silenzioso e solitario. A
turbarla ulteriormente è la lettura dei diari di Tolstoj, in cui viene a
conoscenza delle precedenti relazioni amorose (e sessuali) del marito.
Avete presente la frase di Oscar Wilde: “ Gli uomini vorrebbero
essere sempre il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca
vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace
essere l’ultimo amore di un uomo. ” ? Ebbene, tutto ciò non si può
certo dire per Sof’ja che, dilaniata dalla gelosia, si tormenterà per
molti anni a causa delle precedenti esperienze amatorie di Tolstoj.
Come un uccellino in gabbia, i primi anni matrimoniali di Sof’ja sono
caratterizzati dalla noia e dalla solitudine, dal desiderio di attività e
movimento, e soprattutto dal grande amore per Tolstoj; la vita della
giovane sposa ruota interamente attorno al marito, Sof’ja vive letteralmente
per lui. È quindi comprensibile che, se privata di una vita sociale e
dominata unicamente dal desiderio di amore per Tolstoj, Sof’ja ceda
spesso alla drammaticità di fronte alla sua stessa gelosia e al marito
che è molto preso dal suo lavoro. E nonostante capisca quanto sia
autodistruttivo questo amore per Tolstoj, Sof’ja non potrà mai fare a
meno di lui.
Dopo un anno arriva il primo dei
tredici figli, Sergèj, seguito dalla sorellina Tat’jana. I figli danno
un nuovo scopo alla vita di Sof’ja che dovrà occuparsi della loro
educazione, oltre alla gestione della casa. Contemporaneamente al ruolo
di madre, Sof’ja svolge anche le vesti di copista, riscrivendo le bozze
dei romanzi e degli articoli di Tolstoj.
La stesura di Guerra e pace è probabilmente il periodo più
felice della vita matrimoniale di Sof’ja: appassionata al romanzo,
Sof’ja prova un senso d’orgoglio nel poter copiare i manoscritti del
marito e nell’essere presa in considerazione per quanto riguarda i suoi
consigli.
Dal 1870 iniziano le crisi esistenziali di Tolstoj, come emergono palesemente in Anna Karenina,
scritto in quegli anni. Questa crisi si acuisce sempre di più e, con il
progressivo distacco dalla chiesa ortodossa, il desiderio di tornare a
una vita più semplice, contadina, rinnegando il lusso e il benessere dei
soldi che non manca di donare a chi ha più bisogno di lui, si innesca
tra i due coniugi un insanabile disaccordo, una triste incomprensione
che li accompagnerà sempre di lì in poi.
A fomentare questo distacco tra i due c’è poi Vladimir Čertkòv, il fondatore del tolstoismo.
Al già esistente disaccordo famigliare si va ad aggiungere La sonata a Kreutzer
del 1889; in questo romanzo breve Tolstoj condanna severamente l’amore
carnale e il matrimonio; immaginate, quindi, quanto potesse far piacere a
Sof’ja trascrivere un romanzo che praticamente rinnegava tutta la sua
esistenza. E nonostante questo, è grazie a Sof’ja se La sonata a Kreutzer venne pubblicata, intercedendo per il marito direttamente allo zar.
A segnare una nuova crepa nel cuore di
Sof’ja è la morte del piccolo Vanička, ultimo figlio dei Tolstoj, il
bambino su cui Sof’ja aveva riversato tutto il suo amore. Questo evento
drammatico segnerà per sempre la vita della donna, i cui nervi
cominciano sempre di più a cedere, e il pensiero del suicidio sarà
sempre più frequente.
L’unico conforto di Sof’ja è il compositore Sergej Ivanovič Taneev, che
con la sua musica e la sua amicizia, fa nascere nella donna un forte
amore per la musica (e un amore platonico per lui), mentre in Tolstoj
regna la gelosia.
Con l’avvento del nuovo secolo, Sof’ja
si sente ulteriormente ferita quando viene a scoprire che il marito ha
vergato un nuovo testamento in cui lascia i diritti d’autore di tutte le
sue opere al pubblico dominio, privando così la famiglia di una
qualsiasi eredità, ed affidandone la cura a Čertkòv, al quale già erano
stati affidati i diari di Tolstoj.
Sof’ja è preda sempre più spesso di attacchi isterici e tenta continuamente falsi suicidi.
Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre
1910 Tolstoj decide definitivamente di andarsene da casa. Il motivo
dell’estrema decisione sarebbe stata Sof’ja che, mentre il marito era
coricato, sarebbe andata a frugare tra le sue carte. Sof’ja ovviamente
nega nel suo diario:
Pretesto della sua fuga è
stato il fatto che io di notte ho rovistato nelle sue carte. Ma io,
nonostante sia entrata per un minuto nel suo studio, non ho toccato
neanche una carta e sul tavolo non c’era nessuna carta.
Molto differente è la versione di Tolstoj.
Alla scoperta della fuga del marito,
Sof’ja si getta nello stagno, dal quale viene tirata fuori dalla figlia
Saša e dal segretario di Tolstoj, Bulgakov.
Sfortunatamente, durante la fuga Tolstoj si ammala e deve terminare il
suo viaggio alla stazione di Astapovo. Non appena Sof’ja scopre dove si
trova il marito lo raggiunge con un treno speciale, ma non le sarà
permesso di avvicinarsi a lui se non quando sarà ormai spirato.
Chi è Sof’ja Tolstaja? È difficile decifrare la personalità
di una persona vissuta secoli prima, ma è altresì interessante cercare
di ricostruire tutti gli eventi e le emozioni che hanno caratterizzato
un’esistenza.
Chi era Sof’ja Tolstaja?
C’è chi l’ha definita una moderna Santippe, chi l’accusa, chi la crede
pazza; altri sono stati più benevoli, come Simone de Beauvoir o Doris
Lessing (di cui figura una prefazione proprio in questi diari della
Tolstaja) che la difendono in virtù della sua condizione di donna in
un’epoca maschilista.
Io, attraverso la lettura dei suoi diari, non ritengo che Sof’ja fosse
pazza, ma che fosse affetta da nevrosi, se non isteria, da una gelosia
patologica, ossessiva, che la rendeva insicura e paranoica. È indubbio
però che la posizione del marito, un eminente scrittore e pensatore, non
abbia facilitato le cose per Sof’ja; l’attenzione per il proprio lavoro
e successivamente le idee di rinuncia alla vita benestante con il
ritorno ad una vita contadina, hanno gravato sicuramente sulle spalle di
Sof’ja. Pensate a tutto il lavoro di trascrizione che ha compiuto,
riscrivendo decine di volte la stessa copia, e poi vedere il marito che
dona tutte le sue opere al popolo, privando così la sua stessa famiglia
di tale eredità. C’è chi l’ha definita avara per questo, ma io ritengo
legittimo voler conservare per sé e per la famiglia i frutti del proprio
lavoro. E non mi risulta che fosse egoista: Sof’ja curava come poteva i
poveri che non potevano permettersi le spese mediche. Certo, lei non
era esaltata come il marito: il fanatico ascetismo di Tolstoj (che tra
l’altro predicava la castità quando lui invece continuava ad avere
rapporti con la moglie) era ovviamente inattuabile con una famiglia già
fatta ed educata ad altri standard.
Chi l’accusa, poi, sono prevalentemente i seguaci di Tolstoj, i tenebrosi, come li chiamava Sof’ja, che ovviamente non possono che attaccare colei che si opponeva alle estremizzazioni del loro maestro.
No, quello che ho percepito io è che Sof’ja è stata una donna sensibile e
che ha sofferto, non importa di chi sia effettivamente la colpa, una
donna che ha riempito tutta la sua vita dell’amore per Tolstoj.
Conclusioni Questo è stato il mio primo vero
approccio con la lettura di un diario. Devo ammettere che, finché non
sono arrivata alla metà, ho riscontrato qualche difficoltà con la
lettura in quanto un diario non è certo un romanzo (monsieur de la
Palisse), e ovviamente non è propriamente scorrevole, non essendo
finalizzato allo scopo di intrattenere o interessare il lettore, ma man
mano che andavo avanti ho cominciato ad incuriosirmi sempre di più e ad
immedesimarmi con questa donna che è stata al fianco di uno dei più
grandi scrittori russi per ben mezzo secolo. Non solo, ha risvegliato in
me una morbosa curiosità nei confronti di Tolstoj ( a tal proposito, se
conoscete qualche biografia critica su Tolstoj vi sarei grata se me ne
rendeste nota). È per questo che i diari di Sof’ja sono tanto
importanti; attraverso i suoi scritti possiamo vedere l’altra faccia
della medaglia, “riumanizzare” Tolstoj, non vendendolo più solo come un
grande genio, ma anche come un uomo e, come tale, con tutti i suoi vizi e
difetti.
Nel primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle che vede come protagonista il signor Sherlock Holmes, Uno studio in rosso,
pubblicato nel 1887, assistiamo alla conoscenza tra il famoso detective
e colui che diventerà il suo fedele assistente, il dottor Watson. In cerca di un appartamento a buon
prezzo, Watson verrà messo in contatto con Holmes che, a sua volta,
cerca qualcuno con cui coabitare per dividere l’affitto del celeberrimo
appartamento di Baker Street. Ha così inizio quella felice convivenza
che renderà celebre il duo.
Uno studio in rosso è appunto
l’inizio dell’avventura “sherlockiana”, il cui campo d’indagine si
svolge tra due continenti, quello europeo e quello americano; il
ritrovamento inspiegabile del corpo senza vita in una casa abbandonata a
Londra cova, infatti, le sue origini nel paese oltreoceano, ma non dico
altro e tanto vi basti.
Chi vive al 221b di Baker Street? Sherlock Holmes è lo
stereotipo dell’investigatore per eccellenza: con la sua lente
d’ingrandimento, le sue intuizioni fuori dal comune e la sua maniacale
analisi delle impronte, questo personaggio appare al contempo brillante e
farsesco. Magro e slanciato, ha un fisico che sa di alacrità, e difatti
è un detective dell’azione, anche se talvolta viene colto da uno stato
apatico, come afferma Watson:
“La sua energia sembrava
inesauribile, quando lo coglieva un accesso di attività; ma, di tanto in
tanto, si verificava in lui come una reazione. Allora, per giorni e
giorni, se ne stava sul divano del salotto, pronunciando a malapena
qualche monosillabo e senza contrarre un solo muscolo del viso, dal
mattino alla sera.”
Quest’oscillazione tra due stati
emotivi così diversi, mi fa pensare che Sherlock Holmes sia affetto da
disturbo bipolare non meglio identificato.
Esperto conoscitore delle scienze e della cronaca nera, Sherlock Holmes è il gentiluomo
tardo Ottocentesco, un Lord Byron razionalizzato, che mette le sue
abilità intellettive al servizio della giustizia, e che, durante le
pause dai crimini e dai misteri, non disdegna impugnare l’archetto e
suonare il suo violino.
Il dottor Watson è la
voce narrante del romanzo; probabile alterego dell’autore stesso,
Watson è un medico che, di ritorno dalla guerra in Afghanistan, si
ritrova a vivere senza uno scopo ben preciso in una caotica Londra.
L’incontro con Holmes cambierà la vita del dottore.
A differenza di un altro co-protagonista per eccellenza nella storia
della crime novel (il capitano Hastings di Poirot), Watson non è
esattamente il braccio destro un po’ stupido di Holmes; anziché stupido,
il dottor Watson è più che altro una spalla, un cagnolino che non
smette di scodinzolare dinanzi alle capacità di Sherlock Holmes. Troppo
cattiva? Eppure è questa l’impressione scaturita dalla lettura:
l’ammirazione di Watson per Holmes va oltre il semplice stupore
iniziale, Watson è propriamente estasiato dall’acume del suo compagno
d’avventura.
Uno studio in rosso: un prototipo maldestro della deduzione Il merito di Arthur Conan Doyle
dovrebbe consistere nell’essere uno dei capostipiti del giallo
deduttivo, ovvero il giallo classico, in cui un investigatore
(solitamente privato) riesce a scoprire l’identità dell’assassino
basandosi su indizi fuorvianti e di non semplice risoluzione, attorniato
da una cerchia ben ristretta e definita di sospettati.
In questo primo romanzo, però, mancano le basi per definire Uno studio in rosso
un buon giallo; innanzitutto la verosimiglianza: durante la
perlustrazione del luogo del delitto, Holmes riesce a identificare il
tipo di sigaro fumato, semplicemente osservandone la cenere rimasta…
Accidenti!
Meglio di un’analisi di laboratorio!
Poi, l’assassino, di cui non si sa niente fino alla fine, mostra prova
di poca intelligenza o, ancora meglio, di una propizia presunzione,
presentandosi a casa di Sherlock Holmes, quando doveva per forza sapere
che lì risiedeva chi investigava su di lui ( e non scendo nei
particolari per non rovinare la lettura a nessuno). In pratica, se non
era per l’infingarda sicurezza del tizio in questione, Holmes avrebbe
dovuto faticare non poco per riuscire a rintracciarlo.
Qui, insomma, non si rispettano le
norme che costituiscono il cosiddetto decalogo di Knox; tale decalogo si
basa sulle dieci regole che un buon romanzo giallo dovrebbe osservare.
Riporto la lista così come elencata su Wikipedia:
Il colpevole dev’essere un
personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; il lettore
non deve poter seguire nel corso della storia i pensieri del colpevole.
Tutti gli interventi soprannaturali o paranormali sono esclusi dalla storia.
Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto.
Non possono essere impiegati veleni
sconosciuti; inoltre non può essere impiegato uno strumento per il quale
occorra una lunga spiegazione scientifica alla fine della storia.
Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.
Nessun evento casuale dev’essere di
aiuto all’investigatore e neppure lui può avere un’inspiegabile
intuizione che alla fine si dimostra esatta.
L’investigatore non può essere il colpevole.
L’investigatore non può scoprire alcun indizio che non sia istantaneamente presentato anche al lettore.
L’amico stupido dell’investigatore,
il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa
per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto
di quella del lettore medio.
Non ci devono essere né fratelli
gemelli né sosia, a meno che non siano stati presentati correttamente
fin dall’inizio della storia.
Sebbene queste regole possano essere
reinterpretare, anche per permettere di ampliare la fantasia e il campo
d’azione dello scrittore, penso tuttavia che alcune di queste
indicazioni siano obbligatorie: la prima parte della regola n.1 per
esempio, la n.2, la n. 6 e la n.8. Queste mi sembrano, per ovvie
ragioni, imprescindibili per la buona riuscita di un giallo come si
deve; ma in questo romanzo le regole n.1 e n.8 vanno a farsi benedire:
le conclusioni a cui arriva Holmes sono del tutto inaccessibili ed
estranee al lettore, in quanto non viene edotto su tutti i dati… Per
forza, poi, riesce a risolvere l’indagine solo Sherlock!
Poi, che c’entra, essendo il decalogo risalente al 1929, possiamo anche perdonare a sir Doyle le sue mancanze.
Conclusioni Sebbene i sopracitati strafalcioni, Uno studio in rosso è
una lettura piacevole e senza troppe pretese. A mio modesto parere non è
certamente un capolavoro, ma ogni tanto è benefico distendersi con una
lettura non troppo impegnativa, senza per questo risultare stupida o di
scarso valore letterario; qui il valore c’è eccome, ma, senza sminuire
l’importanza di Sherlock Holmes, per me il migliore resta senza dubbio
monsieur Poirot.
Quindi non te la prendere e à bientôt Sherlock Holmes.
La famiglia Karnowski è un
gioiello della letteratura riscoperto solamente da poco dall’editoria
italiana; pubblicato per la prima volta nel 1943 e scritto da Israel
Joshua Singer, fratello del ben più famoso premio Nobel Isaac Bashevis
Singer, questo romanzo epocale merita di essere annoverato tra i
capolavori del primo Novecento. Attraverso gli eventi della prima metà
del XX secolo, seguiamo lo svolgersi della vita dei Karnowski,
attraverso tre generazioni: David, Georg e Jegor, contornati a loro
volta da tanti altri personaggi indimenticabili, come l’allegro Solomon
Burak, il saggio Efraim Walder ed il meraviglioso Fritz Landau.
David David Karnowski è il degno erede del
nome che porta; famiglia mediamente benestante e dalla spiccata
intelligenza, i Karnowski vantano nella loro genia una caratteristica
dominante: la testardaggine. Così, quando David litiga con i membri
della sinagoga di Melnitz, decide di lasciare il piccolo paesino della
Polonia _rappresentante dell’oscurantismo ebraico, secondo David_ e
partire alla volta di Berlino, la città dei lumi.
A niente valgono le suppliche dei suoceri e della moglie Lea, David
Karnowski ha deciso: sarà la Germania berlinese la sua nuova patria.
Arrivato a Berlino, David non tarda a stringere amicizia con i più
rispettati membri della città; compiaciuto del suo tedesco
irreprensibile e della sua ampollosa cultura, David Karnowski guarda
dall’alto in basso i suoi concittadini, ritenendoli troppo rozzi e
ignoranti. Il detto di David Karnowski è: “sii un ebreo a casa tua e un
uomo quando ne esci”; trova quindi deprecabile l’ostentazione della
cultura ebraica dei suoi compatrioti.
Passano gli anni e David e Lea
concepiscono finalmente un figlio, Georg. Bambino vivace e curioso,
Georg sarà fonte di amarezza per il severo padre; adolescente ribelle e
poco propenso allo studio (cosa inaudita per un erudito amante del
sapere come David), Georg e il padre si allontanano sempre di più, fino
al punto di estrema rottura, il matrimonio di Georg con Teresa, una
gentile (non ebrea).
Georg Georg Karnowski non è interessato alla
Torah e alla cultura ebraica; pur non rinnegando le sue origini, Georg
non si preoccupa della sua identità religiosa e vive serenamente la sua
vita come un qualsiasi altro tedesco.
Dopo un’adolescenza passata tra donne e bagordi, Georg decide di
studiare medicina. Nonostante all’inizio sia disgustato e insicuro a
contatto con il bisturi, l’esperienza sul campo della Grande Guerra gli
fornirà le giuste competenze per essere ammesso nella più prestigiosa
clinica di Berlino. Qui, oltre a costruire la sua fama, conosce la
timida infermiera Teresa, donna che sposa e con la quale fa un figlio,
Jegor.
Le cose vanno bene fino a quando l’avvento dei nazisti non stravolge
l’esistenza della famiglia di Georg e quella di altre milioni di
famiglie ebree. A Georg Karnowski non resta altro che espatriare.
Jegor Georg Joachim Karnowski, anche detto
Jegor, è un bambino particolare: gracile e introverso, preferisce
passare il suo tempo assieme allo zio Hugo, fratello di Teresa,
piuttosto che a giocare con gli altri bambini. Ex soldato, adesso
disoccupato, Hugo Holbek e i suoi racconti sanguinosi sulla Prima guerra
mondiale saranno la causa dei tremendi incubi notturni del piccolo
Jegor.
La dualità delle sue origini culturali
(padre ebreo, madre cristiana) fa sì che il piccolo cresca in un
contesto disomogeneo, bidimensionale; da una parte c’è nonna Karnowski
che fa ripetere al bambino frasi in yiddish, dall’altra nonna Holbek che
porta Jegor in chiesa, entrambe di nascosto dai genitori. Jegor cresce
così senza una vera identità culturale, cosa che si rivela assai
pericolosa quando i nazisti prendono il potere; a scuola, Jegor viene
improvvisamente messo da parte, evitato, trattato in modo diverso,
diventa un paria. Ormai adolescente, non capisce perché dopo una vita
passata tranquillamente insieme agli altri coetanei adesso venga così
bistrattato, fino al giorno in cui viene definitivamente umiliato.
Traumatizzato da questo evento, Jegor entra definitivamente in crisi: ai
normali disagi dell’adolescenza si uniscono i maltrattamenti subiti
dagli ariani. Una grave scissione intacca la vita di Jegor; metà
tedesco, metà ebreo, l’identità del ragazzo subisce una frattura: se
tutti i ragazzi, i professori, il preside, lo deridono in quanto ebreo,
significherà che hanno ragione sul suo conto e su quello della sua
razza. Gli ebrei sono inferiori, degli essere grotteschi e tremendamente
brutti coi loro nasoni e i capelli neri, niente a che vedere con la
purezza dei volti ariani e i loro capelli d’oro. Jegor comincia a
vedersi con gli occhi degli ariani: brutto, ridicolo, un essere
deprecabile. Jegor si odia, ma ancora di più odia il padre, sul quale
riversa tutta la sua rabbia, causa delle sue radici ebree. Chiuso nel
suo mutismo e relegatosi in camera, Jegor comincia a manifestare
un’ossessione morbosa: disegnare in maniera compulsiva grottesche
caricature ebree, come figurano sui giornali ariani che non smette di
leggere.
Georg, preoccupato per lo stato psichico del figlio, capisce che è arrivato il momento di andarsene.
La nuova vita in America non migliora
le cose. Sebbene David Karnowski, che riappacificatosi col figlio e
partito con lui, ritrova finalmente la pace e la gioia di essere un
ebreo sia in casa che in strada, la stessa cosa non si può dire per il
nipote.
Ormai contaminato dal germe nazista, Jegor non sopporta di vedere la sua
gente finalmente felice nel nuovo paese; New York è chiassosa, sporca,
un miscuglio di razze e culture, niente a che vedere con la sua
elegante, rispettosa e dignitosa Berlino. Jegor è insicuro in mezzo ai
suoi coetanei: paranoico, sospettoso che tutti ridano di lui, invidioso
della loro spensieratezza, Jegor si cala in un guscio di alterigia,
maleducazione e masochismo che pian piano allontana tutti, anche chi
voleva tendergli una mano.
Incapace di adattarsi alla nuova città libera dai pregiudizi, Jegor
scappa di casa. Sotto il nome di Georg Joachim Holbek compirà un lungo e
tribolato percorso verso la sua finale guarigione.
Gli yeke Una cosa che non sapevo e che mai mi
sarei aspettata potesse esistere è lo snobbismo ebraico; non immaginavo
che anche tra gli ebrei esistesse una sorta di gerarchia sociale, e
questo non perché consideri gli ebrei diversi dagli altri esseri umani,
ma semplicemente perché essendo sempre stati perseguitati nel corso
della Storia, pensavo che tutto ciò li avesse resi più uniti nella loro
fede e nella loro comunità. Evidentemente non è così.
Da una parte ci sono gli yeke, gli ebrei tedeschi, che si considerano superiori agli altri, gli ebrei dell’est.
Gli yeke sono veri e propri snob, altezzosi e indisponenti
verso i loro correligionari stranieri; sebbene siano ferventi credenti
ed esperti conoscitori della Torah, gli yeke non amano mostrare al mondo la propria fede ebraica (per lo più per borghesismo).
Gli altri ebrei, quelli provenienti dall’est, sono invece aperti,
festosi, non si vergognano di manifestare il proprio credo; persone più
umili e semplici, sono però in realtà anche loro degli snob (verso gli
ebrei russi, per esempio).
Così, un “sorriso” ironico ha veleggiato sul mio viso quando i primi
cortei antisemiti hanno cominciato a sfilare per le strade di Berlino e
tutti hanno sottovalutato la cosa, credendo di essere salvi: gli yeke
non corrono alcun rischio perché sono tedeschi da generazioni, David
Karnowski non ha niente da temere perché, sebbene polacco, con il suo
tedesco impeccabile e il suo posto tra la cerchia degli yeke,
può considerarsi a ben ragione uno di loro; gli ebrei polacchi non si
preoccupano, d’altronde se c’è qualcuno che corre qualche pericolo sono
gli ebrei russi, ma anche tra loro, quelli con il permesso di soggiorno
sono ben più al sicuro di quelli che ne sono sprovvisti, e così via.
Ho usato la parola poco felice, ‘sorriso’, non certo perché approvi gli
inquietanti canti nazisti che attraversavano la città, ma per la stupida
boria con la quale gli ebrei hanno preso sottogamba la situazione; ma
poi, se anche agli yeke, e a chi come loro credeva di essere in
salvo, non fosse successo niente, mi chiedo con quale coraggio
sarebbero rimasti impassibili di fronte alle persecuzioni degli “altri”
ebrei. Pensavo che finalmente, vista la situazione tragica, gli ebrei
delle varie sottocredenze e nazioni si sarebbero finalmente riuniti, e
invece no.
Lo stesso David dovrà ricredersi sulle sue amicizie yeke; al momento del bisogno tutti lo trattano per quello che è: un ebreo polacco.
Ha un che di amaro constatare che se si riavvicinano è solo al momento
dell’evidenza e dell’estremo bisogno l’uno dell’altro. Ma d’altronde,
ebreo o non ebreo, l’essere umano è sempre l’essere umano, con le sue
stupide discriminazioni e cattiverie.
Un male morale Quando si pensa al nazismo, di solito
pensiamo alle ripercussioni fisiche che questo ha prodotto sullo
sterminio degli ebrei, o al lavaggio del cervello a cui a sottoposto i
tedeschi; ciò che non si prende nemmeno in considerazione è l’effetto
psicologico che questo ha avuto sugli ebrei stessi. Intendo dire che non
avevo mai pensato alla possibilità che quello stesso lavaggio del
cervello a cui hanno sottoposto gli ariani potesse intaccare anche la
mente degli ebrei.
L’esperienza di Jegor, così tremenda ed umiliante, e la sua identità
subitaneamente crollata sono state, per me, qualcosa di illuminante e
straziante al tempo stesso. Illuminante perché mi ha permesso di
arricchire tematiche inerenti il nazismo e i suoi effetti, sulle quali
non mi ero mai soffermata a pensare; straziante perché è davvero
straziante assistere a una giovane vita distrutta e tormentata, per
cosa poi? Per niente. Per degli stupidi ideali razzisti e senza senso. A
un certo punto della lettura ho anche dovuto smettere di leggere tanto
mi faceva male.
Si è sempre detto, ma non so quanto la gente se ne renda conto sul
serio: il nazismo non è stato solo un male fisico, ma anche e
soprattutto un male morale.
Conclusioni Ve lo ripeto: questo libro è un
gioiello. Un’epopea famigliare ricca, intensa e piena di verità; un
romanzo di arricchimento personale e culturale che ti invita, per forza
di cause maggiori, alla riflessione su quegli aspetti umani che bene o
male fanno parte di noi. Scritto nei primi anni ’40, questo romanzo è di
un’attualità disarmante; è un libro universale nella sua unicità.
Sono quasi 500 pagine ma vi assicuro che si leggono benissimo e senza
fatica; la prosa e lo stile narrativo fluido ed elegante fanno sì che la
storia non risulti mai noiosa o prolissa. Un equilibrio di stile
magistrale. Ve lo consiglio, non caldamente, di più! Datemi retta, è uno
di quei pochi libri intelligenti di cui non vi pentirete assolutamente.
Il trionfo spropositato di certi libri io non riesco a capirlo. Per esempio, I pilastri della Terra di Ken Follett, annoverato tra i successi editoriali degli ultimi anni, è stato per me di uno sbigottimento fuori dal comune.
Leggendo i vari commenti in rete, vedendo le critiche positive e il
successo ricevuto, ho pensato bene di cimentarmi anch’io nella lettura
delle 1030 pagine che compongono questo libro. Risultato? Delusione
totale, oltre a un risentito sconcerto.
Beautiful ai tempi dell’Anarchia L’epoca storica in cui si svolge la
trama è il XII secolo, gli anni della guerra civile (o Anarchia) inglese
che vede contrapposti i cugini Stefano di Blois (o d’Inghilterra) e
Matilde (o Maud), e l’assassinio di Thomas Becket, arcivescovo di
Canterbury.
Su questo sfondo colorito di sangue assistiamo al dipanarsi della vita
di Tom il costruttore e famiglia, la “strega/selvaggia” Ellen e suo
figlio Jack Jackson, l’ex nobildonna Aliena di Shiring e il frate/priore
Philip da una parte, quella dei cosiddetti buoni; il “figlio di Satana”
William Hamleigh e il vescovo “cornacchia” Waleran Bigod dall’altra, i
cattivi irrecuperabili.
Tom ha un unico chiodo fisso nella testa, ovvero costruire una sua
cattedrale, chiodo che si conficcherà a sua volta nella testa del futuro
figliastro Jack, il quale si innamora della bella, quanto spocchiosa,
Aliena, che però mostra un’iniziale resistenza al suo amore in quanto
violentata in gioventù dal suo ex promesso sposo, lo stupratore
incallito William, il quale a sua volta ha un terrore micidiale
dell’inferno e del priore Philip, che non manca di ricordargli le
conseguenze delle sue azioni nell’aldilà, le quali vengono poi
“perdonate” tramite confessione dal meschino Waleran, ambizioso vescovo
di Kingsbridge.
In questa trama alla Beautiful ( e io ve ne ho fatto un succo
dimagrante, non crediate sia tutto qui!), che tra l’altro l’autore
avrebbe potuto ridurre di almeno 500 pagine tanto sono inutili, ogni
tanto si trovano certe scemenze e assurdità che ti farebbero venir
voglia di prendere il libro e scaraventarlo dalla finestra, col rischio
di ammazzare qualche povero passante innocente.
Uno degli esempi che più mi ha lasciata basita, sconcertata e interdetta
è quello di quando Tom e i suoi figli sono mezzi morti dalla fame,
svenuti nella foresta: arriva Ellen che li vede emaciati e stramazzati
al suolo, e lei che fa? Si preoccupa che stiano bene? Accorre per
aiutarli? Semplicemente li ignora? No! Si piomba su Tom e ci fa sesso!
Cioè, così, di punto in bianco e per di più con uno che non ha manco la
forza di reggersi in piedi!…Ora, io mi domando e dico, MA PERCHÉ?! Dove
sta il senso, oltre alla verosimiglianza, di una cosa del genere?! No,
questa veramente va oltre l’umano comprendonio delle mie facoltà
intellettive, mentre le altre illogicità le ho direttamente rimosse dal
mio cervello.
I cattivi e gli stolti Se sul piano della Storia si assiste
alla disputa tra i due cugini reali, su quello della storia del libro si
partecipa comunque ad una sorta di guerra, di scontro, di lotta
continua tra il bene e il male; tutta la banda dei buoni viene
continuamente attaccata da William e la sua cricca di criminali
incalliti. Perché? Semplicemente perché William Hamleigh è
l’incarnazione del male e della stupidità sulla Terra; cattivo fino
all’inverosimile, è prepotente, uno psicopatico, un sadico sessuale che
passa metà della sua giornata a stuprare donne e l’altra metà a uccidere
poveracci. Alcune scene sono di una volgarità esasperante e totalmente
inverosimili, giusto per “scioccare” il lettore.
Inviperito a morte dal rifiuto di Aliena di sposarlo, cerca di
torturarla in ogni modo possibile; abusare fisicamente di lei non è
stato abbastanza, deve distruggerla su tutti i piani, morale ed
economico. Deve soffrire peggio di un cane perché ha osato rifiutarlo.
No, rendiamoci conto della pazzia di quest’uomo!
Così, praticamente, l’intero romanzo è un continuo susseguirsi di
vittorie e sconfitte, prima dei buoni, ora dei cattivi, e viceversa.
Se per quanto riguarda il lato malvagio troviamo il suo massimo
esponente in William Hamleigh e nel vescovo Waleran Bigod (perché è un
bel figlio di buona donna pure lui), sul lato del bene troviamo i
principali abitanti del villaggio di Kingsbridge: Tom, Philip, Jack,
Aliena e bla bla.
Ma se William, ripeto, incarna alla perfezione il diretto discendente
del diavolo, non si può certo dire che i buoni siano poi così buoni. E
meno male, perché sennò si cadrebbe davvero sul ridicolo; buoni e
cattivi come nelle fiabe, anche se comunque la caratterizzazione dei
personaggi si rivela ugualmente improntata sullo stile fiabesco: eroi e
antagonisti, fine. Niente di più banale e superficiale.
Ma il vero problema, in realtà, è che sono tutti odiosi, chi per un
motivo e chi per un altro: Tom e Jack che sono ossessionati da ‘sta
cavolo di cattedrale da costruire, Aliena che non fa altro che tirarsela
manco ce l’avesse d’oro, ed Ellen che fa sempre la ribelle nonostante
l’età. Il priore Philip, sebbene sia il più giustificabile per la sua
smania di rendere il villaggio di Kingsbridge ricco e prospero, è
comunque pesante e noioso.
Il genere e lo stile Innanzi tutto, partiamo dalla classificazione del genere in cui viene inserito I pilastri della Terra: storico-mistery.
Romanzo storico? Mistery? Ma per favore!
Intanto, ciò che rende un romanzo storico non dovrebbe
essere la presenza di qualche data e di qualche personaggio realmente
esistito qua e là _ o non solo quello almeno _, ma bensì la capacità di
immergere il lettore nella Storia e di far rivivere certe atmosfere e
quotidianità ormai perdute (personalmente ritengo che in questo, tra i
libri letti fin’ora, l’unica in grado di suscitare tutto ciò sia
Philippa Gregory).
Io qui non ho percepito niente di tutto questo.
Poi, per quanto riguarda il mistery, qui dovrebbe essere tale solo
perché nel proemio si parla di un’impiccagione e per il resto delle
mille pagine si riaccenna al morto sconosciuto, sì e no, 3 volte?! Un
mistero è qualcosa di celato, sì, ma anche di svelato, a poco a poco, in
un crescendo lineare e più o meno continuo; qui ci si dimentica
addirittura di tale “mistero” (che, per la cronaca, si riesce a
risolvere da soli già a metà libro, se non prima, senza bisogno di
arrivare alla spiegazione delle ultime pagine)!
Per ciò che concerne le capacità
narrative, apparte le descrizioni inerenti l’architettura, che sono
dettagliate e pignole fino all’esasperazione (e quindi alquanto
superflue e odiose per un comune lettore ignorante in materia come me),
il resto delle ambientazioni, delle azioni dei personaggi, eccetera,
risultano piuttosto sempliciotte ma confusionarie, rendendo difficile al
lettore (o per lo meno a me) capire esattamente cosa, come e dove stia
succedendo una determinata cosa; mentre lo stile narrativo ( e qui la
colpa può essere semplicemente del traduttore) è prosaico e, oserei
dire, quasi puerile, sebbene ciò renda molto scorrevole (perché
semplice) la lettura.
Insomma, Ken Follett ne avessi azzeccata UNA!
Conclusioni Romanzo d’avventura e d’amore
(sorrido), storico (rido), mistery ( piango, non si sa bene se dalle
risa o dalla disperazione), questo libro ha messo a dura prova il mio
amore incondizionato per i libri, belli o brutti che siano, tentandomi,
pagina dopo pagina, di gettarlo nella pattumiera, inzupparlo ben bene di
benzina e dargli impietosamente fuoco.
E poi su internet leggi parole quali: “capolavoro”, “stupendo”…vabbè.
Resta il fatto che ho sprecato un mese a leggere spazzatura.
Nel 1965, un più giovane Milan Kundera finì di scrivere il suo primo romanzo, Lo scherzo. Un titolo semplice quanto immediato, adatto a racchiudere in sé tutta la sintesi di questo libro.
Romanzo dal sapore agrodolce, che si sviluppa dalle trame di uno scherzo
riuscito decisamente male, è un esordio di impensabile bravura, spirito
ed ironia.
Una semplice bravata che cambia la vita di un uomo per sempre e un
contorno di personaggi che vi ruotano attorno. Questo è Kundera.
Lo scherzo che tanto ridere non fa Nella Cecoslovacchia del secondo
dopoguerra, in un clima di rigido “ottimismo” e di “ovino” conformismo,
lo studente universitario, Ludvìk Jahn, invia per scherzo, a una ragazza
da cui è attratto, una cartolina denigrante i valori dell’epoca.
Sfortunatamente per lui, la cartolina finisce nelle mani del comitato
universitario del partito comunista. Così, il disgraziato burlone si
ritrova col venire espulso dal partito comunista e dall’università;
nessuno prende parola per difenderlo durante l’assemblea del partito che
deve decidere del suo avvenire. Nessuno, neanche i suoi amici.
Il futuro di Ludvìk viene così distrutto da una banale facezia.
Costretto a prestare servizio militare, Ludvìk passa intere giornate a
scavare nelle miniere, cercando di evitare qualsiasi contatto con i suoi
camerati. Ludvìk è diverso da loro, è lì per sbaglio, per uno
stupido scherzo, e prima lo capiranno meglio sarà. Ma la dura vita ai
lavori forzati si prolunga per due anni e l’esistenza diventa vuota e
misera finché, durante una libera uscita, Ludvìk incontra Lucie, unico
barlume di luce che filtra dalle oscure miniere della sua vita.
Forse è perché entrambi sono anime infelici e solitarie, forse è perché
Ludvìk non ha altri contatti femminili se non con Lucie, o forse è
perché Lucie va sempre a trovarlo, restando lì pazientemente, fuori
dalla recinzione della caserma, fatto sta che pian piano Ludvìk si
innamora di Lucie, e lei sembra ricambiarlo. Purtroppo per lui, durante
un incontro più intimo del solito, Lucie lo rifiuta perentoriamente a
causa di un passato di abusi (ma Ludvìk questo non lo sa).
Ludvìk si sente nuovamente tradito, ferito e con il cuore a pezzi. Un
cane bastonato e abbandonato da tutti. La rabbia e il risentimento non
possono fare a meno di crescere dentro di lui.
Siamo negli anni ’60 e il clima
opprimente dell’URSS si è affievolito; gli anni del partito,
dell’università, dell’espulsione e del servizio militare in miniera sono
ormai lontani, ma non per Ludvìk.
Un’ironia del caso fa sì che Ludvìk conosca la moglie di Pavel Zemánek,
il presidente del partito della facoltà che all’epoca imbastì l’accusa
contro Ludvìk, l’uomo che Ludvìk odia con tutto se stesso.
Helena Zemánek entra in contatto con Ludvìk per via di un articolo che
deve scrivere sull’istituto presso il quale lavora l’uomo. Ludvìk prova
subito odio e disgusto per quella donna_ la cui sola colpa è quella di
aver sposato Pavel_ e, per una fugace idea del momento, Ludvìk trova lo
spunto per vendicarsi: sedurre Helena e possederla, renderla sua,
sottrarre a Pavel la moglie, così come Pavel ha tolto la serenità e il
futuro a Ludvìk.
Il piano funziona e, disgraziatamente per lei, Helena si innamora di Ludvìk.
Dopo l’immane sforzo di una disgustosa (per Ludvìk) performance sessuale
con Helena, l’uomo si sente finalmente realizzato, esaltato, invaso
com’è dall’ebbrezza della rivincita sul suo vecchio nemico, ma,
sfortunatamente per Ludvìk, la sua prova sessuale ha ben poco valore
perché, come viene a scoprire subito dopo, Pavel ha una relazione con
un’altra donna e non gli importa più niente di Helena.
Lo sconforto di Ludvìk, il senso di un’ulteriore sconfitta e la presa di
coscienza dell’inutilità di tutta questa vendetta, lo svuotano del
tutto.
Inquieto, Ludvìk vaga per i campi e incontra il suo vecchio amico
Jaroslav, col quale suonava in un’orchestrina folkloristica. Senza
pensarci, chiede di poter suonare con lui e sembra finalmente ritrovare
la pace, immergendosi nell’incanto della musica popolare che, un tempo,
tanto disprezzava.
Tra il riso e il pianto La bravura di Kundera non
risiede solamente nelle sue doti narrative, fluenti ed eleganti, ma nel
suo raccontare la vita, la vita in tutti i suoi aspetti. Il riso e il
pianto. Gli elementi tragicomici qui non mancano. La scena di sesso con
Helena è a dir poco esilarante: lei, che è totalmente presa da lui,
felice, passionale, finalmente rinata e rianimata; lui, che non la può
sopportare, la tocca disgustato e deve trattenersi dallo sputarle in
faccia tutta la verità.
Oppure la scena del tentato suicidio di Helena; quando scopre che Ludvìk
non l’ama, disperata e con il mondo che le è crollato addosso, prende
un flacone di lassativi, credendo che si tratti di aspirine, finendo
così col ritrovarsi solo con una scarica di diarrea (scusate l’argomento
poco felice).
Vicissitudini inverosimili che, se da un lato ti scatenano pietà, dall’altro non possono non farti sorridere.
A carnevale ogni scherzo vale Si sa, ogni tanto piace a tutti
scherzare. Prendete il carnevale (che tra l’altro è finito da poco), una
festa incentrata sul gioco e la burla. Il problema, però, è che con gli
scherzi bisogna anche stare attenti.
In un periodo di repressione politica, dove vigono motti inquietanti e
rigidi dettami sociali, dove anche solo una parola può erigerti a
bersaglio, mi pare azzardato (per non dire stupido) scrivere frasi come:
” L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di
imbecillità! Viva Trockij! Ludvìk “. Voi direte “vabbè dai, è un
romanzo”. Sì, questo è un romanzo, come anche Terza liceo 1939 è
un libro (di Marcella Olschki), ma che tratta di una vicenda
autobiografica. La sfortunata Marcella ha frequentato il liceo durante
gli anni bui del regime fascista e, una volta terminato l’anno
scolastico in questione, ha pensato bene di inviare una cartolina ben
poco felice al suo odiatissimo professore. Risultato? Una querela per
oltraggio a pubblico ufficiale con tanto di accusa di amoralità e
delinquenza, dalla quale per fortuna la Olschki è uscita pulita.
Quindi, insomma, scherzare piace a tutti, ma è bene ricordare che c’è un tempo per ridere e un tempo per scherzare.
Conclusioni Lo scherzo è una magistrale
prima prova di Milan Kundera. Lo stile narrativo perfetto, mai noioso,
che ti tiene incollato per ore; l’ironia che trasuda da ogni pagina e i
veri e propri concentrati di filosofia, rendono questo libro una
lettura, oltre che piacevole, fuori dal comune. Le banalità della vita
qui vengono stravolte, esasperate, in una sadica satira come può essere
l’esistenza.
D’altronde Kundera pare voler dire proprio questo: ma, infine, non è la vita stessa uno scherzo?