venerdì 10 ottobre 2014

Quattro dopo mezzanotte. I langolieri _Ciclo di Halloween_ #I brividi del venerdì

Quattro dopo mezzanotte è una raccolta di racconti fanta-horror scritti da Stephen King; le ultime edizioni italiane sono divise in due volumi, contenenti due racconti ciascuno, ma io ho recuperato una vecchia edizione che presenta interamente le quattro storie. I quattro, lunghi, racconti che troviamo in questo libro sono:
  • I langolieri
  • Finestra segreta, giardino segreto
  • Il Poliziotto della Biblioteca
  • Il fotocane
Come ho detto non si tratta di racconti brevi, ma di storie che potrebbero benissimo essere considerate come dei romanzi brevi, ragion per cui tratterò di questi racconti separatamente.
Ha inizio il ciclo di Halloween della rubrica “I brividi del venerdì” con Quattro dopo mezzanotte.
Stay tuned!


i langolieri

I langolieri
Il comandante Brian Engle, pilota di linea, riceve la notizia della morte della sua ex moglie proprio dopo aver sostenuto un lungo e difficile volo da Tokyo verso Los Angeles. Senza nemmeno avere il tempo di riprendersi un attimo, si imbarca sul volo diretto a Boston, per raggiungere la salma della defunta. La spossatezza per il volo precedente catapulta Brian nel mondo dei sogni.
A risvegliare Brian è l’urlo di Dinah, una bambina cieca che, dopo essersi svegliata dal suo pisolino, si ritrova completamente sola e terrorizzata. Non meno spaventato sarà Brian quando scopre che l’aereo si è misteriosamente spopolato; unici superstiti del volo 29 sono lui, Dinah, il giovane Albert, il vecchio scrittore di gialli Bob Jenkins, il misterioso Nick Hopewell, la bella Laurel, l’adolescente Bethany, il signor Gaffney, il famelico Rudy Warwick e il mentalmente instabile Craig Toomy.
Dove diavolo sono finiti gli altri passeggeri? Persino il personale dell’aereo si è volatilizzato nel nulla. Che sia uno scherzo? Un sogno? No, è tutto troppo spaventosamente reale. Ad aumentare il panico contribuiscono la vista del niente fuori dei finestrini e l’impossibilità di contattare qualcuno via radio (nonostante gli strumenti di bordo funzionino come loro solito).
Che fare dunque?
Brian prende subito il controllo dell’aereo rimasto sotto la rotta del programma del pilota automatico. Raggiungere Boston, il cui aeroporto è di difficile atterraggio già in condizioni normali, è troppo rischioso, così Brian decide di fare scalo a Bangor.
L’atterraggio riesce, ma ciò che i pochi passeggeri rimasti hanno trovato al loro risveglio sul volo 29 si ripete nell’aeroporto di Bangor: il deserto completo. Ma non solo. L’elettricità non funziona, il cibo è insapore, gli odori inesistenti, persino l’aria ed il suono sono anomali, come ovattati, senza vita.
Dopo numerose elucubrazioni si arriva ad una possibile spiegazione: durante il volo, l’aereo ha attraversato uno strappo temporale, catapultando i presenti nel passato e, per qualche motivo sconosciuto, solo chi dormiva è rimasto in vita, gli altri si sono vaporizzati, spariti nel nulla.
A complicare le cose c’è poi il signor Toomy, uno psicolabile in preda a una crisi psicotica; lui deve andare assolutamente a Boston o i langolieri lo prenderanno! Il suo crollo delirante è cominciato e si sfoga su Dinah prima, e su Gaffney dopo.
Ma chi sono i langolieri? Secondo Craig sono degli esseri mostruosi che si accaniscono sulle persone pigre e indolenti, così come gli raccontava suo padre quando era piccolo.
Che siano dunque i langolieri la causa dello strano, quanto inquietante, rumore che man mano si fa sempre più forte?
Nessuno sa il perché, ma di una cosa sono tutti convinti: se ne devono andare. Ma dove?
Forse il varco temporale che li ha catapultati nel passato è ancora aperto; forse ripercorrendo la stessa rotta al contrario riusciranno a tornare nel presente. Forse.
Intanto l’unica cosa da fare è andarsene, prima che quel rumore mostruoso si avvicini. Ancora di più.


È l’una di notte e tutto va bene (o quasi)!
L’idea di fondo de I langolieri è buona; il racconto è scritto e strutturato bene (per forza, si tratta di King), ma vi sono altresì dei punti deboli.

Primo, l’errore più grossolano, e di cui sinceramente non capisco la ragione se penso ad un professionista come King, è il fatto di aver posto il passato a levante. Secondo il movimento rotatorio della Terra, sarebbe stato logico capovolgere il volo da Boston verso Los Angeles per far sì che l’aereo si ritrovasse nel passato, no? Quindi perché?

Secondo punto: solo attraverso l’incoscienza si può viaggiare nel tempo? Perché mai? Il tempo è anzi una concezione percepibile solo tramite la coscienza; sebbene il tempo esista a prescindere da qualsiasi cosa, resta pur sempre un concetto che si associa alla ragione umana; per gli animali, che sono privi di tale percezione, il tempo infatti non esiste.
Allora, se durante il sonno la ragione è assopita, in quel frangente il tempo non esiste, quindi sarebbe stato più probabile supporre che chi dormiva sarebbe scomparso nel nulla, e chi fosse rimasto sveglio si sarebbe ritrovato catapultato nel passato.


Terzo. Se anche tutti i passeggeri fossero rimasti svegli, perché loro si sarebbero volatilizzati nel niente, mentre l’aereo no? Il tempo ha effetto sulla materia, di qualsiasi tipo si tratti. Perché un essere umano dovrebbe smaterializzarsi nel nulla ed un aereo no? Il tempo è tempo e la materia è materia.

Ovviamente, il punto 2 e 3 erano necessari per lo sviluppo stesso della storia, altrimenti niente di ciò che viene raccontato sarebbe potuto avvenire, e quindi li ho accettati chiudendo un occhio; ma il primo punto trovo che sia veramente un elemento disturbante nella linearità della logica della storia (se di logica vera e propria si può parlare visto il tema arcano).

Caratterizzazione dei personaggi
I personaggi di King sono sempre più o meno i soliti:
  • il protagonista, l’eroe indiscusso della storia (Brian Engle)
  • Il ragazzino sveglio (Albert Kaussner)
  • il bambino particolare, dotato di non meglio definibili poteri psichici (la piccola non vedente Dinah)
  • la bella mediamente intelligente e arguta, insomma lo stereotipo femminile di King (Laurel Stevenson)
  • il vecchio saggio (Bob Jenkins)
  • personaggi inutili di contorno (Gaffney, Warwick)
  • lo psicopatico di turno (Craig Toomy)
Il personaggio di Craig Toomy è magnificamente rappresentato nella sua turbe psichica: l’infanzia traumatizzata dalla rigida disciplina del padre e dai suoi racconti terrificanti sui langolieri, la sua adolescenza mortificata dagli abusi della madre alcolizzata, hanno reso Craig il perfetto, futuro, psicotico paranoide. Se da un lato la sua morbosa ossessione di andare a Boston sia un tantino odiosa di fronte all’evidenza di una situazione ben più grave che raggiungere Boston, dall’altro è un personaggio che ispira profonda pena se si pensa al perché sia diventato quello che è.
La sua morte poi è l’ennesimo abuso che quel sadico di King affibbia sulle spalle del povero Craig: una morte inverosimile e, proprio per questo, più spettacolare e terribilmente impietosa.
Merito della penosa dipartita di Craig è anche Dinah, bambina che, sebbene cieca, ha il potere di una seconda vista e di riuscire a spingere quel povero folle di Craig verso la sua morte.


Questa volta però King ha aggiunto un personaggio nuovo, diverso dal suo solito stile, che io ribattezzerò come “il figo cazzuto” ( lo so, è un termine molto professional ), alias Nick Hopewell.
Personaggio in buona parte enigmatico, è altresì evidente che la vita di Nick ha a che fare con l’esercito o simili: quando Craig comincia a dare in escandescenze urlando di andare a Boston, Nick, con una presa subitanea, intrappola tra le sue dita il naso di Craig “Gircollo” Toomy.
Forte, agile, intelligente, freddo e razionale, senza mancare comunque di istinto e di spirito, l’inglese Nick Hopewell rappresenta il prototipo dell’uomo perfetto.
E quindi King cosa fa? Pensa bene di toglierlo di mezzo proprio all’ultimo.
La rabbia.
Se ho potuto trovare un difetto a Nick è stato proprio sul finale; il voler fare l’eroe e sacrificarsi per gli altri, non solo ha un che di inverosimilmente troppo eroico e “romantico”, ma mi ha dato personalmente sui nervi! E che cacchio, sei il più figo della storia e vuoi morire?!
Ripeto, la rabbia.


Finale sgargiante
A concludere la storia è un finale scenografico. Per rendere il tutto più spettacoloso, King aspetta a dare la buona notizia, e subito ho imprecato pensando che la morte di Nick fosse stata inutile. Ma non è così.
Se il passato è morto, allora il futuro non solo è vita, ma è una vera e propria nascita. Se il passato è scialbo e misero, il futuro è un trionfo di colori ed estasi. Ed è proprio così, infatti, che i superstiti del volo 29 tornano alla loro realtà: in un’esplosione di sensazioni e gioia di vivere.


Conclusioni
 Il primo racconto che apre il volume di Quattro dopo mezzanotte è un viaggio nella fantascienza, accompagnata qua e là da sprazzi di sano horror 100% stile King.
La trama di questo racconto è un susseguirsi di imprevisti che affannano gli sfortunati protagonisti fino alla fine. Non c’è tempo per riposare, non c’è tempo per pensare. Il ritmo incalzante e la curiosità morbosa spingono il lettore in un’irrefrenabile lettura tra le pagine di persone scomparse, viaggi temporali e mostruose creature divora-tutto denominate, appunto, i langolieri.


Voto: ★★★★

lunedì 22 settembre 2014

1933. Un anno terribile #Lunedì narrativa

Come in molti ambiti, anche l’arte dello scrivere conosce varie scuole di pensiero; una di queste si riassume nel conciso asserto “scrivi di ciò che sai”, e John Fante si rifà sicuramente a questa tesi. Praticamente tutte le opere di Fante sono rielaborazioni autobiografiche dell’autore italo-americano, e 1933. Un anno terribile non fa eccezione.

Scritto negli anni ’50, ma pubblicato postumo nel 1985, 1933. Un anno terribile è un breve romanzo di denuncia simbolica e di un possibile riscatto, in cui lo scrittore rievoca i luoghi e le condizioni della sua infanzia.
Dominic Molise, diciassettenne di origini italiane, vive nella povertà di un’America in crisi, infingarda e disillusa; il sogno americano, che ha spinto i suoi avi a lasciare l’Abruzzo per una terra di promesse, si è concretizzato in un’amara delusione per la famiglia Molise. Il padre di Dominic, muratore disoccupato, provvede alla sua famiglia giocando a biliardo su scommessa, in attesa che il figlio, finita la scuola, si metta a lavorare con lui.
Ma Dominic non ha intenzione di seguire le orme paterne, ha ancora una speranza di farcela grazie al Braccio; lanciatore eccezionale, Dominic sogna, anzi sa, che grazie al suo braccio sinistro riuscirà a lasciare la misera cittadina di Roper per entrare a giocare da professionista in una squadra di baseball, magari con i Cubs.
Con il suo migliore amico Kenny, Dominic si allena tutti i giorni nello scantinato del padre dell’amico, dove i due ragazzi, tra un lancio e l’altro, fantasticano sul loro roseo futuro nel baseball, finché a Kenny viene un’idea: perché non anticipare i tempi e partire subito per la calda California? Dopo un’iniziale titubanza, Dominic accetta, ma c’è un grosso problema da risolvere: trovare i soldi per finanziare il viaggio.
Il desiderio di partire diventa un’urgenza. Andarsene, subito, o mai più.


American dream, Joyce e la teodicea.
Il perno centrale del romanzo è il sogno; il sogno come forma di evasione, il sogno come forma di rivincita, il sogno come speranza, come ultima risorsa per continuare a vivere.
“Sognatori, eravamo una casa piena di sognatori. La nonna sognava la sua casa nel lontano Abruzzo. Mio padre sognava di essere senza più debiti e di fare il muratore a fianco di suo figlio. Mia madre sognava la sua ricompensa celeste con un marito allegro che non scappava via. Mia sorella Clara sognava di fare la suora, e il mio fratellino Frederick non vedeva l’ora di crescere per diventare un cowboy. Se chiudevo gli occhi riuscivo a sentire il ronzio dei sogni per tutta la casa, poi mi addormentai.”
Un’America fatta di tanti piccoli sogni che uno ad uno vengono spezzati. O forse no?

Dominic proviene da una famiglia di poveri immigrati e l’unico futuro che hanno da offrirgli è quello di intraprendere la sterile carriera di muratore, che il ragazzo però non ama. Le uniche passioni nella vita di Dominic sono il baseball e Dorothy Parrish.
Il baseball è l’unica cosa che appaga Dominic; il Braccio, il suo Braccio, è la promessa di un futuro migliore e ricco di gloria; il Braccio non è un semplice arto, ma la chiave del suo successo, un essere a se stante, con una sua volontà. Vi è una vera e propria umanizzazione del Braccio: Dominic gli parla, lo consola quando freme od è triste, se ne prende cura come di un neonato, spalmandolo costantemente di balsamo Sloan. Il Braccio parla e dice a Dominic di non disperare.


In questo altalenarsi di sogni e disillusioni esistenziali, si inserisce la parentesi amorosa: l’attrazione morbosa di Dominic per Dorothy, la sorella di Kenny. Bella, universitaria e di famiglia benestante, Dorothy è il sogno proibito di Dominic; regina glaciale, venerata e idealizzata, Dominic cerca disperatamente un contatto con lei, e quando finalmente l’ottiene, tutto il suo ardore adolescenziale esplode in una disperata libido che segna definitivamente la fine con l’agognata Dorothy.

Altro elemento che ho trovato interessante è il richiamo a James Joyce: quando Dominic decide di rubare la betoniera del padre per poter finanziare il viaggio in California è costretto a passare per il cimitero, proprio di fronte alla lapide del nonno. A questo punto succede qualcosa: una paralisi, in puro stile Joyce; così come Eveline, in Gente di Dublino, non ha il coraggio di affrontare il fantasma della madre, Dominic non ha la risolutezza necessaria a sostenere gli ammonimenti della coscienza di fronte alle conseguenze delle sue azioni, cioè passare con la refurtiva sulla tomba del nonno.

Infine, parliamo della componente teologica che emerge soprattutto nella prima parte, seppur in modo soffuso e poco invasivo, del romanzo.
Il contesto in cui cresce il protagonista è un ambiente estremamente religioso; in casa Molise regna il fervore cattolico e Dominic frequenta una scuola retta da suore.
Il ragazzo si interroga sulla sua condizione di povertà, fantastica sulla morte, spesso rivolgendosi direttamente a Dio. Perché Dio ha fatto nascere Dominic in una famiglia povera, se poi non potrà cambiare le cose? Perché Dio avrebbe favorito quest’ingiustizia? Dev’essere per questo che Dio l’ha dotato del Braccio, per far emergere Dominic dalla sua situazione di miseria. D’altronde anche altri grandi del baseball sono partiti da famiglie povere.
Predestinazione.
Come se tutto fosse permeato di un ermetismo divino, Dominic è afflitto dai dubbi, ma è altresì fiducioso sul suo futuro, perché lui ha il Braccio, e il Braccio gli è stato donato da Dio.
Una mentalità chiusa nel suo involucro religioso che riporta la situazione di Dominic alla questione sulla teodicea, al passo di Giobbe, al cercare una spiegazione razionale di fronte ad una condizione di sofferenza pressoché ingiusta, come la ristrettezza economica del protagonista.

“Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l’esame.
Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? È questo quello che vuoi? È per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. […]
è questo il premio per chi cerca di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? […]
Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano?Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no?”
Conclusioni
Il finale è un punto interrogativo, aperto, sospeso sulle possibilità del protagonista di fronte al suo futuro. Come andrà a finire? Non si sa, ma abbiamo tutti gli elementi per delineare un possibile finale; sta al proprio gusto e alla propria chiave interpretativa decidere la direzione da seguire. Io ho la mia.
Oppure possiamo anche lasciare tutto così com’è. 


Voto: ★★★

mercoledì 3 settembre 2014

Ragazzo negro #La storia del mercoledì

Richard è un bambino di 4 anni, di colore, nato a Natchez, Mississippi, nei primi anni del Novecento. Il suo primo scontro con il mondo è dettato dal silenzio; così, quando sua madre gli intima di star zitto per via della nonna malata, Richard cerca un modo per dar adito alla sua energia di bambino, dando accidentalmente fuoco alla casa in cui vive. Un inizio violento che presagisce una costante della sua vita: la ribellione al silenzio, in tutte le sue forme.
Scritto nel 1945, Ragazzo negro è il romanzo autobiografico di Richard Wright, in cui il percorso dall’infanzia alla giovinezza sembra perennemente scandito dagli echi del silenzio, della fame e della violenza.




I primi anni di vita di Richard sono segnati da esperienze drammatiche: giunto a Memphis con la famiglia, il bambino subirà l’abbandono del padre, patirà la fame nera e disperata, diventerà un alcolista all’età di sei anni, imparerà le sue prime parole oscene e finirà in orfanotrofio.
Trovati i soldi per lasciare la desolazione di Memphis, Richard e la sua famiglia faranno una breve sosta nella casa dei nonni materni a Jackson, prima di raggiungere una zia nell’Arkansas.
Dopo una prima infanzia vissuta sballottato da un posto all’altro, le cose sembrano andare un po’ meglio, finché la madre di Richard non viene colpita da una paralisi e sono così costretti a tornare dai nonni.
La casa di Jackson è dominata da una ferrea disciplina religiosa che tuttavia non riuscirà mai a conquistare il bambino, ma sarà causa di forti scontri tra Richard e la nonna.


Dopo anni passati da una casa all’altra, è solo durante l’adolescenza che Richard potrà frequentare la scuola in modo assiduo, dimostrandosi un ragazzo capace e pieno di curiosità. Nel frattempo inizia un’innumerevole serie di lavoretti per potersi guadagnare qualcosa, e così fa il primo incontro diretto con la società bianca. Richard non riesce a capire le ingiustizie imposte dai bianchi e, sebbene ne sia terrorizzato, non riuscirà mai a piegarsi ai dettami della cultura nera stabilita dai bianchi; il ruolo che i bianchi hanno scelto per lui e per i suoi simili, un ruolo di sottomissione e perenne umiliazione, lo allontanerà anche dalla sua gente che, al contrario di lui, decide di sottostare impotente alla legge dei bianchi.

La vita di Richard è segnata dalla solitudine: relegato nel mondo dei neri, la sua costante volontà di ergersi ad essere umano lo rende un emarginato nella sua stessa comunità, incapace di comprendere le motivazioni che lo sospingono ad elevarsi come essere a sé. Il mondo nero è fatto di soprusi e carognate, ma Richard continuerà a ribellarsi.
Alla solitudine si aggiunge il perenne peso del silenzio: zittito dai bianchi, zittito dagli altri neri, zittito dalla sua stessa famiglia, Richard non trova mai una risposta dagli altri, se non attraverso le sue stesse elucubrazioni. Richard è un bambino curioso, affamato di sapere, ma nessuno sembra voler soddisfare questo suo bisogno. Abbandonato a se stesso, Richard trova le risposte che cerca nei libri; di qualsiasi genere essi siano, sono i libri la chiave per scoprire il mondo, in tutte le sue forme più recondite. Grazie alla lettura, Richard scopre anche il potere delle parole, un potere enorme, apparentemente innocente, ma in grado di ferire; un’arma raffinata e tagliente che il futuro scrittore afroamericano userà per uscire finalmente dal silenzio che lo ha oppresso per tutta la vita.


Romanzo dai tratti duri, la violenza che ne emerge è sconcertante. La supremazia bianca regna sovrana e i neri esercitano su se stessi la repressione voluta dai bianchi; qualsiasi atto di sicurezza da parte di un nero, manda in crisi la coscienza bianca, minando la sua legittimazione a tali crudeltà. Dall’altra parte, i neri accettano mestamente questa condizione, sentendosi così avallati nel compiere atti a discapito della morale bianca: se è il bianco che mi dà lavoro ma mi paga una miseria e mi maltratta, io nero posso allora vendicarmi rubando, truffando l’uomo bianco. E tutto ciò ai bianchi sta bene, perché è un atteggiamento rafforzativo al loro razzismo: che rispetto si può avere per i neri se rubano?
Un circolo vizioso, dunque, che mina costantemente il rapporto tra bianchi e neri.


Richard Wright dice NO a tutto questo, vuole spezzare questa catena di ricatti e rivendicazioni macchinate dall’odio razziale, perché vuole sentirsi libero di vivere con la sua esistenza con la sua morale, con le sue idee e con tutto il suo essere.
L’alternativa per una vita migliore sembra, così, essere il nord, l’utopia del benessere nero.


Conclusioni
Ragazzo negro è la storia di un uomo che ha deciso di essere padrone del suo destino, andando oltre i limiti del colore della sua pelle, nel bene e nel male. Non solo; è la testimonianza delle penose e difficili condizioni che gli afroamericani hanno dovuto affrontare per ottenere il loro posto nel mondo.

Voto: ★★★★

venerdì 29 agosto 2014

L’ombra dello scorpione #I brividi del venerdì

Finalmente, dopo tre lunghe settimane, sono riuscita a finire L’ombra dello scorpione, un tomo di oltre 900 pagine, scritto da Stephen King.
Di cosa parla questo mammut? Ora ve lo dico.




La trama
Per un fatale errore, un terribile virus geneticamente modificato, fuoriesce dalla base segreta in cui è stato creato e si propaga velocemente in tutto il mondo; ha i sintomi di una normale influenza e, a causa dell’ostinata e forzata segretezza voluta dalle autorità, inizialmente la situazione viene presa sottogamba, ma con lo spropositato aumento delle morti cominciano a generarsi il panico ed il caos totale.
Alcune persone, però, sono immuni a tale virus e finiscono col ritrovarsi a dover popolare un mondo di morti. Cosa fare dunque? La soluzione più logica è quella di andare alla ricerca di altri sopravvissuti, sperando che vi siano altri sopravvissuti.
Durante il viaggio di ricerca di una qualche forma di civiltà rimasta, le notti dei viaggiatori vengono gremite da strani sogni/incubi; due sono le figure che ne emergono costantemente, diametralmente agli antipodi: una vecchia donna di colore di nome Mother Abagail, e lui…l’uomo nero.
Le strade da percorrere sono quindi due: raggiungere la cara vecchietta che irradia luce e calore, oppure seguire le orme di Randall Flagg, Colui che cammina, verso la sua scalata al potere, fatta di sangue e morte. Il bene e il male. Il bene o il male.


La Bibbia di King
All’inizio, il romanzo mantiene dei connotati realistici, molto verosimili, tremendamente possibili: la creazione di un agente patogeno, presumibilmente concepito come arma batteriologica, capziosamente innocuo ma dai risvolti mortali, sulla cui erronea diffusione vige il segreto di stato; l’orripilante coercizione utilitaristica dei responsabili nel voler tenere celata la cosa, ad ogni costo, per poi dover ammettere l’evidente perdita di controllo della situazione, con il conseguente degenerare nel caos dettato dal panico di massa; infine la morte.
Una ricostruzione lucida e meticolosa, dunque, di quanto può realmente accadere quando l’uomo gioca a fare Dio.


Quello in cui ci ritroviamo è quindi uno scenario post-apocalittico, dove subentra però la parte fantasy, religiosa, mistica della storia; entrano così in gioco Randall Flagg, Colui che cammina, l’uomo nero, demone figlio del Male, e Mother Abagail, che invece è la luce, il Bene, profetessa divina. Numerosi, poi, sono i riferimenti biblici, nella fattispecie ricorrono molto spesso i nomi di Mosè e Giobbe.
Come emerge nel libro, è come se King si chiedesse cosa sia avvenuto ai figli di Noè dopo il Diluvio universale, come sia avvenuta la ricostruzione del mondo e quali ostacoli abbiano dovuto superare i pochi sopravvissuti.
Bene, per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio”, un’epidemia mortale, alla quale sono vissuti solo in pochi. Adesso, perché non complicare le cose e far combattere ai disgraziati rimasti una lotta tra bene e male?
Il Dio a cui si rifà King, è il Dio biblico, il Dio severo, oscuro, sadico, spietato nella sua volontà. Perché, a ragion di logica, se a causa del libero arbitrio l’uomo è fautore della sua stessa distruzione, perché alcuni sono rimasti immuni all’epidemia se non per volere divino (dato che non si conoscono le cause scientifiche della loro immunità)? E se Dio ha scelto di salvare i pochi eletti, perché ha lasciato in vita anche gli empi, se tanto alla fine dovevano essere puniti anche loro? Ma a che scopo, poi, se tanto il male non potrà mai essere del tutto sconfitto, in quanto parte di noi?
Per Mother Abagail, Dio è un giocherellone, il cui volere resta ermeticamente celato, ma la cui volontà viene sempre fatta. Il Dio biblico appunto. Tutto torna.


I sogni, che sono una peculiarità nelle storie di King per aiutare il protagonista a risolvere il suo problema, questa volta assumono essi stessi quest’aurea di misticismo che permea il romanzo; qui i sogni non sono soltanto il solito artificio di King, ma sono soprattutto delle manifestazioni psichiche e sovrannaturali che guidano i superstiti per la loro strada.
Boulder diventa così la nuova “terra promessa”, mentre Las Vegas può essere paragonata ad una moderna Sodoma e Gomorra.


I personaggi
I personaggi principali sono numerosi, e tutti con una loro importanza. Troviamo quindi Larry Underwood, ex cantante di discreto successo, tossicomane occasionale; Frances Goldsmith e Stuart Redman; il sordomuto Nick Andros ed il mentalmente ritardato Tom Cullen; il sociologo Glen Bateman e l’allegro Ralph Brentner; l’adolescente Harold Lauder e la misteriosa Nadine Cross. Infine Mother Abagail ed il suo avversario spirituale, Randall Flagg, assieme ai suoi scagnozzi Lloyd Henreid e Quello delle pattumiere.
Tanti personaggi quindi, ognuno con la sua storia ed il suo percorso.
C’è da dire che indubbiamente si riscontra una sostanziale differenza tra il prima e il dopo, un enorme cambiamento dei personaggi durante l’evolversi della vicenda: Larry Underwood, che inizia il suo percorso non esattamente come “un bravo ragazzo”, finisce in realtà per redimersi completamente, vincendo la sua parte egoistica col sacrificio per gli altri; Nick Andros, un ragazzo sordomuto dalla nascita, sebbene molto avveduto fin dall’inizio, si trasforma in un vero e proprio leader grazie alla sua perspicacia e intelligenza, acquisendo una precoce maturità mentale.
C’è poi Nadine Cross, il cui cambiamento appare quasi senza senso; la conosciamo come una donna sensata e sensibile, la cui morale sembra essere assolutamente votata al rispetto degli altri, per poi trasformarsi dal nulla, per Randall Flagg, in una persona totalmente diversa e, lasciatemelo dire, odiosa: apparentemente incapace di ritrarsi dall’influsso di Flag, Nadine cade nel vittimismo, addossando la responsabilità delle sue azioni sugli altri. Nadine diventa una donna viziosa, usando il suo corpo per raggiungere il suo scopo, o meglio, quello dell’uomo nero.
Il cambiamento di Harold Lauder è invece più sensato: adolescente obeso e brufoloso, respinto nel suo amore da Frances, decide di seguire il percorso dell’odio a quello dell’amore.


Lo stile
Lo stile di King è gradevole, coinvolgente, ma anche tremendamente logorroico, quando ci si mette, e qui ci si è messo.
Il romanzo è diviso in tre parti, ma sono cinque i nuclei narrativi principali: l’epidemia di Capitan Trips – la sopravvivenza dei superstiti – Boulder – la lotta all’uomo nero – l’epilogo.
Tralasciando la prima parte, che necessariamente deve essere bella corposa per permettere al lettore di seguire passo dopo passo gli sviluppi e le conseguenze dell’epidemia, il resto delle 620 pagine è semplicemente un brodo allungato. Prima di giungere finalmente a Boulder, i personaggi ce ne mettono di tempo per arrivare, e King, con dovizia di particolari, non tralascia niente, descrivendo quasi giorno per giorno le attività di viaggio. Anche la parte di Boulder è troppo pedante, incentrata principalmente sulla ricostruzione di una società “post-apocalittica”.
La parte più interessante, ovvero lo scontro finale con Randal Flagg, è anche quella più breve. Quando si arriva al momento clou ci si ritrova col chiedersi: ” Tutto ‘sto casino per ‘ste tre pagine?!”. E a questo punto si potrebbe pensare che, vabbè, ormai è andata e siamo alla fine. Ma no. Adesso ci si deve sorbire un centinaio di pagine sul ritorno a casa. E che cavolo. Veramente, qui i tempi sono mal distribuiti, se non addirittura esasperanti in certi casi.


La narrazione, dove abbonda la presenza di onomatopee (altra caratteristica di King), è costituita, soprattutto all’inizio, da diversi punti di vista per permettere al lettore di fare la conoscenza dei vari personaggi; i salti narrativi sono quindi numerosi ma piuttosto consistenti nella loro durata.

Conclusioni
Il mio malsano tempismo ha fatto sì che in concomitanza alla lettura del libro scoppiasse l’ebola. Immaginate quindi il risultato: paranoia pura! Della serie, come autoimparanoiarsi a mille.
Ciò nonostante ho continuato imperterrita con la mia lettura.
La prima parte, quella che tratta del propagarsi dell’epidemia, è molto vivida e riuscita; i meccanismi che si celano dietro disastri del genere vengono estremizzati in ogni loro possibile conseguenza, rendendo quindi la lettura molto suggestiva e interessante.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il resto della storia; come ho detto prima è davvero troppo lunga, diventando a tratti molto pesante, se non noiosa. Sia chiaro, parti interessanti ce ne sono, ma data la mole dell’opera, nella sua totalità risultano un po’ troppo scarse per i miei gusti.
In definitiva, non ritengo L’ombra dello scorpione uno dei migliori lavori in assoluto di King, ma se siete suoi fan sfegatati, beh…


Comunque, nel caso voleste farvi un’idea del clima apocalittico post disastro virale, sappiate che l’idea di un’epidemia mortale denominata Capitan Trips si trova anche nel racconto Risacca notturna (contenuto nella raccolta A volte ritornano), un racconto giovanile di King, prototipo del futuro romanzo.

Voto: ★★★

domenica 20 luglio 2014

I Buddenbrook, decadenza di una famiglia #I classici della domenica

I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann.
Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle vicende e dell’irrevocabile declino della suddetta famiglia, attraverso le quattro generazioni di Johann, Jean, Thomas ed Hanno.




Il romanzo è suddiviso in undici parti, ma sono prevalentemente cinque i punti focali principali: l’apice della fortuna dei Buddenbrook, la giovinezza e il matrimonio di Tony, i successi e i fallimenti di Thomas, l’infanzia e l’adolescenza di Hanno, la definitiva disfatta della famiglia.

I.Dominus providebit
La narrazione si apre in medias res, con i membri della famiglia Buddenbrook riuniti per festeggiare l’acquisto dell’enorme casa nella Mengstraße. A capo della rinomata e fiorente ditta Buddenbrook vi è Johann B., con al suo fianco il figlio Jean: il primo è un uomo estremamente pragmatico e concreto, ma conservatore e piuttosto ottuso per tutto ciò non riguardi il commercio; il secondo, invece, sebbene sia onesto e rispetti i valori del padre, è un uomo meno deciso, più prudente, con una personalità in definitiva meno carismatica di Johann.
Le cose vanno magnificamente per i Buddenbrook: la fortuna gli arride, gli affari sono proficui ed i figli del console Jean (Thomas, Tony e Christian) crescono sani e promettenti.
Il motto inciso sul frontone di pietra della grande casa nella Mengstraße non potrebbe essere più appropriato: Dominus providebit.


Tony, Morten e i Buddenbrook
Antonie, detta Tony, Buddenbrook, è una giovane ragazza nel fiore degli anni: bionda, carina, impertinente, Tony è fiera di far parte di una delle famiglie più ricche e prestigiose della città; spalle indietro, petto avanti e naso all’insù, la piccola Tony si sente una regina, tronfia e vanesia, dall’alto della sua posizione sociale. Presa com’è dal suo mondo dorato, è per lei un fulmine a ciel sereno la proposta di matrimonio dell’orripilante Bendix Grünlich, commerciante amburghese dai modi affettati ed untuosi. Tony è a dir poco refrattaria all’idea nonostante le avances dei genitori, che al contrario gradirebbero tale unione. Per concederle un po’ di tempo in tutta tranquillità, Tony viene mandata a Travemünde, località balneare sul baltico (dove lo stesso Mann era solito trascorrere le sue vacanze), dove viene ospitata dagli Schwarzkopf.
Tony si sente rinascere; i suoi ospiti, benché umili, sono cordiali e affettuosi, ma è soprattutto il giovane Morten Schwarzkopf a contribuire al suo benessere. Morten studia per diventare medico e durante le passeggiate assieme a Tony i due parlano di tante cose, come ad esempio gli ideali di eguaglianza che sospingono il giovane Schwarzkopf. Tra i due nasce un tenero affetto, un amore puro e semplice com’è quello della giovinezza, ma un’unione del genere non è possibile.
Dopo pianti disperati, Tony, tenendo tra le mani le carte di famiglia e rileggendo le memorie dei suoi illustri avi, prende la decisione di acconsentire a sposare Grünlich. Perché per Antonie, detta Tony, Buddenbrook, niente, neanche l’amore, vale più del prestigio della sua famiglia.


Thomas (Mann) e Schopenhauer
Thomas, primogenito dei Buddenbrook, è un ragazzo intelligente e studioso, al contrario di suo fratello Christian che invece preferisce di gran lunga divertirsi. Sarà Thomas a dover prendere il posto del padre nella ditta di famiglia, e quando ciò avviene, la famiglia Buddenbrook conosce un nuovo splendore; carismatico e capace come il nonno, onesto e coscienzioso come il padre, Thomas ha un ulteriore marcia in più dalla sua: l’ambizione. Aperto a nuove idee, affamato di avventura e di successo, Thomas percorre una strada tutta in salita grazie alle sue abilità ed alla sua giovinezza. Come un fiume in piena, Thomas Buddenbrook non si ferma mai, e travolge e si impossessa di tutto ciò che vuole: il successo di un florido commercio negli affari, la stima negli ambienti altolocati, la nomina a senatore, e la costruzione di un’imponente e lussuosa villa. Il mondo gli sorride, ma all’improvviso, proprio quando ha conquistato tutto, Thomas scivola lentamente nella disperazione. La sua sicurezza negli affari viene meno, così come l’energia della sua gioventù; la sua vita si sovraccarica di numerosi impegni, mentre nella sua mente pensieri sempre più cupi si aggrovigliano incessantemente. L’ossessione del potere, e di ciò che esso comporta, spingono Thomas ad una sfibrante depressione, e più i suoi timori ed il suo malumore aumentano, più il senatore Buddenbrook si concentra sul suo aspetto, diventando sempre più ridicolmente vanesio. Come in un rapporto matematico dalle variabili inversamente proporzionali, più il benessere interiore di Thomas diminuisce, più l’attenzione per l’esteriorità aumenta.
Ormai totalmente privo di certezze, Thomas non può contare neanche sul conforto di una fervente fede religiosa, com’era stata invece parte di Jean e sua moglie, ma un giorno, per caso, il senatore si scopre a leggere un libro di Schopenhauer, in cui le risposte appaiono chiare e serafiche: Thomas non deve sentirsi debole perché schiacciato dalla vita, la vita è ingiusta per tutti i suoi simili, e l’unica soluzione di grazia si può trovare solamente ripudiando l’effimero mondo materiale. Le rivelazioni di Schopenhauer sono di un’illuminazione profonda per Thomas, di una liberazione tale da sentirsi rinascere, ma la dura mentalità borghese sarà più forte delle verità ascetiche acquisite, e se né la religione, né la filosofia possono attenuare definitivamente le sue angosce, il senatore si risolverà nel procedere ancorato all’unico campo che gli è proprio, il mondo materiale e terreno, facendo perciò testamento.


Hanno e la musica
Justus Johann Kaspar, “Hanno”, è l’unico figlio ed erede di Gerda e Thomas Buddenbrook, colui che dovrà portare avanti il nome ed il prestigio della famiglia. Fin dalla tenera età, Hanno preoccupa non poco il senatore a causa della sua salute precaria: bambino dai lineamenti delicati e dal fisico poco robusto, il piccolo Hanno soffre spesso di svariate malattie, oltre che di pavor nocturnus (terrori notturni), legati molto probabilmente ad una sensibilità eccessiva. Hanno è tremendamente introverso, pauroso e timido, piange con facilità e non riesce a guardare negli occhi il severo padre.
Studente mediocre e dallo scarso interesse per il mondo commerciale, Hanno sfoga la sua sofferenza nella musica: fin da piccolo, infatti, l’amore della madre per la musica si impadronisce anche del bambino, unico Buddenbrook ad essere dotato di una certa sensibilità e capacità artistica.
Mentre improvvisa istintive sonate al pianoforte, Hanno cessa di esistere nel mondo reale, immergendosi totalmente in quello della musica, dal quale è trascinato quasi senza accorgersene (di nuovo, si percepisce l’influenza di Schopenhauer su Mann).
In questi incontri ravvicinati con la musica, Mann descrive un vero e proprio rapporto amoroso, dove al ritmo progressivo delle note sopraggiunge un crescente senso di estasi ed eccitazione, fino all’esplosione finale, orgasmica, del totale appagamento dei sensi, lasciando Hanno in preda ad una dolce quanto spossante sensazione di benessere. Nella sua breve esistenza, è solo durante questi incontri tête-à-tête che Hanno vive realmente.


II.Dominus providebit (?)
Con la perdita dell’ultimo erede, la ditta Buddenbrook viene definitivamente smantellata; Tony, Gerda, le cugine e l’amica di famiglia Sesemi, sono riunite un’ultima volta tutte assieme.
A parlare è un’Antonie, ex Grünlich, ex Permaneder, Buddenbrook totalmente sconfitta; a niente sono valsi i suoi sforzi per mantenere alto l’onore e la ricchezza della famiglia, tutto è precipitato rovinosamente nel nulla, le certezze non esistono più, e Tony, ormai vinta e amareggiata dalla vita, comincia a chiedersi se ci sia davvero una Provvidenza a cui rivolgersi. Per la vecchia insegnante di Tony, Sesemi Weichbrodt, la risposta è sì.

Apoteosi della decadenza

Se Controcorrente ( o A ritroso) di Huysmans è considerato la bibbia del Decadentismo, potrei ragionevolmente pensare a I Buddenbrok come all’apoteosi della decadenza.
Sebbene, ripeto, la ricostruzione della famiglia B. sia fortemente legata alla vita dell’autore, non posso fare a meno di constatare come Mann abbia voluto aggiungerci una componente distruttiva indebita, del tutto simbolica e letteraria, quasi sadica e malinconica.
Il declino della famiglia Buddenbrook è dettato da una pluralità di eventi di carattere concreto ai quali si affiancano, però, due episodi, in particolare, fortemente simbolici: la vendita della casa nella Mengstraße, emblema della ricchezza della famiglia, che viene acquistata dalla famiglia nemica per eccellenza dei B., gli Hagenström (e qui, la simbologia è palese: una sorta di passaggio del testimone, di cambio generazionale); la riga tracciata, quasi inconsciamente, dal piccolo Hanno sotto il suo nome nell’albero genealogico dei Buddenbrook. Quando il padre scopre cosa ha fatto il figlio, gli chiede adirato il perché del suo gesto.
Significativa è la risposta di Hanno:

« Credevo… credevo… che poi non ci sarebbe stato più niente… »
Questi sono gli antecedenti, i sintomi premonitori, della definitiva disfatta della famiglia Buddenbrook.

Criticamente Mann

Il romanzo è ambientato a Lubecca, città natale dell’autore e nella quale potremmo scorgere un ulteriore simbolo di decadenza, se si pensa che nel Tardo Medioevo Lubecca era una delle città commerciali più importanti d’Europa.
Le vicende dei Buddenbrook si articolano in un arco temporale che va dal 1835 fino al 1877, un periodo storico di grande importanza per la futura Germania. Nella seconda metà del XIX secolo, infatti, gli stati tedeschi sono stati testimoni e partecipi di grandi movimenti e cambiamenti socio-politici: i moti rivoluzionari del ’48, le guerre austro-prussiana e franco-prussiana (rispettivamente del ’66 e del ’70-71), e l’unificazione della Germania nel 1871.
Avvenimenti storici, quindi, di un’evidente importanza, ma che comunque non interessano la penna di Mann; così come ai membri della famiglia Buddenbrook gli eventi sopracitati non destano alcuna preoccupazione, così lo stesso autore denota uno scarso interesse, accennandone sì e no di sfuggita e senza specificazioni. Le vicende storiche vengono contestualizzate all’interno del romanzo senza una particolare partecipazione emotiva; l’unico episodio del quale Mann ci rende spettatori viene ironicamente trasformato in una pantomima ridicola, in una satira dagli incerti fini critici.
Quando infatti l’assemblea del senato viene circondata dal popolo e il console Jean Buddenbrook chiede quali siano le loro motivazioni, un giovane (suo sottoposto) afferma che essi vogliono l’eguaglianza, la repubblica. Quando il console lo informa che essi hanno già una repubblica, il ragazzo, evidentemente confuso, esclama che allora ne vogliono un’altra. E tutti si mettono a ridere, la rivolta viene sedata e tutti se ne tornano a casa.
Sebbene tale passo induca a leggere in Mann un’evidente irrisione nei confronti degli ideali oclocratici della Primavera dei popoli, ciò non basta ad identificare e convalidare un certo atteggiamento ideologico e politico di Mann; ciò che sembra interessare all’autore è più una critica generalizzata, che attacca ogni tipologia di classe sociale.
Se nella rivolta del ’48, Mann sembra criticare la plebe che, riunitasi in masse, cerca una rivendicazione sociale senza quasi neanche sapere cosa significhi, nell’arco del romanzo lo scrittore non si esenta dallo schernire e dal demolire la stessa casta alto-borghese della quale i Buddenbrook fanno parte.
Nessuno si salva perché neppure Mann sa da che parte stare; figlio del commerciante e senatore Thomas Johann Heinrich Mann, il giovane Thomas si trova in difficoltà nell’accettare i valori pratico-economici del padre, affatto inclini con la sua natura, ma, allo stesso tempo, comprende la concretezza e la necessità di tali valori, se posti a confronto dei suoi interessi artistico-letterari, che ne sono totalmente privi.
In Hanno, infatti, viene sommariamente criticata la sua incapacità nel riuscire ad adattarsi ai valori morali borghesi che dominano l’epoca, ma soprattutto la famiglia Buddenbrook. La sua ritrosia verso la vita pratica viene vista dal padre come una forma estrema di debosciata debolezza.
Al senatore Thomas Buddenbrook, al contrario, viene recriminato il suo savoir-faire, il suo dinamismo, il suo incessante anelare al potere, materiale e sociale, che spingono il senatore ad uno stress psicofisico superiore alla sua capacità di sopportazione; tutta la sua brama di praticità e correttezza, nel mondo degli affari così come nella vita sociale, fa sì che Thomas Buddenbrook si calchi continuamente una maschera sul viso, sul suo stesso animo, impedendogli così di essere una persona reale. Questa rigorosa attenzione al dovere e al mondo esteriore sono la condanna di Thomas Buddenbrook.
A differenza del nipote e del fratello, Antonie “Tony” Buddenbrook, riversa tutte le sue energie nel mantenere alto, se non far crescere ulteriormente, il prestigio sociale della famiglia. Tony rinuncia al vero amore per contribuire all’onore dei Buddenbrook, perché per lei niente è più importante di questo: il decoro della sua stimata famiglia.
A tutte queste critiche. che non vengono mai mosse esplicitamente, Mann affianca delle conseguenze/punizioni molto più concrete: l’incapacità di lottare di Hanno non può che risolversi con la resa definitiva della vita, con la morte; la smania ossessiva di Thomas Buddenbrook per il mondo materiale ed effimero porta il senatore ad una prematura dipartita; l’importanza che dà Tony al prestigio della famiglia si tramuta in un perpetuo declino verso il discredito dei Buddenbrook.
In definitiva, la colpa di questi personaggi è stata quella di rinunciare ad un’esistenza vera, vissuta senza artifizi, e pretendendo invece dalla vita qualcosa di superiore alle loro possibilità.

Conclusioni

I Buddenbrook viene considerato uno dei capolavori di Thomas Mann, assieme ad altri romanzi, per via dello studio psicologico e sociale che lo scrittore accompagna alla descrizione del crollo dei valori borghesi dell’epoca.
Personalmente, ritengo che oltre a ciò, uno dei principali punti di forza del romanzo si ricollochi nella sua struttura narrativa; infatti, sebbene Mann mantenga pur sempre una visione cronologica e continuativa della storia, non tralasciando di raccontare alcun personaggio, nell’arco del romanzo emergono prevalentemente le tre figure di Tony, Thomas e Hanno.
Mann si concentra su questi personaggi probabilmente perché i più vicini alla sua esperienza (Hanno, e in parte anche Thomas, è l’alterego dell’autore), e forse in virtù di ciò, sono i più riusciti.
Personalità forti, non senza le loro debolezze, che riescono a soppiantare l’interesse del lettore verso tutto ciò che non riguarda loro; nonostante lo scopo di Mann sia quello di ritrarre il crollo economico e morale, le aspettative e le disillusioni della famiglia Buddenbrook (e della stessa società vecchio-borghese), sono loro i veri protagonisti de I Buddenbrook.


Lo stile, caratteristico di Mann, può risultare lievemente ostico: le numerose e minuziose descrizioni e l’uso spropositato di periodi ipotattici rendono il ritmo narrativo piuttosto rallentato.
Ulteriore peculiarità dell’autore è poi la malinconia che aleggia in questo libro, così come in altri (Tonio Kröger, ad esempio, bellissimo romanzo di cui consiglio la lettura); se poniamo un bilancio tra la descrizione di un lieto evento, come una nascita o un matrimonio, e quella di un evento funebre, ebbene, il secondo avvenimento troverà molta più attenzione di spazio e particolari: come se Mann fosse ossessionato dalla morte, si percepisce il suo sostare tra le corone di fiori e i ceri accesi, come per una morbosa, seppur dolorosa, attrazione.
Penso sia chiaro che questa lettura ha ben poco di allegro, ma resta comunque un bel romanzo (del quale, tra l’altro, vi ho dovuto risparmiare da altri particolari importanti).
Consiglio: leggetelo in un momento di calma mentale, in un periodo non particolarmente caotico in cui possiate concedergli tutta la vostra attenzione. Ne vale la pena. 


Voto: ★★★★★

lunedì 30 giugno 2014

L’uomo dai denti tutti uguali #Lunedì narrativa

In questi giorni avevo voglia di leggere Philip K. Dick, ma non avevo necessariamente voglia di fantascienza, così mi sono buttata su L’uomo dai denti tutti uguali.
Scritto nel 1960, questo romanzo non rientra nel genere per eccellenza abbracciato da Dick, la fantascienza appunto. La trama sul retro della copertina riporta:

” Vi si narra la storia di una vendetta crudele e paradossale, ambientata nell’America falsamente innocente degli anni Cinquanta, mentre è in pieno sviluppo un grande cambiamento sociale, la popolazione inizia a spostarsi nei sobborghi urbani e la Guerra Fredda fa sentire il peso ossessivo delle sue nevrosi. […] È un mondo morboso e oscuro, un’America di frontiera abitata da incubi tetri, ancora lontana dai miracoli tecnologici e dalle speranze dei decenni successivi. “
Nì. Le cose non stanno esattamente così.



Di cosa tratta questo romanzo? Si potrebbero delineare due trame parallele in questa storia. Sì, perché a una trama di base, lineare, esteriore, se ne affianca un’altra più intrinseca, disomogenea, introspettiva.
Ma c’è un unico elemento che apre e chiude la vicenda: l’acqua.

Strato dopo strato, benvenuti a Carquinez

Nella cittadina rurale di Carquinez assistiamo prevalentemente alle vicende dei Runcible, da una parte, e dei Dombrosio, dall’altra.
Walter Dombrosio, grafico e tecnico pubblicitario per la Lausch company, una sera decide, quasi per caso, di invitare a cena il meccanico di colore a casa sua.
Vicini dei Dombrosio sono i Runcible; la sera che Walter invita a cena il meccanico, a casa dei Runcible arrivano i Wilby, amici di vecchia data e possibili soci in affari di Leo, un agente immobiliare. Quando però Paul Wilby chiede a Leo se nella zona vivono dei neri (avendone visto entrare uno in casa Dombrosio), le cose finiscono male. Leo è ebreo, e la semplice domanda di Paul si trasforma nella sua mente in un’invettiva razzista, quindi anche antisemita. La serata coi Wilby viene bruscamente interrotta da pesanti accuse e recriminazioni, così che Leo perde sia l’amicizia sia i soldi di Paul.
La causa di questo disastro è Dombrosio: se non avesse portato a casa sua un uomo di colore, tutto questo non sarebbe successo. Inevitabile quindi il litigio coi Dombrosio che ne segue.
A distanza di tempo, una sera, Walter torna a casa ubriaco, andando a finire con l’automobile in un canaletto di scolo. È l’occasione di Leo per vendicarsi. Una telefonata alla polizia fa sì che a Walter venga sospesa la patente per guida in stato di ebbrezza.
Senza più patente, Walter è costretto a farsi accompagnare a lavoro da sua moglie, Sherry.
Sherry Dombrosio è una donna attraente, elegante, di buona famiglia e sicura di sé. Desiderosa di mettersi in gioco, Sherry decide di voler trovare un lavoro, cominciando proprio dall’azienda del marito. Walter è contrario: una donna deve stare a casa, non lavorare. Così segue il litigio col suo capo, che invece vorrebbe assumere Sherry. Conseguenza: Walter perde il lavoro.
Frustrato dalla situazione capovolta, Walter decide di fare uno scherzo a Leo Runcible: d’altronde è colpa sua se ha perso la patente e sua moglie si è messa in testa di lavorare. Così Walter, capace di lavorare alla perfezione qualsiasi materiale, crea un cranio dai denti tutti uguali, un perfetto esemplare di teschio di uomo del Neanderthal, e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
La notizia del ritrovamento tanto straordinario, quanto insperabile, non tarda a spandersi, merito soprattutto di Leo che chiama giornalisti e professori universitari a testimoniare l’importanza di tale evento.

Questo gioco di rimandi, di accuse, di vendette silenziose, questo continuo concatenarsi di causa-effetto, costituisce la trama superficiale di questo romanzo.
La sottotrama, invece, è quella che si concentra sull’introspezione dei vari personaggi.
Un’indagine psicologica accurata e dettagliata, che mostra al lettore i pensieri e i punti di vista, ora dei Runcible, ora dei Dombrosio.
Non si tratta semplicemente di sapere cosa pensano i protagonisti, ma di una vera e propria intrusione nell’intimità delle loro menti; l’autore, con una lente d’ingrandimento in mano, ci permette di assistere a un vero e proprio flusso di coscienza.
Così veniamo a conoscere Leo Runcible, ebreo impiantato nella comunità di Carquinez da tempo, ma non ancora accettato ufficialmente come uno di loro. Uomo energico e di alti ideali, Leo è il classico onesto lavoratore, un uomo che si dà da fare e che si è fatto da solo; attivo nella piccola comunità rurale, tiene più lui ad un miglioramento socio-culturale della cittadina, che non chi c’è nato. Leo è duro nei confronti degli estranei, di chi viene da fuori, è profondamente attaccato a Carquinez, eppure sa lui stesso di non essere completamente integrato in quella comunità di agricoltori sempliciotti.
Anche sua moglie Janet ama Carquinez, soprattutto in virtù del suo ameno isolamento; moglie, madre, casalinga alcolizzata, Janet Runcible è una figura debole e senza prospettiva, una donna ansiosa e nevrotica; incapace di adattarsi ad un mondo nuovo e tanto diverso come quello dell’America postbellica degli anni Cinquanta, Janet ha paura, si sente schiacciare dalla pressione della moderna società che vede la donna coprotagonista dell’uomo. La sua insicurezza patologica l’ha spinta verso la bottiglia, verso l’isolamento dal mondo esterno, così estraneo e penoso per lei. Sentendosi lei stessa inadeguata, Janet ha idealizzato Leo, che vede come l’uomo migliore del mondo, e si colpevolizza per non essere una moglie al pari di tale marito. Janet Runcible è una succube, la cui unica volontà è il non partecipare, il non avere responsabilità, non avere a che fare con niente al di fuori di Carquinez.
Sherry Dombrosio è invece l’esatto contrario della vicina; donna sofisticata e proveniente da un ambiente benestante, Sherry è il paradigma della donna del nuovo mondo: creativa e sicura di sé, Sherry rifiuta i vecchi canoni maschilisti che vedono la donna esclusivamente come moglie e madre, vuole anzi dare qualcosa di suo, vuole creare ed essere artefice del suo destino, vuole essere parte attiva del mondo degli uomini.
Non la pensa allo stesso modo suo marito, Walter Dombrosio; uomo mediocre, comune e di farsesche mistificazioni, ma dal talento straordinario nel creare oggetti di qualsiasi tipo, Walter è il classico maschilista e misogino che vuole la moglie in casa. Walter si sente minacciato dalla sicurezza della moglie; dice di amarla, ma al contempo la odia perché è capace e determinata, in definitiva la odia perché è socialmente migliore di lui. Così, incapace di impedire a Sherry di rinunciare al suo lavoro con l’intelletto, Walter la costringe con la violenza, l’ultima risorsa alla quale può attingere un uomo, o una bestia. Solo lui deve avere il pieno controllo sulla situazione socio-economica della famiglia, lui solo dev’essere il dominatore, in un modo o nell’altro.

C’è poi un terzo elemento a completare questa stratificazione narrativa: l’acqua.
Come ho scritto prima, l’acqua è l’elemento che apre e chiude l’intera vicenda del romanzo; la storia infatti inizia con un uomo che deve risanare un tubo dell’acqua che perde. Praticamente subito veniamo a sapere che l’acqua di Carquinez è contaminata, ma nessuno dà troppo peso alla cosa.
Con il ritrovamento del teschio del Neanderthal, una volta appurato che si tratta di un falso ad opera di Dombrosio, Runcible assieme ad altri interessati partono alla ricerca del teschio base sul quale Walter ha creato la nuova struttura. Raggiunto il vecchio cimitero di Carquinez, il gruppo comincia a scavare e trova un altro teschio dalla struttura ossea malformata. Indagando sulla faccenda, si viene a conoscenza dei cosiddetti ‘chupper’, antichi abitanti della vecchia Carquinez che hanno subito una degenerazione ossea caratterizzata da una mandibola deforme e da una schiena pesantemente curvilinea, dovuta probabilmente alla contaminazione dell’acqua.
Runcible provvede così a risanare l’impianto idrico della cittadina, ma Walter e Sherry, ora incinta dopo la violenza del marito, entrano in una spirale paranoica, provando un timore atavico per la sorte del bambino. E se anche loro figlio nascesse deforme?

Il ciclo dell’acqua

Questo romanzo atipico è racchiuso in una sorta di circolo vizioso, espiatorio; volendo creare un parallelismo tra il ciclo dell’acqua (ve lo ricordate quando lo studiavate alle elementari?) e le vicende del romanzo, si potrebbe ottenere una struttura del genere:
  • Evaporazione: il meccanico di colore viene invitato a cena dai Dombrosio. I Wilby lo vedono. È l’elemento iniziale, disturbante, della storia.
  • Condensazione: Walter perde la patente a causa della soffiata di Leo. È l’intreccio che man mano prende vita; è il fattore scatenante che porterà Walter e Sherry a litigi sempre più animosi.
  • Precipitazione: Walter rifiuta categoricamente di lavorare assieme alla moglie, litiga con il capo, perde il lavoro. I litigi con Sherry si fanno sempre più violenti, come una pioggia che cade a dirotto, senza freno.
  • Infiltrazione: Walter scarica su Leo la sua frustrazione e la sua rabbia. Ricrea un perfetto teschio di Neanderthal e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
  • Scorrimento: Il teschio è un falso, si ricerca l’origine di tale malformazione; da qui in poi è tutto uno scorrere verso la verità.
  • Flusso sotterraneo: L’impianto idrico è stato risanato, ma il terrore dell’acqua contaminata è riemerso dal passato, indomabile: l’acqua che scorre silenziosa è la sola che deciderà del futuro del piccolo Dombrosio.
Ok, ammetto che forse è un po’ forzato, ma d’altronde se è l’acqua l’elemento a cui tutto si riconduce, perché non usare un po’ di fantasia?

Conclusioni

L’uomo dai denti tutti uguali non è il solito romanzo di fantascienza di Dick, ma non è neanche un semplice romanzo di narrativa, perché l’influenza dickiana emerge nonostante tutto. L’elemento fantascientifico comunque c’è, solo che in chiave diversa; tutta la faccenda legata all’uomo di Neanderthal è l’elemento fantastico della storia, rivolto però al passato, un passato che ha comunque ripercussioni sul futuro. Perché, ammettiamolo, l’intera vicenda ha un che di fantastico, di poco somigliante alla realtà.
Accanto a questa vicenda (diciamolo) un po’ pacchiana, Dick ha affiancato una vera e propria analisi psicologica e sociale; drammi sociali reali dell’America anni ’50 interiorizzati, personali, visti nel loro piccolo, dall’universale all’individuale. Questioni sociali come il razzismo e la parità dei sessi vengono ricondotti al singolo.

Il ritmo narrativo è lento perché predisposto a seguire il pensiero più che l’azione. Nella prima metà soprattutto, non distratti dall’elemento fantascientifico del teschio, si percepisce l’atmosfera rurale di Carquinez: una comunità ristretta ma distante, come se le colline che attraversano la zona avessero imposto ai loro abitanti una convivenza coatta, ma pur sempre isolata, solitaria.
Non ho potuto fare a meno di pensare a Hopper, che nei suoi quadri ritrae questa condizione della natura come spettatrice indifferente nei confronti dell’incomprensione e della solitudine umana.

Collina, Cape Cod__Edward Hopper
Voto:★★★

martedì 27 maggio 2014

Il pericolo senza nome #giallo martedì

Il pericolo senza nome è il sesto, riuscitissimo, romanzo di Agatha Christie, avente come protagonista il piccolo investigatore belga, il grande Hercule Poirot.
Gli altri romanzi, in ordine di lettura, sono:
  • Poirot a Styles Court
  •  Aiuto, Poirot!
  •  L’assassinio di Roger Ackroyd
  •  Poirot e i quattro
  •  Il mistero del treno azzurro

In questo romanzo, dalla trama non poco complicata, ritroviamo nuovamente il capitano Hastings ( assente nel n.3 e nel n.5 ) di ritorno dalla sua nuova vita in Argentina, il quale, assieme a Poirot, si troverà di fronte a un caso ben fuori dall’ordinario: il dover indagare su un omicidio non ancora commesso.

Nella Casa Solitaria…
Poirot e il suo fedele amico Hastings si trovano in vacanza nella piccola località marina di St Loo; ad interrompere la loro quiete vi è però l’incontro con miss Nick Buckley, giovane donna che vive nella vecchia Casa Solitaria, lì nelle vicinanze. Poirot viene così a conoscenza di una serie di incidenti mortali ai quali Nick è miracolosamente riuscita a scampare. Poirot capisce subito che questi presunti incidenti sono in realtà dei veri e propri tentativi di omicidio nei confronti di Nick. Ma perché qualcuno dovrebbe volere la sua morte?
Per via dell’assenza di un movente evidente, Poirot fatica non poco a scoprire finalmente la verità: un sordido piano architettato fin nei minimi particolari, dove niente è come appare e dove il confine tra vittima e colpevole è veramente labile.

(_Da qui in poi, SOLO PER CHI HA LETTO IL LIBRO, fino alle conclusioni_)
…Niente è come sembra
Il pericolo senza nome presenta nel suo complesso evidenti punti di forza ma, allo stesso tempo, alcuni punti deboli.
  • Primo punto di forza
Il vero punto di forza di questo romanzo è l’assenza del movente; fino a metà della storia non riusciamo a capire per quale motivo qualcuno dovrebbe voler morta Nick, una ragazza senza soldi e senza particolare interesse. Quindi perché? E’ questa la stessa domanda che assilla Poirot, e che non trova risposta finché non scopriamo che la ragazza era fidanzata con il capitano Seaton, promettente aviatore in procinto di ereditare una grossa fortuna che, con la sua stessa morte, sarebbe passata direttamente nelle mani di Nick.
E qui incappiamo nel primo punto debole; questa scoperta di Poirot è troppo campata in aria: alla resa dei fatti si tratta semplicemente di un’ipotesi che, guarda caso, risulta vera. Chi mai sarebbe arrivato a scoprire questo fidanzamento segreto se non grazie a fantasiosi voli pindarici? E sì che la risoluzione di un mistero trova sicuramente le sue fondamenta sulle supposizioni, ma esse devono essere avvalorate dai fatti. Poirot riesce a scoprire tale relazione semplicemente perché Nick una sera si veste di nero (colore che non indossa mai), perché si accalora particolarmente quando i suoi amici danno Seaton ormai per disperso, perché Nick si assenta dalla cena per venti minuti per una telefonata, a suo dire (invece per Poirot ha sentito alla radio la notizia della morte di Seaton, cosa che a noi lettori è impossibile verificare o anche solo sospettare), ed infine per l’esagerato dolore che la ragazza prova per la morte della cugina.
Allora, ok che non tutti siamo Poirot, ma mi pare comunque una deduzione fin troppo azzardata.
Ma, andiamo avanti.
  • Secondo punto di forza
La bravura della Christie sta nella capacità di mostrare al lettore tanti piccoli indizi che però vengono sapientemente mascherati da altri particolari nel corso della lettura.
Il fatto stesso che la vicenda sia narrata da Hastings, compagno di avventure di Poirot, porta subito il lettore a pensare come Poirot. Nessuno mette in dubbio le capacità di Poirot, perché Poirot non sbaglia mai! Quindi, se Poirot non ha dubbi sulla veridicità degli attentati subiti da Nick, neanche il lettore avrà il minimo dubbio al riguardo; nonostante Frederica affermi che Nick è una bugiarda, oppure che Vyse asserisca che Nick è morbosamente attaccata alla Casa Solitaria, invece che credere a loro, è naturale pensare che siano loro a mentire, o comunque a nasconderci qualcosa.
Qui sta l’altro punto di forza nell’abilità della Christie: nel riuscire a manipolare la mente del lettore come e quando vuole, senza che chi legge possa farci niente.
Il secondo punto debole riguarda il nome Magdala: quando conosciamo la cugina di Nick, il cui vero nome è Magdala, ci viene presentata semplicemente come Maggie. È vero che Nick afferma che Magdala è un nome di famiglia, ma vi pare possibile che uno arrivi a pensare che anche la cugina si chiami Magdala? Io avrei pensato che Maggie fosse il diminutivo di Margaret, non certo di Magdala.
Anche qui, la scoperta a cui giunge Poirot è troppo lontana dalla mente del lettore comune.
  • Terzo punto di forza
In questo romanzo ritroviamo ( ovviamente con delle differenze ) l’escamotage già perfettamente riuscito in L’assassinio di Roger Ackroyd (di cui vi consiglio caldamente la lettura); il buono diventa il cattivo e viceversa, ma come arrivare a pensare una cosa del genere? Quando Nick sta male dopo aver ingerito dei cioccolatini alla cocaina, a nessuno verrebbe in mente di pensare che la donna si sia avvelenata da sola, e questo semplicemente perché siamo stati fuorviati sin dall’inizio, credendo ciecamente alla sua innocenza.
La difficoltà predominante nei romanzi della Christie è sempre quella di riuscire a capire chi dice la verità e chi mente, e qui sta la grande differenza tra noi comuni lettori e l’insuperabile acume di Hercule Poirot.

Conclusioni
Il pericolo senza nome è indubbiamente un buon romanzo in puro stile Christie; la trama viene a complicarsi a causa delle sue sottotrame, e il lettore non è mai del tutto certo delle sue deduzioni.
Il finale è un vero e proprio colpo di scena, e se in questo libro vi sono pur sempre degli errori, ciò non toglie che nella sua totalità sia un giallo assolutamente ben costruito.
Se poi vogliamo proprio essere pignoli, allora devo ammettere che L’assassinio di Roger Ackroyd è sicuramente un gradino più in alto. 

Voto: ★★★½