martedì 27 maggio 2014

Il pericolo senza nome #giallo martedì

Il pericolo senza nome è il sesto, riuscitissimo, romanzo di Agatha Christie, avente come protagonista il piccolo investigatore belga, il grande Hercule Poirot.
Gli altri romanzi, in ordine di lettura, sono:
  • Poirot a Styles Court
  •  Aiuto, Poirot!
  •  L’assassinio di Roger Ackroyd
  •  Poirot e i quattro
  •  Il mistero del treno azzurro

In questo romanzo, dalla trama non poco complicata, ritroviamo nuovamente il capitano Hastings ( assente nel n.3 e nel n.5 ) di ritorno dalla sua nuova vita in Argentina, il quale, assieme a Poirot, si troverà di fronte a un caso ben fuori dall’ordinario: il dover indagare su un omicidio non ancora commesso.

Nella Casa Solitaria…
Poirot e il suo fedele amico Hastings si trovano in vacanza nella piccola località marina di St Loo; ad interrompere la loro quiete vi è però l’incontro con miss Nick Buckley, giovane donna che vive nella vecchia Casa Solitaria, lì nelle vicinanze. Poirot viene così a conoscenza di una serie di incidenti mortali ai quali Nick è miracolosamente riuscita a scampare. Poirot capisce subito che questi presunti incidenti sono in realtà dei veri e propri tentativi di omicidio nei confronti di Nick. Ma perché qualcuno dovrebbe volere la sua morte?
Per via dell’assenza di un movente evidente, Poirot fatica non poco a scoprire finalmente la verità: un sordido piano architettato fin nei minimi particolari, dove niente è come appare e dove il confine tra vittima e colpevole è veramente labile.

(_Da qui in poi, SOLO PER CHI HA LETTO IL LIBRO, fino alle conclusioni_)
…Niente è come sembra
Il pericolo senza nome presenta nel suo complesso evidenti punti di forza ma, allo stesso tempo, alcuni punti deboli.
  • Primo punto di forza
Il vero punto di forza di questo romanzo è l’assenza del movente; fino a metà della storia non riusciamo a capire per quale motivo qualcuno dovrebbe voler morta Nick, una ragazza senza soldi e senza particolare interesse. Quindi perché? E’ questa la stessa domanda che assilla Poirot, e che non trova risposta finché non scopriamo che la ragazza era fidanzata con il capitano Seaton, promettente aviatore in procinto di ereditare una grossa fortuna che, con la sua stessa morte, sarebbe passata direttamente nelle mani di Nick.
E qui incappiamo nel primo punto debole; questa scoperta di Poirot è troppo campata in aria: alla resa dei fatti si tratta semplicemente di un’ipotesi che, guarda caso, risulta vera. Chi mai sarebbe arrivato a scoprire questo fidanzamento segreto se non grazie a fantasiosi voli pindarici? E sì che la risoluzione di un mistero trova sicuramente le sue fondamenta sulle supposizioni, ma esse devono essere avvalorate dai fatti. Poirot riesce a scoprire tale relazione semplicemente perché Nick una sera si veste di nero (colore che non indossa mai), perché si accalora particolarmente quando i suoi amici danno Seaton ormai per disperso, perché Nick si assenta dalla cena per venti minuti per una telefonata, a suo dire (invece per Poirot ha sentito alla radio la notizia della morte di Seaton, cosa che a noi lettori è impossibile verificare o anche solo sospettare), ed infine per l’esagerato dolore che la ragazza prova per la morte della cugina.
Allora, ok che non tutti siamo Poirot, ma mi pare comunque una deduzione fin troppo azzardata.
Ma, andiamo avanti.
  • Secondo punto di forza
La bravura della Christie sta nella capacità di mostrare al lettore tanti piccoli indizi che però vengono sapientemente mascherati da altri particolari nel corso della lettura.
Il fatto stesso che la vicenda sia narrata da Hastings, compagno di avventure di Poirot, porta subito il lettore a pensare come Poirot. Nessuno mette in dubbio le capacità di Poirot, perché Poirot non sbaglia mai! Quindi, se Poirot non ha dubbi sulla veridicità degli attentati subiti da Nick, neanche il lettore avrà il minimo dubbio al riguardo; nonostante Frederica affermi che Nick è una bugiarda, oppure che Vyse asserisca che Nick è morbosamente attaccata alla Casa Solitaria, invece che credere a loro, è naturale pensare che siano loro a mentire, o comunque a nasconderci qualcosa.
Qui sta l’altro punto di forza nell’abilità della Christie: nel riuscire a manipolare la mente del lettore come e quando vuole, senza che chi legge possa farci niente.
Il secondo punto debole riguarda il nome Magdala: quando conosciamo la cugina di Nick, il cui vero nome è Magdala, ci viene presentata semplicemente come Maggie. È vero che Nick afferma che Magdala è un nome di famiglia, ma vi pare possibile che uno arrivi a pensare che anche la cugina si chiami Magdala? Io avrei pensato che Maggie fosse il diminutivo di Margaret, non certo di Magdala.
Anche qui, la scoperta a cui giunge Poirot è troppo lontana dalla mente del lettore comune.
  • Terzo punto di forza
In questo romanzo ritroviamo ( ovviamente con delle differenze ) l’escamotage già perfettamente riuscito in L’assassinio di Roger Ackroyd (di cui vi consiglio caldamente la lettura); il buono diventa il cattivo e viceversa, ma come arrivare a pensare una cosa del genere? Quando Nick sta male dopo aver ingerito dei cioccolatini alla cocaina, a nessuno verrebbe in mente di pensare che la donna si sia avvelenata da sola, e questo semplicemente perché siamo stati fuorviati sin dall’inizio, credendo ciecamente alla sua innocenza.
La difficoltà predominante nei romanzi della Christie è sempre quella di riuscire a capire chi dice la verità e chi mente, e qui sta la grande differenza tra noi comuni lettori e l’insuperabile acume di Hercule Poirot.

Conclusioni
Il pericolo senza nome è indubbiamente un buon romanzo in puro stile Christie; la trama viene a complicarsi a causa delle sue sottotrame, e il lettore non è mai del tutto certo delle sue deduzioni.
Il finale è un vero e proprio colpo di scena, e se in questo libro vi sono pur sempre degli errori, ciò non toglie che nella sua totalità sia un giallo assolutamente ben costruito.
Se poi vogliamo proprio essere pignoli, allora devo ammettere che L’assassinio di Roger Ackroyd è sicuramente un gradino più in alto. 

Voto: ★★★½

mercoledì 23 aprile 2014

I diari 1862-1910 #La storia del mercoledì

Quando si nomina Tolstoj, subito si pensa a Guerra e pace, Anna Karenina, e agli altri romanzi scritti dall’autore russo, oppure alla sua dottrina, il tolstoianesimo (o tolstoismo che dir si voglia), ma quanti si soffermano a pensare alla vita famigliare dello scrittore russo?
Sòf’ja Andrèevna Tolstàja è stata la moglie di Lev Nikolàevič Tolstòj per ben quarantotto anni, dal 1862 fino al 1910 (anno della morte del marito), e durante questi anni ha tenuto un diario che, fortunatamente, è giunto sino a noi.
I diari di Sof’ja Tolstaja sono la preziosissima testimonianza di una donna sensibile e intelligente che ha convissuto per lungo tempo con uno degli scrittori più importanti e geniali del XIX secolo.




All’ombra di Tolstoj: una vita (in)felice
Sòf’ja Andrèevna Bers, detta anche Sonja, si fidanza giovanissima con l’ormai trentacinquenne Tolstoj; ancora ingenua e sognatrice, Sof’ja accetta il matrimonio con Tolstoj ancora prima di aver terminato di leggere la proposta di lui, scritta in una lettera. Dopo un fidanzamento lampo, durato poco più di una settimana, i due si sposano il 23 settembre 1862, a cui seguì una separazione dalla famiglia molto dolorosa per Sof’ja.
Molti fatti avvenuti durante il periodo del fidanzamento, e la cerimonia del matrimonio stesso, sono stati poi descritti da Tolstoj in Anna Karenina, in riferimento al matrimonio di Kitty e Levin: i messaggi scritti per iniziali da Levin e decifrati alla perfezione da Kitty, l’offerta dei propri diari alla futura sposa, i dubbi sull’amore di lei, il ritardo di Levin al matrimonio per la mancanza di una camicia pulita, tutte queste scene narrate nel romanzo sono in realtà episodi concretamente vissuti da Lev e Sof’ja.


Giunti a Jàsnaja Poljana, ha inizio per Sof’ja una tormentosa permanenza nella tranquillità campestre della residenza del marito; giovane donna, ancora diciottenne, abituata alla vita ben più movimentata e allegra della sua famiglia a Mosca, Sof’ja si ritrova improvvisamente isolata in un ambiente silenzioso e solitario. A turbarla ulteriormente è la lettura dei diari di Tolstoj, in cui viene a conoscenza delle precedenti relazioni amorose (e sessuali) del marito.
Avete presente la frase di Oscar Wilde: “ Gli uomini vorrebbero essere sempre il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo. ” ? Ebbene, tutto ciò non si può certo dire per Sof’ja che, dilaniata dalla gelosia, si tormenterà per molti anni a causa delle precedenti esperienze amatorie di Tolstoj.
Come un uccellino in gabbia, i primi anni matrimoniali di Sof’ja sono caratterizzati dalla noia e dalla solitudine, dal desiderio di attività e movimento, e soprattutto dal grande amore per Tolstoj; la vita della giovane sposa ruota interamente attorno al marito, Sof’ja vive letteralmente per lui. È quindi comprensibile che, se privata di una vita sociale e dominata unicamente dal desiderio di amore per Tolstoj, Sof’ja ceda spesso alla drammaticità di fronte alla sua stessa gelosia e al marito che è molto preso dal suo lavoro. E nonostante capisca quanto sia autodistruttivo questo amore per Tolstoj, Sof’ja non potrà mai fare a meno di lui.


Dopo un anno arriva il primo dei tredici figli, Sergèj, seguito dalla sorellina Tat’jana. I figli danno un nuovo scopo alla vita di Sof’ja che dovrà occuparsi della loro educazione, oltre alla gestione della casa. Contemporaneamente al ruolo di madre, Sof’ja svolge anche le vesti di copista, riscrivendo le bozze dei romanzi e degli articoli di Tolstoj.
La stesura di Guerra e pace è probabilmente il periodo più felice della vita matrimoniale di Sof’ja: appassionata al romanzo, Sof’ja prova un senso d’orgoglio nel poter copiare i manoscritti del marito e nell’essere presa in considerazione per quanto riguarda i suoi consigli.


Dal 1870 iniziano le crisi esistenziali di Tolstoj, come emergono palesemente in Anna Karenina, scritto in quegli anni. Questa crisi si acuisce sempre di più e, con il progressivo distacco dalla chiesa ortodossa, il desiderio di tornare a una vita più semplice, contadina, rinnegando il lusso e il benessere dei soldi che non manca di donare a chi ha più bisogno di lui, si innesca tra i due coniugi un insanabile disaccordo, una triste incomprensione che li accompagnerà sempre di lì in poi.
A fomentare questo distacco tra i due c’è poi Vladimir Čertkòv, il fondatore del tolstoismo.


Al già esistente disaccordo famigliare si va ad aggiungere La sonata a Kreutzer del 1889; in questo romanzo breve Tolstoj condanna severamente l’amore carnale e il matrimonio; immaginate, quindi, quanto potesse far piacere a Sof’ja trascrivere un romanzo che praticamente rinnegava tutta la sua esistenza. E nonostante questo, è grazie a Sof’ja se La sonata a Kreutzer venne pubblicata, intercedendo per il marito direttamente allo zar.

A segnare una nuova crepa nel cuore di Sof’ja è la morte del piccolo Vanička, ultimo figlio dei Tolstoj, il bambino su cui Sof’ja aveva riversato tutto il suo amore. Questo evento drammatico segnerà per sempre la vita della donna, i cui nervi cominciano sempre di più a cedere, e il pensiero del suicidio sarà sempre più frequente.
L’unico conforto di Sof’ja è il compositore Sergej Ivanovič Taneev, che con la sua musica e la sua amicizia, fa nascere nella donna un forte amore per la musica (e un amore platonico per lui), mentre in Tolstoj regna la gelosia.


Con l’avvento del nuovo secolo, Sof’ja si sente ulteriormente ferita quando viene a scoprire che il marito ha vergato un nuovo testamento in cui lascia i diritti d’autore di tutte le sue opere al pubblico dominio, privando così la famiglia di una qualsiasi eredità, ed affidandone la cura a Čertkòv, al quale già erano stati affidati i diari di Tolstoj.
Sof’ja è preda sempre più spesso di attacchi isterici e tenta continuamente falsi suicidi.


Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1910 Tolstoj decide definitivamente di andarsene da casa. Il motivo dell’estrema decisione sarebbe stata Sof’ja che, mentre il marito era coricato, sarebbe andata a frugare tra le sue carte. Sof’ja ovviamente nega nel suo diario:
Pretesto della sua fuga è stato il fatto che io di notte ho rovistato nelle sue carte. Ma io, nonostante sia entrata per un minuto nel suo studio, non ho toccato neanche una carta e sul tavolo non c’era nessuna carta.
Molto differente è la versione di Tolstoj.

Alla scoperta della fuga del marito, Sof’ja si getta nello stagno, dal quale viene tirata fuori dalla figlia Saša e dal segretario di Tolstoj, Bulgakov.
Sfortunatamente, durante la fuga Tolstoj si ammala e deve terminare il suo viaggio alla stazione di Astapovo. Non appena Sof’ja scopre dove si trova il marito lo raggiunge con un treno speciale, ma non le sarà permesso di avvicinarsi a lui se non quando sarà ormai spirato.


Chi è Sof’ja Tolstaja?
È difficile decifrare la personalità di una persona vissuta secoli prima, ma è altresì interessante cercare di ricostruire tutti gli eventi e le emozioni che hanno caratterizzato un’esistenza.
Chi era Sof’ja Tolstaja?
C’è chi l’ha definita una moderna Santippe, chi l’accusa, chi la crede pazza; altri sono stati più benevoli, come Simone de Beauvoir o Doris Lessing (di cui figura una prefazione proprio in questi diari della Tolstaja) che la difendono in virtù della sua condizione di donna in un’epoca maschilista.
Io, attraverso la lettura dei suoi diari, non ritengo che Sof’ja fosse pazza, ma che fosse affetta da nevrosi, se non isteria, da una gelosia patologica, ossessiva, che la rendeva insicura e paranoica. È indubbio però che la posizione del marito, un eminente scrittore e pensatore, non abbia facilitato le cose per Sof’ja; l’attenzione per il proprio lavoro e successivamente le idee di rinuncia alla vita benestante con il ritorno ad una vita contadina, hanno gravato sicuramente sulle spalle di Sof’ja. Pensate a tutto il lavoro di trascrizione che ha compiuto, riscrivendo decine di volte la stessa copia, e poi vedere il marito che dona tutte le sue opere al popolo, privando così la sua stessa famiglia di tale eredità. C’è chi l’ha definita avara per questo, ma io ritengo legittimo voler conservare per sé e per la famiglia i frutti del proprio lavoro. E non mi risulta che fosse egoista: Sof’ja curava come poteva i poveri che non potevano permettersi le spese mediche. Certo, lei non era esaltata come il marito: il fanatico ascetismo di Tolstoj (che tra l’altro predicava la castità quando lui invece continuava ad avere rapporti con la moglie) era ovviamente inattuabile con una famiglia già fatta ed educata ad altri standard.
Chi l’accusa, poi, sono prevalentemente i seguaci di Tolstoj, i tenebrosi, come li chiamava Sof’ja, che ovviamente non possono che attaccare colei che si opponeva alle estremizzazioni del loro maestro.
No, quello che ho percepito io è che Sof’ja è stata una donna sensibile e che ha sofferto, non importa di chi sia effettivamente la colpa, una donna che ha riempito tutta la sua vita dell’amore per Tolstoj.


Conclusioni
Questo è stato il mio primo vero approccio con la lettura di un diario. Devo ammettere che, finché non sono arrivata alla metà, ho riscontrato qualche difficoltà con la lettura in quanto un diario non è certo un romanzo (monsieur de la Palisse), e ovviamente non è propriamente scorrevole, non essendo finalizzato allo scopo di intrattenere o interessare il lettore, ma man mano che andavo avanti ho cominciato ad incuriosirmi sempre di più e ad immedesimarmi con questa donna che è stata al fianco di uno dei più grandi scrittori russi per ben mezzo secolo. Non solo, ha risvegliato in me una morbosa curiosità nei confronti di Tolstoj ( a tal proposito, se conoscete qualche biografia critica su Tolstoj vi sarei grata se me ne rendeste nota). È per questo che i diari di Sof’ja sono tanto importanti; attraverso i suoi scritti possiamo vedere l’altra faccia della medaglia, “riumanizzare” Tolstoj, non vendendolo più solo come un grande genio, ma anche come un uomo e, come tale, con tutti i suoi vizi e difetti. 

Voto: ★★★★

martedì 8 aprile 2014

Uno studio in rosso #Giallo martedì

Nel primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle che vede come protagonista il signor Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, pubblicato nel 1887, assistiamo alla conoscenza tra il famoso detective e colui che diventerà il suo fedele assistente, il dottor Watson.
In cerca di un appartamento a buon prezzo, Watson verrà messo in contatto con Holmes che, a sua volta, cerca qualcuno con cui coabitare per dividere l’affitto del celeberrimo appartamento di Baker Street. Ha così inizio quella felice convivenza che renderà celebre il duo.


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Uno studio in rosso è appunto l’inizio dell’avventura “sherlockiana”, il cui campo d’indagine si svolge tra due continenti, quello europeo e quello americano; il ritrovamento inspiegabile del corpo senza vita in una casa abbandonata a Londra cova, infatti, le sue origini nel paese oltreoceano, ma non dico altro e tanto vi basti.

Chi vive al 221b di Baker Street?
Sherlock Holmes è lo stereotipo dell’investigatore per eccellenza: con la sua lente d’ingrandimento, le sue intuizioni fuori dal comune e la sua maniacale analisi delle impronte, questo personaggio appare al contempo brillante e farsesco. Magro e slanciato, ha un fisico che sa di alacrità, e difatti è un detective dell’azione, anche se talvolta viene colto da uno stato apatico, come afferma Watson:
“La sua energia sembrava inesauribile, quando lo coglieva un accesso di attività; ma, di tanto in tanto, si verificava in lui come una reazione. Allora, per giorni e giorni, se ne stava sul divano del salotto, pronunciando a malapena qualche monosillabo e senza contrarre un solo muscolo del viso, dal mattino alla sera.”
Quest’oscillazione tra due stati emotivi così diversi, mi fa pensare che Sherlock Holmes sia affetto da disturbo bipolare non meglio identificato.
Esperto conoscitore delle scienze e della cronaca nera, Sherlock Holmes è il gentiluomo
tardo Ottocentesco, un Lord Byron razionalizzato, che mette le sue abilità intellettive al servizio della giustizia, e che, durante le pause dai crimini e dai misteri, non disdegna impugnare l’archetto e suonare il suo violino.


Il dottor Watson è la voce narrante del romanzo; probabile alterego dell’autore stesso, Watson è un medico che, di ritorno dalla guerra in Afghanistan, si ritrova a vivere senza uno scopo ben preciso in una caotica Londra. L’incontro con Holmes cambierà la vita del dottore.
A differenza di un altro co-protagonista per eccellenza nella storia della crime novel (il capitano Hastings di Poirot), Watson non è esattamente il braccio destro un po’ stupido di Holmes; anziché stupido, il dottor Watson è più che altro una spalla, un cagnolino che non smette di scodinzolare dinanzi alle capacità di Sherlock Holmes. Troppo cattiva? Eppure è questa l’impressione scaturita dalla lettura: l’ammirazione di Watson per Holmes va oltre il semplice stupore iniziale, Watson è propriamente estasiato dall’acume del suo compagno d’avventura.


Uno studio in rosso: un prototipo maldestro della deduzione
Il merito di Arthur Conan Doyle dovrebbe consistere nell’essere uno dei capostipiti del giallo deduttivo, ovvero il giallo classico, in cui un investigatore (solitamente privato) riesce a scoprire l’identità dell’assassino basandosi su indizi fuorvianti e di non semplice risoluzione, attorniato da una cerchia ben ristretta e definita di sospettati.
In questo primo romanzo, però, mancano le basi per definire Uno studio in rosso un buon giallo; innanzitutto la verosimiglianza: durante la perlustrazione del luogo del delitto, Holmes riesce a identificare il tipo di sigaro fumato, semplicemente osservandone la cenere rimasta… Accidenti!
Meglio di un’analisi di laboratorio!
Poi, l’assassino, di cui non si sa niente fino alla fine, mostra prova di poca intelligenza o, ancora meglio, di una propizia presunzione, presentandosi a casa di Sherlock Holmes, quando doveva per forza sapere che lì risiedeva chi investigava su di lui ( e non scendo nei particolari per non rovinare la lettura a nessuno). In pratica, se non era per l’infingarda sicurezza del tizio in questione, Holmes avrebbe dovuto faticare non poco per riuscire a rintracciarlo.


Qui, insomma, non si rispettano le norme che costituiscono il cosiddetto decalogo di Knox; tale decalogo si basa sulle dieci regole che un buon romanzo giallo dovrebbe osservare.
Riporto la lista così come elencata su Wikipedia:

  • Il colpevole dev’essere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; il lettore non deve poter seguire nel corso della storia i pensieri del colpevole.
  • Tutti gli interventi soprannaturali o paranormali sono esclusi dalla storia.
  • Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto.
  • Non possono essere impiegati veleni sconosciuti; inoltre non può essere impiegato uno strumento per il quale occorra una lunga spiegazione scientifica alla fine della storia.
  • Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.
  • Nessun evento casuale dev’essere di aiuto all’investigatore e neppure lui può avere un’inspiegabile intuizione che alla fine si dimostra esatta.
  • L’investigatore non può essere il colpevole.
  • L’investigatore non può scoprire alcun indizio che non sia istantaneamente presentato anche al lettore.
  • L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio.
  • Non ci devono essere né fratelli gemelli né sosia, a meno che non siano stati presentati correttamente fin dall’inizio della storia.
Sebbene queste regole possano essere reinterpretare, anche per permettere di ampliare la fantasia e il campo d’azione dello scrittore, penso tuttavia che alcune di queste indicazioni siano obbligatorie: la prima parte della regola n.1 per esempio, la n.2, la n. 6 e la n.8. Queste mi sembrano, per ovvie ragioni, imprescindibili per la buona riuscita di un giallo come si deve; ma in questo romanzo le regole n.1 e n.8 vanno a farsi benedire: le conclusioni a cui arriva Holmes sono del tutto inaccessibili ed estranee al lettore, in quanto non viene edotto su tutti i dati… Per forza, poi, riesce a risolvere l’indagine solo Sherlock!
Poi, che c’entra, essendo il decalogo risalente al 1929, possiamo anche perdonare a sir Doyle le sue mancanze.


Conclusioni
Sebbene i sopracitati strafalcioni, Uno studio in rosso è una lettura piacevole e senza troppe pretese. A mio modesto parere non è certamente un capolavoro, ma ogni tanto è benefico distendersi con una lettura non troppo impegnativa, senza per questo risultare stupida o di scarso valore letterario; qui il valore c’è eccome, ma, senza sminuire l’importanza di Sherlock Holmes, per me il migliore resta senza dubbio monsieur Poirot.
Quindi non te la prendere e à bientôt Sherlock Holmes. 


Voto: ★★★

lunedì 31 marzo 2014

La famiglia Karnowski #Lunedì narrativa

La famiglia Karnowski è un gioiello della letteratura riscoperto solamente da poco dall’editoria italiana; pubblicato per la prima volta nel 1943 e scritto da Israel Joshua Singer, fratello del ben più famoso premio Nobel Isaac Bashevis Singer, questo romanzo epocale merita di essere annoverato tra i capolavori del primo Novecento. Attraverso gli eventi della prima metà del XX secolo, seguiamo lo svolgersi della vita dei Karnowski, attraverso tre generazioni: David, Georg e Jegor, contornati a loro volta da tanti altri personaggi indimenticabili, come l’allegro Solomon Burak, il saggio Efraim Walder ed il meraviglioso Fritz Landau.



David
David Karnowski è il degno erede del nome che porta; famiglia mediamente benestante e dalla spiccata intelligenza, i Karnowski vantano nella loro genia una caratteristica dominante: la testardaggine. Così, quando David litiga con i membri della sinagoga di Melnitz, decide di lasciare il piccolo paesino della Polonia _rappresentante dell’oscurantismo ebraico, secondo David_ e partire alla volta di Berlino, la città dei lumi.
A niente valgono le suppliche dei suoceri e della moglie Lea, David Karnowski ha deciso: sarà la Germania berlinese la sua nuova patria.
Arrivato a Berlino, David non tarda a stringere amicizia con i più rispettati membri della città; compiaciuto del suo tedesco irreprensibile e della sua ampollosa cultura, David Karnowski guarda dall’alto in basso i suoi concittadini, ritenendoli troppo rozzi e ignoranti. Il detto di David Karnowski è: “sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci”; trova quindi deprecabile l’ostentazione della cultura ebraica dei suoi compatrioti.


Passano gli anni e David e Lea concepiscono finalmente un figlio, Georg. Bambino vivace e curioso, Georg sarà fonte di amarezza per il severo padre; adolescente ribelle e poco propenso allo studio (cosa inaudita per un erudito amante del sapere come David), Georg e il padre si allontanano sempre di più, fino al punto di estrema rottura, il matrimonio di Georg con Teresa, una gentile (non ebrea).

Georg
Georg Karnowski non è interessato alla Torah e alla cultura ebraica; pur non rinnegando le sue origini, Georg non si preoccupa della sua identità religiosa e vive serenamente la sua vita come un qualsiasi altro tedesco.
Dopo un’adolescenza passata tra donne e bagordi, Georg decide di studiare medicina. Nonostante all’inizio sia disgustato e insicuro a contatto con il bisturi, l’esperienza sul campo della Grande Guerra gli fornirà le giuste competenze per essere ammesso nella più prestigiosa clinica di Berlino. Qui, oltre a costruire la sua fama, conosce la timida infermiera Teresa, donna che sposa e con la quale fa un figlio, Jegor.
Le cose vanno bene fino a quando l’avvento dei nazisti non stravolge l’esistenza della famiglia di Georg e quella di altre milioni di famiglie ebree. A Georg Karnowski non resta altro che espatriare.


Jegor
Georg Joachim Karnowski, anche detto Jegor, è un bambino particolare: gracile e introverso, preferisce passare il suo tempo assieme allo zio Hugo, fratello di Teresa, piuttosto che a giocare con gli altri bambini. Ex soldato, adesso disoccupato, Hugo Holbek e i suoi racconti sanguinosi sulla Prima guerra mondiale saranno la causa dei tremendi incubi notturni del piccolo Jegor.

La dualità delle sue origini culturali (padre ebreo, madre cristiana) fa sì che il piccolo cresca in un contesto disomogeneo, bidimensionale; da una parte c’è nonna Karnowski che fa ripetere al bambino frasi in yiddish, dall’altra nonna Holbek che porta Jegor in chiesa, entrambe di nascosto dai genitori. Jegor cresce così senza una vera identità culturale, cosa che si rivela assai pericolosa quando i nazisti prendono il potere; a scuola, Jegor viene improvvisamente messo da parte, evitato, trattato in modo diverso, diventa un paria. Ormai adolescente, non capisce perché dopo una vita passata tranquillamente insieme agli altri coetanei adesso venga così bistrattato, fino al giorno in cui viene definitivamente umiliato.
Traumatizzato da questo evento, Jegor entra definitivamente in crisi: ai normali disagi dell’adolescenza si uniscono i maltrattamenti subiti dagli ariani. Una grave scissione intacca la vita di Jegor; metà tedesco, metà ebreo, l’identità del ragazzo subisce una frattura: se tutti i ragazzi, i professori, il preside, lo deridono in quanto ebreo, significherà che hanno ragione sul suo conto e su quello della sua razza. Gli ebrei sono inferiori, degli essere grotteschi e tremendamente brutti coi loro nasoni e i capelli neri, niente a che vedere con la purezza dei volti ariani e i loro capelli d’oro. Jegor comincia a vedersi con gli occhi degli ariani: brutto, ridicolo, un essere deprecabile. Jegor si odia, ma ancora di più odia il padre, sul quale riversa tutta la sua rabbia, causa delle sue radici ebree. Chiuso nel suo mutismo e relegatosi in camera, Jegor comincia a manifestare un’ossessione morbosa: disegnare in maniera compulsiva grottesche caricature ebree, come figurano sui giornali ariani che non smette di leggere.
Georg, preoccupato per lo stato psichico del figlio, capisce che è arrivato il momento di andarsene.


La nuova vita in America non migliora le cose. Sebbene David Karnowski, che riappacificatosi col figlio e partito con lui, ritrova finalmente la pace e la gioia di essere un ebreo sia in casa che in strada, la stessa cosa non si può dire per il nipote.
Ormai contaminato dal germe nazista, Jegor non sopporta di vedere la sua gente finalmente felice nel nuovo paese; New York è chiassosa, sporca, un miscuglio di razze e culture, niente a che vedere con la sua elegante, rispettosa e dignitosa Berlino. Jegor è insicuro in mezzo ai suoi coetanei: paranoico, sospettoso che tutti ridano di lui, invidioso della loro spensieratezza, Jegor si cala in un guscio di alterigia, maleducazione e masochismo che pian piano allontana tutti, anche chi voleva tendergli una mano.
Incapace di adattarsi alla nuova città libera dai pregiudizi, Jegor scappa di casa. Sotto il nome di Georg Joachim Holbek compirà un lungo e tribolato percorso verso la sua finale guarigione.


Gli yeke
Una cosa che non sapevo e che mai mi sarei aspettata potesse esistere è lo snobbismo ebraico; non immaginavo che anche tra gli ebrei esistesse una sorta di gerarchia sociale, e questo non perché consideri gli ebrei diversi dagli altri esseri umani, ma semplicemente perché essendo sempre stati perseguitati nel corso della Storia, pensavo che tutto ciò li avesse resi più uniti nella loro fede e nella loro comunità. Evidentemente non è così.
Da una parte ci sono gli yeke, gli ebrei tedeschi, che si considerano superiori agli altri, gli ebrei dell’est.
Gli yeke sono veri e propri snob, altezzosi e indisponenti verso i loro correligionari stranieri; sebbene siano ferventi credenti ed esperti conoscitori della Torah, gli yeke non amano mostrare al mondo la propria fede ebraica (per lo più per borghesismo).
Gli altri ebrei, quelli provenienti dall’est, sono invece aperti, festosi, non si vergognano di manifestare il proprio credo; persone più umili e semplici, sono però in realtà anche loro degli snob (verso gli ebrei russi, per esempio).
Così, un “sorriso” ironico ha veleggiato sul mio viso quando i primi cortei antisemiti hanno cominciato a sfilare per le strade di Berlino e tutti hanno sottovalutato la cosa, credendo di essere salvi: gli yeke non corrono alcun rischio perché sono tedeschi da generazioni, David Karnowski non ha niente da temere perché, sebbene polacco, con il suo tedesco impeccabile e il suo posto tra la cerchia degli yeke, può considerarsi a ben ragione uno di loro; gli ebrei polacchi non si preoccupano, d’altronde se c’è qualcuno che corre qualche pericolo sono gli ebrei russi, ma anche tra loro, quelli con il permesso di soggiorno sono ben più al sicuro di quelli che ne sono sprovvisti, e così via.
Ho usato la parola poco felice, ‘sorriso’, non certo perché approvi gli inquietanti canti nazisti che attraversavano la città, ma per la stupida boria con la quale gli ebrei hanno preso sottogamba la situazione; ma poi, se anche agli yeke, e a chi come loro credeva di essere in salvo, non fosse successo niente, mi chiedo con quale coraggio sarebbero rimasti impassibili di fronte alle persecuzioni degli “altri” ebrei. Pensavo che finalmente, vista la situazione tragica, gli ebrei delle varie sottocredenze e nazioni si sarebbero finalmente riuniti, e invece no.
Lo stesso David dovrà ricredersi sulle sue amicizie yeke; al momento del bisogno tutti lo trattano per quello che è: un ebreo polacco.
Ha un che di amaro constatare che se si riavvicinano è solo al momento dell’evidenza e dell’estremo bisogno l’uno dell’altro. Ma d’altronde, ebreo o non ebreo, l’essere umano è sempre l’essere umano, con le sue stupide discriminazioni e cattiverie.


Un male morale
Quando si pensa al nazismo, di solito pensiamo alle ripercussioni fisiche che questo ha prodotto sullo sterminio degli ebrei, o al lavaggio del cervello a cui a sottoposto i tedeschi; ciò che non si prende nemmeno in considerazione è l’effetto psicologico che questo ha avuto sugli ebrei stessi. Intendo dire che non avevo mai pensato alla possibilità che quello stesso lavaggio del cervello a cui hanno sottoposto gli ariani potesse intaccare anche la mente degli ebrei.
L’esperienza di Jegor, così tremenda ed umiliante, e la sua identità subitaneamente crollata sono state, per me, qualcosa di illuminante e straziante al tempo stesso. Illuminante perché mi ha permesso di arricchire tematiche inerenti il nazismo e i suoi effetti, sulle quali non mi ero mai soffermata a pensare; straziante perché è davvero straziante assistere a una giovane vita distrutta e tormentata, per cosa poi? Per niente. Per degli stupidi ideali razzisti e senza senso. A un certo punto della lettura ho anche dovuto smettere di leggere tanto mi faceva male.
Si è sempre detto, ma non so quanto la gente se ne renda conto sul serio: il nazismo non è stato solo un male fisico, ma anche e soprattutto un male morale.


Conclusioni
Ve lo ripeto: questo libro è un gioiello. Un’epopea famigliare ricca, intensa e piena di verità; un romanzo di arricchimento personale e culturale che ti invita, per forza di cause maggiori, alla riflessione su quegli aspetti umani che bene o male fanno parte di noi. Scritto nei primi anni ’40, questo romanzo è di un’attualità disarmante; è un libro universale nella sua unicità.
Sono quasi 500 pagine ma vi assicuro che si leggono benissimo e senza fatica; la prosa e lo stile narrativo fluido ed elegante fanno sì che la storia non risulti mai noiosa o prolissa. Un equilibrio di stile magistrale. Ve lo consiglio, non caldamente, di più! Datemi retta, è uno di quei pochi libri intelligenti di cui non vi pentirete assolutamente. 


Voto: ★★★★★

mercoledì 26 marzo 2014

I pilastri della Terra #La storia del mercoledì

Il trionfo spropositato di certi libri io non riesco a capirlo. Per esempio, I pilastri della Terra di Ken Follett, annoverato tra i successi editoriali degli ultimi anni, è stato per me di uno sbigottimento fuori dal comune.
Leggendo i vari commenti in rete, vedendo le critiche positive e il successo ricevuto, ho pensato bene di cimentarmi anch’io nella lettura delle 1030 pagine che compongono questo libro. Risultato? Delusione totale, oltre a un risentito sconcerto.




Beautiful ai tempi dell’Anarchia
L’epoca storica in cui si svolge la trama è il XII secolo, gli anni della guerra civile (o Anarchia) inglese che vede contrapposti i cugini Stefano di Blois (o d’Inghilterra) e Matilde (o Maud), e l’assassinio di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury.
Su questo sfondo colorito di sangue assistiamo al dipanarsi della vita di Tom il costruttore e famiglia, la “strega/selvaggia” Ellen e suo figlio Jack Jackson, l’ex nobildonna Aliena di Shiring e il frate/priore Philip da una parte, quella dei cosiddetti buoni; il “figlio di Satana” William Hamleigh e il vescovo “cornacchia” Waleran Bigod dall’altra, i cattivi irrecuperabili.
Tom ha un unico chiodo fisso nella testa, ovvero costruire una sua cattedrale, chiodo che si conficcherà a sua volta nella testa del futuro figliastro Jack, il quale si innamora della bella, quanto spocchiosa, Aliena, che però mostra un’iniziale resistenza al suo amore in quanto violentata in gioventù dal suo ex promesso sposo, lo stupratore incallito William, il quale a sua volta ha un terrore micidiale dell’inferno e del priore Philip, che non manca di ricordargli le conseguenze delle sue azioni nell’aldilà, le quali vengono poi “perdonate” tramite confessione dal meschino Waleran, ambizioso vescovo di Kingsbridge.
In questa trama alla Beautiful ( e io ve ne ho fatto un succo dimagrante, non crediate sia tutto qui!), che tra l’altro l’autore avrebbe potuto ridurre di almeno 500 pagine tanto sono inutili, ogni tanto si trovano certe scemenze e assurdità che ti farebbero venir voglia di prendere il libro e scaraventarlo dalla finestra, col rischio di ammazzare qualche povero passante innocente.
Uno degli esempi che più mi ha lasciata basita, sconcertata e interdetta è quello di quando Tom e i suoi figli sono mezzi morti dalla fame, svenuti nella foresta: arriva Ellen che li vede emaciati e stramazzati al suolo, e lei che fa? Si preoccupa che stiano bene? Accorre per aiutarli? Semplicemente li ignora? No! Si piomba su Tom e ci fa sesso! Cioè, così, di punto in bianco e per di più con uno che non ha manco la forza di reggersi in piedi!…Ora, io mi domando e dico, MA PERCHÉ?! Dove sta il senso, oltre alla verosimiglianza, di una cosa del genere?! No, questa veramente va oltre l’umano comprendonio delle mie facoltà intellettive, mentre le altre illogicità le ho direttamente rimosse dal mio cervello.


I cattivi e gli stolti
Se sul piano della Storia si assiste alla disputa tra i due cugini reali, su quello della storia del libro si partecipa comunque ad una sorta di guerra, di scontro, di lotta continua tra il bene e il male; tutta la banda dei buoni viene continuamente attaccata da William e la sua cricca di criminali incalliti. Perché? Semplicemente perché William Hamleigh è l’incarnazione del male e della stupidità sulla Terra; cattivo fino all’inverosimile, è prepotente, uno psicopatico, un sadico sessuale che passa metà della sua giornata a stuprare donne e l’altra metà a uccidere poveracci. Alcune scene sono di una volgarità esasperante e totalmente inverosimili, giusto per “scioccare” il lettore.
Inviperito a morte dal rifiuto di Aliena di sposarlo, cerca di torturarla in ogni modo possibile; abusare fisicamente di lei non è stato abbastanza, deve distruggerla su tutti i piani, morale ed economico. Deve soffrire peggio di un cane perché ha osato rifiutarlo. No, rendiamoci conto della pazzia di quest’uomo!
Così, praticamente, l’intero romanzo è un continuo susseguirsi di vittorie e sconfitte, prima dei buoni, ora dei cattivi, e viceversa.
Se per quanto riguarda il lato malvagio troviamo il suo massimo esponente in William Hamleigh e nel vescovo Waleran Bigod (perché è un bel figlio di buona donna pure lui), sul lato del bene troviamo i principali abitanti del villaggio di Kingsbridge: Tom, Philip, Jack, Aliena e bla bla.
Ma se William, ripeto, incarna alla perfezione il diretto discendente del diavolo, non si può certo dire che i buoni siano poi così buoni. E meno male, perché sennò si cadrebbe davvero sul ridicolo; buoni e cattivi come nelle fiabe, anche se comunque la caratterizzazione dei personaggi si rivela ugualmente improntata sullo stile fiabesco: eroi e antagonisti, fine. Niente di più banale e superficiale.
Ma il vero problema, in realtà, è che sono tutti odiosi, chi per un motivo e chi per un altro: Tom e Jack che sono ossessionati da ‘sta cavolo di cattedrale da costruire, Aliena che non fa altro che tirarsela manco ce l’avesse d’oro, ed Ellen che fa sempre la ribelle nonostante l’età. Il priore Philip, sebbene sia il più giustificabile per la sua smania di rendere il villaggio di Kingsbridge ricco e prospero, è comunque pesante e noioso.


Il genere e lo stile
Innanzi tutto, partiamo dalla classificazione del genere in cui viene inserito I pilastri della Terra: storico-mistery.
Romanzo storico? Mistery? Ma per favore!
Intanto, ciò che rende un romanzo storico non dovrebbe essere la presenza di qualche data e di qualche personaggio realmente esistito qua e là _ o non solo quello almeno _, ma bensì la capacità di immergere il lettore nella Storia e di far rivivere certe atmosfere e quotidianità ormai perdute (personalmente ritengo che in questo, tra i libri letti fin’ora, l’unica in grado di suscitare tutto ciò sia Philippa Gregory).
Io qui non ho percepito niente di tutto questo.
Poi, per quanto riguarda il mistery, qui dovrebbe essere tale solo perché nel proemio si parla di un’impiccagione e per il resto delle mille pagine si riaccenna al morto sconosciuto, sì e no, 3 volte?! Un mistero è qualcosa di celato, sì, ma anche di svelato, a poco a poco, in un crescendo lineare e più o meno continuo; qui ci si dimentica addirittura di tale “mistero” (che, per la cronaca, si riesce a risolvere da soli già a metà libro, se non prima, senza bisogno di arrivare alla spiegazione delle ultime pagine)!


Per ciò che concerne le capacità narrative, apparte le descrizioni inerenti l’architettura, che sono dettagliate e pignole fino all’esasperazione (e quindi alquanto superflue e odiose per un comune lettore ignorante in materia come me), il resto delle ambientazioni, delle azioni dei personaggi, eccetera, risultano piuttosto sempliciotte ma confusionarie, rendendo difficile al lettore (o per lo meno a me) capire esattamente cosa, come e dove stia succedendo una determinata cosa; mentre lo stile narrativo ( e qui la colpa può essere semplicemente del traduttore) è prosaico e, oserei dire, quasi puerile, sebbene ciò renda molto scorrevole (perché semplice) la lettura.

Insomma, Ken Follett ne avessi azzeccata UNA!

Conclusioni
Romanzo d’avventura e d’amore (sorrido), storico (rido), mistery ( piango, non si sa bene se dalle risa o dalla disperazione), questo libro ha messo a dura prova il mio amore incondizionato per i libri, belli o brutti che siano, tentandomi, pagina dopo pagina, di gettarlo nella pattumiera, inzupparlo ben bene di benzina e dargli impietosamente fuoco.
E poi su internet leggi parole quali: “capolavoro”, “stupendo”…vabbè. Resta il fatto che ho sprecato un mese a leggere spazzatura. 


Voto:

lunedì 10 marzo 2014

Lo scherzo #Lunedì narrativa

Nel 1965, un più giovane Milan Kundera finì di scrivere il suo primo romanzo, Lo scherzo. Un titolo semplice quanto immediato, adatto a racchiudere in sé tutta la sintesi di questo libro.
Romanzo dal sapore agrodolce, che si sviluppa dalle trame di uno scherzo riuscito decisamente male, è un esordio di impensabile bravura, spirito ed ironia.
Una semplice bravata che cambia la vita di un uomo per sempre e un contorno di personaggi che vi ruotano attorno. Questo è Kundera.




Lo scherzo che tanto ridere non fa     
Nella Cecoslovacchia del secondo dopoguerra, in un clima di rigido “ottimismo” e di “ovino” conformismo, lo studente universitario, Ludvìk Jahn, invia per scherzo, a una ragazza da cui è attratto, una cartolina denigrante i valori dell’epoca. Sfortunatamente per lui, la cartolina finisce nelle mani del comitato universitario del partito comunista. Così, il disgraziato burlone si ritrova col venire espulso dal partito comunista e dall’università; nessuno prende parola per difenderlo durante l’assemblea del partito che deve decidere del suo avvenire. Nessuno, neanche i suoi amici.
Il futuro di Ludvìk viene così distrutto da una banale facezia.
Costretto a prestare servizio militare, Ludvìk passa intere giornate a scavare nelle miniere, cercando di evitare qualsiasi contatto con i suoi camerati. Ludvìk è diverso da loro, è lì per sbaglio, per uno stupido scherzo, e prima lo capiranno meglio sarà. Ma la dura vita ai lavori forzati si prolunga per due anni e l’esistenza diventa vuota e misera finché, durante una libera uscita, Ludvìk incontra Lucie, unico barlume di luce che filtra dalle oscure miniere della sua vita.
Forse è perché entrambi sono anime infelici e solitarie, forse è perché Ludvìk non ha altri contatti femminili se non con Lucie, o forse è perché Lucie va sempre a trovarlo, restando lì pazientemente, fuori dalla recinzione della caserma, fatto sta che pian piano Ludvìk si innamora di Lucie, e lei sembra ricambiarlo. Purtroppo per lui, durante un incontro più intimo del solito, Lucie lo rifiuta perentoriamente a causa di un passato di abusi (ma Ludvìk questo non lo sa).
Ludvìk si sente nuovamente tradito, ferito e con il cuore a pezzi. Un cane bastonato e abbandonato da tutti. La rabbia e il risentimento non possono fare a meno di crescere dentro di lui.


Siamo negli anni ’60 e il clima opprimente dell’URSS si è affievolito; gli anni del partito, dell’università, dell’espulsione e del servizio militare in miniera sono ormai lontani, ma non per Ludvìk.
Un’ironia del caso fa sì che Ludvìk conosca la moglie di Pavel Zemánek, il presidente del partito della facoltà che all’epoca imbastì l’accusa contro Ludvìk, l’uomo che Ludvìk odia con tutto se stesso.
Helena Zemánek entra in contatto con Ludvìk per via di un articolo che deve scrivere sull’istituto presso il quale lavora l’uomo. Ludvìk prova subito odio e disgusto per quella donna_ la cui sola colpa è quella di aver sposato Pavel_ e, per una fugace idea del momento, Ludvìk trova lo spunto per vendicarsi: sedurre Helena e possederla, renderla sua, sottrarre a Pavel la moglie, così come Pavel ha tolto la serenità e il futuro a Ludvìk.
Il piano funziona e, disgraziatamente per lei, Helena si innamora di Ludvìk.
Dopo l’immane sforzo di una disgustosa (per Ludvìk) performance sessuale con Helena, l’uomo si sente finalmente realizzato, esaltato, invaso com’è dall’ebbrezza della rivincita sul suo vecchio nemico, ma, sfortunatamente per Ludvìk, la sua prova sessuale ha ben poco valore perché, come viene a scoprire subito dopo, Pavel ha una relazione con un’altra donna e non gli importa più niente di Helena.
Lo sconforto di Ludvìk, il senso di un’ulteriore sconfitta e la presa di coscienza dell’inutilità di tutta questa vendetta, lo svuotano del tutto.
Inquieto, Ludvìk vaga per i campi e incontra il suo vecchio amico Jaroslav, col quale suonava in un’orchestrina folkloristica. Senza pensarci, chiede di poter suonare con lui e sembra finalmente ritrovare la pace, immergendosi nell’incanto della musica popolare che, un tempo, tanto disprezzava.


Tra il riso e il pianto
 La bravura di Kundera non risiede solamente nelle sue doti narrative, fluenti ed eleganti, ma nel suo raccontare la vita, la vita in tutti i suoi aspetti. Il riso e il pianto. Gli elementi tragicomici qui non mancano. La scena di sesso con Helena è a dir poco esilarante: lei, che è totalmente presa da lui, felice, passionale, finalmente rinata e rianimata; lui, che non la può sopportare, la tocca disgustato e deve trattenersi dallo sputarle in faccia tutta la verità.
Oppure la scena del tentato suicidio di Helena; quando scopre che Ludvìk non l’ama, disperata e con il mondo che le è crollato addosso, prende un flacone di lassativi, credendo che si tratti di aspirine, finendo così col ritrovarsi solo con una scarica di diarrea (scusate l’argomento poco felice).
Vicissitudini inverosimili che, se da un lato ti scatenano pietà, dall’altro non possono non farti sorridere.


A carnevale ogni scherzo vale
Si sa, ogni tanto piace a tutti scherzare. Prendete il carnevale (che tra l’altro è finito da poco), una festa incentrata sul gioco e la burla. Il problema, però, è che con gli scherzi bisogna anche stare attenti.
In un periodo di repressione politica, dove vigono motti inquietanti e rigidi dettami sociali, dove anche solo una parola può erigerti a bersaglio, mi pare azzardato (per non dire stupido) scrivere frasi come: ” L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij! Ludvìk “. Voi direte “vabbè dai, è un romanzo”. Sì, questo è un romanzo, come anche Terza liceo 1939  è un libro (di Marcella Olschki), ma che tratta di una vicenda autobiografica. La sfortunata Marcella ha frequentato il liceo durante gli anni bui del regime fascista e, una volta terminato l’anno scolastico in questione, ha pensato bene di inviare una cartolina ben poco felice al suo odiatissimo professore. Risultato? Una querela per oltraggio a pubblico ufficiale con tanto di accusa di amoralità e delinquenza, dalla quale per fortuna la Olschki è uscita pulita.
Quindi, insomma, scherzare piace a tutti, ma è bene ricordare che c’è un tempo per ridere e un tempo per scherzare.


Conclusioni
Lo scherzo è una magistrale prima prova di Milan Kundera. Lo stile narrativo perfetto, mai noioso, che ti tiene incollato per ore; l’ironia che trasuda da ogni pagina e i veri e propri concentrati di filosofia, rendono questo libro una lettura, oltre che piacevole, fuori dal comune. Le banalità della vita qui vengono stravolte, esasperate, in una sadica satira come può essere l’esistenza.
D’altronde Kundera pare voler dire proprio questo: ma, infine, non è la vita stessa uno scherzo? 


Voto: ★★★★★

venerdì 7 marzo 2014

Sconosciuti in treno #I brividi del venerdì

Questo post è pieno di spoiler, soprattutto nell’epilogo, prendete le vostre precauzioni, io ve l’ho detto.
Comunque…




Questo libro è un gran bel libro.
La trama è geniale: due uomini, completamente estranei, che si conoscono per puro caso su un treno, una proposta assurda quanto agghiacciante e…BAM! Basta questo per unire definitivamente i loro destini nel filo nero della morte.


Da una parte c’è Guy, giovane architetto, classico bravo ragazzo, che vedrà strapparsi via la felicità tanto laboriosamente costruita per cadere in un vortice di ansia, persecuzione e soffocamento; dall’altra c’è Bruno, ricco, alcolizzato cronico, morbosamente affascinante sebbene (o proprio perché) squilibrato fin nel midollo.

Sul treno
Guy sta tornano al suo paese natio, nel Texas. Ha una questione importante da risolvere: chiedere il divorzio alla fedifraga moglie Miriam. Guy ha sposato Miriam in gioventù; a quel tempo l’amava molto e avrebbe continuato ad amarla se lei non l’avesse tradito. Guy se ne è andato, ha ricominciato una nuova vita, ha una splendida carriera dinanzi a sé e un nuovo amore, Anne, con la quale vuole risposarsi. Ma Miriam potrebbe fare storie…
Sul treno verso Metcalf tiene un libro in mano ma è assente, guarda fuori dal finestrino, perso nei suoi pensieri. Alzando lo sguardo incontra quello di Bruno, un estraneo, un altro passeggero, come lui. Un urto involontario contro il piede dell’altro. Delle scuse. Dei convenevoli. Delle domande – “dov’è diretto?” -, domande innocenti, ma che man mano diventano sempre più personali.
Quel treno, quell’incontro, quell’uomo, saranno la rovina di Guy.


Bruno
Charles Anthony Bruno è un giovane ricco annoiato. I soldi gli hanno permesso di fare la bella vita, provare ogni cosa, ha già sperimentato e visto tutto e inevitabilmente è sempre alla ricerca di nuove emozioni: la guida da bendato, il furto in un appartamento, qualsiasi cosa, per il semplice gusto di farlo.
Alcolista incallito, Bruno è sempre ubriaco, la sua salute è instabile così come il suo umore; alto e pallido, appare una figura nervosa e nevrotica, la sua gestualità smodata, i suoi tic, i suoi scatti, sono caratteristiche intrinseche e distintive del suo carattere.


Paranoico e spocchioso, Bruno cova un odio profondo verso il padre che non vuole più assecondare la vita sregolata del figlio. Il Capitano, come lo chiama Bruno, vorrebbe che il figlio smettesse di crogiolarsi nell’ozio e andasse a lavorare nell’azienda di famiglia, cosa che Bruno, da bravo erede viziato, non è di certo intenzionato a fare, ragion per cui il padre rifiuta a Bruno la sua rendita.
Il Capitano ce l’ha con Bruno, è contro di lui, gli nega ciò che è suo di diritto,
è ingiusto!
Il padre allora non è più una persona, bensì un intralcio nella vita di Bruno. L’odio viscerale che prova il giovane va al di là della ragione: è un odio puerile ed egoista.


Poi c’è la madre di Bruno, la classica ochetta dell’alta società, una gatta morta che si preoccupa solamente del suo aspetto e di godersi la vita nel lusso e nel divertimento. Il figlio per lei è più come un animaletto da compagnia. Ma per Bruno la madre, così bella, così simpatica, incarna l’ideale della donna perfetta. Sempre insieme a lei, va oltre l’essere un “mammone”, ha un rapporto quasi morboso con la donna.
L’ammirazione, se non venerazione, che prova per la madre da un lato, sfocia nella misoginia dall’altro: non c’è nessuna come sua madre, tutte le altre donne sono solo delle puttane.


Appassionato di romanzi polizieschi, nella sua mente malata e annoiata prende forma l’idea di compiere un omicidio.
Uccidere il padre diventa il chiodo fisso di Bruno, ma sa bene che se il padre morisse, i sospetti ricadrebbero su di lui. Così inizia a pensare in modo maniacale al delitto perfetto; studia nei minimi particolari ciò che deve essere fatto per farla franca, finché non arriva a una soluzione: uno scambio. Trovare una persona, preferibilmente estranea, che come lui desideri sbarazzarsi di qualcuno, compiere ognuno al posto dell’altro il crimine prefissato, e sparire l’uno dalla vita dell’altro. Un piano geniale. Non fosse che Bruno non ha idea di chi interpellare per attuare quell’idea così ben architettata. E’ una questione delicata, e non tutti potrebbero reagire bene a una tale proposta.
Ma ecco che il destino pare accontentare la sua follia.
Su un treno qualunque, Bruno nota quel passeggero davanti a lui, comincia a parlargli e a indagare sulla sua vita. Giovane architetto con la testa a posto, l’esatto contrario di lui. Forse proprio per questa diversità Bruno sente un’affinità con Guy, un desiderio di amicizia e complicità, e decide che deve essere lui l’altra chiave del suo piano.
Guy è giustamente infastidito dalla proposta scandalosa dell’altro, ma Bruno pare non accorgersene, o non importargli, tanto si è fissato di aver finalmente trovato il suo complice. Ormai non ha più importanza cosa dica Guy, Bruno ha già deciso tutto.


Trovata Miriam inizia a seguirla. La donna è con un gruppo di amici al lunapark. Bruno non la perde di vista. Non sa ancora come la ucciderà, ma la cosa non lo preoccupa; coglierà l’ispirazione sul momento. E il momento arriva. Miriam e i suoi amici affittano una barca e raggiungono un isolotto sul lago. E’ completamente buio. Rimasta un po’ indietro Miriam è sola. Ecco, è il momento.
Se in un primo istante Bruno è refrattario all’idea del contatto con la donna, man mano che sente la vita di Miriam scorrere via prova un senso di eccitazione, di esaltazione tale da ben poterlo identificare come uno psicopatico criminale.
La sua parte è stata fatta, adesso tocca a Guy.


Passa il tempo e non succede niente. I due omicidi non devono compiersi in periodi ravvicinati, non devono venire collegati in alcun modo. Ma l’impazienza di Bruno è tangibile, e quando Guy viene a conoscenza dell’assassinio di sua moglie teme, in fondo al suo animo, lo zampino del giovane stralunato. Bruno cerca un contatto, manda lettere, poi telefona, diventa sempre più ardito, petulante, finché non comincia a tampinare e perseguire Guy, ricordandogli il loro patto.
E così Bruno si fa sempre più presente nella vita dell’architetto. Lo assilla, lo supplica, lo minaccia. Si autoinvita in casa sua, fa conoscenza della moglie, diventa un “amico” di famiglia. Bruno è ossessionato da Guy. Lo vuole trascinare a tutti i costi nella sua spirale di follia omicida. E ci riesce.


Guy
Guy Daniel Haines è un giovane e promettente architetto, un uomo qualunque, responsabile e con la testa sulle spalle. La sua vita scorre ormai tranquilla dopo gli anni invischiati in un burrascoso matrimonio, al quale ha finalmente deciso di mettere la parola fine.
L’incontro con Bruno sconvolgerà la sua esistenza. Tutti i suoi progetti per l’avvenire, le sue aspettative e le sue speranze vengono distrutte per colpa di un uomo viziato e sbandato. Dalla semplice antipatia che prova per Bruno, Guy si ritroverà con l’odiarlo aspramente, cercando disperatamente di troncare ogni contatto con lui. Ma la trappola claustrofobica in cui cade non gli lascia via di scampo. Ogni giorno un biglietto, una chiamata, una presenza di troppo, asfissiante, angustiante. Non trova pace nel suo ufficio, non trova riparo in casa sua, non trova neanche più riposo nella sua mente. Un incubo in carne e ossa.
Il suo senso etico ripugna un’idea tanto spaventosa come quella dell’omicidio, ma l’assillo di Bruno è soffocante, troppo pressante. E quell’ansia, l’ansia di essere scoperto in qualche modo collegato all’omicidio della ex moglie; la paura di perdere Anne, la sua vita. E’ troppo.
Esasperato più che mai, sull’orlo della pazzia, Guy cede. Uccide il padre di Bruno e spera finalmente di poter mettere fine a tutta quella storia. Ma no. Ormai il legame che unisce i due è segnato per sempre, indelebile. Guy stesso comincia a sentire il bisogno della presenza di Bruno. Ormai sono una cosa sola, uniti per sempre dal sangue e dalla morte.


Epilogo
Bruno, Guy, Anne e altri amici fanno una gita in barca. Bruno ubriaco fradicio cade dallo yacht. E affoga.
La fine di Bruno è quasi indegna: un colpo di spugna e la figura di Bruno non esiste più. Quel tarlo che ha intaccato la vita di Guy è scomparso nel nulla, per sempre.
Questa morte, così rapida e insignificante, mi sembra un contrasto paragonata al personaggio di Bruno, così onnipresente e dominate nel romanzo.
Guy invece farà una fine più penosa, più scialba e miserabile. Colto nel sacco dall’investigatore del caso, Guy, un uomo innocente che ha avuto la sfortuna di incontrare un pazzoide, finisce per pagare le colpe di entrambi, perché Bruno muore e morendo non sconta alcuna pena.
In fin dei conti, Bruno se l’è cavata ancora una volta.


Conclusioni
Scritto nel 1950, questo romanzo riscosse un ben misero successo, finché Alfred Hitchcock ne trasse il film L’altro uomo (o Delitto per delitto).

Nel suo romanzo d’esordio l’autrice, Patricia Highsmith, è riuscita ad architettare una trama avvincente, due personaggi ben costruiti, scandagliati nella loro psicologia fin dentro il loro animo, descrivendo rapporti di amore/odio, di dipendenza ossessiva che ben rispecchiano quei sentimenti patologici dell’universo umano.

L’unica nota negativa per me resta il finale: il romanzo si tronca, stop. Chiuso il sipario, i tendoni calati. Sì, ok, può dare un certo tono, è un finale ad effetto se si vuole – d’altronde quando è finita è finita -, ma questi finali scenici mi lasciano sempre un po’ a bocca asciutta. Bruno mi è stato strappato via così, dal nulla, e non resta che un Guy totalmente sconfitto.

Comunque, resta il fatto che questo libro è un gran bel libro.

Voto: ★★★★

“Quando la tradiva, non avrebbe voluto ucciderla?”
“No. Non possiamo smetterla con questo argomento?”