domenica 22 marzo 2015

Oblòmov #I classici della domenica

«A quanto pare sei troppo pigro anche per vivere?»
Nel 1849 appare su un supplemento letterario russo Il sogno di Oblòmov, nucleo dal quale trarrà origine il romanzo più famoso di Ivàn Aleksàndrovič Gončaròv: Oblòmov.
Ben dieci anni sono serviti all’autore per la stesura di uno dei grandi classici della letteratura russa, e ciò che ne è uscito è un romanzo raffinato, sagace, dai forti risvolti filosofici e sociali.

La struttura del romanzo è suddivisa in quattro parti, ognuna corrispondente ad un determinata sequenza narrativa; così troviamo una lunga situazione iniziale, in cui ci viene presentato Oblòmov, la sua vita, i suoi pensieri, la sua infanzia; la rottura dell’equilibrio sonnolento di Oblòmov con l’arrivo dell’amico Stolz e l’inizio della relazione amorosa con Ol’ga; l’evoluzione della vicenda, il tentennamento nella storia d’amore con Ol’ga; infine lo scioglimento finale, la resa di Oblòmov, la sconfitta.

Oblòmov
Star disteso per Il’jà Il’ič non era né una necessità, come per un malato o per uno che ha sonno, né un caso, come per chi è stanco, né un piacere, come per il pigro: era la sua condizione naturale.
O ancora meglio: star disteso per Il’jà Il’ič era tutte queste cose insieme, aggiungo io.
Appartenente dell’aristocrazia russa, discendente diretto dell’antica famiglia degli Oblòmov, e proprietario terriero della tenuta e dei possedimenti legati al suo nome, il nobile e annoiato trentenne Il’jà Il’ič Oblòmov, trascorre pigramente le sue giornate nell’ozio e nella nullafacenza totale.
A distrarlo dalla sua noia sono i numerosi conoscenti che passano a trovare Oblòmov, riferendogli tutte quelle novità che gli rimarrebbero altrimenti estranee: perché Il’jà Il’ič non esce mai dal suo appartamento. Perennemente avvolto nella sua amata vestaglia, disteso sul letto o sdraiato sul divano, Oblòmov si crogiola nella sua pigrizia, ritirato dalla vita e dal mondo; per la maggior parte del tempo dorme, o fantastica. Nulla sembra risvegliare in lui un interesse tale da poterlo smuovere, da poterlo scrollare dalla sua incapacità attiva a vivere.

Con l’età gli era tornata una certa timidezza infantile, si aspettava pericoli e mali da tutto ciò che non si trovava nell’ambito della sua vita quotidiana: conseguenza della scarsa abitudine ai vari fenomeni esterni.
[…] Non era abituato al movimento, alla vita, alla folla e all’agitazione.
Disabituato all’azione, qualsiasi avvenimento estrinseco alla sua quieta monotonia è fonte di una tormentosa angoscia, che resta tuttavia un’angoscia vana, priva di ingegno e reattività; così, quando riceve dallo stàrosta incaricato di amministrare i suoi beni una lettera con un resoconto poco roseo, Oblòmov si dispera, ma non ci pensa minimamente a partire ( Come, partire? Così su due piedi? ) per andare a verificare di persona le parole dell’amministratore, non poi così affidabile, ma si limita a lamentarsi, a chiedere consiglio ad altri.
Allo stesso modo, quando il servitore Zachàr gli ricorda che di lì a una settimana dovranno traslocare per via dello sfratto, Oblòmov non si anima nella ricerca di un altro appartamento, ma anzi si indispettisce col servo perché gli ricorda qualcosa di sgradevole; come uno struzzo nasconde la testa sotto la sabbia, e quando finalmente si decide a scrivere una lettera al padrone di casa, nella speranza di convincerlo a farlo restare, ecco che allora manca la carta per scrivere, l’inchiostro nel calamaio si è seccato, i ‘che’ e gli ‘in cui’ si ripetono, si scontrano disarmonicamente, è ora di pranzo, è meglio rimandare, c’è ancora tempo, scriverà domani.
L’arte della procrastinazione, signori miei.

«Forse che io mi arrabatto, forse che lavoro? […] Io non mi sono mai infilato le calze da quando sono nato, grazie a Dio!»
Il lavoro è impensabile per Oblòmov; mantenuto dalla rendita della proprietà, Oblòmov non solo disdegna l’attività lavorativa, ritenendosi in qualche modo superiore a chi si “arrabatta”, ma non ne comprende neanche la necessità, non coglie l’utilità di un’attività ai suoi occhi futile e dispendiosa di energie.
Sebbene in gioventù abbia lavorato per un breve periodo _ più per pro forma che per necessità _, Oblòmov non ha mai compreso la responsabilità del lavoro, considerandolo per lo più un’infelice forma d’intrattenimento, un passatempo.

La vita ai suoi occhi si divideva in due metà: una era fatta di lavoro e noia, che per lui erano sinonimi; l’altra di riposo e serena allegria. […]
Credeva […] che il recarsi in ufficio non fosse affatto un’abitudine obbligatoria, a cui attenersi ogni giorno, e che il fango, il caldo o semplicemente il non averne voglia fossero sempre pretesti sufficienti e legittimi per non andare a lavorare.
E come fu amareggiato quando vide che doveva esserci almeno un terremoto, perché un impiegato sano non andasse a lavorare, e i terremoti, neanche a farlo apposta, a Pietroburgo non capitano mai; […] per giunta pretendevano tutto subito, tutti si affrettavano chissà dove, non si fermavano mai; non facevano in tempo a consegnare una pratica, che già ne afferravano freneticamente un’altra, come se fosse la cosa più importante del mondo, ma una volta terminata quella la dimenticavano e si gettavano su una terza…e così via all’infinito!
Niente, quindi, sembra essere capace di smuovere Oblòmov, eccetto il suo amico Stolz; cresciuti insieme e legati da anni di profonda e sincera amicizia, Stolz è il contrario di Olòmov, è la parte attiva del duo, un uomo dominato da quell’energia vitale che manca completamente all’amico.
Eros e Thanatos.
Così, quando Stolz torna da uno dei suoi numerosi viaggi e trova l’amico nel solito stato di apatia e decadenza, prende in mano la situazione, lanciando ad Oblòmov un ultimatum: ora o mai più.


Oblomovismo
Che cosa doveva fare adesso? Andare avanti o restare? […]
Andare avanti significava togliersi di colpo l’ampia vestaglia non solo dalle spalle, ma anche dall’anima, dalla mente; insieme alla polvere e alle ragnatele alle pareti spazzar via la ragnatela dagli occhi e cominciare a vedere! […]
Restare significa indossare la camicia alla rovescia, sentire il tonfo dei piedi di Zachàr che salta giù dalla stufa, pranzare con Tarànt’ev, pensare il meno possibile, non finir di leggere il Viaggio in Africa, invecchiare pacificamente in casa della comare di Tarànt’ev…
«Ora o mai più! Essere o non essere!»
Le parole dette dall’amico, ‘ora o mai più’, aut aut, scatenano in Oblòmov quello che lui stesso definisce dilemma oblomoviano, un’evoluzione dell’antico dilemma che afflisse Amleto, ma più atroce, più soffocante; essere o non essere, vivere o morire, perde la sua tragicità se confrontato al dubbio esistenziale di vivere o non vivere, vivere o lasciarsi morire dentro.
La morte è temibile, il non vivere è terribile.

Ma da cosa deriva quest’incapacità alla vita? Cosa può spingere un uomo intelligente e sensibile a tramutarsi in un uomo inutile e spento?
Iljùša restava tristemente in casa, iperprotetto come un fiore esotico in serra, e come il fiore tenuto sotto vetro cresceva lentamente e stentatamente. Le energie che cercavano di manifestarsi si ripiegavano all’interno e sfiorivano, avvizzendo.
Il piccolo Il’jà Il’ič è un bambino attivo e vivace, e come tutti gli altri bambini vorrebbe scorrazzare libero per i campi, sporcarsi nel fango, rotolarsi sul prato, ma tutto ciò non è possibile per il giovane rampollo degli Oblòmov. Il’jà Il’ič nasce nella tenuta di Oblòmovka attorniato dalle cure della balia, della madre e dei numerosi servitori al loro servizio; la madre di Oblòmov è apprensiva, iperprotettiva, timorosa e allarmista: ogni slancio vitale del figlio viene severamente represso, mettendo a sua disposizione schiere di domestici pronti a soddisfare ogni sua più piccola esigenza. È dunque naturale che Oblòmov, crescendo, disprezzi il lavoro, in quanto fin da piccolo ha assistito ad un modello comportamentale degno di Oblòmovka: i genitori vivono nell’ozio, nell’indolenza, nell’inattività totale, perché a far tutto sono gli altri, i servi.
Oblòmov non comprende l’impegno nel lavoro perché i genitori l’hanno educato in questo modo: quando doveva recarsi dall’istitutore erano gli stessi genitori a trovare scuse per non farlo andare, sminuendo così l’importanza dei propri doveri e non instillando nel bambino il senso alla responsabilità.

Restò soprappensiero e macchinalmente cominciò a scarabocchiare sol dito sulla polvere, poi guardò quel che aveva scritto: Oblomovismo.
Come scrive giustamente Nikolàj Dobroljùbov nel suo saggio Che cos’è l’oblomovismo?(1859) “L’essenziale qui non è Oblòmov, ma l’oblomovismo.”: è la condizione di apatico immobilismo, di oziosa staticità che permea Oblòmovka e coloro che vi abitano; è lo stile di vita inteso come componente intrinseca, come modo di interpretare se stessi all’interno della realtà in cui viviamo.
La colpa, se di colpa vogliamo parlare, non è di Oblòmov, ma dell’educazione ricevuta nell’infanzia, che a sua volta dipende dall’oblomovismo, una condizione innaturalmente naturale.

L’incapacità di Oblòmov di andare avanti deriva quindi da Oblòmovka, dall’oblomovismo: tutto è iniziato a Oblòmovka e tutto deve finire lì; Oblòmov non riesce ad andare oltre il mito di Oblòmovka, è rimasto con la mente alla vita spensierata della sua infanzia e sempre lì essa torna e si trastulla. Se la vita dell’uomo tende in linea retta, quella di Oblòmov si attorciglia su se stessa, percorrendo al contrario un cerchio.
Il sogno di Oblòmov è un’utopia bucolica, inquinata dal modello parentale vissuto.
Così durante le lunghe ore passate sul divano, Oblòmov fantastica continuamente sulla sua vita futura nella tenuta di famiglia, con una dovizia di dettagli minuziosa e articolata.
Tra sogno e realtà, Oblòmov ha degli sprazzi di lucidità in cui si rende conto di aver sprecato la sua intera esistenza in virtù di un ideale incerto, ma al quale si aggrappa disperatamente, perché non gli resta altro.

Sognatore, emulatore, Oblòmov è anche un esistenzialista.
“La mia vita è cominciata spegnendosi” dice Oblòmov, ed è la verità.
Sono tutti cadaveri, uomini addormentati, peggio di me, questi frequentatori del mondo e della società! […]
Ecco, non stanno sdraiati, ma corrono ogni giorno avanti e indietro come mosche, e a che pro? […]
Un vano, quotidiano rimescolamento dei giorni!
Tutto è vano. A che pro lavorare, fare, agire, vivere, se poi moriamo? Un’incessante lotta alla quale Oblòmov si arrende; l’assurdità dell’esistenza, la sua precarietà: l’esistenzialismo.

L’uomo superfluo
Quello di Gončaròv non è semplicemente il ritratto di un singolo individuo sconfitto, ma un ritratto sociale di quell’aristocrazia ottocentesca fatalmente corrotta dai suoi stessi privilegi.
“L’uomo superfluo” è una figura tipica della letteratura russa; il “tipo umano” descritto da Gončaròv lo ritroviamo nei personaggi di Puškin, Lérmontov, Gògol’, Turgénev:

« Sì, sono un caffettano floscio, decrepito, frusto, e non per il clima, non per le fatiche, ma perché per dodici anni in me è stata rinchiusa una luce che cercava una via d’uscita, ma bruciava soltanto la sua prigione, non ha saputo liberarsi e si è spenta. E così, mio caro Andréj, sono passati dodici anni: non ho più avuto voglia di svegliarmi.» (Oblòmov)
La consapevolezza che sarebbe potuto uscire qualcosa di grande, ma così non è stato, non esce niente.
Qual è dunque la novità in questo romanzo, quale la sua grandezza? L’oblomovismo.
Il merito di Gončaròv è quello di aver dato un nome al sintomo che caratterizza tutti questi personaggi russi, ma che allo stesso tempo conserva un carattere universale, al di là dello spazio e del tempo, col quale è difficile non immedesimarsi.


Conclusioni
La figura di Oblòmov è complessa, così come complessi e contrastanti sono i sentimenti che scaturiscono nel lettore: da una parte, il disprezzo, quasi il fastidio, per un uomo che, nonostante non difetti d’intelligenza, si riduce a vegetale, privo di qualsivoglia interesse o stimolo, trova appigli vani per procrastinare, rimandare qualsiasi cosa; dall’altra, la pietà, nel constatare l’effettiva incapacità di Oblòmov, volente o nolente, a prendere parte attiva alla vita, e l’affetto, nel verificare la bontà, la semplicità e la dolcezza del protagonista.
È un personaggio tragicomico, a tratti esilarante, come quando bisticcia con Zachàr (altro personaggio sul quale mi sarei voluta soffermare, ma che vi risparmio), a tratti infinitamente commovente.
Ho pianto lacrime amare alla fine del libro (cosa per me assai difficile).

Detto questo, non è un romanzo banale, semplice, per tutti: bisogna avere la pazienza di sorbirsi la prima parte, estremamente prolissa, a tratti noiosa, e soprattutto bisogna avere quell’accortezza, quella sensibilità necessaria per apprezzare un protagonista ed un romanzo fuori dal comune.

Voto: ★★★★★
"Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati."  Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione del romanzo.
“Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati.”
Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione nel romanzo.

martedì 10 marzo 2015

Se morisse mio marito #Giallo martedì


Se morisse mio marito è l’ottavo romanzo avente per protagonista l’insuperabile investigatore belga, Hercule Poirot; alle prese con lo sfavillante mondo del teatro, il lettore si accorgerà che “non è tutto oro ciò che luccica”(per citare Shakespeare) e lo stesso Poirot dovrà fare attenzione a distinguere ciò che è finzione da ciò che non lo è, rimettendo insieme i pezzi di un puzzle sapientemente sparpagliati.

Trama
La bella attrice Jane Wilkinson vorrebbe sposare il Duca di Merton, ma per farlo deve prima liberarsi del suo attuale marito, Lord Edgware, uomo ambiguo e dai gusti promiscui.
Per ottenere tutto ciò, l’attrice si rivolge ad Hercule Poirot, il quale, dopo un breve incontro con l’uomo, comunica alla diva il consenso del divorzio, precedentemente rifiutato, dal marito.
Tutto sembra essersi risolto, ma il giorno seguente viene comunicata la notizia della morte di Lord Edgware. I sospetti ricadono subito sulla moglie Jane che, come affermano il cameriere e la segretaria del defunto, è stata vista recarsi nella casa dell’uomo, ma ben tredici testimoni affermano che l’attrice si trovava ad una cena quella stessa sera. Com’è possibile?
Ma Lord Edgware non è l’unica persona di cui preoccuparsi; anche Carlotta Adams, promettente attrice caratterista, viene trovata morta a causa di una dose eccessiva di sonnifero. Un tragico incidente? Oppure le due morti sono collegate in qualche modo?
La faccenda appare non poco intricata e complessa persino al grande Hercule Poirot, quando in realtà sarebbe bastato “chiederlo a Ellis“.


Cane e gatto
« Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. »
Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro ogni grande detective c’è sempre un fedele cane  assistente.
Il capitano Hastings, ormai ben nota spalla di Hercule Poirot, svolge come al solito il suo ruolo di narratore bonario e sempliciotto; di buona cultura, di buona società, eppure ingenuo ai limiti dell’idiozia, Hastings viene perennemente preso in giro dal suo ben più sveglio amico. La sua ingenuità è talmente esasperante che i motteggi di Poirot non possono non far sorridere il lettore, sebbene in questi vi sia un’implicita provocazione anche per chi legge.

« Sì, in realtà, conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte sono tentato di credere che vi abbia dimenticato, quando ha distribuito agli uomini l’intelligenza. »
Nonostante Poirot abbia dato innumerevoli volte prova di un intelletto sopraffino, Hastings, data la sua mente semplice e ottusa, dubita spesso delle intuizioni di Poirot, arrivando a compatire il suo amico nel timore che stia perdendo la testa.
La figura del capitano Hastings, così ordinaria e naif, rappresenta quella necessaria controparte al detective dall’intelligenza eccezionale, proprio per instaurare un rapporto di complicità-simpatia nel lettore comune che, incapace come Hastings di comprendere i misteri in cui si ritrova ingarbugliato, riscontra nel personaggio del capitano un fido alleato alla sua “mediocrità”.


Se Hastings, sempre leale, sincero e accondiscendente verso il suo “padrone”, può essere giustamente paragonato a un cane, Poirot al contrario viene spesso descritto in modo tale da rasentare fattezze feline: occhi verdi, scintillanti come quelli di un gatto, astuto, dedito (in maniera ossessiva) alla pulizia, a tratti sornione e vanesio.

Un cane e un gatto dunque, ma che, contrariamente alle dicerie comuni, provano nella reciproca compagnia un reale appagamento e un affetto sincero.

Molto fumo e poco arrosto
* Spoiler *
Dico, ma ci sarà un motivo se Agatha Christie è stata una dei primi membri del Detection Club! Anche in Se morisse mio marito la regina del giallo non si smentisce e riesce, come sempre, nel suo intento di lasciare a bocca aperta chi legge.
Come un abile prestidigitatore, l’autrice riempie le pagine della storia con una serie di minuzie atte a spiazzare il lettore; il fantomatico pedinamento ad opera di un uomo dal dente d’oro, il famigerato cofanetto con la misteriosa iniziale di un nome che comincia per D, la molteplice presenza di personaggi collegati a quella lettera (Miss Driver, l’amica di Carlotta/ Dina, il soprannome dell’inquieta Geraldine), ad un oggetto (il pince-nez ritrovato nella borsa di Carlotta, usato sia da Miss Carroll che dalla cameriera Ellis), ad un nome (Paris, Parigi/Paride). Tutto questo rende ciò che in realtà sarebbero una trama ed un omicidio lineari, un gran guazzabuglio, finendo con il confondere le idee non solo al lettore, ma allo stesso Poirot.
Come un povero pesciolino affamato, il lettore si getta su quelle esche che la Christie sfrutta per distrarlo, lasciandolo così a bocca asciutta.


Sebbene Agatha Christie sia una grande maestra nell’arte dell’illusionismo, bisogna comunque agire con metodo, come direbbe Poirot.
La storia del pedinamento che Bryan Martin racconta al detective come scusa per poterlo incontrare e screditare così Jane Wilkinson, è un’infelice trovata della scrittrice per gettare ulteriore fumo negli occhi del lettore; infelice perché da un punto di vista di linearità della storia non ha alcuna logica. Quando l’attore si reca da Poirot per raccontare la sua frottola, Lord Edgware non è ancora morto, e quindi non ha senso voler sottolineare la presunta capacità di Jane di uccidere: presunta perché Martin non sa che Jane ucciderà.
Quindi perché tutta questa messinscena con un’ulteriore complicazione, del tutto fittizia ed inutile nella finalità della storia, se non esclusivamente per sviarci?


Conclusioni
Se morisse mio marito è una lettura piacevole, scorrevole, con una trama semplice eppure veramente ingegnosa.
Se poi volete qualche dritta per risolvere il mistero vi dico solo questo: non lasciatevi sviare dagli artifici dell’autrice, rimuginate bene sulle cinque domande di Poirot e, infine, pensate al Rasoio di Occam.
Buona lettura gente. 


Voto: ★★★★

domenica 22 febbraio 2015

Le notti bianche #I classici della domenica

Le notti bianche ( il cui titolo si riferisce al chiarore crepuscolare che in Russia e in altri paesi, nelle latitudini inferiori al circolo polare, sussiste fino a tarda sera in alcuni periodi dell’anno ) è un romanzo breve, o un lungo racconto, che dir si voglia, scritto nel 1848 da un giovane Fëdor Dostoevskij che si interroga sulla dicotomia tra il reale e l’immaginario.
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Ma perché fantastichiamo?
Forse perché la fantasia spesso è meglio della realtà.
E perché la fantasia è meglio della realtà?
Beh, perché la fantasia si può controllare, la realtà no.
Ma poi, perché abbiamo bisogno del controllo?
Perché, perché…perché siamo esseri umani.

Il sogno

La fantasia è il regno del possibile, della speranza e dei desideri.
La realtà è la realtà. Nella vita reale non possiamo avere il pieno controllo della nostra esistenza. Nella realtà regna l’ignoto, la paura, il dolore. E noi, in quanto esseri umani, non siamo certo impassibili di fronte a tutto ciò.
E’ per questo che il Sognatore, protagonista del breve romanzo di Dostoevskij, non può fare a meno di fantasticare.
Il Sognatore, il cui nome ci è ignoto, passa la sua vita nella solitudine totale; incapace di instaurare rapporti reali, egli passa la sua vita vagando per le strade di Pietroburgo, creando legami immaginari con i palazzi, con i passanti, con tutti ma con nessuno.

La vita del Sognatore è una vita di sensazioni; vive di attimi, di emozioni fatue e improvvise, qualsiasi cosa stuzzica la sua fantasia che scatena moti di gioia o d’inquietudine.
Il Sognatore ha vissuto mille vite ma allo stesso tempo neanche una.
Il Sognatore si crogiola nei suoi sogni, nelle sue fantasticherie, ride e piange, vive in un altro mondo e se ne compiace: lui può avere “tutto”, gli altri possono solo accontentarsi della realtà. Ma poi qualcosa cambia.
Anche la fantasia può impoverirsi, diventare arida e banale. Manca l’eccitazione, manca l’emozione, manca l’essenza del concreto. E allora, in cosa si traduce questa vita fatta di niente? In niente, appunto. In un’intera esistenza sprecata in un mondo lontano, incorporeo, inconcludente.

Il Sognatore non è un uomo, è un essere evanescente.

La realtà

Una notte, però, la prima notte, il protagonista si imbatte in una ragazza che piange, Nasten’ka. La compassione e l’affinità che scaturisce alla vista della giovane è subitanea, ma egli è troppo timido per avvicinarsi. La ragazza, accortasi di lui, si allontana, ma poco dopo viene importunata da un uomo. E’ l’occasione del Sognatore per avvicinarsi a Nasten’ka, dopo essere intervenuto contro il vecchio molestatore. Da questo spiacevole avvenimento nasce una bella amicizia tra i due, amicizia che presto si trasformerà in qualcosa di più per il triste Sognatore.
Cosa avviene difatti a questo punto? Il Sognatore decide di uscire dalla sua nicchia immaginaria, dal suo angolino fittizio, di provare a rientrare nel mondo degli esseri umani, e di vivere, almeno per una volta in vita sua, nella realtà.
Così i due si incontreranno durante le quattro notti successive, svelandosi e rivelando a vicenda i propri tormenti.

Nel raccontarsi, il Sognatore vive una dolorosa presa di coscienza nel comprendere appieno la vacuità e lo sperpero della sua esistenza, ma è altresì grato per aver incontrato Nasten’ka, è esaltato dalla nuova esperienza del contatto umano, si sente finalmente realizzato, uomo tra gli uomini.
Ma questa riconoscenza, questa amicizia, questo affetto, diventa, senza che l’uomo se ne accorga, amore. Amore al principio taciuto e sofferto in silenzio, ma col passare dei giorni l’esigenza di rivelare questo sentimento diventa sempre più forte, finché l’ultima notte, la quarta, il Sognatore non resiste, deve esprimere a Nasten’ka ciò che prova.
Nasten’ka però ama un altro uomo. Lo aspetta da un anno ma lui ancora non si fa vivo. Che fare? Nasten’ka ama il Sognatore, in un certo senso; è buono, è gentile, prova un sincero amore per lei. E allora, presa dallo sconforto per l’abbandono dell’altro, presa alla sprovvista dalla rivelazione dell’amico, Nasten’ka cede e si convince di amare il Sognatore. La gioia dell’uomo è inesprimibile. Iniziano progetti, iniziano altre fantasie. Poi, quell’uomo amato da Nasten’ka compare e il Sognatore è sconfitto. Le sue speranze sono infrante, la sua felicità perduta. E’ mattina.

Lo confesso, il senso di pena che ho provato è stato forte. La compassione che deriva dalla sua disillusione è quasi angosciante.

Conclusioni

Ma il punto di tutto il racconto qual è insomma? Vince la ricerca del piacere o la fuga dal dolore? E’ meglio rifugiarsi nei sogni, dove niente e nessuno può nuocerci, o mettersi in gioco nella dura realtà, anche a costo di rimanere feriti? E’ preferibile un dolce niente o una spietata tangibilità?
La risposta risiede nel proprio modo di vedere le cose e nelle esperienze personali che formano il nostro carattere e la conseguente presa di posizione verso la vita; comunque, stando a quanto afferma il Sognatore…

Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?…
Io, dal canto mio, continuo a sognare ancora un po’. 

Voto: ★★★★

domenica 15 febbraio 2015

Il conte di Montecristo #I classici della domenica

E’ domenica. Il giorno del riposo. Riposo. A questa parola ognuno di noi associa un significato particolare. Io, per esempio, nel mio ideale di domenica oziosa, mi raffiguro bardata in un plaid caldo e lanoso (visto il periodo, sai com’è) intenta nella lettura di un bel libro. Un classico, per la precisione.
Così, ho pensato che fosse il momento giusto per propinarvi una mia analisi/recensione su un grande classico, Il conte di Montecristo (1844-45) di Alexandre Dumas (padre).
Bene, bando alle ciance allora, e buona lettura.


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Prima di iniziare, una piccola puntualizzazione: ci tengo a precisare che l’edizione della BUR e della Mondadori, tradotte da Emilio Franceschini, peccano di pesanti censure che consistono nel manipolare e riassumere interi paragrafi in poche frasi. Tenetene conto e siate più cauti di me nell’acquisto perché queste sono cose veramente vergognose.

Detto questo, Il conte di Montecristo è un capolavoro assoluto della letteratura francese di cui consiglio caldamente la lettura.

Il tema

La vendetta è il perno portante di questo romanzo. Non la classica vendetta, banale e subitanea, ma una vendetta lenta e paziente, intelligente, sapientemente architettata e micidiale. Una vendetta che si ramifica e si intreccia per varie vie, atta a colpire i vari colpevoli, le cui colpe sono tutte concatenate attorno l’ingiustizia subita da Dantès.
Ciò che rende memorabili tutte queste vendette non risiede solo nella loro componente strutturale, seppure indubbiamente magistrale, ma è la valenza simbolica che ne deriva: Caderousse “pugnala alle spalle” Edmond, tacendo la verità; Caderousse morirà pugnalato in quanto il conte tacerà sul pericolo che attende lo sciagurato. Fernand toglie l’amore a Edmond, e così la sua ragion di vita, facendogli desiderare la morte; Morcerf morirà suicida. Villefort toglie la libertà a Edmond, facendogli desiderare la follia; Villefort diventerà pazzo. Infine Danglars, – l’artefice del piano che ha tolto Edmond dalle braccia dell’amatissimo padre che muore, così, solo e di fame, – sarebbe dovuto a sua volta morire di fame, e nel modo più odioso per l’avido banchiere: perdendo tutta la sua fortuna, tutti i suoi amati soldi per un misero tozzo di pane.


Il tempo

Il tempo del romanzo è suddiviso in quattro parti.

All’inizio della storia, troviamo un giovane Dantès pieno di entusiasmo. La vita gli sorride: ha un’ottima carriera, lo aspetta l’imminente matrimonio con la donna che ama alla follia ed è sostenuto da un padre affettuoso. Dantès non progetta grandi cose perché lui ha già tutto, hic et nunc. L’ingenuo Edmond è il presente.

Poi, l’incarcerazione. Durante il periodo di prigionia Dantès perde il concetto di tempo. Non sa che giorno sia, non sa in quale anno si trovi. Trascorre le giornate nel vuoto dei suoi pensieri, passa i mesi alternando vari stati d’animo e diverse fasi emozionali. Dapprima, incredulo per ciò che gli è accaduto, coltiva la disperata illusione di poter essere liberato; poi, man mano che passa il tempo, subentra la rabbia e l’odio per gli uomini che hanno distrutto la sua vita. Infine, dalla follia della sua solitudine affiora la rassegnazione, e l’idea del suicidio lo accarezza sempre di più.
Il tempo è confuso, è statico. Il tempo non esiste.


Con la nascita del conte di Montecristo ci troviamo nel cuore del romanzo dove regna il terzo stallo temporale, il passato; le azioni dei vari personaggi si svolgono, sì, al presente, ma in realtà sono tutte conseguenze correlate al passato. Il conte premedita e prevede tutto, manovra i suoi aguzzini come burattini, tutto in virtù della sua vendetta. Una vendetta furiosa e indomabile che è rivolta solo al passato. Il presente di Montecristo è fittizio in quanto lui non esiste se non nelle veci del passato.

Infine, l’ultimo tempo, il futuro. Siamo all’epilogo: il conte ha concluso la sua opera, e adesso lui, Haydée, Maximilien e Valentine, possono finalmente guardare al futuro, presumibilmente roseo, che si prospetta dinanzi a loro.

Il conte, la catalana, il “figlio”

Il conte di Montecristo è un personaggio importante, in ogni senso del termine. Enormemente ricco, il conte rispecchia lo stereotipo secondo cui qualsiasi cosa ha il suo prezzo, e possiede tutto ciò che di più lussuoso, ricercato e stravagante si possa avere, dimostrando sempre un estremo gusto e raffinatezza, al contrario di Danglars che, nonostante i soldi, si circonda di pacchianerie, cadendo di conseguenza nella grossolanità e nel ridicolo.
Perfetto gentleman, pacato e cortese nei modi, è però un uomo tormentato; accecato dal suo desiderio di vendetta, cova un profondo astio e disprezzo per il genere umano, che ritiene meschino e incapace di bontà, fatta eccezione per quei pochi che ancora conservano un animo nobile e sincero (la famiglia Morrel per esempio).
Montecristo è estremamente affascinante, ma al contempo è un personaggio tenebroso; l’alone di mistero che lo circonda fa sì che egli venga paragonato a Lord Byron, se non addirittura a un vampiro (merito anche della sua carnagione eccessivamente pallida).


Il conte di Montecristo è l’incarnazione del potere: egli può tutto, persino ridonare la vita ai “morti”.
Giudice e boia, il conte è una figura contorta, megalomane, con un proprio senso della giustizia; difatti, sebbene si professi sempre solo un esecutore del volere divino, in realtà si compiace (forse anche solo inconsciamente) nel giocare a fare Dio, manifestando, così, un latente delirio di onnipotenza, come del resto si può intravedere in tutte le sue mistificazioni durante l’arco del romanzo.


Il dualismo che pervade il protagonista è evidente: se da un lato è duramente spietato con i suoi nemici, dall’altro è molto prodigo di cure verso gli amici.
Significativa, poi, la differenza tra il giovane Edmond Dantès e il maturato conte di Montecristo (non posso non pensare al tema del doppio che emerge): il primo così ingenuo e puro di cuore, dedito all’amore e alle gioie della vita semplice e onesta; il secondo così vendicativo, giustiziere e simulatore, ormai ricco ma distaccato di fronte ai piaceri di una vita nel lusso. Sembrano, e alla fin fine sono, due personalità completamente diverse, eppure si tratta pur sempre della stessa persona.

Montecristo è il superuomo per eccellenza.

Ho davvero ammirato molto il conte, per il suo fascino, la sua intelligenza e la sua brama di vendetta, ma l’ho trovato anche deplorevole, principalmente per due ragioni: Mercédès e Maximilien.

Ufficialmente, Mercédès viene punita in quanto moglie di Morcerf, e quindi è inevitabilmente colpita dalla disgrazia del marito, ma in realtà Mercédès è punita proprio perché ha sposato Morcerf. Per Montecristo il grigio non esiste, tutto è bianco o nero. O sposi me o muori. Perciò la colpa di Mercédès, secondo il conte, consiste nel non aver aspettato Edmond, nel non essersi uccisa (così come professava ai tempi del loro amore se fossero mai stati separati), e di aver sposato Fernand per sua libera scelta. Ma una donna che sposa un uomo che non ama, perché donna e perché povera, e quindi perché debole di fronte a una società dell’epoca, non è una donna colpevole. Mercédès è una donna che ha sofferto e continua a soffrire in quanto non ha mai dimenticato il suo vero amore; è una donna assalita dal rimpianto e dal rimorso, non è una donna felice, non è una donna da punire, ma una donna da compiangere.
L’ultimo dialogo tra la catalana e il conte è qualcosa di straziante. Si percepisce tutto il peso dell’irrimediabilità del passato, un peso che dilania dentro e rende soli, con i propri demoni, un peso che fa invecchiare e che condanna a piangere se stessi per il resto della propria vita.
Ecco, vedere quei due, che una volta si erano amati così ardentemente, e che dopo più di 10 anni si ritrovano e di quell’amore non è rimasto più che un ricordo, ecco, mi ha lasciato una profonda tristezza dentro.


Infine Morrel. Non mi ritrovo completamente d’accordo riguardo all’idea che ha il conte sulla felicità: solo chi ha sofferto merita di essere felice. Questo il concetto riassunto in poche parole. Tralasciando il fatto che personalmente ritengo la felicità non necessariamente correlata alla sofferenza, in quanto essa è di chiunque riesca e sappia goderla, trovo meschino il fatto che questa “necessaria” sofferenza sia lo stesso conte ad imporla a Maximilien, che tra l’altro considera e tratta come un figlio. Fare un grande male (continuare a far credere a Morrel che Valentine sia morta, fino a spingere il giovane sull’orlo del suicidio) per fare un grande bene (realizzare finalmente l’amore tra Maximilien e Valentine) ha, per lo meno ai miei occhi, un che di sconcertante e superbo; il richiamo alle vicissitudini di Giobbe risalta inevitabilmente ai miei occhi, così come, di nuovo, il complesso di Dio del conte.

Conclusioni

Nadar__Alexander_Dumas_père_(1802-1870)

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma ho paura di diventare troppo pesante, perciò concludo dicendo che la grandezza di questo romanzo non consiste solo in una trama avvincente e ingegnosa, capace di stimolare la curiosità del lettore (condizione indispensabile se si pensa che Il conte di Montecristo nasce come feuilleton), ma anche, e soprattutto, nella maestria di Dumas nel delineare i personaggi, ciò che si cela nell’animo umano, e nella fattispecie il sentimento della vendetta. 

Voto: ★★★★★

lunedì 19 gennaio 2015

Il cielo è dei violenti #Lunedì narrativa

La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e perentorio. Tu sei. Nient’altro.


Il cielo. Fondamentalismo.
Tarwater non è mai vissuto altrove della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo, educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.

Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco“.
Così, quando quella mattina, a colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio, dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se stesso. Ma non basta la volontà.

Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In un modo o nell’altro.
E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.

La terra. Razionalità.
Tarwater raggiunge l’unico parente consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare. Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber; il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione; gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e, insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.
E Tarwater lo fa, questo NO.


La violenza è il nuovo amore.
[_Spoiler Allert_] Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:

“Parecchi lo urtarono, e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare tutta una vita, non significava nulla […]
Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate, la premura d’allontanarsi.”
L’unico essere in grado di amare risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il cielo, così come la terra, è dei violenti.

Questa violenza, però, non è vista in senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e collassa.

Restò in attesa del dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe stato alcun dolore, crollò.”
A sancire questa supremazia della violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino, ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto ciò che distrugge, redime.


Conclusioni
Crudele, cupa, spietata, Flanney O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi non necessaria.

Il cielo è dei violenti è un romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.


Quello che potrebbe passare per un semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso, è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo, privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio (scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e senza sentimenti.


Altra nota stonata sta nella perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.


Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti. 

Voto: ★★★★
 

FlanneryOConnor

lunedì 12 gennaio 2015

Neve #Lunedì narrativa

Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, anno 2006, è l’autore del romanzo Neve (2002), ed è anche il narratore della storia; nei panni di se stesso, Pamuk ripercorre le vicende legate all’immaginario amico Ka, ormai scomparso, per poterne scrivere un libro, questo libro.



Romanzo dai connotati tragici e malinconici, Neve affronta temi complessi accompagnati da atmosfere oniriche e sonnolente, alternate ad una caotica degenerazione di eventi quanto mai dispersiva.
È un romanzo introspettivo dal contesto multi-attivo; tutte le vicende politiche cui assistiamo durante il soggiorno di Ka, sono una semplice mise ensemble per il protagonista.


Kars: la povertà e il provincialismo
Dopo un lungo periodo all’estero, Ka, poeta turco esule in Germania, torna a Istanbul per i funerali della madre. Qui, venuto a conoscenza del divorzio tra Muhtar e la bella Ipek, sua compagna di studi ai tempi dell’università, decide di andare a Kars, una piccola cittadina di confine, con la scusa di scrivere un articolo sulle imminenti elezioni comunali e sui suicidi di alcune ragazze turche che sembrano connessi al divieto di portare il velo nelle università.
Una volta a Kars, Ka, visto come un importante personaggio del mondo turco in occidente, viene accolto ovunque a braccia aperte; tutti lo vogliono dalla loro parte, tutti vogliono farsi conoscere, tutti vogliono la sua attenzione: Serdar, il direttore del giornale locale, Muhtar, il leader del partito musulmano, lo sceicco Effendi, profeta di un Islam pacifico, Blu, fuggiasco integralista.
Ma l’unica cosa che interessa Ka è Ipek, la donna che crede di aver sognato per tutti quegli anni, e della quale si innamora immediatamente. Neanche il colpo di stato che si verifica quella sera, al Teatro Nazionale da parte del gruppo teatrale di Sunay, intacca la felicità di Ka, il cui unico scopo è diventato quello di portare con sé Ipek a Francoforte, utopica isola della loro felicità.
Contro la sua volontà, Ka si ritrova coinvolto nel caos politico della cittadina: da una parte c’è Sunay, attore megalomane che si vanta del suo piccolo golpe come di un primo passo verso il progresso e l’occidentalizzazione del popolo ignorante e retrogrado di Kars, dall’altra c’è Blu, che coinvolge Ka nella sua lotta all’occidente.
Ka accetta suo malgrado la veste di mediatore affidatagli coattamente in questo gioco al potere, al quale però non presta minimamente caso perché perennemente incentrato sul suo amore per Ipek.
Ma quando scopre che la donna è stata l’amante di Blu, ruolo adesso ricoperto da Kadife, giovane sorella di Ipek, Ka si ritrova coinvolto in una spirale di odio e gelosia che finisce per distruggere tutto ciò che ha faticosamente costruito a Kars.


Kar: il silenzio, la poesia e Allah
” Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato « silenzio della neve » ciò che sentiva dentro. “
La neve che scende, lenta, inesorabile, silenziosa, persistente, è l’unica vera costante di questo romanzo, non a caso intitolato Neve ( Kar, in turco ).
È la neve che ispira a Ka la sua prima poesia dopo anni di vuoto; è la neve che, bloccando le strade, permette a Ka di vivere i tre giorni più intensi della sua vita; è la neve che gioca da condicio sine qua non, la condizione grazie alla quale viene messo in scena il piccolo golpe di Kars.
La neve è la coprotagonista, prepotente, di questa storia.


La neve, il cui incessante fluire viene continuamente ricordato al lettore, detiene un potere mistico, a tratti salvifico: il suo candore e la sua pace lasciano ispirato Ka, che di getto scrive la prima delle diciannove poesie che comporrà in due giorni nella cittadina turca. La neve svela i segreti della vita a Ka.

Ma da dove viene il mistero della neve e della poesia? Forse è tutto merito di Allah.
La neve rende Ka partecipe alle sofferenze del suo popolo, la sua miseria e povertà, ma anche alla speranza, al credo comune che ci sia un qualcosa di superiore alle loro vite che li guida, un dio benefico nonostante tutto.
Ka è ateo, ma durante il suo soggiorno a Kars, grazie alla neve, al suo bisogno disperato dell’amore di Ipek, contagiato dal desiderio di complicità in una fede genuina ed ingenua, vivrà attimi di patetismo religioso, subito poi accantonato.


Ka: solitudine e identità
Ka è un personaggio incerto, indeciso, a tratti patetico: una sorta di sognatore dostoevskijano dai lineamenti dell’inetto di Svevo. Ka vive di ricordi sconnessi, ma soprattutto di sensazioni instabili, dettate dal momento. In ogni ambiente in cui viene coinvolto, si lascia trascinare dall’entusiasmo che lo circonda, come in balia del mare, sospinto da correnti opposte: ora, nella cerchia dello sceicco Effendi, si sente contagiato dalla bellezza e dall’amore per Allah; poi, nel covo di Sunay, dopo un’eclatante apologia sul potere salvifico dell’arte, si sente affascinato dalla, se pur a tratti ridicola, supremazia politica dell’attore e prova ammirazione per sua la figura carismatica.

Ma perché Ka è così incerto sulla sua identità? Da cosa deriva questo bisogno di conformarsi agli altri? Da un’esasperante solitudine che lo attanaglia costantemente.
Nonostante i suoi sforzi di sentirsi parte di una comunità, di qualsiasi tipo essa si tratti, Ka non riesce a superare quella naturale distanza che separa gli esseri umani. Ka si sente solo, perduto. Il compromesso non è possibile, neanche tramite l’amore.


Il suo rapporto con l’amore è infatti complicato; da un lato esso rappresenta la fonte della felicità estrema, è la chimera da realizzare a tutti i costi, l’unica potenza in grado di salvare dalla solitudine. Dall’altro è un sentimento oscuro proprio in virtù di questa sua potenza: alle gioie dell’amore si affiancano i dubbi dell’insicurezza, della paura e della gelosia.
“Che cos’è che distingue il dolore dell’attesa dall’amore?”
L’amore per Ka è qualcosa cui aggrapparsi disperatamente, senza il quale la vita resta vuota nella sua miseria e solitudine.

Conclusioni
Con questo personaggio stralunato, Orhan Pamuk vorrebbe gettare le basi per un’analisi sull’identità, sulle problematiche della cultura del mondo turco di ieri e di oggi, sulle differenze tra Europa e Islam, tra religione e stato, senza però arrivare a una sintesi.
Più che un confronto, si tratta di un vero e proprio scontro tra oriente e occidente, in quanto le parti risultano impari e affatto inclini al confronto; i turchi raffigurati da Pamuk sono costantemente divisi tra l’orgoglio della propria dignità culturale ed il senso di inadeguatezza che da esso ne deriva.
Come se il sinonimo di ‘moderno’ fosse automaticamente ‘Europa’, ecco che da un lato vi sono i turchi che vogliono modernizzarsi per non doversi più sentire inferiori, dall’altro i turchi che vogliono restare ben saldi alle loro radici, aggrappandosi caparbiamente a questa “inferiorità” che pensano derivi dal mondo occidentale.
Una cosa è certa, in Neve i pregiudizi non mancano. Per questo ho parlato di scontro. I personaggi di Kars parlano degli europei come di persone che si credono superiori nei loro confronti, senza in realtà aver mai messo piede in Europa. Come sotto una cappa di paranoia e vergogna, vivono contro o in virtù del pensiero europeo nei loro confronti.


Altro tema mal gestito da Pamuk è la questione del velo. La vicenda si apre proprio su questo tema; a seguito della “modernizzazione” e laicizzazione dello stato turco, viene vietato alle ragazze col velo di frequentare l’università. Alcune si suicidano, mettendo in evidenza il paradosso che deriva tra la scelta di peccare scoprendosi la testa oppure suicidandosi. A seguito di questo palese controsenso si cercano le ragioni più recondite di questi suicidi; le ragazze musulmane si uccidono perché rifiutano di togliersi il chador? Perché vengono costrette dalle famiglie a sposare uomini che non amano? Perché vengono maltrattate e picchiate dai loro mariti? Perché soffrono, sono infelici? O come ultimo atto di prevaricazione nei confronti della cultura maschilista dell’Islam? Queste domande restano senza risposta perché l’autore decide di soffermarsi su Ka, solo su Ka.
Peccato, perché poteva essere un argomento molto interessante, così come i molti altri che Pamuk lancia al lettore, ma che alla fine decide di non sviluppare a dovere.


I numerosi avvenimenti che si succedono nel giro di poche ore, condensati tra le meditazioni personali di Ka, i molteplici spunti di riflessione a cui non viene lasciato spazio, e lo stile estremamente denso di Pamuk, rendono questo romanzo non poco complesso, a tratti pesante e molto lento.
Si può fare decisamente di meglio. 


Voto: ★★

martedì 16 dicembre 2014

Le tre bare #Giallo martedì

John Dickson Carr. Digitate questo nome su Google. Troverete un’innumerevole serie di libri scritti da questo autore, la cui reperibilità si riduce a ben pochi; uno di questi è Le tre bare, riconosciuto come uno dei migliori romanzi sull’enigma della camera chiusa.

Primo membro americano del Detection Club e scrittore prolifico, quasi dimenticato, il nome di Carr riecheggia forse maggiormente nella mente degli appassionati del genere come il creatore di Gideon Fell, protagonista di questo sesto romanzo della serie sull’ingegnoso dottore.

Trama
In una gelida notte di febbraio, viene commesso un omicidio. Charles Grimaud, illustre professore dell’occulto, viene trovato in fin di vita all’interno del suo studio. La porta è chiusa a chiave dall’interno e sulla neve all’esterno della casa non ci sono impronte. Un bel dilemma per il sovrintendente Hadley ed il suo celebre amico, il dottor Gideon Fell.
La faccenda si presenta fi
n da subito astrusa e non poco complicata; tre sere prima, infatti, il professor Grimaud aveva ricevuto la visita di uno strano figuro: un uomo inquietante che andava farneticando di bare e vendette fratricide. Normale, quindi, pensare subito a Pierre Fley, l’individuo delle minacce, come probabile assassino. Ma il mattino dopo la morte di Grimaud, si diffonde la notizia di un’altra morte misteriosa: Fley è stato trovato assassinato in mezzo alla strada, di nuovo la neve intatta intorno al cadavere e la presenza di tre passanti che hanno udito lo sparo, ma non hanno visto nessuno.
Il caso si infittisce; scavando nella vita di Charles Grimaud, riemerge dal passato una fosca vicenda avente a che fare con terre lontane, crimini, prigioni e tre bare, da una delle quali sembra essere riemerso un fantomatico fratello Henri, ora in cerca della sua vendetta.


L’impossibile
Come afferma fin da subito il narratore:
” bisogna presumere che qualcuno stia dicendo la verità “
Il problema del mistero di questo romanzo, però, è che tutti dicono la verità. No, mi correggo, non tutti; una persona non dice la verità, ma non è l’assassino.

Riesaminando i fatti della serata in cui è morto Grimaud, ci accorgiamo di una tremenda verità:
– Uno sconosciuto mascherato, presumibilmente Fley, entra in casa Grimaud. Madame Dumont, la governante, si dirige allo studio al secondo piano per annunciare il visitatore.
– La figlia di Grimaud, Rosette, e l’amico Mangan, si trovano nel salotto a pianterreno. Lo sconosciuto si rivolge a loro come Pettis, amico del professore. I due vengono chiusi a chiave nel salotto.
– Mills, il segretario di Grimaud, e madame Dumont controllano la porta dello studio presso la quale è entrato il visitatore mascherato.
– Drayman, amico di vecchia data di Grimaud, dorme nella sua camera, sotto effetto di sonniferi.
– Burnaby, pittore amico di Grimaud, è a giocare a poker.
– Pettis è a teatro.


Tutti hanno un alibi di ferro, e se in un gruppo tutti i sospettati sono presumibilmente innocenti, per forza di cause maggiori ci sarà un elemento x esterno al gruppo che sarà il colpevole. Quindi, il colpevole sarà certamente Fley. Ma Fley viene trovato morto. Dunque, senza più x, l’omicida sarà y, il fratello Henri.
Ma il fratello Henri non esiste. Allora chi resta?
Ricordate però che un elemento α del gruppo mente, ma non è l’assassino.


Non arriverete mai alla soluzione se non considererete l’intera vicenda da una prospettiva del tutto opposta, e anche allora vi saranno certe questioni di non poco conto da risolvere, come ad esempio l’assenza di qualsivoglia traccia sulla neve.

I personaggi
La caratterizzazione dei personaggi in generale è ben costruita, sebbene inizialmente si abbia qualche difficoltà nell’inquadrare ciascun soggetto; Carr è molto pedante nel descrivere gli atteggiamenti dei singoli personaggi, ledendo perciò alla naturalezza dei suoi ‘attori’.
Le figure meglio riuscite sono sicuramente quelle del sovrintendete Hadley e del dottor Fell.


Essendo le Tre bare il sesto romanzo avente per protagonista Gideon Fell, il personaggio del dottore non viene presentato in alcun modo, tanto che pensavo che l’appellativo di “dottore” fosse in riferimento ad una sua formazione medico-scientifica _cosa rivelatasi totalmente errata in quanto Fell non è molto ferrato in materia_ ; il titolo di dottore viene dalle sue lauree in lettere e filosofia.
Il metodo investigativo del dottore è sicuramente intuitivo; non è assolutamente un detective dal metodo scientifico e dell’azione come invece è Sherlock Holmes (il cui autore è molto apprezzato da Carr, che ne scrisse, tra l’altro, la biografia), anzi si potrebbe dire che è la sua nemesi.
La figura del dottor Fell, come affermerà Carr, è ispirata ad un altro noto autore del giallo, Gilbert Keith Chesterton.


Esperto conoscitore del romanzo poliziesco, è proprio ne Le tre bare che il dottore tiene forse il più famoso discorso sull’enigma della camera chiusa, in cui elenca ed analizza i sette principali metodi per compiere un omicidio in una stanza sigillata, facendo anche riferimento ad altre opere ed autori reali, come Gaston Leroux, Anna Katharine Green, Edgar Allan Poe, Thomas Burke, Jacques Futrelle, Melville Davisson Post, Israel Zangwill ed il sopracitato Chesterton.
Inoltre, in questa sua conferenza, Fell rompe la quarta dimensione rivolgendosi direttamente al lettore, suscitando un’ ironica perplessità in chi legge.


«Ma» interloquì Pettis «se vuole analizzare situazioni impossibili, perché parlare di romanzi polizieschi? »
«Perché» rispose il dottore, tranquillamente, «ci troviamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo che non sia così. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirare dentro una discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più esaltante missione concessa ai personaggi di un libro. »

Conclusioni
Leggendo i vari commenti su Anobii, ho notato che la maggior parte dei lettori si lamentava della spiegazione finale, definita troppo prolissa e pedante, ma a me pare evidente che sia così; come capire altrimenti il macchinoso svolgersi degli eventi? Non trovo che questo sia il peggior difetto del libro, anzi, una spiegazione minuziosa è dovuta per chiarire le vicissitudini di un mistero tanto intricato.
L’unica pecca, semmai, sta nella verosimiglianza di tutto l’ambaradan messo in scena dal colpevole e della solita, inaccessibile genialità del detective romanzesco, ma appunto, si tratta di una pecca che si ritrova in tutti i gialli classici.
Quindi sì, la soluzione è inarrivabile, il delitto troppo mistificato, il dottor Fell troppo “fantasioso” e arguto; ciò nonostante si tratta di una trama affascinante, merito soprattutto della suggestiva, quanto torbida, vicenda delle tre bare, che permea l’intero romanzo di un’aurea sinistra e accattivante. 


Voto: ★★★½