La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino
che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e
perentorio. Tu sei. Nient’altro.
Il cielo. Fondamentalismo. Tarwater non è mai vissuto altrove
della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O
meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla
nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo
rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo
che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo,
educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto
impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del
profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.
“Il vecchio, che
diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad
aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per
il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a
un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli
che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso
era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato
attraverso il fuoco“.
Così, quando quella mattina, a
colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa
esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio,
dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i
suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre
lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era
successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo
subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di
prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua
parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un
unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di
una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada
del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se
stesso. Ma non basta la volontà.
“Non si può
semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le
cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una
cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In
un modo o nell’altro.“
E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.
La terra. Razionalità. Tarwater raggiunge l’unico parente
consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a
sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre
giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di
essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto
lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e
speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il
ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare.
Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua
logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la
follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber;
il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza
di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova
ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione;
gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e,
insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma
Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il
suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in
un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa
ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di
essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.”
E Tarwater lo fa, questo NO.
La violenza è il nuovo amore. [_Spoiler Allert_]Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:
“Parecchi lo urtarono,
e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare
tutta una vita, non significava nulla […] Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un
luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate,
la premura d’allontanarsi.”
L’unico essere in grado di amare
risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua
deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il
cielo, così come la terra, è dei violenti.
Questa violenza, però, non è vista in
senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente
indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza
della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso
Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale
in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che
ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della
morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e
collassa.
“Restò in attesa del
dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per
poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra
con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe
stato alcun dolore, crollò.”
A sancire questa supremazia della
violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che
distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto
profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino,
ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del
sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in
realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto
ciò che distrugge, redime.
Conclusioni Crudele, cupa, spietata, Flanney
O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando
credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi
non necessaria.
Il cielo è dei violenti è un
romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile
magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni
simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra
l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.
Quello che potrebbe passare per un
semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso,
è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è
un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto
della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo,
privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti
ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se
sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il
potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica
qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio
(scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e
senza sentimenti.
Altra nota stonata sta nella
perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel
contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa
Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare
che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri
contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia
possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.
Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti.
Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, anno 2006, è l’autore del romanzo Neve
(2002), ed è anche il narratore della storia; nei panni di se stesso,
Pamuk ripercorre le vicende legate all’immaginario amico Ka, ormai
scomparso, per poterne scrivere un libro, questo libro.
Romanzo dai connotati tragici e malinconici, Neve
affronta temi complessi accompagnati da atmosfere oniriche e
sonnolente, alternate ad una caotica degenerazione di eventi quanto mai
dispersiva.
È un romanzo introspettivo dal contesto multi-attivo; tutte le vicende
politiche cui assistiamo durante il soggiorno di Ka, sono una semplice
mise ensemble per il protagonista.
Kars: la povertà e il provincialismo Dopo un lungo periodo all’estero, Ka,
poeta turco esule in Germania, torna a Istanbul per i funerali della
madre. Qui, venuto a conoscenza del divorzio tra Muhtar e la bella Ipek,
sua compagna di studi ai tempi dell’università, decide di andare a
Kars, una piccola cittadina di confine, con la scusa di scrivere un
articolo sulle imminenti elezioni comunali e sui suicidi di alcune
ragazze turche che sembrano connessi al divieto di portare il velo nelle
università.
Una volta a Kars, Ka, visto come un importante personaggio del mondo
turco in occidente, viene accolto ovunque a braccia aperte; tutti lo
vogliono dalla loro parte, tutti vogliono farsi conoscere, tutti
vogliono la sua attenzione: Serdar, il direttore del giornale locale,
Muhtar, il leader del partito musulmano, lo sceicco Effendi, profeta di
un Islam pacifico, Blu, fuggiasco integralista.
Ma l’unica cosa che interessa Ka è Ipek, la donna che crede di aver
sognato per tutti quegli anni, e della quale si innamora immediatamente.
Neanche il colpo di stato che si verifica quella sera, al Teatro
Nazionale da parte del gruppo teatrale di Sunay, intacca la felicità di
Ka, il cui unico scopo è diventato quello di portare con sé Ipek a
Francoforte, utopica isola della loro felicità.
Contro la sua volontà, Ka si ritrova coinvolto nel caos politico della
cittadina: da una parte c’è Sunay, attore megalomane che si vanta del
suo piccolo golpe come di un primo passo verso il progresso e
l’occidentalizzazione del popolo ignorante e retrogrado di Kars,
dall’altra c’è Blu, che coinvolge Ka nella sua lotta all’occidente.
Ka accetta suo malgrado la veste di mediatore affidatagli coattamente in
questo gioco al potere, al quale però non presta minimamente caso
perché perennemente incentrato sul suo amore per Ipek.
Ma quando scopre che la donna è stata l’amante di Blu, ruolo adesso
ricoperto da Kadife, giovane sorella di Ipek, Ka si ritrova coinvolto in
una spirale di odio e gelosia che finisce per distruggere tutto ciò che
ha faticosamente costruito a Kars.
Kar: il silenzio, la poesia e Allah
” Il silenzio della
neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo
fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato « silenzio della
neve » ciò che sentiva dentro. “
La neve che scende, lenta,
inesorabile, silenziosa, persistente, è l’unica vera costante di questo
romanzo, non a caso intitolato Neve ( Kar, in turco ).
È la neve che ispira a Ka la sua prima poesia dopo anni di vuoto; è la
neve che, bloccando le strade, permette a Ka di vivere i tre giorni più
intensi della sua vita; è la neve che gioca da condicio sine qua non, la
condizione grazie alla quale viene messo in scena il piccolo golpe di
Kars.
La neve è la coprotagonista, prepotente, di questa storia.
La neve, il cui incessante fluire
viene continuamente ricordato al lettore, detiene un potere mistico, a
tratti salvifico: il suo candore e la sua pace lasciano ispirato Ka, che
di getto scrive la prima delle diciannove poesie che comporrà in due
giorni nella cittadina turca. La neve svela i segreti della vita a Ka.
Ma da dove viene il mistero della neve e della poesia? Forse è tutto merito di Allah.
La neve rende Ka partecipe alle sofferenze del suo popolo, la sua
miseria e povertà, ma anche alla speranza, al credo comune che ci sia un
qualcosa di superiore alle loro vite che li guida, un dio benefico
nonostante tutto.
Ka è ateo, ma durante il suo soggiorno a Kars, grazie alla neve, al suo
bisogno disperato dell’amore di Ipek, contagiato dal desiderio di
complicità in una fede genuina ed ingenua, vivrà attimi di patetismo
religioso, subito poi accantonato.
Ka: solitudine e identità Ka è un personaggio incerto,
indeciso, a tratti patetico: una sorta di sognatore dostoevskijano dai
lineamenti dell’inetto di Svevo. Ka vive di ricordi sconnessi, ma
soprattutto di sensazioni instabili, dettate dal momento. In ogni
ambiente in cui viene coinvolto, si lascia trascinare dall’entusiasmo
che lo circonda, come in balia del mare, sospinto da correnti opposte:
ora, nella cerchia dello sceicco Effendi, si sente contagiato dalla
bellezza e dall’amore per Allah; poi, nel covo di Sunay, dopo
un’eclatante apologia sul potere salvifico dell’arte, si sente
affascinato dalla, se pur a tratti ridicola, supremazia politica
dell’attore e prova ammirazione per sua la figura carismatica.
Ma perché Ka è così incerto sulla sua
identità? Da cosa deriva questo bisogno di conformarsi agli altri? Da
un’esasperante solitudine che lo attanaglia costantemente.
Nonostante i suoi sforzi di sentirsi parte di una comunità, di qualsiasi
tipo essa si tratti, Ka non riesce a superare quella naturale distanza
che separa gli esseri umani. Ka si sente solo, perduto. Il compromesso
non è possibile, neanche tramite l’amore.
Il suo rapporto con l’amore è infatti
complicato; da un lato esso rappresenta la fonte della felicità
estrema, è la chimera da realizzare a tutti i costi, l’unica potenza in
grado di salvare dalla solitudine. Dall’altro è un sentimento oscuro
proprio in virtù di questa sua potenza: alle gioie dell’amore si
affiancano i dubbi dell’insicurezza, della paura e della gelosia.
“Che cos’è che distingue il dolore dell’attesa dall’amore?”
L’amore per Ka è qualcosa cui aggrapparsi disperatamente, senza il quale la vita resta vuota nella sua miseria e solitudine.
Conclusioni Con questo personaggio stralunato,
Orhan Pamuk vorrebbe gettare le basi per un’analisi sull’identità, sulle
problematiche della cultura del mondo turco di ieri e di oggi, sulle
differenze tra Europa e Islam, tra religione e stato, senza però
arrivare a una sintesi.
Più che un confronto, si tratta di un vero e proprio scontro tra oriente
e occidente, in quanto le parti risultano impari e affatto inclini al
confronto; i turchi raffigurati da Pamuk sono costantemente divisi tra
l’orgoglio della propria dignità culturale ed il senso di inadeguatezza
che da esso ne deriva.
Come se il sinonimo di ‘moderno’ fosse automaticamente ‘Europa’, ecco
che da un lato vi sono i turchi che vogliono modernizzarsi per non
doversi più sentire inferiori, dall’altro i turchi che vogliono restare
ben saldi alle loro radici, aggrappandosi caparbiamente a questa
“inferiorità” che pensano derivi dal mondo occidentale.
Una cosa è certa, in Neve i pregiudizi non mancano. Per questo
ho parlato di scontro. I personaggi di Kars parlano degli europei come
di persone che si credono superiori nei loro confronti, senza in realtà
aver mai messo piede in Europa. Come sotto una cappa di paranoia e
vergogna, vivono contro o in virtù del pensiero europeo nei loro
confronti.
Altro tema mal gestito da Pamuk è la
questione del velo. La vicenda si apre proprio su questo tema; a seguito
della “modernizzazione” e laicizzazione dello stato turco, viene
vietato alle ragazze col velo di frequentare l’università. Alcune si
suicidano, mettendo in evidenza il paradosso che deriva tra la scelta di
peccare scoprendosi la testa oppure suicidandosi. A seguito di questo
palese controsenso si cercano le ragioni più recondite di questi
suicidi; le ragazze musulmane si uccidono perché rifiutano di togliersi
il chador? Perché vengono costrette dalle famiglie a sposare uomini che
non amano? Perché vengono maltrattate e picchiate dai loro mariti?
Perché soffrono, sono infelici? O come ultimo atto di prevaricazione nei
confronti della cultura maschilista dell’Islam? Queste domande restano
senza risposta perché l’autore decide di soffermarsi su Ka, solo su Ka.
Peccato, perché poteva essere un argomento molto interessante, così come
i molti altri che Pamuk lancia al lettore, ma che alla fine decide di
non sviluppare a dovere.
I numerosi avvenimenti che si
succedono nel giro di poche ore, condensati tra le meditazioni personali
di Ka, i molteplici spunti di riflessione a cui non viene lasciato
spazio, e lo stile estremamente denso di Pamuk, rendono questo romanzo
non poco complesso, a tratti pesante e molto lento.
Si può fare decisamente di meglio.
John Dickson Carr. Digitate questo
nome su Google. Troverete un’innumerevole serie di libri scritti da
questo autore, la cui reperibilità si riduce a ben pochi; uno di questi è
Le tre bare, riconosciuto come uno dei migliori romanzi sull’enigma della camera chiusa.
Primo membro americano del Detection
Club e scrittore prolifico, quasi dimenticato, il nome di Carr
riecheggia forse maggiormente nella mente degli appassionati del genere
come il creatore di Gideon Fell, protagonista di questo sesto romanzo della serie sull’ingegnoso dottore.
Trama In una gelida notte di febbraio, viene commesso un omicidio. Charles Grimaud, illustre professore dell’occulto, viene trovato in fin di vita all’interno del suo studio. La porta è chiusa a chiave dall’interno e sulla neve all’esterno della casa non ci sono impronte. Un bel dilemma per il sovrintendente Hadley ed il suo celebre amico, il dottor Gideon Fell.
La faccenda si presenta fin da subito astrusa e non poco complicata; tre sere prima, infatti, il professor Grimaud aveva ricevuto la visita di uno strano figuro: un uomo inquietante che andava farneticando di bare
e vendette fratricide. Normale, quindi, pensare subito a Pierre Fley,
l’individuo delle minacce, come probabile assassino. Ma il mattino dopo
la morte di Grimaud, si diffonde la notizia di un’altra morte
misteriosa: Fley è stato trovato assassinato in mezzo alla strada, di
nuovo la neve intatta intorno al cadavere e la presenza di tre passanti
che hanno udito lo sparo, ma non hanno visto nessuno.
Il caso si infittisce; scavando nella vita di Charles Grimaud, riemerge
dal passato una fosca vicenda avente a che fare con terre lontane,
crimini, prigioni e tre bare, da una delle quali sembra essere riemerso
un fantomatico fratello Henri, ora in cerca della sua vendetta.
L’impossibile Come afferma fin da subito il narratore:
” bisogna presumere che qualcuno stia dicendo la verità “
Il problema del mistero di questo romanzo, però, è che tutti dicono la verità. No, mi correggo, non tutti; una persona non dice la verità, ma non è l’assassino.
Riesaminando i fatti della serata in cui è morto Grimaud, ci accorgiamo di una tremenda verità:
– Uno sconosciuto mascherato, presumibilmente Fley, entra in casa
Grimaud. Madame Dumont, la governante, si dirige allo studio al secondo
piano per annunciare il visitatore.
– La figlia di Grimaud, Rosette, e l’amico Mangan, si trovano nel
salotto a pianterreno. Lo sconosciuto si rivolge a loro come Pettis,
amico del professore. I due vengono chiusi a chiave nel salotto.
– Mills, il segretario di Grimaud, e madame Dumont controllano la porta
dello studio presso la quale è entrato il visitatore mascherato.
– Drayman, amico di vecchia data di Grimaud, dorme nella sua camera, sotto effetto di sonniferi.
– Burnaby, pittore amico di Grimaud, è a giocare a poker.
– Pettis è a teatro.
Tutti hanno un alibi di ferro, e se in
un gruppo tutti i sospettati sono presumibilmente innocenti, per forza
di cause maggiori ci sarà un elemento x esterno al gruppo che sarà il
colpevole. Quindi, il colpevole sarà certamente Fley. Ma Fley viene
trovato morto. Dunque, senza più x, l’omicida sarà y, il fratello Henri.
Ma il fratello Henri non esiste. Allora chi resta?
Ricordate però che un elemento α del gruppo mente, ma non è l’assassino.
Non arriverete mai alla soluzione se
non considererete l’intera vicenda da una prospettiva del tutto opposta,
e anche allora vi saranno certe questioni di non poco conto da
risolvere, come ad esempio l’assenza di qualsivoglia traccia sulla neve.
I personaggi La caratterizzazione dei personaggi in
generale è ben costruita, sebbene inizialmente si abbia qualche
difficoltà nell’inquadrare ciascun soggetto; Carr è molto pedante nel
descrivere gli atteggiamenti dei singoli personaggi, ledendo perciò alla
naturalezza dei suoi ‘attori’.
Le figure meglio riuscite sono sicuramente quelle del sovrintendete Hadley e del dottor Fell.
Essendo le Tre bare il sesto
romanzo avente per protagonista Gideon Fell, il personaggio del dottore
non viene presentato in alcun modo, tanto che pensavo che l’appellativo
di “dottore” fosse in riferimento ad una sua formazione
medico-scientifica _cosa rivelatasi totalmente errata in quanto Fell non
è molto ferrato in materia_ ; il titolo di dottore viene dalle sue
lauree in lettere e filosofia.
Il metodo investigativo del dottore è sicuramente intuitivo; non è
assolutamente un detective dal metodo scientifico e dell’azione come
invece è Sherlock Holmes (il cui autore è molto apprezzato da Carr, che
ne scrisse, tra l’altro, la biografia), anzi si potrebbe dire che è la
sua nemesi.
La figura del dottor Fell, come affermerà Carr, è ispirata ad un altro noto autore del giallo, Gilbert Keith Chesterton.
Esperto conoscitore del romanzo poliziesco, è proprio ne Le tre bare
che il dottore tiene forse il più famoso discorso sull’enigma della
camera chiusa, in cui elenca ed analizza i sette principali metodi per
compiere un omicidio in una stanza sigillata, facendo anche riferimento
ad altre opere ed autori reali, come Gaston Leroux, Anna Katharine
Green, Edgar Allan Poe, Thomas Burke, Jacques Futrelle, Melville
Davisson Post, Israel Zangwill ed il sopracitato Chesterton.
Inoltre, in questa sua conferenza, Fell rompe la quarta dimensione
rivolgendosi direttamente al lettore, suscitando un’ ironica perplessità
in chi legge.
«Ma» interloquì Pettis «se vuole analizzare situazioni impossibili, perché parlare di romanzi polizieschi? »
«Perché» rispose il dottore, tranquillamente, «ci troviamo in una storia
poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo che non sia
così. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirare dentro una
discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più
esaltante missione concessa ai personaggi di un libro. »
Conclusioni Leggendo i vari commenti su Anobii, ho
notato che la maggior parte dei lettori si lamentava della spiegazione
finale, definita troppo prolissa e pedante, ma a me pare evidente che
sia così; come capire altrimenti il macchinoso svolgersi degli eventi?
Non trovo che questo sia il peggior difetto del libro, anzi, una
spiegazione minuziosa è dovuta per chiarire le vicissitudini di un
mistero tanto intricato.
L’unica pecca, semmai, sta nella verosimiglianza di tutto l’ambaradan
messo in scena dal colpevole e della solita, inaccessibile genialità del
detective romanzesco, ma appunto, si tratta di una pecca che si ritrova
in tutti i gialli classici.
Quindi sì, la soluzione è inarrivabile, il delitto troppo mistificato,
il dottor Fell troppo “fantasioso” e arguto; ciò nonostante si tratta di
una trama affascinante, merito soprattutto della suggestiva, quanto
torbida, vicenda delle tre bare, che permea l’intero romanzo di un’aurea
sinistra e accattivante.
Ma
è venuto quel giorno. L’ira si è abbattuta. Il peccato, la colpa e il
castigo? Le psicosi maniacali di quelle entità che definivamo nazioni,
istituzioni, sistemi – i poteri, i regni, le dominazioni – le cose che
si fondono in eterno con l’uomo e che dall’uomo emergono? Il nostro
buio, esteriorizzato e visibile? Comunque si voglia guardare a questi
fatti, è stato raggiunto il punto critico. L’ira si è abbattuta. (…) E
la mano che brandiva quella lama apparteneva a Carleton Lufteufel. Nel
momento in cui affondava la lama nel nostro cuore, quella mano non era
più umana, apparteneva al Deus Irae, al Dio dell’Ira stesso. Quel che
resta sopravvive grazie alla Sua tolleranza. Se deve esistere una
religione, ritengo che questo sia l’unico credo sostenibile.
Carleton Lufteufel, chi è? L’uomo che
ha ucciso miliardi di persone, ponendo fine al mondo così com’era
conosciuto, o la manifestazione terrena del Dio dell’Ira? Carleton
Lufteufel è entrambe le cose, come sostengono i SOW, i Servi dell’Ira
(Servants of Wrath), un gruppo religioso formatosi a seguito degli
eventi che hanno portato alla distruzione del vecchio mondo. Uno dei membri dei Servi dell’Ira è
padre Handy, che ingaggia Tibor McMasters, talentuoso pittore menomato
degli arti, per dipingere un ‘chiesesco’, un affresco, che raffiguri
l’immagine del Deus Irae, Carleton Lufteufel.
Tibor accetta l’incarico, ma per portare a termine la sua opera ha
bisogno di trovare e di vedere con i propri occhi Lufteufel, di cui si è
ormai persa ogni traccia; parte così per un ‘Pelleg’, un pellegrinaggio
alla ricerca dell’uomo che ha distrutto la civiltà e che lo ha ridotto a
doversi servire di protesi estensibili al posto delle braccia, e di un
carretto trainato da una mucca per potersi muovere. Rivali spirituali dei SOW sono i
cristiani, i pochi cristiani sopravvissuti alla Terza Guerra Mondiale,
che non possono vedere di buon occhio l’impresa imboccata da Tibor; il
palesare l’immagine del culto (sebbene per i cristiani non sia possibile
e quindi non veritiera e priva di fondatezza) equivarrebbe ad
accrescere il potere dei SOW, i quali si arricchirebbero di nuovi fedeli
sopraffatti e corroborati nel credo tramite un idolo visibile,
materiale. Così, Pete Sands, novizio della comunità cristiana, decide di
seguire Tibor, sperando di potergli evitare l’incontro con Lufteufel. Il Pelleg intrapreso da Tibor è molto
pericoloso: nessuno che sia partito per un Pelleg ha mai fatto ritorno;
ciò nonostante Tibor è ormai deciso a mantenere il suo impegno.
Dipingerà il Dio dell’Ira.
Durante il suo viaggio, Tibor si ritrova a contatto con un mondo a lui
estraneo; non poche saranno le volte in cui si stupirà dell’abissale
differenza che caratterizza la desolazione dell’ambiente ad appena una
cinquantina di chilometri da Charlotteville, la cittadina in cui vive.
A popolare il suo cammino vi sono poi strane creature, risultato delle
mutazioni dovute al fallout nucleare della guerra: enormi lucertole
antropomorfe, grossi scarafaggi parlanti, vermi famelici dalle
dimensioni titaniche e piccoli esseri irsuti, a metà tra esseri umani e
macropodidi, denominati ‘corridori’. Assieme a questa fauna
geneticamente modificata dalle radiazioni, sopravvivono macchine
computerizzate risalenti all’età prebellica, come il ‘Grande C’ (Grande
Computer), una sorta di sfinge atipica che, mediante estensioni pseudo
robotiche dall’aspetto femmineo, tenta di trascinare gli esseri umani
nel suo baratro mortale, non appena questi gli abbiano rivolto le
domande a cui il Grande C deve saper rispondere. Altra macchina
potenzialmente pericolosa è ‘l’autofab’, una sorta di autofficina
autonoma e psicologicamente instabile, alla quale Tibor è costretto a
chiedere aiuto.
Un mondo popolato da mostri, mutanti,
automi psicotici e assassini, ma pochi esseri umani, per lo più
raggruppati in piccole comunità arrangiate in insediamenti
semidistrutti, post-bellici.
Questo è il mondo futuro alla Terza Guerra Mondiale del duo
Dick-Zelazny; un pianeta desolato, arido e ostile, un mondo popolato da
strane creature, come un futuribile Paese delle Meraviglie, ma meno
fantastico e più grottesco.
Il Deus Irae
Non lo fare più, per favore. Non avevo capito che fossi la cosa che sei.
« Lo rifaccio eccome, cazzo, se ci provi un’altra volta. » Non ci riproverò. Ti offrirò dei ratti da mangiare. Di quelli giovani, grassi. Solo, liberaci dalla Tua ira.
Carleton Lufteufel, il demone dell’aria ( dal tedesco, ‘Luft’ aria e ‘Teufel’ demone ). Il solo nome è evocativo.
Direttore dell’ ERDA ( acronimo inglese che sta per “Ente per lo
sviluppo e la ricerca dell’energia” ) ai tempi dell’avvento del
conflitto, Lufteufel è il diretto responsabile dello sterminio di massa
che ha posto fine alla guerra, il “Creatore”, se così vogliamo
chiamarlo, di un mondo civilmente
primordiale. Carleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ma nello
stesso momento in cui ha premuto il tasto dello ‘sputo’ ( l’arma
micidiale che ha corrotto ogni cosa ) si è tramutato nel Dio dell’Ira.
E ai pochi superstiti cosa rimane se non il culto in tale dio? Come
spiegare altrimenti l’abominio del dolore, della distruzione e della
morte che li ha contagiati? La possibilità non può essere che una:
esiste un Dio, e questo Dio è malvagio.
Una teodicea ribaltata, annientata nel fallimento di trovare una
spiegazione razionale alla compresenza del male e di un Dio
caritatevole.
È il Dio dell’Ira che governa questo mondo, e la morte non rappresenta
più un ricongiungimento col divino, ma una liberazione da esso.
Carleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ribadiamolo; come tale è soggetto al dolore, al deterioramento fisico e morale:
come un Cristo trasversale, Lufteufel ha la sua corona di spine
conficcata nella testa – resti metallici delle esplosioni -, e la
camicia, impregnata del suo sangue ripulito da Alice – una Maria
Maddalena ritardata? – , come una santa sindone, ritrae il suo volto
impresso nella tela.
A rimarcare l’essenza divina di
Lufteufel vi sono i due passaggi in cui l’entità mistica del Dio
dell’Ira si manifesta in mondo inequivocabile: la comparsa del dio di
fronte a Tibor e la sua ultima apparizione ad Alice.
« Prega! » pretese la faccia. « In ginocchio e con le mani a terra! » « Ma » disse Tibor « io non ho mani e ginocchia! » « Questo lo stabilisco io » disse la facciona accesa. Tibor si sentì
sollevare di colpo, poi sbatté duramente giù sul prato accanto al
carretto. Gambe. Era inginocchiato.
Quando Tibor si ritrova bloccato per
via della perdita di una ruota del suo carretto, un disco, i cui tratti
facciali vanno formandosi lentamente, si palesa essere un’apparizione di
Lufteufel, il quale prima dona gli arti a Tibor, e subito dopo se li
riprende, manifestazione rivelante di potenza e sadismo.
Il suo incontro con Alice è invece
molto più dolce e serafico. Alice è la ragazza mentalmente ritardata che
Lufteufel ha preso con sé. La perdita di Lufteufel equivale per Alice
alla perdita del padre, identificato dalla ragazza come tale.
Alice, essere umano subnormale, sarà l’unica a vedere la verità oltre il
suo deficit; l’unica in grado di assistere alla teofania del Dio
dell’Ira, miracolosamente rappacificato con se stesso e con il mondo.
La pace del Dio dell’Ira sta proprio nella sconfitta. La colpa che
pesava sullo spirito di Lufteufel per le sue azioni, viene estirpata
attraverso la sua morte.
I temi di Dick: la verità oltre la verità. L’intero romanzo è una continua
disputa teologica su quale sia il percorso “giusto” da seguire.
Sostanzialmente, il romanzo ripercorre in chiave mistico-religioso la
questione teoretica della verità, tema assai caro a Dick.
Come si sentirebbe il mondo senza di lui…di questi tempi sono davvero poche le cose cui aggrapparsi.
Preposta l’esigenza di una divinità in
cui credere in un mondo post-apocalittico abbandonato a se stesso – non
veniamo a conoscenza di strutture organico-normative -, il dilemma
principale diventa quindi quale sia la divinità in questione cui
affidarsi. Continuare imperterriti nella speranza di un dio buono e
misericordioso, il Dio cristiano, oppure avallare il rapporto di
causa-effetto, secondo il quale, a seguito di tale catastrofe, l’unico
dio possibile è un dio dell’ira?
Una volta deciso quale via intraprendere, diventa necessario avvalorare tale scelta con delle prove.
L’ossessione per la verità che tormenta lo scrittore, è la stessa
ossessione che spinge Pete Sands all’uso indiscriminato di droghe per
arrivare a raggiungere la gnosi; così come per i SOW, l’unico modo per
conoscere la sostanza e l’essenza del Dio dell’Ira è quello di ritrarlo. La risoluzione finale ha un che di
tragicomico. Morto Lufteufel, Pete convince Tibor che il barbone
avvinazzato trovato in una stalla è il Dio dell’Ira; Tibor, finalmente
giunto al termine del suo Pelleg, è pronto a tornare a casa per
completare il suo chiesesco.
A diciassette anni
dalla morte di Tibor, la gerarchia dei Servi dell’Ira promulgò una
dichiarazione solenne di autenticità. Si trattava incontrovertibilmente
del volto del Dio dell’Ira, Carleton Lufteufel. Non c’erano dubbi. (…)
Questo allo scopo di garantire il rispetto dove mancava, la fede in una
società sempre meno religiosa e il credo in un mondo già consapevole del
fatto che la maggior parte delle cose in cui credeva si erano rivelate
delle menzogne.
In definitiva, Dick afferma ancora una
volta che non è possibile conoscere la verità ultima delle cose, ma ciò
nonostante è necessario continuare verso il suo perseguimento, evitando
di credere ciecamente a ciò che si vede.
Conclusioni Dopo una prima parte traballante, in
cui ho sinceramente pensato che gli autori si fossero fatti di acido, si
arriva ad una comprensione più tangibile dell’idea che sta alla base
del romanzo. Si capisce dove vogliono andare a parare, insomma. Fino
alla seconda metà, in cui inizia la parte veramente intrigante della
storia.
Che dire poi dell’accoppiata a quattro mani Dick-Zelazny? Sarò onesta:
non mi ha convinta del tutto. Lo stile pare disorganizzato (soprattutto
all’inizio, appunto), le descrizioni sono sommarie e i periodi
estremamente brevi, segmentati. Questo, assieme ad un uso spropositato
del tedesco, hanno reso l’opera disarmonica, proprio in virtù
(ribadiamolo) delle differenze tra la prima e la seconda metà del libro.
D’altronde c’è da dire che una dozzina d’anni di collaborazione
discontinua tra i due scrittori deve aver reso la stesura della storia
non poco complicata.
Comunque. Deus Irae è un romanzo particolare, strano, per certi versi assurdo, ma con delle potenzialità innegabili.
Il mio primo incontro con Herman
Melville si è concluso. Non avevo mai letto niente di questo autore ed
ignoravo completamente in cosa mi sarei imbattuta. Per mia fortuna ho
cominciato la scoperta dello scrittore con dei racconti e non con un
intero romanzo. Perché dico così? Beh, perché Melville non è
assolutamente una lettura semplice, almeno per me.
Posso capire perché lo scrittore americano finì nel dimenticatoio
all’epoca delle sue opere: i tempi non erano maturi. Gli scritti di
Melville sono oscuri, astrusi, sibillini; lo stile e le tematiche
precorrono i tempi: Herman Melville è il pioniere dell’ermetismo e della
letteratura dell’assurdo.
È abbastanza chiaro, quindi, come una narrativa del genere non possa
essere stata apprezzata dai contemporanei dell’autore, quando il genere
letterario in vigore era per lo più il romanzo naturalista.
Ciò nonostante, l’opera di Melville è sopravvissuta e giunta sino a noi;
un’opera ostica ed enigmatica, ma permeata di una potenza simbolica
indiscutibile.
Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street La storia di Bartleby ci viene
raccontata dal suo datore di lavoro, titolare di uno studio legale nella
sempre più emergente Wall Street. Alle prese con un lavoro sempre
maggiore, il narratore decide di assumere al suo servizio un altro
scrivano e fa qui, dunque, la sua comparsa Bartleby.
Bartleby è un uomo taciturno, pallido, dimesso e sobrio; nel suo
cantuccio solitario, Bartleby è uno scrivano provetto, copiando
incessantemente documento dopo documento. Nemmeno una pausa per il
silenzioso eremita, cosa che rende il narratore colpito e perplesso.
Bartleby si presenta dunque come un lavoratore alacre e instancabile, ma
alle prime richieste che non riguardino esclusivamente la copiatura,
come ad esempio l’uscire per svolgere commissioni, Bartleby si sottrae
semplicemente con un “preferirei di no”. Il titolare resta basito dal
rifiuto dello scrivano nell’eseguire i suoi compiti, ma come disarmato
dal candore della risposta, finisce con il lasciar cadere la questione.
Inutilmente il narratore rinnova le sue richieste, ottenendo in cambio
sempre la solita risposta: preferirei di no. Assieme ad un giustificato
dispetto, cresce nel magistrato il desiderio di conoscere meglio la
strana figura che ha assunto nel suo ufficio; Bartleby è chiuso nel suo
guscio, imperscrutabile, a dir poco emblematico. Ma chi è Bartleby? Da
dove viene? Qual è la causa dei suoi perentori, quanto pacati, rifiuti?
Ad accrescere il disagio del narratore è poi l’improvvisa interruzione
del lavoro di Bartleby come copista; di punto in bianco, lo scrivano
pretende di non voler più scrivere, o meglio, preferirebbe non
farlo più, lasciando il suo padrone nell’impotenza di fronte alla sua
perentoria decisione. Bartleby passa ora le sue giornate fissando fuori
della finestrella dello studio, che dà su un muro. A niente valgono le
proteste, le suppliche, gli inviti accorati del legale di fronte alla
caparbia ostinazione dello scrivano. Bartleby vive nel suo mondo, un
mondo astratto e inaccessibile, un mondo sbarrato dalla continua
presenza di quel muro fuori dalla finestra.
Il narratore, ora impietosito, ora esasperato dal comportamento del suo
subalterno, decide di licenziare, sebbene a malincuore, lo strano
individuo, ma inutilmente; Bartleby non intende andarsene, preferirebbe non andarsene, e non se ne va.
Non sapendo più come doversi comportare, il legale finisce con il
trasferirsi in un altro palazzo, lasciando Bartleby al suo destino. A
distanza di poco tempo, però, il narratore viene a conoscenza delle
proteste degli inquilini del suo vecchio stabile, indispettiti dalla
presenza continua e spettrale dell’ex scrivano. Bartleby finisce così
col venire arrestato.
A questo punto il narratore, dispiaciuto per la fine di Bartleby, va a
trovarlo in prigione per assicurarsi che stia bene; la figura di spalle,
di fronte a un muro, testimonia che niente è cambiato in Bartleby.
L’uomo continua il suo compito di sognatore, di figura astratta ed
ascetica, di sovvertitore silenzioso, fino all’inevitabile fine.
La critica è molto dibattuta riguardo
l’interpretazione del racconto; Bartleby è chiaramente una figura
simbolica dai tratti evangelici: un moderno Gesù Cristo capace di vedere
oltre, inaccessibile ai comuni mortali? Forse. Sicuramente è un aspetto
da tenere di conto.
Ma la teoria che tendo ad accreditare di più è una sorta di critica
intrinseca alla società moderna; sempre più caotica, sempre più veloce,
moderna, inafferrabile, la società di Melville, di cui Wall Street ne è
l’astro nascente, è una società basata sul capitale e sulle leggi
burocratiche. Non più uomini, ma notai ed avvocati. Non più valori umani
ma capitali, azioni, denaro.
Bartleby è il simbolo del passato che tenta di dire no al futuro
incalzante. Ma un muro si oppone sempre di fronte alla sua figura; la
strada è sbarrata in senso contrario, si può solo andare avanti,
altrimenti si finisce con il restare a fissare solo un muro.
Ma il muro potrebbe anche indicare quell’effettiva barriera che divide il genere umano.
“Ah Bartleby! Ah, umanità!”
Un muro fra me e gli altri, una
costante instabilità che finisce col minare le convinzioni altrui ( i
continui ripensamenti e le crisi di coscienza del narratore, l’invasione
del verbo preferire all’interno dell’ufficio, che “contamina” anche gli altri assistenti del legale).
E altri racconti americani Gli altri racconti che compongono la raccolta non sono meno ermetici del precedente.
In Chicchirichì, ovvero il canto del nobile gallo Beneventano,
un uomo appesantito dai comuni problemi materiali (problemi pecuniari),
rinasce grazie al portentoso canto di un gallo, appartenente ad un
pover’uomo che si rifiuta di vendere il bene più prezioso che ha: il
canto del suo fedele gallo.
Ne I due templi, Melville
contrappone l’ostentata purezza della Chiesa al mondo più pagano del
Teatro. L’apparenza sacrale e caritatevole della Chiesa, viene
smascherata dall’effimero ambiente mondano che, paradossalmente, risulta
più di sostanza e genuino del primo.
Ne Il paradiso degli scapoli e il tartaro delle fanciulle
assistiamo a due scenari totalmente contrapposti: il mondo spensierato e
benestante degli avvocati, uomini scapoli e della buona società, a
quello infinitamente più triste e freddo di una cartiera, dove donne dal
colorito niveo, ripetono incessantemente il loro lavoro meccanico,
paragonate a Cristo per il loro sacrificio a discapito della loro virtù.
Jimmy Rose, protagonista del racconto
omonimo, è un uomo enormemente ricco e generoso che finisce col perdere
tutte le sue sostanze e vivere di un’indifferente, quanto
supponentemente tollerata, carità da coloro che gli erano amici ai tempi
delle sue ricchezze.
Jimmy Rose è la nemesi di Bartleby, in quanto accetta suo malgrado quel compromesso che lo scrivano rifiuterà fino alla morte.
Io e il mio camino è un
racconto dal tono più spensierato; narra della smodata ammirazione di un
uomo per il suo camino, che combatte in tutti i modi la sua famiglia,
che invece vorrebbe sbarazzarsene.
Conclusioni Decisamente quella di Herman Melville
non è una letteratura banale ed agevole; tra i riferimenti biblici ed
evangelici, le critiche velate ed i numerosi simbolismi, l’opera dello
scrittore americano presenta non poche difficoltà nella sua
interpretazione, oltre che nella sua lettura.
Consiglio: iniziate, come me, da racconti o romanzi minori prima di imbattervi nel ben più voluminoso capolavoro che è Moby Dick. Almeno per il primo incontro. Poi fate voi.
Giudizi contrastanti quelli che accompagnano il più o meno famoso Dio di illusioni, romanzo d’esordio di Donna Tartt.
Da quale parte della barricata schierarsi? A questo punto credo che sia veramente una questione di gusto personale.
Dal canto mio, non posso che considerarlo un libro molto, molto, sopravvalutato.
Siamo
in un esclusivo college del Vermont; Henry, Bunny, Francis, Charles e
Camilla rappresentano tutto ciò che Richard Papen, squattrinato
californiano, vorrebbe essere: bello, ricco, affascinante. L’unico modo
per entrare a far parte di quel gruppo è seguire le lezioni di greco, e
Richard lo fa. Pian piano viene accolto nella cerchia e il ragazzo si
sente al settimo cielo, finché qualcosa comincia a minacciare
l’idilliaco equilibrio del gruppo. Bunny sa un segreto che riguarda
Henry, Francis e i gemelli, ma che Richard non conosce. L’armonia
traballa sempre di più, fino a spezzarsi, quando Richard scopre il
segreto della discordia. I quattro ragazzi sono responsabili di un
brutale omicidio, avvenuto erroneamente durante il baccanale segreto da
loro organizzato. Bunny diventa quindi una minaccia, e una sembra essere
l’unica soluzione possibile.
_E da qui in poi consiglio la lettura solo a chi ha letto il libro, fino alle conclusioni, come al solito.
Considerazioni su Dio di illusioni: la trama, lo stile, i personaggi. Quattro (cinque) ragazzi coinvolti in
un orribile segreto, un omicidio involontario, e qualcuno che sa. Vi
ricorda qualcosa? A me sì; per esempio il film So cosa hai fatto, tratto dall’omonimo romanzo di Lois Duncan, scritto nel 1973. Che l’autrice de Il Cardellino
abbia preso ispirazione dal sopracitato libro? Le modalità sono
diverse, certo, ma subito è riaffiorato in me il ricordo, la sensazione
di una trama già vista, già sentita.
Ma tralasciando le fonti d’ispirazione, ci sono molti elementi che rendono Dio di illusioni un romanzo mal riuscito.
Innanzitutto lo stile.
Secondo i miei canoni (ed i miei gusti personali, ovviamente) ritengo
che la Tartt, per lo meno da quanto ho appurato in questo suo primo
romanzo, non sappia scrivere: lo stile è prolisso e poco fluido, molto
artificioso e poco coinvolgente. Innumerevoli sono i fatti e le
descrizioni altamente inutili che compongono questo romanzo,
contribuendo a renderlo molto più lungo di quanto in realtà sarebbe
stato necessario; seicento pagine che sarebbero potute benissimo essere
sintetizzate nella metà, se nelle mani di uno scrittore capace.
I personaggi sono troppo fittizi,
piatti e scialbi, nonostante l’autrice tenti in tutti i modi di renderli
interessanti, stravaganti, “diversi” insomma. Ma manca quella bravura
di fondo atta a rendere i protagonisti dei personaggi a 360°, con una
loro psicologia a tutto tondo. Chi sono infatti i protagonisti di Dio di illusioni?
Richard, colui che
funge anche da narratore in prima persona, paradossalmente è il più
insignificante del gruppo. Nonostante sia lui a raccontare la storia, _e
avendo quindi la funzione importantissima di coinvolgere maggiormente
il lettore proprio perché influenzato dal suo punto di vista_ , tutto
ciò che pensa e prova risulta come condensato da un soffuso strato di
ovatta, a causa del quale ogni suo pensiero o sentimento appare privo di
un’autentica emozionalità, rendendo il lettore incapace di partecipare
attivamente al suo stato emotivo.
Vi sono poi gli elitari, coloro che ci
vengono presentati dal narratore come una sorta di angeli, essere
trascendentali, se non addirittura degli dei, che altro non sono che dei
ragazzi ricchi, viziati e supponenti, chiusi nella loro cerchia
ristretta e inaccessibile per chiunque non ne faccia parte. Non
partecipano alla comune vita del college, non vanno alle feste
studentesche e non scambiano parola con chicchessia; il loro tempo
libero lo passano riuniti a bere e a fumare sigarette, giocare a carte,
leggere libri tra una sbronza e l’altra.
Merito di questo snobbismo classista è sicuramente Julian,
professore di greco che, tronfio della sua superbia, ha voluto
frapporre un muro tra sé e i suoi adepti con il resto del mondo, troppo
mediocre e misero per la sua persona, dedita alla magnificenza del mondo
classico.
Adorato e venerato dai suoi allievi, Julian è un uomo votato
esclusivamente alla bellezza, una bellezza particolare però, puramente
estetica, priva di contenuto: in definitiva, una bellezza sterile.
Ma più che la persona in sé, Julian mi ha disgustato nella sua figura di
professore: un maestro delle apparenze senza alcuno scrupolo morale
nell’isolare coercitivamente i suoi studenti (fatto allarmante di per
sé) e nell’instillare il culto del Dionisismo in giovani menti
influenzabili.
Il “mandante” dell’omicidio infatti non è altri che Julian, desideroso
di trasfondere nei suoi accoliti i suoi stessi ideali edonistici,
travisando in realtà gli ideali della cultura greca; perché assieme al
dionisiaco, esiste l’apollineo.
Henry, pedante
classicista, dall’aspetto austero e sostenuto, erudito e fin troppo
perfetto, è la mente malata che raccoglie il dado lanciato da Julian. È
lui che propone l’idea del baccanale, è lui che decide di eliminare
Bunny, è lui che muove gli altri come delle pedine. E proprio perché è
lui il personaggio di maggiore spessore, è lui che farà una fine tragica, epica, classica.
Il rifiuto del suo mentore, l’onta causata dal suo abbandono,
determinano in Henry il bisogno di un riscatto che dovrà ottenere col
sacrificio. Il suo.
Charles e Camilla, la
coppia di gemelli, segretamente amanti (sì, perché senza una relazione
incestuosa sarebbero stati troppo banali, no?), sempre inseparabili,
sempre a bere o a fumare. Camilla, ovviamente, essendo l’unica ragazza del gruppo è anche colei che viene contesa da tutti, fratello compreso appunto.
Charles, che all’inizio sembrava perlomeno un personaggio rispettabile,
viene trasformato, con l’avanzare della storia, in un alcolizzato
incallito e violento, così, di punto in bianco, giusto perché la Tartt
non sapeva che altro inventarsi.
Francis,
l’omosessuale del gruppo, è forse l’unico personaggio che si salva, che
ha una coscienza, seppur latente e per lo più ottenebrata dal suo amore
per Charles.
Alla fine, però, nessuno di questi
personaggi sviluppa una personalità talmente propria da renderlo unico e
indimenticabile. Manca quell’individualità che renda reale il
personaggio. Sono tutti uguali, semplicemente con delle differenze.
Bunny, altro elemento
del gruppo, appare odioso già prima del ricatto: ragazzo eccessivamente
esuberante, egoista e, a mio modesto parere, veramente stupido, è colui
che più degli altri vive di apparenza; appartenente a una famiglia un
tempo altolocata, Bunny non pare preoccuparsi dell’attuale situazione
economica della famiglia perché, grazie ad escamotage e alle sue
amicizie benestanti, riesce comunque a mantenere un alto tenore di vita.
Un ragazzo finto, superficiale, interiormente vuoto che finisce col
rendersi ulteriormente odioso quando comincia a ricattare (e neanche
esplicitamente) gli altri ragazzi.
Persino il suo crollo emotivo ha un che di fastidioso, semplicemente
perché del tutto irrazionale; lui, che è del tutto estraneo
all’omicidio, sta male, quando ai diretti interessati non fa minimamente
né caldo né freddo. Bunny inizia a interrogarsi sul senso della morale,
sul concetto di colpa e di peccato, sembrando quindi l’unico essere
dotato di coscienza in tutta la storia. Ma allo stesso tempo sfrutta il
segreto dei ragazzi per soddisfare ogni suo singolo capriccio. Dunque,
di che moralità stiamo parlando? Uccidere è immorale, ma ricattare sulla
base di tale uccisione no? Un concetto di etica alquanto distorto a
parer mio.
Inoltre comincia a diffidare di chiunque, a soffrire di paranoia…beh,
diciamo che se ti metti a ricattare la gente un po’ te lo devi anche
aspettare che poi ti vogliano fare la pelle eh.
Dunque, a costo di sembrare io l’immorale, sono stata contenta che un
personaggio vile, e alla fin fine abbietto, come Bunny venisse eliminato
dalla storia.
Ma adesso arriviamo alla parte più
“divertente” e soprattutto “verosimile” della storia. Sparisce Bunny e
dopo tre giorni vengono iniziate le ricerche dalla polizia, da
innumerevoli volontari, da squadre speciali con tanto di elicottero e
infine dall’ FBI. La SWAT e l’esercito no??
Via, quando mai per un ragazzo di 24 anni qualsiasi si mobilita tutta
questa gente? Poi la Tartt, rendendosi conto della puttanata (pardon)
che ha scritto, aggiunge la storia della ricompensa e della droga per
cercare di rimediare a cotanta assurdità.
Ebrietas nihil aliud est quam voluntaria insania. Nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia. Il perno centrale del romanzo è il male. O meglio, la bellezza del male.
Julian afferma che la bellezza è terrore, frase sulla quale non mi ritrovo affatto d’accordo; la bellezza è anche terrore. C’è differenza.
Fin dai tempi più antichi, il male fa
parte dell’uomo e come tale affascina. Ma qui il male viene impostato su
due differenti piani: il male come accezione moderna, dal punto di
vista della colpa, e quindi della morale, e il male come conseguenza ed
espressione della libertà più totale, slegata dai vincoli morali che la
imprigionano.
I baccanali greci in onore di Dioniso non erano concepiti come culto del
male, ma come libera espressione degli istinti più selvaggi, della
forza vitale, della completa liberazione dello spirito scevro dalla
coscienza, e di conseguenza come simbolo di ricongiungimento col dio, il
“dio di illusioni” a cui si rifà il titolo, che è appunto Dioniso, un
dio dal duplice aspetto; da un lato egli è dio dell’estasi,
dell’ebbrezza e del vino, dall’altro è anche il dio della metamorfosi,
terrorizzante e irrazionale.
Per Henry, soprattutto, il desiderio
di andare oltre i confini della razionalità e della coscienza diventa
un’ossessione morbosa.
Ma nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia. Il
decidere consapevolmente di svestirsi delle proprie inibizioni morali è
un atto di deliberata depravazione. Ciò che Henry vorrebbe, ovvero
raggiungere lo stato di amoralità, è impossibile perché nella cultura in
cui vive la moralità e l’immoralità sono concetti ormai legati
indissolubilmente a lui. Quindi il decidere di andare contro la morale,
seppur in una forma di amoralità, è già un atto di per sé immorale.
Henry stesso ammetterà, in seguito, che l’aver ucciso l’uomo nel bosco è stata l’esperienza più vivificante della sua vita.
Quindi, ripeto, nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.
Per quanto riguarda il male inteso come colpa, come peccato, la Tartt non riesce a svilupparne bene il concetto, né l’intensità.
Bunny, ripetiamolo, si interroga sul senso di colpa e peccato, mostrando però un atteggiamento immorale ricattando i ragazzi.
Dopo l’uccisione a sangue freddo dell’amico, Richard dichiara sempre di
fare sogni orribili, di avere fitte di malessere e paura, ma non sembra
sentirsi realmente in colpa, e così gli altri ragazzi.
La premessa del baccanale è del tutto inutile in quanto questi personaggi già non hanno una coscienza.
Conclusioni Sarà il fatto che nutrivo grandi aspettative per questo romanzo se ora non posso fare a meno di sentirmi delusa. Molto delusa.
La trama intrigava, parecchio. Ma lo stile lento, prolisso, l’incapacità
di compartecipare emotivamente con i protagonisti, le ripetizioni, le
forzature in generale, hanno distrutto quello che poteva essere un gran
bel romanzo.
È evidente lo sforzo della Tartt nel voler riuscire a stupire,
sconvolgere il lettore, così come è visibile la sua conoscenza della
lingua e della letteratura greco-latina, visti i grecismi e i continui
richiami classici di cui è permeato il libro, ma nonostante ciò per me
non riesce. La scrittrice non è riuscita nel trasmettere il significato
profondo del suo pensiero, non è riuscita a svilupparlo concretamente,
ecco.
Per finire, una piccola parentesi sul genere di questo romanzo, dato che c’è chi si trova in difficoltà nel doverlo catalogare.
Non è un giallo in quanto non è strutturato come un giallo (mancano
l’investigatore, gli indizi, la deduzione tipica del giallo classico);
non è un thriller, manca l’azione (questo libro è molto, molto lento);
non è un romanzo di formazione, semplicemente perché qui nessuno cresce,
i protagonisti vanno avanti nelle loro vite senza mostrare particolari
cambiamenti o maturazioni; non è interamente un noir, in quanto la
suspense è poco palpabile.
In definitiva: si tratta meramente di narrativa con tinte di mistery/noir.
Voto: ★★
Donna Tartt. Non trovate che persino l’autrice sia un personaggio fin troppo costruito?
Nel caso non ve ne foste accorti,
stanotte è Halloween! Avete preparato i costumi da indossare? E i
sacchetti in cui mettere i dolcetti? E la fotocamera/i-phone con cui
scattare le foto della serata? Sì? Bene, ma state attenti.
Se al posto del vostro amico ubriaco dovesse apparirvi raffigurato un enorme cane nero…datemi retta…SCAPPATE!
Il Fotocane Per il giorno del suo quindicesimo
compleanno, Kevin riceve in regalo la tanto desiderata macchina
fotografica e subito decide di inaugurarla con un ritratto di famiglia.
Mr e Mrs Delevan e la sorellina Megan si mettono in posa, un bel sorriso
e click! La foto viene sputata fuori dalla polaroid, ma invece della
famiglia attorno alla torta, i Delevan si ritrovano a fissare un cane
nero davanti ad un vecchio steccato bianco. Che diavoleria è mai questa?
Che sia un difetto? Uno strano scherzo? Kevin continua a scattare foto,
a vari soggetti in posti diversi, ma il risultato è sempre lo stesso:
il cane nero davanti allo steccato.
Desideroso di scoprire cosa si cela dietro quello strano fenomeno, Kevin
porta la sua Sun 660 al negozio di Pop Merrill, una sorta di factotum
della città. Ma nemmeno Pop è in grado di svelare il mistero che si cela
dietro la macchina fotografica. Osservando meglio le foto, però, Pop e
Kevin scorgono qualcosa di strabiliante: il cane della foto non è fermo!
È un cambiamento impercettibile eppure evidente: foto dopo foto, il
cane cambia posizione, fino a che non si accorge di essere fotografato. E
allora inizia a mostrare i denti.
Kevin comincia a intuire il pericolo della macchina e decide di
sbarazzarsi dell’oggetto prima che quell’essere mostruoso che si cela al
suo interno si sbarazzi di lui. Ma Pop ha in mente altri progetti…
Quattro dopo mezzanotte, caveat emptor Il fotocane è un racconto ambientato a Castle Rock, vi dice niente?
Come spiega King nell’introduzione, Il fotocane è una sorta di punto d’incontro tra due romanzi: Cujo e Cose preziose.
Durante l’arco del racconto, infatti, il fotocane viene paragonato ad un
altro cane, un sanbernardo per la precisione, famoso nella cittadina
per aver provocato morte e scompiglio, Cujo, appunto.
Qui il riferimento è palese, mentre per quanto riguarda Cose preziose è molto più latente, anche perché ai tempi della stesura del racconto, il romanzo non era ancora stato pubblicato.
Ne Il fotocane facciamo così, per la prima volta, conoscenza
con lo sceriffo Pangborn, Polly e Pop Merrill, che risulta essere lo zio
di Ace in Cose preziose.
La tecnica del crossover è spesso usata da Stephen King, che si diverte
nell’intrecciare tra loro fatti/personaggi/luoghi di diversi romanzi;
personalmente ‘odi et amo’ questo espediente narrativo perché se da un
lato provo una sorta di esaltazione nel riconoscere e rincontrare vecchi
personaggi, dall’altro mi innervosisce quando i fatti di cui si parla
sono avvenuti in romanzi che ancora non ho letto (in questo caso Cujo).
Altra peculiarità di King è la
modalità con la quale si ha la rottura dell’equilibrio iniziale dei
personaggi; due, infatti, sono le situazioni che solitamente portano il
protagonista alla complicazione della storia: o il tizio in questione se
la va letteralmente a cercare (e allora vien da sé che se lo merita),
oppure il tizio è semplicemente un povero sfigato che, meramente per
caso, si ritrova ad aver a che fare con orribili avversità ( al che, un
pensiero spontaneo subito emerge: “ma perché, poveraccio, proprio a
lui?”)
E’ il caso di Kevin, quindicenne con la testa a posto, che, come regalo
di compleanno, si ritrova tra le mani una macchina “stregata” molto
pericolosa.
Rientra invece nella prima categoria Pop Merrill; avido strozzino e
furbo come una faina, Pop decide di tenersi la macchina per avidità,
sperando di venderla a qualche stralunato appassionato di esoterismo, ma
sfortunatamente per lui nessuno sembra interessato.
Pop è persino consapevole del pericolo della macchina ma non gli
importa. L’unica cosa che conta sono i soldi. È abbastanza scontato che
da agente diventi agito, succube della malia della macchina che ormai è
sempre più potente.
Di nuovo, poi, come in Il Poliziotto della Biblioteca,
notiamo come i sogni siano la chiave ricorrente di King per permettere
al protagonista di trovare la soluzione al suo problema; è proprio
grazie ai suoi incubi se Kevin riesce a capire come fermare il fotocane.
D’altronde, la notte porta consiglio, no?
Conclusioni Dopo ben tre lunghi (e quando dico
lunghi, intendo lunghi) racconti, devo ammettere che ho fatto fatica a
leggere quest’ultima storia; non perché non fosse meritevole come le
altre, ma forse arrivare a quota quattro, tutto di seguito, è stato
troppo per me. Devo ammettere comunque che è stato il racconto che mi ha
coinvolto di meno.
I migliori restano senz’altro I langolieri e Finestra segreta, giardino segreto.
Voto: ★★★
Il ciclo di Halloween dei “brividi del
venerdì” finisce qui ( alleluia!). Mi raccomando, divertitevi stanotte,
recitate ‘trick or treat’, ma non fate troppo tardi: dopo la mezzanotte
possono accadere fatti strani e misteriosi!
Buonanotte e sogni…da paura! ;)