Io amo ottobre.
Le zucche, le foglie, le caldarroste… La pioggia, il tè caldo… Il plaid, i libri.
E quindi, ebbene sì, anche quest’anno riparte il “Ciclo di Halloween”,
stavolta dedicato ai racconti dell’orrore dei grandi maestri del passato
e del presente.
Spero che i racconti che ho scelto vi piacciano…
E vi spaventino.
Da
lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era
mai stata così fatale, così spaventosa. Il sangue era la sua
manifestazione e il suo sigillo: il rosso e l’orrore del sangue.
Provocava dolori acuti, improvvise vertigini, poi un abbondante
sanguinare dai pori, e infine la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul
corpo e soprattutto sul volto delle vittime erano il marchio della
pestilenza che le escludeva da ogni aiuto e simpatia dei loro simili.
L’intero processo della malattia: l’attacco, l’avanzamento e la
conclusione duravano non più di mezz’ora.
Ma il principe Prospero era felice, coraggioso e sagace. E, quando le
sue terre furono per metà spopolate, egli convoco un migliaio di amici
sani e spensierati, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte, e
si ritirò con loro in totale isolamento in una delle sue roccaforti. Era
una costruzione immensa, magnifica, una creazione che corrispondeva al
gusto eccentrico e alla grandiosità del principe. Un muro forte ed
altissimo la circondava. Nel muro le porte erano di ferro. Una volta
entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono
le serrature. Impedivano così ogni possibilità di entrata o di uscita,
per improvvisi impulsi di disperazione o di frenesia, che potevano
nascere, in chi era dentro le mura. La fortezza era ampiamente fornita
di viveri. Con tutte queste precauzioni i cortigiani potevano
permettersi di sfidare il contagio. Il mondo esterno provvedesse a se
stesso. Era tutto sommato follia addolorarsi o pensarci troppo su. Il
principe aveva pensato a tutti i divertimenti possibili. C’erano
buffoni, improvvisatori, c’erano ballerini, musicanti, c’era la bellezza
e c’era il vino. Tutto chiuso là dentro. Fuori c’era la Morte Rossa.
Fu verso la fine del quinto o sesto
mese di questo isolamento, mentre la pestilenza tutt’intorno infuriava
al massimo, che il principe Prospero pensò di divertire i suoi mille
amici con un ballo mascherato di un insolito splendore.
Fu una messa in scena voluttuosa, questa mascherata. Innanzitutto però,
vorrei descrivere le stanze in cui si svolse. Sette stanze formavano un
unico maestoso appartamento. In molti palazzi, simili fughe di stanze
aprono a una veduta lunga e diritta; con le porte a due battenti che si
aprono verso le pareti permettendo di vedere tutto in un solo colpo
d’occhio. In questo caso invece la situazione era differente, come
d’altronde ci si poteva aspettare dall’amore del principe per il
bizzarro. Le camere erano disposte così irregolarmente da poter essere
viste soltanto una alla volta. C’era, ogni venti o trenta metri,
un’improvvisa svolta che apriva di conseguenza prospettive sempre
diverse. A destra e a sinistra, nel mezzo delle pareti, un’alta e
strettissima finestra gotica dava su un corridoio chiuso, che seguiva le
tortuosità dell’appartamento. Queste finestre, di vetro lavorato,
variavano di colore secondo la tinta dominante delle decorazioni di ogni
singola stanza. Quella situata all’estremità orientale aveva nella
decorazione una forte dominante blu, e blu erano le finestre. Negli
ornamenti e nelle tappezzerie della seconda stanza predominava il
purpureo e purpuree erano le vetrate. Tutta verde la terza, altrettanto
le finestre. La quarta era arredata in arancione e così anche illuminata
dello stesso colore, la quinta di bianco e la sesta di violetto. La
settima stanza invece era tutta avvolta in arazzi di velluto nero, che
pendevano dal soffitto e dalle pareti, ricadendo su tappeti della stessa
stoffa e colore. Era soltanto in questa stanza che il colore delle
finestre non corrispondeva a quello delle decorazioni. Le vetrate erano
di un colore scarlatto, di un cupo color sangue. Ebbene, nessuna delle
sette stanze con le loro decorazioni, pur ricca di ornamenti d’oro, era
illuminata da lampade o da candelabri. Non v’era luce di alcun genere
proveniente da candele o lampadari in questo succedersi di sale. Ma nei
corridoi che accompagnavano erano appoggiati pesanti tripodi che
sostenevano bracieri accesi, che, proiettando la loro luce raggiante
attraverso il vetro colorato, illuminavano così in modo abbagliante le
sale. Questo produceva un’infinità di immagini fantastiche. Ma nella
stanza nera, quella a occidente, l’effetto della luce e del fuoco che si
diffondeva sui drappi neri attraverso le rosse vetrate era talmente
spettrale e produceva un tale effetto irreale sulle fisionomie di chi
entrava, che nessuno aveva il coraggio di mettervi piede.
In questa sala si trovava pure, appoggiato contro la parete, un
gigantesco orologio d’ebano. Il pendolo andava e veniva con un tic-tac
sordo, emettendo un suono cupo e monotono e quando la lancetta dei
minuti compiva il giro del quadrante e batteva l’ora, veniva fuori dai
suoi polmoni di bronzo un suono chiaro, forte e profondo,
straordinariamente musicale ma di una tale forza, che a ogni ora i
musicisti dell’orchestra erano costretti a fermare l’esecuzione dei loro
pezzi, per ascoltare quel suono; e così anche le coppie interrompevano
le danze e su tutta l’allegra compagnia cadeva un velo di tristezza; e
mentre l’orologio scandiva ancora i suoi rintocchi si notava che i più
spensierati impallidivano e i più vecchi e sereni si passavano una mano
sulla fronte in un gesto di confusa visione o meditazione. Ma non appena
questi rintocchi tacevano, tutti erano subito presi da un sottile riso;
i musicanti si guardavano fra di loro e sorridevano quasi imbarazzati
del proprio nervosismo, e si promettevano che il prossimo scoccare della
pendola non li avrebbe più messi tanto a disagio; ma poi, dopo sessanta
minuti ( che sono esattamente tremilaseicento secondi del Tempo che
fugge ), quando tornavano a risuonare i rintocchi dell’orologio,
cresceva in loro lo stesso stato di smarrimento, di tremore e
meditazione.
Ma nonostante ciò era una gaia e magnifica orgia. Il gusto del duca era
del tutto speciale. Aveva l’ occhio sicuro per i colori e per gli
effetti. Egli disprezzava il decorus della moda; i suoi
progetti eran temerari e selvaggi, le sue concezioni avevano uno
splendore barbaro. Qualcuno l’avrebbe giudicato pazzo. I suoi cortigiani
sapevano bene che non era tale; ma bisognava sentirlo, vederlo,
toccarlo per esserne sicuri.
In occasione di quella festa aveva presieduto lui in gran parte alla
scelta dei mobili nei sette salotti e lo stile delle maschere era stato
osservato secondo il suo gusto. Erano certo delle invenzioni grottesche.
Era abbagliante, sfavillante — c’era anche del piccante e del
fantastico — molto di ciò che poi abbiamo veduto in Ernani. C’
erano delle facce arabe, ornate in una maniera assurda; invenzioni
mostruose e pazze; c’era del bello, del licenzioso e del bizzarro in
quantità; dell’orrido, ma poco; e cose ributtanti a volontà. A dirla in
breve era come una folla di sogni che si pavoneggiassero qua e là per le
sette stanze. E questi sogni si contorcevano in tutti i sensi,
prendendo il colore delle stanze; si sarebbe detto che eseguissero della
musica camminando, e che le arie strane dell’orchestra fossero un’eco
dei loro nasi.
Di tanto in tanto si sente suonare l’orologio di ebano nella stanza dei
velluti. E allora per un momento tutto si ferma e tace, eccetto il suono
dell’orologio. I sogni sono irrigiditi, paralizzati nelle loro
posizioni. Ma l’ eco della soneria si dilegua — non dura che un istante —
e appena cessato un’ilarità leggera e mal contenuta circola
dappertutto. E la musica respira di nuovo e i sogni rivivono e si
contorcono qua e là più allegramente che mai, riflettendo il colore
delle finestre per le quali passano a torrenti i raggi dei treppiedi.
Ma nella camera che è laggiù a ponente, ora, nessuna maschera ha l’
ardore di avventurarcisi; perché la notte è avanzata e una luce più
rossa affluisce traverso ai vetri color sangue e il nero dei drappi
funebri è spaventoso e allo spensierato che metta i piedi sul funebre
tappeto, l’orologio d’ebano manda un suono più pesante, più solennemente
energico che quello da cui son colpiti gli orecchi delle maschere che
turbinano nella lontana noncuranza delle altre sale.
Quanto alle altre stanze quelle formicolavano di persone e il cuore della vita
vi batteva febbrilmente. La festa tumultuava sempre quando finalmente
l’ orologio diede il suono della mezzanotte. Allora la musica cessò; la
danza fu sospesa e per tutto si fece, come prima, un’immobilità ansiosa.
Questa volta però la pendola stava scoccando dodici colpi; perciò è
probabile che s’insinuasse un pensiero più lungo nella mente di quelli
che in mezzo a quella folla festosa erano già pensosi. Per questo forse
avvenne anche che molte persone di quell’accolta, prima che l’ultima eco
dell’ultimo colpo fosse sprofondata nel silenzio, avevano avuto il
tempo di accorgersi della presenza di una maschera che fino allora non
aveva attratto l’attenzione. E la nuova di questa intrusione si era
presto sparsa con un bisbiglio all’intorno, poi con un brusio a tutta
l’assemblea ed un mormorare significativo di meraviglia, di
disapprovazione e quindi di terrore, di disgusto.
In una riunione di fantasmi quale l’ho
descritta ci voleva certo un’apparizione straordinaria per produrre un
tale effetto. La licenza carnevalesca di quella notte era, è vero, quasi
senza limiti; ma il personaggio suddetto aveva oltrepassato la
stravaganza di un Erode e superati i limiti — pure larghissimi — della
convenienza imposta dal principe. Ci sono, nel cuore dei più
spensierati, delle corde che non possono esser toccate senza produrre
emozione. Anche nei più pervertiti, per i quali la vita e la morte sono
ugualmente motivo di beffa, ci sono delle cose con le quali non si può
scherzare. Tutta l’assemblea parve sentire profondamente il cattivo
gusto e la sconvenienza della condotta e del travestimento dello
straniero. Il personaggio era alto e scarno, avvolto dalla testa ai
piedi in un sudario. La maschera che celava il viso rappresentava così
bene la rigidità della fisionomia di un cadavere che la più minuziosa
analisi difficilmente avrebbe scoperto l’inganno. Eppure tutti quei
pazzi gai avrebbero forse sopportato se non approvato quel brutto
scherzo; ma il travestimento aveva spinto tanto oltre la sfrontatezza da
assumere le sembianze della Morte Rossa. Il vestito era
chiazzato di sangue e la sua larga fronte, come del resto tutta la
faccia, erano cosparsi di quel terribile color scarlatto.
Quando gli occhi del principe Prospero si posarono su quella figura di
spettro — il quale con un muovere lento, solenne, affettato, girava qua e
là fra i ballerini— esso fu visto dapprima sconvolgersi in un brivido
violento di paura o di ripugnanza; ma subito dopo la fronte gli s’
infiammò di rabbia.
— Chi osa, — domandò con voce roca ai
cortigiani ritti intorno a lui — chi osa insultarci così con questo
scherno che pare bestemmia ? Impadronitevi di lui e toglieteli la
maschera, affinché sapremo chi dovremo appiccare ai merli della torre al
levar del sole. —
Quando il principe Prospero pronunziò queste parole era nella camera
Est, o azzurra. La sua voce rimbombò forte e chiara a traverso le sette
stanze, perché il principe era un uomo imperioso e robusto, e la musica
ad un suo cenno di mano s’era taciuta.
Il principe dunque era nella camera azzurra con un gruppo di cortigiani
pallidi al suo fianco. Dapprima, mentre parlava, ci fu nel gruppo un
leggero movimento innanzi verso l’intruso, che per un momento fu vicino a
loro quasi da toccarli, ed ora con passo sicuro e maestoso si
avvicinava sempre più al principe. Ma quel certo terrore indefinibile
ispirato a tutta la compagnia dall’audacia insensata dalla maschera,
fece sì che nessuno osò mettergli le mani addosso; cosicché non trovando
nessun ostacolo, passò a due metri dalla persona del principe e mentre
l’immensa assemblea, come obbedendo a un sol movimento indietreggiava
dal centro della sala verso i muri, continuò la sua strada senza
fermarsi, con lo stesso passo solenne e misurato che fin dal principio
l’aveva contraddistinta, andando dalla camera azzurra alla camera rossa —
da questa a quella verde — dalla verde all’arancione, da quella alla
bianca — e poi alla violetta, prima che nessuno avesse fatto un
movimento decisivo per fermarla. Tuttavia il principe Prospero
esasperato dalla rabbia e la vergogna della sua momentanea debolezza si
slanciò precipitosamente attraverso le sei stanze, dove nessuno lo
seguì; perché un nuovo terrore si era impadronito di tutti.
Egli brandiva un pugnale e si era avvicinato impetuosamente al fantasma
che batteva in ritirata, quando quest’ultimo, arrivato in fondo alla
sala dai velluti, si volse bruscamente e fece fronte a quello che lo
inseguiva. Un grido acuto si levò, e il pugnale scivolò con un
lampeggiamento sul tappeto funereo sul quale il principe Prospero un
secondo dopo cadeva, morto.
Allora, chiamando a raccolta il coraggio violento della disperazione,
una folla di maschere si precipitò nella sala nera; ma afferrando lo
sconosciuto che stava diritto e immobile come una grande statua
nell’ombra dell’orologio di ebano, tutti si sentirono soffocati da un
terrore indicibile, vedendo che sotto il lenzuolo e la maschera
cadaverica che avevano abbrancata con sì violenta energia non si trovava
nessuna forma tangibile.
Allora fu riconosciuta la presenza della Morte Rossa. Come un
ladro, di notte essa era sopraggiunta. E tutti i convitati caddero uno
ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno
morì nella disperata postura in cui era caduto soccombendo. E la vita
dell’orologio d’ebano si spense con quella dell’ultimo di quei
personaggi festanti. Le fiamme dei treppiedi spirarono. E le tenebre, la
rovina e la Morte Rossa distesero su tutte le cose il loro dominio
sconfinato.
La mascherata della Morte Rossa _ Edgar Allan Poe
venerdì 9 ottobre 2015
giovedì 1 ottobre 2015
Ottobre 2015 #Uscite in libreria
Con
ottobre arrivano i primi freddi e il mio unico desiderio è quello di
restare in casa a poltrire, avvolta nei golfini della nonna, una tazza
calda di tè/latte/caffè e un buon libro come amici del cuore.
E a proposito di libri, in questo mese ventoso e arancione vediamo il ritorno di Zerocalcare, due antologie di racconti e due romanzi interessanti.
E a proposito di libri, in questo mese ventoso e arancione vediamo il ritorno di Zerocalcare, due antologie di racconti e due romanzi interessanti.
domenica 13 settembre 2015
Il ritratto di Dorian Gray #I classici della domenica
Difficile dire qualcosa che non risulti scontato su uno dei capolavori della letteratura mondiale quale Il ritratto di Dorian Gray, scritto nel 1890 da Oscar Wilde.
Non mi perderò nel riassumere la trama che, bene o male, tutti conoscono e che può essere trovata ovunque; farò un’analisi per lo più soggettiva, tratta dalle mie sensazioni, tanto più che di sensi si parla per tutto il romanzo.
Dorian Gray è un personaggio complesso, incerto, e ciò è dovuto alla sua evoluzione nell’arco della storia; da giovane innocente e puro _viziato e vanitoso, certo, ma pur sempre incorrotto_ , a dandy sfrenato, a tratti fieramente malvagio, in altri titubante e compassionevole.
Una marionetta vuota che si lascia riempire e indottrinare dai sofismi finemente infiocchettati di Lord Henry Wotton, uomo privo di remore e votato ad un unico ideale: la bellezza.
Come se l’accorato discorso di quest’ultimo sulla gioventù fosse una formula magica, alla vista del ritratto di Basil, Dorian si rende conto pienamente e realmente della sua straordinaria bellezza; come in una sorta di epifania joyciana, alla vista della sua immagine, Dorian comprende l’importanza del suo aspetto e della sua giovane età, invocando quel fatale sortilegio che segnerà irrevocabilmente la sua vita.
Dominato da una volontà influenzabile, sarà poi il libro di Huysmans, À rebours, a plasmarlo definitivamente: Dorian Gray resta affascinato dalla vita di Des Esseintes e ne imita la ricerca dei sensi e dello stile; curioso, però, come il finale del romanzo di Huysmans non funga da monito per l’eterno adone.
Con
l’atto di relegare il dipinto maledetto lontano dalla sua vista, Dorian
ha scelto definitivamente la sua strada, quella di una vita vuota,
votata esclusivamente al piacere, in tutte le sue forme, che si tramuta
spesso in comportamenti trasgressivi ed immorali. Dorian sembra non
avere coscienza, sebbene in alcuni barlumi di lucidità, si renda conto
della sua natura insensibile e ne provi pietà.La sua fine rispecchia il suo animo vile e ormai corrotto: volendo cambiare vita, egli comunque si rifiuta di confessare pubblicamente le sue colpe, unico vero modo per espiare i suoi peccati, preferendo distruggere il quadro piuttosto che vederlo ritornare al suo originale splendore; tutto questo perché la sua volontà di cambiamento è puramente fittizia. Il problema è che l’uomo non tiene in conto che distruggendo il dipinto, distrugge al contempo la sua stessa anima e, non potendo il corpo vivere senza di essa, provoca la sua stessa morte.
La vera maledizione per Dorian non è tanto la sua eterna giovinezza, quanto il poter vedere gli effetti della sua condotta sulla sua anima; anche lord Wotton, responsabile della corruzione del giovane, conduce la stessa vita di Dorian, eppure il suo destino non viene macchiato dai suoi peccati, e anzi, se si vuole lord Wotton è perfino peggiore di Dorian, dato che quest’ultimo, almeno qualche volta conosce i rimorsi della coscienza, al contrario del suo amico, completamente amorale.
Forse Wilde condanna il giovane, non per il suo comportamento in sé, ma per la mancanza dei segni che questo dovrebbe tracciare sul suo volto; per tutto il romanzo infatti si gioca su quella convinzione tipicamente rinascimentale della corrispondenza esistente tra lo spirito e il corpo, per cui le persone fisicamente belle sono persone morali, pure, mentre quelle brutte sono immorali, malvagie.
Se Controcorrente del già citato Huysmans viene considerato la Bibbia del decadentismo, Il ritratto di Dorian Gray rappresenta la Bibbia dell’estetismo; interamente imperniato sulla filosofia edonista, alla quale l’estetismo si riconduce, il finale si espleta in quella massima di Théophile Gautier ( il cui concetto può essere precedentemente ritrovato in Poe, per dirne uno ) che ne è il caposaldo della dottrina: art for art’s sake, l’arte per l’arte.
Il tragico epilogo de Il ritratto di Dorian Gray non ha niente a che fare con l’eventuale insegnamento morale che se ne potrebbe trarre, in quanto come afferma lo stesso Wilde nell’introduzione al romanzo:
“Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene, o male. Questo è tutto.”Il ripristinarsi del primigenio aspetto della tela rappresenta la totale vittoria dell’arte sulla vita dell’uomo; mentre Dorian Gray muore, il suo aspetto tramutato orrendamente, il dipinto trionfa, magnifico, eterno e indistruttibile.
Conclusioni
Wilde rielabora in chiave moderna il mito del Faust, il tema del doppio e il topos dell’eterna giovinezza regalandoci una trama estremamente affascinante, ma lo stile esageratamente ricercato nella forma e, soprattutto, nei dialoghi, impregnati di aforismi, paradossi ed un’onnipresente retorica epicurea, rendono la lettura a tratti pesante; i riferimenti letterari e intellettuali da parte di Wilde sono numerosi e quasi mai ne cita la fonte.
Come scrisse l’autore irlandese:
Esatto. Nell’ultima parte del romanzo la storia prende più vita, troviamo un Dorian Gray sempre più sconfitto e stanco, in cui si percepisce l’imminente apice della vicenda, recuperando un po’ di quella scioltezza narrativa che scarseggia per buona parte del libro.” Ho appena terminato il mio primo racconto lungo, e sono esausto. Temo che sia come la mia vita – tutta conversazione e niente azione. Non sono capace di descrivere le azioni: i miei personaggi stanno seduti in poltrona, e conversano.”
Comunque sia, Il ritratto di Dorian Gray è una lettura imprescindibile e doverosa.
Voto: ★★★½
![]() |
| ” Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.” Oscar Wilde in una lettera a Ralph Payne. |
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lunedì 7 settembre 2015
Uomini e topi #Lunedì narrativa

Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:
Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Due braccianti in cerca di fortuna nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da fare.
” Mi piace carezzare le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i topi, ma solo quando non trovavo altro.”Soledad
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.
” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”
L’ambientazione del romanzo si colloca tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge prevalentemente l’intera vicenda.
Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine, ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr, per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.
Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
“[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.”
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare, Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.
” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ” George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo: “proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.
La casa dei conigli
La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”Ciò che spinge avanti George e Lennie è il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del proprio lavoro e allevare conigli.
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti, George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie, che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano non esiste più, è un’illusione, è morto.
George disse sommesso: “…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho creduto fosse possibile.”Conclusioni
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.
La potenza drammatica di questa storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine, è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta universale.
Uomini e topi è un romanzo verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo: se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.
Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Voto: ★★★★★
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
giovedì 3 settembre 2015
Settembre 2015 #Uscite in libreria
venerdì 21 agosto 2015
Gotico americano #I brividi del venerdì
È veramente esistito un G. Gordon Gregg.( Dalla postfazione di Gotico americano )
Gli studenti di storia americana possono riconoscerlo come Herman W. Mudgett, sebbene lui preferisse lo pseudonimo allitterativo di H.H. Holmes.

Siamo nel 1893, l’anno della Fiera Mondiale Colombiana _ una sorta di antenato del moderno Expo _ , inaugurata a Chicago per festeggiare i 400 anni dalla scoperta dell’America.
Nei pressi della Fiera, G. Gordon Gregg ha fatto costruire “il Castello”, un palazzo dalle fattezze di un maniero, adibito al contempo come farmacia e albergo. Il Castello possiede infatti numerose stanze, alcune delle quali del tutto celate alla vista, collegate fra loro tramite ingegnosi passaggi segreti. Una stravaganza calcolata dal suddetto farmacista per mettere in atto indisturbato i suoi crimini: il dottor Gregg, infatti, è un sadico assassino, oltre che un avido truffatore.
Così, per una serie di eventi, la giovane giornalista Crystal fa la sua conoscenza con il presunto dottore e, dopo aver indagato sul suo passato, comincia a collegare tra loro le scomparse di alcune donne e a sospettare dell’uomo.
Crystal decide di investigare in prima persona, anche se la cosa si rivelerà più complicata del previsto, nonché più pericolosa.
I mostri
Non è la prima volta che Robert Bloch prende spunto dalla realtà per i personaggi delle sue storie; in Psycho, il romanzo più famoso dell’autore, l’altalenante figura di Norman Bates era stata ispirata da Ed Gein, il “Macellaio di Plainfield”, noto per aver “addobbato” la sua casa con parti di corpi umani.
Il protagonista di Gotico americano risponde invece alla figura di un altro famoso serial killer, H.H. Holmes, il cui vero nome era Herman Webster Mudgett, al quale vengono attribuiti più di un centinaio di omicidi.
Esattamente come accade nel libro, Holmes fece costruire un palazzo di tre piani, denominato “il Castello”, dove passaggi segreti, labirinti e cunicoli senza uscita fungevano da vere e proprie trappole mortali per le sue vittime.

Altra differenza rispetto al vero serial killer, sta nel comportamento e nelle peculiarità del personaggio fittizio: uomo estremamente affascinante e galante, il dr Gregg può contare anche sulle sue doti di eccellente ipnotista che, oltre ai suoi modi da perfetto gentleman, gli permettono di attirare facilmente le sue vittime, per lo più donne, che seduce con false promesse di matrimonio e amore eterno; ma come un moderno Barbablù, le future mogli vengono opportunamente eliminate nel momento in cui Gregg ha raggiunto il suo scopo, ovvero svuotarne il conto in banca.
Conclusioni
Da una vicenda reale intrigante, per quanto macabra, Bloch ne ha ricavato una trama piuttosto insipida, con personaggi fastidiosamente ridicoli, a tratti stereotipati, dotati di una caratterizzazione psicologica alquanto spicciola e banale, il tutto accompagnato da uno stile narrativo puerile.
I sospetti, le deduzioni e le scoperte di Crystal riguardo il dottore sono dettate esclusivamente dalla volontà dell’autore che non sa come fare per avviare la storia, ma non vengono supportate da fatti concreti.
Insomma, prometteva bene ma si è rivelato un fiasco. Questa volta, per me, Bloch ha toppato.
Molto meglio i racconti.
Voto: ★★
giovedì 13 agosto 2015
La Maschera della Morte Rossa #Il Fumetto
Ecco, allora potete leggere l’omonima graphic novel, edita Kleiner Flug, scritta da Marco Rocchi e disegnata da Giuseppe Dell’Olio.
Ispirato al racconto dell’autore noir per eccellenza, questo fumetto ne riprende le fila per evolverne la trama e mostrare gli avvenimenti che si susseguono all’interno del castello del principe Prospero durante l’isolamento coatto per sfuggire alla temibile epidemia di peste, nota con il nome di Morte Rossa.
Per intrattenere i suoi ospiti e sfuggire alla noia della prolungata clausura, Prospero organizza una grande festa, suddivisa in sette stanze: ogni stanza è dedicata a un dato piacere e colore, ed è presieduta da uno dei sette lord più fedeli del sovrano.
Piaceri discutibili, piaceri promiscui e perversi ai quali lasciarsi impunemente andare, mentre aldilà delle mura cintate impervia la morte.
Non tutti però sono dediti ai festeggiamenti; c’è infatti un giovane menestrello in cerca di una vendetta che non esiterà a compiere, grazie al patto con la Morte Rossa stessa.
In questa rivisitazione moderna, il principe Prospero e la sua corte vengono ritratti ancora più malvagi e senza remore di come non sia in realtà nel racconto di Poe.
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| Le sette stanze dedicate a sette piaceri diversi, rappresentano chiaramente i sette vizi capitali. |
I disegni ‘sporchi’, volutamente spuri, grotteschi, e le tonalità scure e cupe, contribuiscono a rendere l’atmosfera del racconto illustrato ulteriormente macabra.



Conclusioni
L’idea di fondo è buona, i disegni sono apprezzabili, congeniali alla cupezza della storia.
Ma, c’è un ma; la trama e la sua trasposizione grafica, condensata in una novantina di pagine, l’ho trovata troppo frettolosa, grezza, a tratti grossolana.
In definitiva, lascia poco. Poteva uscirne qualcosa di più ricercato con un po’ di studio in più.
Al costo di 17 euro, lo consiglio per i veri appassionati.
Voto: ★★★
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