Uomini e topi è un romanzo
breve di John Steinbeck, pubblicato nel 1937 e tradotto in Italia da
Cesare Pavese, che racchiude in sé quei temi precipui che lo scrittore
americano affronterà anche in altri romanzi.
Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:
Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Che differenza c’è tra gli uomini e i topi?
Due braccianti in cerca di fortuna
nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni
di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il
desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito
notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un
ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti
soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di
più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo
vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal
sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di
una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo
compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da
fare.
” Mi piace carezzare
le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo
lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i
topi, ma solo quando non trovavo altro.”
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.
” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”
Soledad
L’ambientazione del romanzo si colloca
tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la
natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra
prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista
del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge
prevalentemente l’intera vicenda.
Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine,
ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se
stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le
bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e
il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del
lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr,
per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.
Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
“[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.”
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio
d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli
ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con
Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non
vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a
che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare,
Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla
sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto
qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile
a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura
crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà
sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.
” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ”
George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa
notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non
tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.
Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo:
“proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo
debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di
risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.
La casa dei conigli
La voce di George si
fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate
tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più
abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese.
Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano
via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e
d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso.
Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui
importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar
via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare.
Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a
nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è
diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io
che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti,
George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la
pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che
non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo
una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà
d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco
nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…
Ciò che spinge avanti George e Lennie è
il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del
proprio lavoro e allevare conigli.
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie,
che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per
segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni
volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma
in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano
non esiste più, è un’illusione, è morto.
George disse sommesso:
“…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo
mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho
creduto fosse possibile.”
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.
Conclusioni
La potenza drammatica di questa
storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma
intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il
ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine,
è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti
animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a
ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta
universale.
Uomini e topi è un romanzo
verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo:
se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete
esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata
troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.
Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Voto: ★★★★★